giovedì 4 giugno 2015

IL MITO, LA STORIA, LA SARDEGNA

di Francu Pilloni


     1.   Cos’è il mito?

Il vocabolo italiano viene dritto dal greco mythos che significa parola, discorso, racconto, favola, leggenda e anche, dilatando il discorso, narrazione fantastica tramandata da una civiltà in forma orale o scritta, con valore religioso e simbolico. 
Questo nell'accezione più comune del termine. 
Uno dei miti più attenzionati e controversi, direi alla moda ancora oggi per motivi che qui non riprendo, è sicuramente quello di Atlantide e della sua scomparsa, riferito dal filosofo greco Platone nel libro intitolato "Timeo". Scrive Platone come Crizia il Giovane, all'età di dieci anni, avesse sentito dal più che novantenne Crizia il Vecchio, la più spettacolare impresa da ascrivere alla fama della loro città, cioè Atene, così come l'aveva intesa da Solone che a sua volta l'apprese dal più attempato dei sacerdoti di Sais, città del Delta del Nilo: si parla della disfatta e della scomparsa di Atlantide, isola aldilà delle Colonne d'Ercole, che dominava tutto l'Occidente ma, sconfitta dagli Ateniesi, nel breve volgere di un giorno e di una notte, scomparve inghiottita dai flutti,
ivi compreso l'esercito ateniese vincitore.
Ecco il testo che riguarda Atlantide, tratto dal Timeo di Platone - ed. Acrobat a cura di Patrizio Sanasi:

Allora infatti quel mare (Oceano Atlantico ndr) era navigabile, e
davanti a quell'imboccatura che, come dite, voi chiamate colonne d'Ercole, aveva un'isola, e quest'isola era più grande della Libia e dell'Asia messe insieme: partendo da quella era possibile raggiungere le altre isole per coloro che allora compivano le traversate, e dalle isole a tutto il continente opposto che si trovava intorno a quel vero mare. Infatti tutto quanto è compreso nei limiti dell'imboccatura di cui ho parlato appare come un porto caratterizzato da una stretta entrata: quell'altro mare, invece, puoi effettivamente chiamarlo oceano e quella terra che interamente lo circonda puoi veramente e assai giustamente chiamarla continente. In quest'isola di Atlantide vi era una grande e meravigliosa dinastia regale che dominava tutta l'isola e molte altre isole e parti del continente: inoltre governavano le regioni della Libia che sono al di qua dello stretto sino all'Egitto, e l'Europa sino alla Tirrenia. Tutta questa potenza, radunatasi insieme, tentò allora di colonizzare con un solo assalto la vostra regione, la nostra, e ogni luogo che si trovasse al di qua dell'imboccatura. Fu in quella occasione, Solone, che la potenza della vostra città si distinse nettamente per virtù e per forza dinanzi a tutti gli uomini: superando tutti per coraggio e per le arti che adoperavano in guerra, ora guidando le truppe dei Greci, ora rimanendo di necessità sola per l'abbandono da parte degli altri, sottoposta a rischi estremi, vinti gli invasori, innalzò il trofeo della vittoria, e impedì a coloro che non erano ancora schiavi di diventarlo, mentre liberò generosamente tutti gli altri, quanti siamo che abitiamo entro i confini delle colonne d'Ercole. Dopo che in seguito, però, avvennero terribili terremoti e diluvi, trascorsi un solo giorno e una sola notte tremendi, tutto il vostro esercito sprofondò insieme nella terra e allo stesso modo l'isola di Atlantide scomparve sprofondando nel mare: perciò anche adesso quella parte di mare è impraticabile e inesplorata, poiché lo impedisce l'enorme deposito di fango che vi è sul fondo formato dall'isola quando si adagiò sul fondale.

