sabato 29 agosto 2015

Le due facce della mela III - SU CONTU DE REIMALLORU (La leggenda del Minotauro)

di Francu Pilloni

C’era una volta un re che si chiamava Meristeddu, perché era il “signore delle stelle”, in quanto sapeva vita, morte e miracoli di tutte le stelle del firmamento. In verità conosceva i nomi delle stelle, i loro movimenti, la stagione del loro sorgere e del loro tramontare nell’orizzonte celeste, tutte cose che lo rendevano esperto navigatore dei mari più aperti, perché sapeva orientarsi guardando il cielo stellato. Viveva nell’isola di Creta con la moglie Europa che era così bella che Zeus, il padre-padrone di tutti gli dei dell’Olimpo, non la perdeva d’occhio e la possedette più volte, facendole generare tre figli, Minosse, Sarpedonte e Radamante, che Meristeddu tenne in casa sua come propri figli, timoroso di inimicarsi il potente Zeus, padrone del fulmine e del tuono, e di tante altre cose sulla terra e nel cielo del monte Olimpo, dove avevano casa quasi tutti gli dei di una volta.
Meristeddu era dunque un re potente e ricco che andava per mare e la grande conoscenza delle stelle del cielo lo aiutava a orientarsi anche di notte, perfino nei mari sconosciuti. Egli infatti era il re di una delle tribù di guerrieri, navigatori e commercianti che venivano chiamate Popoli del Mare e il suo regno era l’isola di Creta. Quando morì, ci fu una certa rivalità fra i suoi figli adottivi per stabilire chi dovesse diventare il nuovo re. Ecco che Minosse chiese aiuto nientemeno che al potente dio del mare, Poseidone, che era il dio preferito da suo padre e da tutti quelli che andavano per mare. Minosse costruì un altare proprio sulla riva del mare così che Poseidone ascoltasse le sue richieste e gli concedesse il suo favore.
“Questa Isola è rimasta priva del suo re da quando Meristeddu è morto. Tu, potente Poseidone, che molte volte hai dimostrato di essere amico di mio padre, fai comprendere quale dei suoi parenti è il più degno di prendere il suo posto per governare quest’isola” pare che dicesse Minosse, sperando in cuor suo di essere indicato egli stesso come nuovo re. Non mancò di promettere al dio del mare di sacrificare in suo onore il più bel toro della sua mandria. Tanto per farselo amico.
Poseidone, che era amico del re morto e voleva bene anche ai Cretesi, portò da lontano un gigante, un uomo possente vestito di pelli di capra, bianche come la Luna d’inverno, che nascondeva la sua faccia con una maschera bianca e in testa maestosamente vestiva un elmo da cui spuntavano due belle corna. Insomma, a prima vista pareva davvero un toro tutto bianco e appunto Toro Bianco lo chiamarono i Cretesi, quando se lo videro davanti. Era mascherato in quel modo perché il toro era considerato un animale sacro, in quanto era il segno del dio Sole il cui disco lucente si poteva immaginare sopra e dentro le corna del toro. Quell’uomo mascherato da toro fu mandato proprio da dio per fare il re a Creta.
Si può pensare come Minosse fosse deluso da Poseidone e invidioso del grande Toro Bianco che comunque fu portato in città, che si chiamava Cunisu e i Greci dicevano Cnosso, e ricevuto nella reggia. Si dice che quel palazzo fosse così grande, così pieno di stanze e corridoi che uno non riusciva più a venirne fuori, senza l’aiuto di chi conosceva bene il palazzo. Fu costruito su precise indicazioni di un certo Dedalo, un architetto ateniese il quale, stando sempre ai si dice, quando terminò l’opera non riuscì più a venirne fuori se non che, insieme al figlio Icaro, s’inventò delle ali e ne venne fuori volando sui tetti. Questa pare proprio un’esagerazione a cui gli antichi spesso ricorrevano quando volevano far capire che si trattava di un qualcosa molto fuori dal comune. Dunque il nuovo re venuto dal mare s’insediò al comando dell’isola, con Minosse che doveva far buon viso a cattiva sorte, ma, per dispetto e per invidia, gli mise a disposizione sette servitori e sette ancelle fatti arrivare da Atene e quindi del tutto ignari della via da seguire per uscire dal Labirinto. Si comprende facilmente che il re Toro Bianco regnasse e vivesse nel lusso, ma praticamente era tenuto prigioniero nel suo stesso palazzo. Questo però non impedì alla moglie di Minosse di far visita al re Toro Bianco. Anzi essa, che si chiamava Pasifae, s’innamorò del nuovo re e con lui fece un figlio, al quale venne dato il nome di Meristeddu, proprio come il re morto. Il figlio del re Toro Bianco era destinato a diventare anche lui un re e per questo gli diedero il soprannome di Reimalloru, che i Greci dicevano Minotauro e lo dipinsero come un mostro, con la testa di toro e il corpo di uomo. Ogni nove anni gli Ateniesi erano tenuti a consegnare i giovani migliori, sette maschi e sette femmine, per stare al servizio di Reimalloru: era uno dei tributi che Minosse aveva imposto agli Ateniesi dopo averli sconfitti in battaglia per una guerra scoppiata per il fatto che un suo figlio, Androgeo, fosse stato ucciso dal re di Atene Egeo, perché era invidioso per le vittorie sportive del giovane cretese. È chiaro che a Minosse convenisse cambiare di tanto in tanto i giovani al servizio di Reimalloru; egli infatti aveva paura che i servi, col tempo, venissero a conoscenza delle vie segrete per uscire dal Labirinto e le rivelassero al Minotauro, al quale intanto potevano essersi affezionati.
Si può comprendere come gli Ateniesi non nutrissero sentimenti di amicizia nei confronti di Minosse, anche perché aveva dato asilo a quel Dedalo che era scappato dalla sua città, Atene per l’appunto, perché ricercato dopo che aveva ucciso un suo apprendista che, pare, fosse così bravo da suscitare l’invidia del maestro. Dedalo infatti fuggì via anche da Creta e si rifugiò in Sicilia, dove fu accolto da Cocalo, re dei Sicani, altro Popolo del Mare. E quando Minosse si recò in Sicilia per riprendersi Dedalo, fu fatto uccidere a tradimento mentre faceva il bagno in un vasca.
Ora, diventato adulto Reimalloru, ebbe nostalgia della terra d’origine del padre, per come egli gliel’aveva raccontata per tante sere seduti intorno al caminetto e gli venne voglia di andar per mare e di visitare i parenti di suo padre. Solo che non riusciva ad uscire dal Labirinto in cui aveva vissuto sin dalla nascita. S’innamorò di lui una figlia di Minosse, Arianna si chiamava, mentre la sorella di Arianna, che si chiamava Fedra, s’innamorò di un giovane ateniese appena arrivato per essere messo al servizio di Reimalloru.
L’amore delle due sorelle pareva impossibile perché indirizzato ai nemici del loro padre, ma era tanto esuberante che s’inventarono l’impossibile: far uscire Reimalloru e Teseo, questo era il nome del giovane ateniese, dal Labirinto e fuggire insieme a loro.
Poiché si sapeva che Teseo non sarebbe riuscito a ritrovare la via del ritorno, Arianna gli consegnò una matassa di filo che lui spiegò man mano che s’addentrava nelle stanze interne. Quando fu di fronte a Reimalloru, gli propose l’opportunità di andar via da quella reggia che era anche la sua prigione, portandosi via le ragazze. La notte fu complice: lasciarono il palazzo che era sul cocuzzolo di un monte e corsero fino al mare, dove trovarono un pescatore che li portò via dall’isola. Fu poi facile trovare un passaggio sulle navi del popoli del Mare o degli Atenesi, così che ognuno arrivasse dove la speranza e il destino li portò.
Di Teseo si raccontarono molte altre storie; di Reimalloru, tornato dai suoi, non si seppe più nulla. Ma su Arianna le leggende abbondano: fu abbandonata sull'isola di Nasso da Teseo; andò in sposa a Dionisio; fu uccisa da Artemide: si suicidò buttandosi in mare. Gli artisti di ogni tempo e luogo si sono ispirati a lei, dipingendola nei vari momenti della sua vita. 

