mercoledì 19 agosto 2015

LE DUE FACCE DELLA MELA

di Francu Pilloni

C’era un grosso albero di mele davanti alla stazione del mio paese. Fu piantato nel 1914, all’epoca della costruzione della ferrovia, perciò nel 1954 festeggiò i suoi primi quarant’anni. Era cresciuto tanto che, da lontano, poteva essere scambiato per una quercia, se non luccicassero ben visibili i frutti rotondi tra le foglie. Era un tipo di mela che, da ignoranti, i paesani chiamavano a trempa arrubia, a guancia rossa, e non c’è bisogno di capire perché, visto che io stesso lo compresi quando non avevo che otto anni.


Lo ricordo bene perché quella fu l’età in cui cominciai a scorrere le campagne per fichi e susine, ciliegie e nidi di passiri braxa, passera grigia appunto, che in Italia conoscono più o meno come averla. Non che sia un uccello particolarmente grande (più grande di tutti era l’astore che nidificava in una nicchia della chiesetta campestre di s. Maria, al quale rubavamo l’uovo giorno dopo giorno, per succhiarlo da due fori fatti con uno spino di ficodindia), né era il più bello o nobile (vuoi mettere con le tortorelle!), ma certissimamente era il più
coraggioso, il più generoso nel difendere il nido, specialmente in presenza di piccoli nati, tale che si avventava furiosamente verso i profanatori di nidi, insensibile al pericolo che correva. E, siccome non eravamo impermeabili al fascino delle virtù balentistiche di un animale al quale riconoscevamo lo status di mamma vera, provavamo rispetto e desistevamo. Anzi, nascondevamo di proposito il sito dove il nido si trovava, per paura che qualche babbeo di ragazzo avesse voluto fare il balente a sua volta depredando il nido e portando via gli implumi. Sapete che fine facevano quegli innocenti che manco balbettavano piu-piu? Venivano gonfiati con una cannuccia di fieno introdotta nell’ano e poi venivano fatti scoppiare come un palloncino. Ne avrò combinato delle mie da ragazzo, ma giuro che questo non lo feci neppure una volta.
Alla buonora, torniamo alle mele dalla guancia rossa. Capitò che un pomeriggio, quando da lontano i frutti ostentavano la loro guancia migliore, il capostazione e sua moglie cercassero di prendere le mele mature: lui con una lunga canna che in punta finiva con tre corna, sa cannuga, che serviva per prendere anche e soprattutto i fichidindia, lui da sotto l’albero che imbragava la mela che lei, più discosta, indicava a seconda dell’intensità della colorito del frutto. Era una disputa senza fine perché lei, posta lateralmente a distanza, vedeva la guancia colorata, mentre a lui parevano tutte egualmente verdi o gialloverdi, perché le vedeva da sotto. Il discorrere era colorito, anche perché pensavano di essere soli e inascoltati, per cui si concedevano anche qualche licenza che poetica non ci era mai parsa. Alla fine rientravano in casa col cestino delle mele, stanchi più delle parole che dei gesti.
Ma perché vi annoio con queste amenità, queste schegge di memoria paesane che più insulse non potevano essere? Lo dico subito: imparai, nascosto in attesa che i padroni del melo rientrassero, che le mele, non solo quelle della mia infanzia, hanno forse una guancia colorata, ma che non è dato a tutti di vederla. Anzi, a chi sta a testa in alto sotto l’albero a sentire le indicazioni altrui, non è dato di discernere guancia da guancia e deve fidarsi, bovinamente tenendo per buone le narrazioni che gli vengono offerte.
Mi è venuto in mente che i miti, quelli di cui abbiamo malamente parlato qualche settimana fa, sono come le mele: altri danno le indicazioni e noi confidiamo nel fatto che tutte le mele che ci vengono additate abbiano la guancia rossa.
Ora io dico che se fosse la Verità a farci partecipi dei miti, essa sarebbe una nuova varietà di mela, con due guance rosse. Per pudore naturalmente, in relazione a quanto ci racconta e a quanto ci nasconde.
Dico anche, se mi posso allargare, che i miti sono come la moneta: vale quanto vale nel tuo paese, ma all’estero vale ancora di più se hai vinto la guerra, altrimenti vale nulla e viene ritirata dalla circolazione. Questa è una lezione che ci viene dalla storia.
Per rientrare nel mito di Atlantide, così come raccontato nel Timeo di Platone, chi è disposto a dare una minima percentuale di credibilità al fatto che l’esercito ateniese avesse sconfitto la famosissima, temutissima, supertecnologica Atlantide, prima di sprofondare nel mare con la famosa isola anch’esso, ahimè!, benché vittorioso?
È chiaro che colui che ha raccontato il mito di Atlantide è posizionato come la moglie che guida il giudizio del marito sotto il melo. E bisogna constatare che sotto il melo oggi e nella storia ci ritroviamo in moltissimi, mentre la moglie-mitologa resta sempre una sola monotona voce. Anche a Igino, il bambino di otto anni che tutti conosciamo nel vicinato, esaurito il lungo sospiro per l’avvincente vicenda, prova a chiedersi se Atene esistesse davvero in quel tempo e, in caso affermativo, se fosse già avanzata e potente da potersi permettere un esercito tale da opporsi e vincere il “mito” per antonomasia. (continua)

