giovedì 18 giugno 2015

IL MITO, LA STORIA, LA SARDEGNA 3

di Francu Pilloni

      3. La Sardegna e il mito

Menando il can per l’aia, come usa dire, e zampettando su concetti filosofici ardui da ridurre in spiccioli, ho portato il discorso al punto che più ci interessa, vale a dire a parlare di noi, di noi Sardi in particolare. 
Ringrazio chi ha avuto la pazienza di sopravvivere alla fatica improba per giungere allo scopo che non era affatto nascosto, in quanto evidenziato nel titolo.
Ora, se io chiedessi che rapporto ha la nostra isola con i miti, escludendo quello di Atlantide però, per oggi lo lasciamo nel cassetto, cosa mi si risponderebbe?

E siccome ve l’ho chiesto, cosa mi dite?
In attesa di riscontri, è noto come io viva nell'impazienza, mi accontento della risposta che ho trovato da me stesso: ecco che dico, perché lo penso e ne sono convinto, che la Sardegna ha un rapporto privilegiato col mito. Affermo anzi che la Sardegna è la fabbrica dei miti. Per dirla tutta, la Sardegna è la patria dei miti perduti.
Max Muller
Sono d’accordo, e lo so bene, che alcuni miti sono sopravvissuti sino a noi, ora che sono stati scritti hanno attraversato il fiume torbido dell’oblio. Per dire dei più conosciuti, pensiamo a quello dei Setti Fradis oppure, per restare nella mia zona, la ex Curatoria de Parti de Montis, ora Marmilla allargata, mi piace ricordare la leggenda de su Furconi de Prabanta cun Luxia Arrabiosa, su contu de Sa pedra sposa e altri che sarebbe inutile nominare, visto che non c’è l’intenzione di censirli, né di analizzarli. Una manciata solamente della memoria di un popolo antico che aveva affidato a un nume ogni sorgente e ogni pozzo, che concesse un’anima sensibile ad ogni albero e una dignità spirituale a ciascun animale. Anche le grotte, le rocce, i fiumi, le cime dei monti si agghindavano di presenze sovrasensibili, secondo la concezione naturalistica sostenuta da Max Muller, in considerazione del fatto che i miti sono personificazioni di forze naturali.
Diversamente dall'intuizione poetica di Gabriele D’Annunzio de
G. D'Annunzio
“La pioggia nel pineto” dove gli umani regrediscono a vegetali e a natura inanimata per immedesimarsi in essa, i Sardi fanno partecipi della loro umanità gli elementi naturali che umani non sono, a essi concedono indiscriminatamente la magia della vita e il mistero di cui essa è parte integrante. Se queste sono le premesse, è naturale che le leggende siano sgorgate dall'anima come pioggia di ghiande sotto il vento autunnale, perché i Sardi, noi Sardi, sappiamo raccontare le storie sul filo di una effettività probabile, sempre in bilico fra il reale e il magico.
È importante, oltre che curioso, osservare come i miti della Sardegna antica abbiano resistito e siano sopravvissuti al mutamento di religione e si siano sovrapposti a questa. Come esempio, e se ne potrebbero portare diversi, mi piace accennare a quello che a una prima lettura appare un compendio delle verità della fede giudaico-cristiana, tramandato dal popolo come Su contu de (santu) Matì (o Martinu?), il quale prevede come finale a effetto la sfida fra un demone tentatore e un mendicante (o anche un carbonaio) che trova scampo perché si fa forte della conoscenza de Is Paraulas Mannas (o Bonas), Le Grandi Parole, grandi perché importanti e basilari per la religione. Ecco che, sebbene i Comandamenti delle Tavole Sinaitiche siano dieci, le Paraulas in questione sono dodici, non una di meno, non una di più, e già questo è un segno potente, dato che il Dodici è stato il numero sacro per gli antichi Sardi, ma ancora oggi ci si raccomanda a su Santu Doxi, il Santo Dodici, per non parlare di altre espressioni parallele. Nella leggenda, la seconda Parola Grande, quella relativa al numero due, riferisce delle due tavole della Legge mosaica, mentre quella del tre riporta alle Tre Marie evangeliche; il quattro agli Evangelisti e così a seguire. 
Ma l’uno? La prima Parola Grande?