Riportiamo qui la foto del radioso dipinto di Guido Reni che la ritrae insieme a Dionisio: si noti la delusione che le ha dipinto in viso a motivo,  a mio modesto avviso ché uno Sgarbi non sono, dell'esiguità di ciò che indica con la sua mano destra, certo non paragonabile alla dotazione di Reimalloru!
Una leggenda nostrana vuole che Arianna, giunta in Sardegna, continuasse nella sua arte e filasse un filo lunghissimo nei giorni e nelle notti che Reimalloru mancò da casa, travolto dal solito destino che lo volle corsaro per i mari, allo scopo di vendere e comprare, ma specialmente di conquistare e prendersi le cose che allora parevano preziose. Arianna però, così come capitò al suo Meristeddu, fu chiamata con un soprannome che ancora risuona nelle bocche delle nonne, le sere d’inverno, quando c’è un caminetto acceso e un bambino disposto ad ascoltare: la chiamarono Filongiana, o Filonzana, ma anche Maria Filonzana la quale, nelle belle giornate di sole, canta e fila intrecciando i raggi del sole. È una donna sempre giovane, bellissima, alta, con riflessi dorati, ma solamente ai bambini è concesso di vederla e di sentire la sua canzone.
Qualche volta però, così come capita alle tradizioni sarde più antiche che furono annientate dalle armi o dal pensiero dei vincitori, Sa Filongiana scade a scherzo, a maschera di carnevale, a una figura di cui si può solo ridere, che mai assurge a fonte di ispirazione o di sentimento, fosse pure una lieve nostalgia quale si prova nel guardare una vecchia foto che ci riporta con la mente al “come eravamo”.

