lunedì 8 giugno 2015

IL MITO, LA STORIA, LA SARDEGNA 2

di Francu Pilloni

     2.  Il mito nella storia

Socrate
Va da sé che una costruzione tanto affascinante della mente umana non potesse passare senza subire l’analisi dei sapienti nella storia recente e in quella antica.
Socrate per primo, d’accordo con i Sofisti, si pose il problema di definire propriamente la sostanza del mito, proponendo che non fosse altro che la narrazione fantastica di un fatto reale, il risultato di un “intessere fregi al vero” come interpretato dal Tasso o, altro ancora, come una parabola evangelica, con spirito moralistico, come fu inteso continuativamente per una quindicina di secoli, dagli albori dell’era cristiana sino a F. Bacone, che in tal senso si espresse nell’opera “De sapientia veterum”. 

Sorvolo sugli sforzi di famosi umanisti, Pico della Mirandola e Giordano Bruno fra essi, che vollero leggere i miti come comunicazioni dal contenuto magico, qabbalistico o esoterico.
Fu Giambattista Vico, nella sua opera “Scienza Nuova”, a concedere al mito la sua piena autonomia, trovandolo privo
G. B. Vico
di “sapienze riposte” da tramandare e da interpretare, ma racconto che esprime un’originale concezione dell’umanità agli inizi del suo cammino. Il mito pertanto va visto come una raccolta di materiali antropologici, storici e sociologici e dunque posto in relazione con l’evoluzione della mente umana e delle società storicamente venutesi a determinare. Tesi riprese da Auguste Comte in base alla concezione che il Positivismo ebbe del cammino dell’umanità, segmentato in diverse “età”.
Il Secolo dei Lumi lesse il mito attraverso i viaggi e la scoperta del “buon selvaggio”, mentre lo studio inforcò due strade diverse, quella della spiegazione e l’altra della comprensione dei miti, dualismo sopravvissuto a ogni tentativo di ricomposizione e che ha raggiunto il nostro tempo, anche se con diversi aspetti e contraddizioni.
Per farla breve, la via razionalistica della spiegazione del mito e della verità razionale sottostante, cercò di inquadrare il mito storicamente, perché rappresenta la combinazione tra il modo di esprimersi e quello di concepire la realtà dell’umanità ai primordi, mentre la via della comprensione, specialmente ad opera del Romanticismo mistico, si avvale dell’intuizione per penetrare il mito, il quale, avvalendosi di un linguaggio primordiale, e pertanto universale, interpreta i simboli originali per ricavarne le verità eterne dell’uomo e del mondo, e non può essere collocato che fuori dalla storia.
Ecco allora due novità: la prima arriva dalla constatazione che i miti dei vari popoli, pur lontani geograficamente e nella storia, ricalcano con attestata ripetitività sempre gli stessi materiali del racconto, dalla creazione al diluvio, recepiti dalle svariate credenze e religioni dei popoli di ogni dove; la seconda novità proviene dalla consapevolezza che il mito sia un prodotto fantastico che appartiene alla sfera emozionale e, dunque, privo di alcuna verità. Ci si chiede poi perché il mito, nato da un’esperienza soggettiva, si trasformi in seguito e illusoriamente in percezioni oggettive, apparendo come realtà. I miti sarebbero dunque la storia sacra delle società inferiori, nelle quali prevale una carica mistica di rappresentazioni collettive. Miti dunque come costruzioni dell’immaginazione a supporto di riti e di culti tramite i quali si materializzano i dogmi su cui si basano i meccanismi del funzionamento della collettività e si pongono come substrato per l’esercizio del potere.
Mito come proiezione psicologica il cui contenuto, dirà Freud, si nutre dell’inconscio e quindi l’analisi dei sogni sarà la porta principale da cui accedere alla comprensione dei miti. Un bel passo avanti che pone fianco a fianco l’antropologia e la
In 1° piano: a sx, Freud, a dx, Jung