Seguendo la logica del credo giudaico-cristiano, l'Uno spetta necessariamente e esclusivamente a Lui, all'Unico Dio, Jahvè potente e geloso. Invece la nostra Prima Parola Grande recita esattamente così, in tutte le versioni: Uno: è più il Sole della Luna. Questo è un punto fermo, assoluto, una verità ancestrale, carica di simboli, che nessuna predica, nessuna ipocrisia, nessuna promessa, minaccia o persecuzione, niente di niente è riuscito a togliere dalle Parole Grandi della cultura sarda nel corso dei secoli, non pochi dei quali sono passati pesantemente su questa terra.
Rudolf Otto
In più dico che nella dizione “Parole Grandi” riecheggia la presenza della “parola potente” insita nei miti, per dirla come i filosofi più noti della corrente fenomenologica, Rudolf Otto e Gerardus Van der Leeuw fra essi, il quale ultimo arriva a dire che il mito è la parola stessa.
Il mito infatti viene codificato perfettamente nel linguaggio popolare, impenetrabile ad ogni aggiunta e intollerante a qualsiasi mutilazione.
Fissi e immutabili come i riti di ogni religione, i miti possono essere alla portata di tutti, nel senso che ciascuno può venirne a conoscenza, oppure possono escludere una parte del popolo, con differenziazioni in base all'età, al sesso, o a diverse situazioni o appartenenze. Fenomeni facilmente verificabili nella stessa prassi religiosa che viviamo quotidianamente, con diversificazioni di età per accedere ai Sacramenti, o esclusione da essi in dipendenza del sesso. Senza dubbio la parola nel mito-rito spetta a un officiante che abbia il carisma riconosciuto. Non è mai alla portata di ognuno: su sagrestanu no cantat missa, è detto, il sacrestano non celebra messa!
In questi spezzoni di filmato, frutto di una ricerca antropologica in Marmilla, a rafforzare quanto detto sulla sostanza e sulla forma del mito, si può notare come una donna più anziana corregga ripetutamente una meno anziana, quando questa non usa le parole esatte del racconto, e si sostituisce ad essa, mentre nell'altro un anziano tiene la scena come e forse meglio di Eduardo (e non sembri eresia!) nel suo raccontare dalla penombra, con sapienti pause e gesti appropriati, avvenimenti assolutamente straordinari, che per lui e per il popolo sono decisamente normali e a prova di smentita, in considerazione che portano tanto di testimoni, citati per altro con nome, cognome e soprannome.
Penso però che abbia ragione Ivo Nardi, che ho già citato, quando dice che tutti gli studiosi hanno messo in evidenza l’importanza del mito per la costruzione delle istituzioni sociali e culturali.
Giunto alla fine, domando: quale sarà mai stato il mito che ha influenzato maggiormente la costruzione delle istituzioni sociali e culturali della Sardegna?
In attesa di riscontri, impaziente quale io sono, anche questa volta ho trovato una sembianza di risposta: io affermo, perché lo penso, che il mito sardo di gran lunga più importante sia legato alla Balentia.
Su questa Paraula Manna, la "parola potente" dei filosofi fenomenologici, fu certamente costruita la piattaforma culturale e sociale dei Sardi ab antiquo. Una piattaforma che ha retto per millenni, finché l’abbiamo vista sfaldarsi sotto i nostri occhi, gli occhi di chi ha passato almeno la cinquantina.
G. Van der Leeuw
E allora mi viene un dubbio, il ragionevole dubbio che segue la precedente osservazione ineludibilmente, come la coda del cane va appresso alle orecchie: se il mito è la parola stessa, come dice Van der Leeuw, può essere che noi Sardi abbiamo perduto il Mito, e con esso la nostra piattaforma culturale, proprio quando abbiamo perduto la Parola?
Con la lingua, quella delle Parole Grandi e quella delle parole piccole, stiamo abbandonando i nostri miti, a dispetto di chi vuol persuaderci che i miti della Sardegna possono essere declinati anche in inglese?
Non ostante la mia insopprimibile impazienza, a questa domanda non oso rispondere.
Ho paura di quello che dovrei dire.