“Andrà bene questa storia? Voglio dire, andrà bene raccontata così?” mi ha chiesto Igino, alla fine.
“A me sì, ma vai a raccontarla in giro!”
“E perché no?”
“Perché vestirai i panni del sovversivo, fautore di idee e sentimenti nazionalistici. Insomma, un revanscista e anche un po’ nazista.”
“E allora gli Ateniesi, per come ce l’hanno sempre raccontata a modo loro, sono nazisti pure loro?”
“Si vede che non a tutti i popoli è concessa licenza.”
“Ma non è giusto!” si lamenta Igino, già incline a rinunciare alla propria fantasia, comportandosi da vero sardo.
Anzi, da moderno sardo standardizzato. (fine)

8 commenti:

  1. Che dire signor Francu! Mi dispiace solo che questa storia stupenda sia finita ed io non potrò più bearmi fino alla prossima .Che Arianna sia andata in Sardegna a me piace moltissimo ed anche che si chiamasse Maria Filinzona.,L'importante è comportarsi ed essere vero sardo.Da vero sardo,per piacere,inizi alla prossima storia.

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  2. Caro Francu, come avrai registrato io ho già parlato ad ogni atto. Anche quest'ultimo, come ci si aspettava, ha il suo perché: Igino fa il suo compito ed è all'altezza del maestro. Faccio qui, allora, solo le pulci dell'appassionato (sai, come quelli che spulciano le imperfezioni per esempio nei dischi dei Beatles, già contenti che a quelle imperfezioni ci si possa affezionare in quanto parti essenziali del tutto). Si era già capito che tra quanti hanno le chiavi per pubblicare sul blog tu sei il più prolifico di etichette. Ora, l'etichetta balentia era applicata alle prime due parti, e lì capivo per la prima, meno per la seconda. In questa terza, invece, l'etichetta balentia scompare. Ma se facevo difficoltà a trovare la balentia nella seconda parte, qui ne farei meno a rintracciarla nella ... vanagloria di Igino (perché è ancora lui a parlare) quando vanta la dotazione del nostro minotauro, dotazione che al confronto rende quella di Dioniso deludente. Si capisce che il maestro non riprenderà il suo bravo allievo per questo, anzi lascerà correre volentieri, ammiccandogli (e continuando a ignorare, di fatto, se Igino per primo sia effettivamente ben dotato o solo nasconda i suoi complessi, inutili e ovviamente indotti, dietro la rivendicata appartenenza a un luogo comune).
    Ma, come detto, questa sarebbe al massimo una quisquilia (per appassionati al tutto) rispetto a quanto ho già cercato di commentare.
    Quindi per me la domanda resta: giudicando i reperti di qui e di lì con lo stesso metro, possiamo provare che corna e tori e bipenne li abbiamo avuti da prima noi? O questo non inciderebbe nemmeno tanto sulla nuova proposta di lettura del mito?

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  3. Questa è una bella domanda,aspettiamo,con ansia,delucidazioni dal grande narratore.

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  4. Francu ci descrive la storia come farebbe un cronista, che arrivato sul posto cerca di capire come si siano svolti veramente i fatti, denudandoli del mito e ridando ad essi una misura umana. Traduce per noi in italiano corretto e corrente, quel nome “Minotauro”, astruso per noi di lingua straniera. Rincara la dose, il nostro cronista, notando la comune origine di “Minotauro” e Minosse” e in fine sradica dalla nostra mente, finalmente una volta per tutte, l’idea di quel pervertito connubio tra una giovane donna ed un toro, ridando a quel cornuto (nella sua accezione antica e non moderna del termine), le sue fattezze umane.
    Il Minotauro, pardon, Reimalloru ringrazia il conterraneo Francu per la riabilitazione, il blog Maymoni per la pubblicità e Guido Reni per aver posto in evidenza il paragone con Dioniso, che sarà pure divino, ma come dice il proverbio: sardu basciu pottada etc. etc.