psicoanalisi, dato che il mito altro non è che il frutto di un’elaborazione collettiva dello spirito umano del quale mette a nudo, e maschera nello stesso momento, alcune tendenze inconsce. Sarà Gustav Jung, con la teoria dello “psichico”, che insieme all’inconscio forma la coscienza, cioè la capacità dell’uomo di narrare al proprio IO le situazioni esterne. Si affronta in questo modo il problema dei contenuti di “realtà” del mito in quanto, se da una parte la condizione di apprendimento della realtà esterna portano a contenuti di coscienza oggettivi, tuttavia quei contenuti costituiscono una realtà psichica soggettiva in quanto prescindono dal giudizio di valore ontologico sull’esistenza in sé dell’oggetto. La realtà psichica si oggettivizza maggiormente nel momento in cui a definirla concorrano medesimi atteggiamenti di più individui. Nel mito dunque emergono dall’inconscio e si attualizzano gli “archetipi” che sono forme costanti di rappresentazioni che si ritrovano simili in ogni tempo e in ogni luogo. Ciò che spiega il fenomeno della similitudine dei miti presso tutti i popoli, per lontani che possano essere stati nello spazio e nel tempo.
Le due scuole di pensiero della prima metà del secolo scorso, quella storico-culturale e quella fenomenalistica, riprendono lo storico dualismo in considerazione che il mito, per la scuola storico-culturale, in quanto attività fantastica e mitopoietica, è uno stadio diverso e inferiore di quello razionale in quanto, sulla base di un supposto monoteismo primordiale, l’elemento religioso costituisce un bisogno speculativo nei primitivi, mentre nei cicli posteriori prevarrebbe l’aspetto mitologico. Per B. Malinowski, al contrario, il mito è una narrazione utile a far sorgere una credenza, una base per un rituale o un modello di comportamento religioso o morale. Per la scuola fenomenologica il mito è una categoria del sacro, così come apparve, dato che all’uomo primitivo il Sole, la Luna, i Vulcani, le nuvole, ecc. furono considerati come pieni di vita, perché riconosciuti forniti di attività e diventano manifestazioni mitiche quando si applica la teoria del “numinoso”. Gli atti di culto diventano rappresentazioni drammatiche degli avvenimenti descritti nei miti e sono questi che realizzano la natura vera dell’uomo, rendendolo cosciente dell’origine divina e della possibilità di partecipare al divino. Eliade infine pone una netta distinzione fra sacro e profano, inserendo il mito nel novero dei fatti sacri, insieme ai riti, alle forme divine, alle cosmologie, ecc. e, come tutti gli altri fenomeni del sacro, il mito è una ierofania, una manifestazione del sacro, con valore storico e valore di archetipo universale. Per Frobenius il mito è qualcosa di autonomo, alla pari di una forma musicale, dove i mitologemi sono il materiale originario elaborato dalla fantasia mitopoietica secondo parametri avulsi dall’evoluzione storica e dalle strutture sociali. Anzi i miti, per altri, sarebbero il mezzo della “fondazione”, ciò che permette all’uomo di collocare se stesso nel Cosmo.
Raffaele Pettazzoni
L’italiano R. Pettazzoni ritorna a Vico per riprendersi il concetto di fantasia mitopoietica quale funzione originale dello spirito, insistendo sull’autonomia e gli aspetti creativi d’interpretazione di realtà contenuti nel mito. Questo non è finzione o favola, ma storia vera di fatti accaduti in una condizione antecedente che però determina il presente mediante la sua sacralità e i riti che ne derivano in quanto utili al gruppo. C’è poi lo Strutturalismo che, se da una parte ci illumina sul meccanismo logico in cui ogni mito viene strutturato, poco dice sulla sua natura, salvo che servirebbe a fornire un percorso logico per superare una contraddizione. 
Dice Ivo Nardi, sul cui lavoro ho saltellato per ricavare questa sorta di bignamino della storia del mito e al quale doverosamente rimando, sito www.Riflessioni.it:

Tutti coloro che hanno fino ad oggi studiato il mito, hanno, sia pure in modi diversi, sottolineato la sua importanza per la costruzione ideale e concreta delle istituzioni sociali e culturali. E, tuttavia, proprio questo aspetto è rimasto ai margini della ricerca, perché non è stato mai posto chiaramente l'interrogativo su chi abbia inventato o narrato il mito. È invece in questa direzione che oggi il mito viene ripensato, nella sua capacità di fondare fortissime istituzioni, …

(Immagini da Wikipedia)
(segue)


9 commenti:

  1. Signor Francu il suo intenso "Bignami" sui miti è molto interessante .Le chiedo come certi miti possano trovarsi uguali in popolazioni lontane fra di loro che,certamente,non avevano la possibilità di comunicare fra di loro.( Lo so l'ha spiegato ma è difficile accettarlo) Un altro argomento che mi interessa tanto è quello dei" miti come costruzioni dell'immaginazione a supporto di riti e culti,,,,,,,,,,si materializzano i dogmi,,,,,,,,,e si pongono come substrato per l'esercizio del potere"."il mito è un prodotto fantastico...privo di alcuna verità"Possibile che non ci sia, in origine, nemmeno una piccola base di verità?Aspetto con grande interesse la terza parte ed il suo Jolly.

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  2. Lo so che è spaventoso leggere questa seconda parte, ci vuole davvero del coraggio genuino per arrivare sino in fondo. Io lo considero una pena necessaria, perché sarà di supporto ad alcuni ragionamenti che verrò a proporre.
    Come e perché i miti si somiglino pur sorti in tempi e zone diverse, è una constatazione e io non ho una mia spiegazione, e mi pare che, in questo senso, la scienza sia rimasta ferma alla teoria degli archetipi di Jung.
    Quanto alla potenza dei riti e dei culti, e dl potere di chi li celebra, basta andare a leggersi il Vecchio Testamento per comprendere il potere di Aronne e il rispetto per il vecchio Melchisedech.
    Ma anche nella religione nostra attuale, si comprende l'importanza delle "rappresentazioni drammatiche" di racconti descritti nei miti, prima fra tutte quella della Santa Nessa, alla quale siamo precettati nei giorni di festa.

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    1. Parole sante Francu, è a dir poco spaventoso, ma ti posso dire che sono testardo come un mulo ed avendo avuto a che fare con “ Il pendolo di Foucault”, che per ben tre volte ho smesso al primo capitolo, ma la quarta volta l’ho letto d’un fiato; e dopo aver letto “L’isola del giorno dopo” che a pesantezza non è da meno, ma è incredibilmente affascinante; e dopo essere arrivato a metà, per ora, de “Il ramo d’oro, studio sulla magia e la religione” dell’antropologo James Fraser, leggere questa parte del tuo articolo e stata quasi una passeggiata. Per tanto invito tutti coloro che non riescono a superare le prime dieci righe a farsi le ossa con i suddetti mattoni.

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  3. E' vero non è stato semplice leggerlo ma molto,molto interessante,di sicuro e siamo in trepida attesa per la parte finale.Istruirsi,sopratutto nel bignami esaustivo,è piacevole.

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  4. Grazie Sig. Francu, il tema non soltanto è molto bello oltre che complesso, ma come la lettura mi sembra stia rivelando, è persino necessario... Attendo inquieto i prossimi passi e i suoi ragionamenti. Un caro saluto

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  5. Ho rifinito anche la terza parte, dove vi regalo due schiccherie che dimostrano come i Sardi custodiscono o costruiscono i miti. Due filmati e una domanda finale.
    Spero che Sandro l'aggiusti presto e lo proponga quando crede opportuno.

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  6. …trepida attesa…,
    …attendo inquieto…
    Se ho ben capito, volete sapere tutto e subito; e avete tutte le ragioni, visto il mattoncino da voi, anzi noi, sorbito. Abbiate pazienza ancora un po’.

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  7. Facciamo che abbocco all'amo di una studiata strategia editoriale e astutamente indovino che si parlerà di balentia, furconi de Prabanta, sa Pedra sposa e Setti Fradis: mai post avrà generato tante etichette esclusive e annunciatrici (chissà quali altri post raggrupperanno mai).
    Unite queste voci con un filo logico e avrete l'ultimo capitolo di Francu; che non si mette il problema di nascondere le sue carte, perché la maestria sta nel filo.

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  8. Quasi ci azzecchi, Francesco. La strategia però serve a far saltare su questo blog chiunque s'interessi ai fatti nostri. Ci sono, nei siti dei Comuni sardi, imprecisioni pazzesche sulla storia e la cultura sarda. Si ha la sensazione di un bambino che ha preso un coltello per tagliare i legnetti e si è fatto la bua da solo.
    Dunque, ben vengano anche da noi.

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