video







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(foto da Wikipedia)
(i video sono tratti dal DVD "Contus de Marmilla", a cura di F. Pilloni, A.P.E. Sardinia ed. 2007)






33 commenti:

  1. Menomale che il mio cuore è forte,signor Francu! Dalle prime righe l'emozione è stata incontrollabile.Quanto amore per la Sardegna c'è in questa ultima parte.Vorrei essere un poeta per descrivere le mie emozioni nel leggere il suo scritto.Credo che quando avrò bisogno di allontanarmi dalla brutta realtà,leggerò e rileggerò quest'ultima parte,signor Francu.Il video dello stupendo vecchio sardo,mi ha fatto piangere,lo dico senza vergogna.In vita mia non avevo mai sentito chi si esprimesse con tanta poesia e tanto amore per la Sardegna.Forse sono esagerata ma,in questo momento sono frastornata e non riesco a dire altro se non grazie,grazie.

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  2. In che senso "Il Sole è più della Luna"? davvero dice così la parola grossa?

    Bene, hai illustrato la questione, che gira intorno alla (forse) necessità del mito -in senso lato suppongo-e la trasmissione di esso attraverso la catena generazionale per la strutturazione costruzione e l'integrità delle istituzioni socio-culturali; credo che tutto il tuo discorso abbia il nocciolo della scrittura, oltre che della parola: come se tu ci stessi dicendo "Okai abbiamo mantenuto le nostre istituzioni fino a che sapevamo e potevamo scrivere e parlare alla nostra maniera; dopo che ci hanno tolto la nostra scrittura e la nostra parola, la nostra struttura socio-culturale è crollata o è tanto cambiata che non la riconosco più". Ammettiamo che io ti abbia capito, a grandi linee, e che la tua ipotesi sia vera: e adesso?
    Voglio dire chi di noi non si è detto nella vita "Mi è crollato un mito", però poi bisogna pur ripartire. Dopo che hai fatto la diagnosi, come è la terapia?

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  3. Quand’ero piccolo, ricordo che mia madre parlava delle “masche” con gran rispetto, temendo di irritarle con gesti o parole, come se vivessero sempre al nostro fianco. Erano un'entità “viva” della sua esistenza. La masca, rigorosamente femminile, di per sé una presenza non necessariamente negativa, poteva diventarlo se irritata. Se spariva qualcosa la colpa, nove volte su dieci, era delle “masche”. Deriva tale parola, forse, dalla cultura longobarda che ha intriso, così a fondo e per quasi un millennio e mezzo, alcune parti della mia regione . Ora, da decenni, i giovani non ne sentono più parlare e a parte qualcuno, che ricorda i racconti della nonna, la maggior parte di essi ignora del tutto il significato della parola. Non so se sto andando fuori tema, se le “masche” possano assimilarsi ad un mito, credendo che un mito sia comunque legato ad una sfera religiosa e soprannaturale. Tuttavia, sono certo, senza esserne contento, che i miei nipoti non sentiranno mai più parlare di “masche”. Proprio perché in sole due generazioni è cambiato un mondo che sonnecchiava per millenni. E, noi, che ci siamo trovati in mezzo a questa cambiamento, come spettatori spesso inconsapevoli, oggi, non sappiamo dire se sia meglio o peggio.

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  4. Signor Ergian45,secondo me è molto peggio.Si rende conto quanto perderanno i giovani rispetto a noi che avevamo il piacere di ascoltare i racconti, dei nostri vecchi, riguardo ai miti! Certe storie ti restano impresse nella mente finchè vivi.Ha ragione il signor Francu riguardo al mito della "balentia".Forse noi sardi e, sopratutto,le nuove generazioni avranno la fortuna di sentire, a lungo, i racconti sulla balentia.