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  5. Io non ho risposte da storico, né da archeologo.
    So però, per averlo letto o per averlo arguito dalle mie letture varie, che l'Età minoica e l'Età dei primi nuraghi è abbastanza sovrapponibile e, a quanto appare dai reperti materiali, sicuramente parallela.
    Ho spiegato a Igino, nel segmento II, come ci siano nodi scorsoi che affogano la logica degli avvenimenti narrati nel mito e come tutti vadano a favore di Atene: ora, che ateniese sarebbe Teseo se libera il maggior nemico della sua patria dal peggiore incubo della sua disgraziata vita, visto che il Minotauro, frutto delle scappatelle di sua moglie, vive nel suo palazzo, in attesa che il Toro Bianco portato da lontano da Poseidone gli passasse la corona regale?
    Il mito dice che Minosse non sacrificò il Toro Bianco procuratogli da Poseidone perché era troppo bello. E ci credo! Che ci avesse provato ad ammazzare il nuovo re di Creta voluto da dio! Già finì cornuto e ammazzato a tradimento senza che avesse compiuto il sacrilegio.
    Quanto alle pulci che Francesco benevolmente rintraccia tra i peli del racconto, dico che non mi scandalizzo: pur non essendo pastore, so bene che anche il tronco del leccio più altero nasconde delle rughe dove le formiche con la testa rossa sono riuscite a intrufolarsi. Questa è la vita, visto che anche il ferro arruginisce!
    Igino non è balente e, se lo fosse, lo sarebbe per necessità e non per caso o propria determinazione: la sua dotazione, pur appropriata, in fin dei conti risulta "normale" e sulla normalità non c'è quasi nulla da dire, né da ridire.
    Ben diversamente, infatti, sono individuati quelli che di soprannome fanno su ghiri o su chiriu, il pettirosso appunto nelle parlate marmillesi: non è che vi sia riferimento a una macchia rossa sul petto, ma alla stazza del voltatile, appunto, ieri appurata senza pietà alla visita di leva, oggi, che quella non c'è, da selfie impropriamente spediti ad amiche o rivali.
    Con ciò dico che tutto il mondo è paese, anzi Macondo. l'incantato, desolato, immutabile mondo partorito da un tipo singolare che di nome faceva Garcia Marquez: ricordate l'adorazione delle donne per quel bellissimo cadavere portato a riva dal mare? o la compiacenza della nonna (o era la zia) quando scoprì la vistosa dotazione del nipote, allorché lo benedisse (benedisse il coso, non il nipote!) e pregò Dio che glielo conservasse? non era forse lo stesso strumento che lasciò la povera Erendira senza fiato, allorquando il giovane proprietario, dopo aver versato il pattuito alla zia, si prese la contropartita dello scambio?
    Forse però sono io che faccio confusione coi miei ricordi e comunque suppongo che i Vichinghi non abbiano badato troppo a certi particolari emergenti nei racconti del Colombiano, altrimenti non gli avrebbero assegnato il Premio.
    Chissà, forse non è neppure così e, per chi vive tra i ghiacci e le lunghissime notti, i particolari in cronaca hanno il loro rilievo.

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  6. Sarò noiosa nel ripetermi ma quando leggo le storie ed i commenti del signor Francu resto incantata perché in mezzo alla sua cultura mette sempre la sua indiscutibile e semplice ironia che non è proprietà di tutti.Complimenti davvero.

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  7. Grazia esagera di continuo. Mi pare opportuno che si sappia che tra me e Grazia c'è una mare fisico di mezzo altrimenti, dopo le mie antiche e ripetute dichiarazioni d'innamoramento per lei e per Aba, ci sarebbe da pensare male. O anche bene, a seconda della tolleranza dei rispettivi coniugi.
    Dico subito che mia moglie è gelosa, ma se Grazia fosse più giovane e più bella di lei, be', mi capirebbe!

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  8. Signor Francu,sono una vecchietta di 72 anni e sono sicura che sua moglie dorme sonni tranquilli perché vi volete molto bene.Non sono proprio brutta ma più vecchia di lei ,di sicuro.Che ci posso fare se le sue storie,la sua cultura sarda mi affascinano!

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