Liberiamoci subito la mente dalle varie interpretazioni, dalle tesi di Frau e di tutto l’altro, perché l’unico interesse, qui e oggi, è rivolto a penetrare le modalità attraverso le quali sorge un mito.
La prima delle quali appare lampante dal racconto stesso di Platone quando mette Crizia nonno a raccontare a Crizia nipote: si arguisce che sono indispensabili due soggetti umani famigliari affinché il mito si raffini e si tramandi intatto. Questa è la catena umana che vince il tempo al quale ogni uomo presto o tardi si arrende.
La seconda pure è facile da cogliere, perché congenita con lo spirito degli uomini: il mito di per sé è positivo, dove il male è vinto e il bene, sotto forma di giustizia, di libertà, di benessere, trionfa. Nel mito appena ricordato si parla di un esercito valoroso oltre ogni dire, che si batté per la libertà e per il bene dei popoli, di tutti i popoli che vivono aldiquà delle Colonne d’Ercole. Se poi si va a spolverare i fatti storicamente accertati, ci si accorge che gli Ateniesi si batterono sempre e quasi esclusivamente per i propri interessi, non disdegnando di assoggettare altri popoli ogniqualvolta fu possibile (e così fecero tutti).
Dunque, come terza considerazione costatiamo che il mito se ne infischia della storia, anzi spesso fa la storia, quella storia partigiana in chiaroscuro, dove in chiaro appaiono le ragioni del vincitore, in profondo scuro quelle dell’avversario.
L’altra faccia della medaglia, almeno relativamente alle circostanze di cui parliamo, è una sorta di rivincita del mito sul mito: si sarebbe dovuto parlare del mito di Atene vittoriosa su Atlantide, quando oggi si parla esclusivamente del mito di Atlantide. Perché?
Abbiamo detto che Solone venne a conoscenza della storia durante un suo viaggio alla città di Sais, la quale era considerata la più greca delle città del Delta, in quanto gli abitanti si consideravano parenti degli Ateniesi. E quando Solone, per stuzzicare i Saiti, sfoggiò le sue ricchezze, che poi erano i miti classici di Foroneo, Niobe, Deucalione e Pirra, e via raccontando, il più anziano dei sacerdoti (per rivalsa della storia rimasto pure senza nome) rimproverò a Solone che gli Ateniesi erano dei “bambini”, in quanto ignoravano una enorme quantità di storie relative agli “ottomila anni” di esistenza della città, un’età sconvolgente che però scompariva di fronte ai novemila rivendicati per Sais, mossa dalla quale si arguisce che non furono gli Ateniesi a fondare Sais, ma esattamente il contrario. Erano “bambini” dunque gli Ateniesi perché avevano perduto i miti più antichi.
E come si fa a perdere un mito?
La risposta la diede il vecchio sacerdote senza nome: 

Voi lo ignorate perché i superstiti per molte generazioni morirono muti per non conoscere le lettere.

E questa dovrebbe essere la quarta via (o siamo già a cinque? Comunque state sereni, le nostre vie non sono tante, solo quelle del Signore sono infinite, ma per esse c’è ben altro tempo!): quando la catena nonno-nipote andasse a perdere un anello, il mito zittisce. A meno che … non ci sia qualcuno che conosce la scrittura e così si supera l’ostacolo. (segue)


4 commenti:

  1. Già nella prima parte c'è tanto da meditare,ora aspetto con gioia la seconda parte.In tutto ciò che scrive,signor Francu,c'è sempre da imparare e Lei deve essere stato un ottimo maestro.

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  2. “Allora infatti quel mare (Oceano Atlantico N.d.r) era navigabile”.
    Perché l’Oceano Atlantico? Quali elementi oggettivi vi si trovano nel racconto?
    Osservando attentamente la carta dei fondali del mar Mediterraneo (Les fondes de la Méditerranée), si può comprendere come tra cap Bon, l’estremo promontorio tunisino e la parte più occidentale della Sicilia, vi sia in sostanza un grande bassofondo solcato da una strettissima lingua di mare profondo che arriva ai 1000m, al cui centro sorge come su un acropoli Pantelleria, già leggermente più ad oriente. Dal lato della costa africana la profondità è intorno ai 30 m mentre quella del Banc de l’aventure, dal lato siciliano, è di 99m.
    In buona sostanza, al tempo dei racconti che originarono il mito, per i fondali molto biù bassi di adesso, è probabile che vi fosse, a dividere i continenti, solo una piccola lingua di mare, certamente insidiosissima alla navigazione per la presenza di correnti impetuose.
    Se il mare di cui si parla fosse stato invece il bacino occidentale del Mediterraneo, sconosciuto, peraltro, al mondo greco, tutto tornerebbe a puntino. La conferma di questa ipotesi, che è quella di Frau, arriva puntuale in Platone con il successivo e precisissimo riferimento geografico.
    “: inoltre governavano le regioni della Libia che sono al qua dello stretto (al di qua, cioè dalla parte greca) sino all’Egitto, e l’Europa sino alla Tirrenia.”
    Se fosse stato L’Oceano Atlantico, la Libia non poteva essere così vicina e tantomeno lo sarebbe stata la Tirrenia. Prima della Tirrenia, Platone avrebbe dovuto citare la Spagna, la Gallia, e tutta la parte settentrionale della penisola italiana, tutte regioni più ad ovest della Tirrenia.

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  3. Anche per me esistono ragionamenti molto logici che fanno sembrare le tesi di Frau, e le tue osservazioni, abbastanza plausibili.
    Il motivo per cui ho scritto queste riflessioni non è certamente una rilettura del mito di Atlantide, anche se l'ho preso come riferimento. Lo si vedrà non nella seconda parte, cara Grazia, ma nella terza e ultima dove metterò i ragionamenti di cui sono capace o interprete a confronto con la realtà della Sardegna.
    Per ora, come si dice, ho dato le carte, nascondendo il jolly.

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  4. Sarà un piacere aspettare,con la terza parte,il jolly e,di sicuro,sarà molto interessante.

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