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  6. Questi documenti filmati sono oro puro, non solo per le immagini, che sono di supporto, ma per il sonoro che di fatto è memoria storica di prima mano, quella che ci restituisce la musicalità di quel modo di parlare in un continuo senza soluzione di continuità di modi di dire che, nella sequenza dei discorsi, restituiscono immagini; ecco che allora il filmato sonoro si arricchisce di una sequenza fotografica mentale. Riflettendo su quanto appena scritto mi accorgo del fatto che se chiudessi gli occhi e solo ascoltassi, vedrei i film della memoria ed il protagonisti di questi sarebbero i miei genitori, i mei nonni i miei zii, i conoscenti di quand’ero bambino, quando a San Gavino sentivo storie simili ed altre ancora in un susseguirsi di fatti, benchè banali a volte, sempre intriganti e avvolti da un’inspiegabile fascino agli occhi di un bambino.
    Grazie Francesco.

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    1. I nonni,gli zii moriranno ma per permettere a tutti i bambini di usufruire "dell''inspiegabile fascino" l'unico modo è conservare amorevolmente i filmati presentati dal signor Francu.Chissà quanti ce ne saranno!.Il fascino non è solo in ciò che dicono ma anche il poter veder queste zie,nonne e nonni vestiti col loro costume sardo che parlano in limba.Questi documenti hanno un valore storico incommensurabile.

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  7. Atropa, se ha funzionato, l'hai sentito dal primo filmato.
    Nella sfida, il demone chiede al finto mendicante, che era appunto "Matì de paraulas Mannas" o Bonas: chi ses Mati Paraulas Mannas, m'has a nai it'est Unu! (Se sei Matì Parole Grandi, mi dirai (mi saprai dire) cos'è Uno).
    La risposta di Matì è immediata: Unu est prus su Soli de sa Luna (Uno è più il Sole della Luna. Quella è, nella parlata popolare, ha il senso di "conta di più" es.: su sindigu est prus de s'assessori), o anche "sta più in alto nella gerarchia" (es.: Capitanu est prus de marisciallu) o altre cose simili. Questa affermazione perentoria dà da pensare anche a un rovesciamento del potere, un passaggio dal matriarcato primigenio che si presume durasse almeno per tutto il Neolitico a un potere patriarcale, dovuto (qualcuno ha detto) all'arrivo di genti nuove nell'Isola, fossero pure parte di quei Popoli del Mare o Sharden, di cui si cerca di stabilire una datazione, tra venuta, andata e ritorno.
    Questo è quanto.
    Cosa fare una volta completata la diagnosi, mi chiedi ancora.
    Se fossi il messicano della storiella, ti direi che non riesco a rincorrere tutte le lumache che entrano nella mia capanna.
    Essendo sardo, di quelli tosti di comprendonio, di quelli, per dirla tutta, che pensano solamente una cosa alla volta e hanno bisogno di tempo per farlo, ti dovrei dire che, se aspetti indicazioni operative dame, ripassa tra qualche anno.
    Però, pensando a Grazia che non so come ringraziare, ma spero che mi ricordi nelle preghiere della sera, pensando a Grazia che è andata via dalla Sardegna recidendo qualche filo importante. Direi che è l'amara sorte di tutti i migranti del mondo, di ieri e di oggi: si allontanano e il legame con la loro terra s'allenta.
    Il miracolo però, qui da noi, è stato quello riuscire a far patire l'esilio anche a chi è rimasto qui. In sardegna, anche i Sardi che non sono usciti di casa hanno sviluppato ilo complesso del migrante o disterrau, come diciamo meglio qui.

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  8. Siamo tutti noi,signor Francu a ringraziarla per la sua grande capacità di suscitare in noi emozioni e ricordi della nostra amata terra.

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  9. Ho scritto Sharden, non ostante Bartoloni. Ma una certa libertà, concessa ai sapienti, perché dovrebbe essere conculcata agli Ignoranti?
    Ora usufruendone a pieno, potrei leggere SHRDN anche Sheridan e dare una conferma: storicamente il Tenente Sheridan era sardo di quelli tosti e di sicuro andava per mare, visto che approdò a Civitavecchia, che resta sempre il porto di Roma.
    Per coerenza, forse si dovrebbe scrivere proprio Sheridanu, così che la mia teoria, e quella di Bartoloni, resti più credibile: non siate parchi, ma date una vocale a ogni consonante. Ad libitum, s'intende!