3 commenti:

  1. Buona giorno a tutti, siamo stati latitanti per un po’ di tempo, ma era necessario ritemprare le forze e lo spirito all’ombra di un poderoso ombrellone, coi piedi a bagno nel nostro meraviglioso mare, rossi come aragoste bollite, lì dove le manine solari ci hanno preso a schiaffi, spostando a nostra insaputa l’ombra del nostro supertecnoligico ombrellone anti raggi UVA.
    Riprendiamo con un curioso articolo di Francu Pilloni, che partendo da lontano ci accompagnerà a visitare un viottolo che nessuno ha mai percorso, per mostrarci il mito da un punto di vista diverso, dal quale si intuisce che in genere lui: il mito, ha solo la parte anteriore delle braghe, quella che si vede dalla strada principale, ma se ci si inoltra nel vicoletto si vedono le mutante.
    Non voglio anticipare assolutamente nulla, ma instillare in tutti voi una gran dose di curiosità.

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  2. Scampato, anzitutto, il pericolo di un approfondimento sulla famosa barzelletta (il lato b della mela) dell'anziano ex cavaliere, e senza voler correre sull'ambiguità della passera, dirò al maschile: poveri passeri, anche se (a darti credito) qualche difensore lo trovavano; e poveri astori, meno male in qualche modo si sono riprodotti lo stesso. Potremmo dividerci, immagino, tra quanti sperano simili passatempi non vengano più concepiti e quanti, invece, trovano conforto nel pensare che ancora ci siano, da qualche parte, bambini che non hanno paura di toccare gli animali e non si fermano davanti all'assenza di un ago di metallo o di una cannuccia di plastica.
    Ci fai sostare sul piano del racconto, Francu, nell'attesa il pensiero sul mito prenda forma; ma già intriga l'immagine scelta per rappresentarlo, la mela con (solo) una guancia rossa, qualcosa che colpisce da lontano, che è difficile acchiappare avvicinandosi (per smontarla, per verificarla).
    Stiamo a vedere quando l'avrai presa.

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  3. Tornare dalle vacanze maremmane(come ho detto altre volte) suggorato della mia splendida Sardegna,trovare un racconto poetico e pieno di ricordi,la canna per prendere le mele,è veramente un bel regalo.Appena leggo un racconto del signor Pilloni,mi commuovo perché i suoi sono poesia ed immersione totale nella realtà sarda,anche con la terrribile crudeltà degli uccellini ma sempre poesia. Passeggiando la mattina presto nella campagna maremmana,vergognandomi un po,' vista la non più tenera età,invece delle mele mi servivo,direttamente dall'albero di susine claudia,in ricordo dell'età fanciullesca.Aspetto con ansia le prossime puntate.

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