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  10. In merito alla discussione tra Atropa e Francu, se sono riuscito a seguirla (prendo per buono che Francu, implicitamente, dia per buono quello che Atropa supponeva per buono), semplificherei ulteriormente (senza perdermi dietro a bave di lumaca all’ombra di qualche sombrero): “dopo che ci hanno tolto la nostra scrittura e la nostra parola, la nostra struttura socio-culturale è crollata o è tanto cambiata che non la riconosco più” (fondamentalmente si è persa la trasmissione intergenerazionale dei miti, in senso lato, necessaria alla strutturazione, costruzione e integrità delle istituzioni socioculturali di un popolo); questa la diagnosi (di Francu), ma (chiede Atropa) la terapia?
    La terapia, seguendo il filo, concernerà la ripresa della lingua (fatto salvo che comunque eventuali prossime strutturazioni socio-culturali, che pure potranno generarsi dal ri-innesto con quanto di più allineato a quella lingua, saranno inevitabilmente ancora nuove e chissà quanto riconoscibili anche per i meno “disterrati in patria” di oggi); ma parlare di ripresa della lingua ci infila, come da qualsiasi punto della circonferenza di questo intuibile largo imbuto, nel catino del discorso su “COME ri-innestare QUALE lingua”, catino che ogni volta finisce per somigliare a tutto fuorché a un vero imbuto che porta naturalmente alla sua finale via d’uscita.
    Era questo che Atropa chiedeva al defilato Francu? Quali idee lui abbia sul come ri-innestare quale lingua? E Francu, dopo tanto post, davvero lascerebbe cadere così tanta domanda?
    Poi, Francu, dimmi tu se su questo Uno mi sto avvitando a vuoto: secondo te è da intendere Uno come ordinale (“Primo:”), a indicare il primo insegnamento da ricordarsi (Conta più il Sole della Luna), o “Uno è più quello che è il Sole che non quello che è la Luna”, laddove Uno diviene allora un’entità divina/sacrale? Mi sa che non cambia la sostanza: in entrambi i casi (più che il passaggio dal matriarcato al patriarcato) parrebbe riconoscibile l’abbandono dell’unità androgina e, con essa (se non sto prendendo troppo slancio), del concetto di entità divina/sacrale compendiante tutto e quindi tutti gli opposti, perciò onnicomprensiva e senza gerarchie in subordine; l’abbandono di tale entità, dicevo, per un’altra più definita e quindi implicante gerarchie subordinate.
    Dal panteismo al politeismo?

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  11. Francesco, sei entrato nella pancia del problema. Non ho detto cuore, perché il tuo ragionamento scaturisce da esigenza di utilità e non di sentimento del quale ne abbiamo piene le orecchie e, come pamperi frustrati, siamo pronti a inventarci cento milonghe campere.
    Uno, dunque, col significato non di singolo, ma di basilare, di punto fermo da cui partire, su cui costruire. E siccome, come ben noti anche tu, il Sole (il Maschile) conta più della Luna (il Femminino) e pertanto non sono più distinti, ma indissolubili, il significato porterebbe ad un cambiamento di religio, da quella simboleggiata dalla Gran Madre a quella del Sardus Pater o IHW, il dio unico cananaioco, come si legge in continuazione nei documenti nuragici.
    Mi pare di ricordare che questo concetto lo ribadisse, in una conversazione Lilliu o forse Ugas (o magari ambedue).
    Se questo fosse esatto, allora e per altre vie si potrebbe datare la nascita di quelle Paraulas Mannas tutte sarde che io, in un libro che non mi decido a pubblicare, ho chiamato Paraulas Antigas, delle quali è sopravvissuto solamente il primo dogma.
    Per quanto riguarda il che fare dopo, anzi adesso, io dovrei essere un "cristiano" politico almeno quanto Pigliaru, che cristiano suppongo che lo sia, politico invece mi sforzo di immaginarmelo.
    Dunque, e ora provo a ragionare come il politico vero che abbiamo in Italia, sebbene sia portato a scegliere l'interfaccia che ne dà Crozza, caro Francesco, oggi non serve fare ulteriori domande, ma fare; non chiedersi più quale lingua insegnare, ma insegnarla; non chiedersi più quale piattaforma culturale ricostruire, ma ricostruirla.
    Ora, se queste cose e altre simili le dicesse domani Soru, Pani o Casu, sarebbe un manifesto elettorale di alto profilo. Dette da me, restano una barzelletta che farebbe il suo effetto solamente se precedute da due bicchieri di Nuragus.

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  12. A proposito di Monoteismo e Politeismo.
    A parte il fatto che il Monoteismo non esiste, nè mai è esistito, neanche oggi col Cristianesimo che di Tre ne fa Uno, ma li circonda di una tribù di personaggi con doti ultraumane che si pongono come ricevitori di preghiere e dispensatori di benefici, chiedo come si fa a parlare di monoteismo in Sardegna quando ogni sorgente aveva il suo nume,ecc. ecc.
    La civiltà umana, mi pare di capire, è costruita "a immagine e somiglianza" di quella divina: ci sarà un padre e una madre, un nonno e una nonna, i figli fra i quali uno p0rediletto, forse il Primo, i nipoti e, di conseguenza i fratelli, i cugini, gli zii.
    Insomma, tutta una tribù divina, come quelle umane perché, se Dio ha fatto l'uomo a sua immagine e somiglianza, non v'è dubbio che l'uomo si sia costruito il divino a immagine e somiglianza dell'umano.
    E se dovessi dire una parola in più, mi chiederei se ha più bisogno l'uomo di Dio oppure Dio dell'uomo.
    Allo stato attuale, l'uomo esiste di per sé e non ha bisogno di nessuno per farlo, mentre Dio ha bisogno di essere immaginato dall'uomo per esistere nel mondo. O non è così?

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  13. Tanti anni fa feci questa riflessione: non c'è tempo senza vita non c'è vita senza tempo. Parafrasandola potremo dire: non c'è uomo senza dio, non c'è dio senza uomo. Da qui possiamo fare tutte le elucubrazioni che vogliamo.

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  14. Una precisazione importante.
    Mi scrive Ivo Nardi che il link giusto su cui ho serpeggiato si riferisce a quello dell'Enciclopedia Garzanti di Filosofia: www.riflessioni.it/enciclopedia/mito.htm
    Diamo dunque a Dio quel che è di Dio. Quanto a Cesare, sa come prendersi il suo, anche in anticipo.

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  15. L'interfaccia Crozza,è molto,molto migliore.Chissà se il nostro grande politico(mi chiedo, come mai noi italiani scegliamo comandanti,così disturbati psichicamente),forse anche lui, unto dal signore,troverà soluzioni ai quesiti::Sole,Luna,Dio,uomo.!

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  16. Vedo che non si aspetta molto da Grande Timoniere Toscano. O sbaglio?

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  17. Più che grande timoniere lo definirei grande imbroglione megalomane e,come al solito,gli italiani,si accorgeranno,in ritardo, a che sfascio ci porterà.Di una cosa però lo devo ringraziare:mi ha fatto capire quanti servi oppurtunusti ci sono nel mio ex-partito.

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  18. Aggiungo un'ultimo pensiero:dove sono finiti i milioni d'italiani che piangevano al funerale di Enrico Berlinguer? Lui sarebbe stato un ottimo timoniere,non parolaio e non presuntuoso.Se Almirante andò al suo funerale,forse significa qualcosa-Scusate ma la politica sana,è il mio chiodo fisso.

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  19. Aggiungo un'ultimo pensiero:dove sono finiti i milioni d'italiani che piangevano al funerale di Enrico Berlinguer? Lui sarebbe stato un ottimo timoniere,non parolaio e non presuntuoso.Se Almirante andò al suo funerale,forse significa qualcosa-Scusate ma la politica sana,è il mio chiodo fisso.

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  20. Berlinguer è il "mito".
    Intorno gli son cresciuti i D'Alema, i Bersani, i Burlando, i Fassino e tutti quelli che ci hanno portato sin qui, nessuno dei quali è migliore di Renzi.

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  22. Ecco è quello che le volevo scrivere anch'io "un mito".Per il resto ha ragione ma gli altri non sono rottamatori,lui invece è restauratore dei delinquenti,vedi De Luca ,Paita ecc.

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  25. Signor Francu,mi permette un'ultima precisazione:poichè,spesso,vado fuori tema,avevo pensato di scrivere subito Berlinguer uguale "mito",ma pensavo che lei dicesse che ero esagerata,perciò mi sono astenuta.Si chiede come mai il rottamatore ha salvato i rottamandi(Fassino,Burlando-l'affogatore dei genovesi-,il giovane Zanda che si è piegato al nuovo padrone)? Chi si inchina al dittatore.è salvo.Lei che è stato ed è un ottimo maestro,cosa ne pensa della"Buona Scuola"?Ho superato il fuori tema.

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  26. Non ho letto il ddl, penso però che non si può andare avanti così, visto che siamo in coda anche a chi precedevamo di tanto.
    Per troppi anni hanno relegato la scuola in un angolo, come polvere da buttare.
    Io sono convinto che nella scuola servono buoni docenti, anzi ottimi, che vanno pagati per quello che rendono, invece portano a casa la stessa paga dei lavativi e degli incapaci.
    Per fare un esempio, ha visto quante insegnanti, anche di scuola materna, maltrattano i bambini? Come è stato possibile che questi personaggi siano arrivati dietro una cattedra? Come mai nessuno si era accorto prima? Non c'era un dirigente?
    Per quanto riguarda il finanziamento della scuola privata, lo ammetterei se lo Stato avesse un surplus da spendere. Ma così!
    Non dimentichi che le elargizioni furono introdotte dal ministro Berlinguer, con D'Alema capo del governo. I sindacati erano in ferie, naturalmente retribuite.

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  28. Come sempre,signor Francu,ha ragione.Di Berlinguer "mito"ce n'è stato uno solo.Quello che non accetto è il fatto che il bulletto fiorentino,faccia finta di essere di sinistra ma non lo è affatto,Dubito che il dirigente di ferro riesca a scoprire insegnanti che maltrattano i bambini.Parto dal principio che difficilmente le persone disoneste possano fare cose oneste e buone per ll bene delle persone,e mi creda,lui è solo un pallone gonfiato che attua solo le direttive di certi poteri forti..

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  29. Signora Grazia, di destra e di sinistra ha provato a parlarne Gaber e l'argomento sarebbe esaurito.
    Mi viene in mente la parabola (ecco sempre il mito fra i piedi) dell'uomo che aveva due figli e la necessità di lavorare il campo. Disse al primo figlio di andare a lavorare e quello disse prontamente di sì, uscì di casa e se andò per i fatti suoi. Il secondo figlio, invitato dal padre a recarsi al campo, disse apertamente di no, uscì di casa, ci ripensò e si recò a lavorare nel campo.
    Ora, posto che nella superficiale morale sindacale italiana il padre sia comunque di destra, considera di sinistra chi collabora e produce solamente a parole o chi invece lo fa veramente?
    Posto che il suo pocoamato Matteo sia il padre, è di sinistra Fassina e Cofferati oppure Orfini e Serracchiani?
    Io penso che, chiunque sia il padre, il campo vada comunque lavorato dato che i lavoratori mangiano se, quando e di quello che producono.

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  30. Ribadisco signor Francu,come ho scritto,pochi minuti fa,che lei ,per me,è un mito,mi piace la sua parabola ma tutto il resto assolutamente noooo. 1) Renzi,non può essere padre di nessuno,dubito anche che lo sia per i suoi figli, e poi non associ Fassina e Cofferati(che critico per tante cose) a due voltagabbana come Orfini e Serracchiani,Si ricorda ,vagamente,com'era all'inizio questa donna? Le cose che ha detto contro Renzi? Ora è diventata una sua fedelissima.La reputo una donna intelligente,molto di più delle altre renzine-veline,ma ancora più colpevole perchè si è venduta per il potere.Si ricordi,Renzi,è e resterà un uomo di destra,con piccoli" annunci" rosina pallido.

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  31. Signora Grazia, lei fa bene a non credere alle conclusioni a cui arrivo io perché, e lo tenga bene a mente, chiunque abbia usato le parabole è risultato un manipolatore di coscienze.

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