venerdì 8 gennaio 2016

IL POPOLO CHE PESCAVA TROTE SARDE

trota-sarda
Trota sarda al peso: gr.105,2 (Galsarcidano)


di Francu Pilloni

Come sa chi lo sa, esiste una trota sarda, classificata scientificamente come Salmo cettii, Rafinesque 1810, ossia Trota macrostigma sarda, che è una varietà adattatasi all'ambiente della Sardegna e riesce a sopravvivere non solo nelle acque correnti fresche e ossigenate, ma anche nei torrenti stagionali dove l'acqua scorre scarsa o si ferma in estate e si riscalda oltre la misura che altre specie, come la Salmo trutta, la Trota Fario europea, non sopporterebbe.
Quanti esemplari di trota sarda circolano nei nostri fiumi, torrenti o laghi?
È una tragedia, per dirla in breve.

Per meglio comprendere, si pensi che la specie è tra quelle incluse da una direttiva CEE per la salvaguardia di “specie animali e vegetali d’interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di zone speciali di conservazione”.
È quello che sta tentando di fare l'Ente Foreste della Sardegna insieme al Dipartimento di biologia ed ecologia animale dell’Università degli studi di Cagliari, tanto è vero che in quattro ambiti del territorio è stato imposto il divieto totale di pesca, per salvaguardare appunto l'operazione di reintroduzione delle trote sarde.
E sì, perché di ripopolamenti se ne fanno da cento anni, sia in Sardegna che in Sicilia e nelle altre regioni italiane che si affacciano sul Tirreno: ci hanno provato con tutte le specie di trote, col risultato che quelle sarde, essendo più pigre a crescere e per giunta scarsamente inclini a diventare ittiofaghe, vale a dire a mangiarsi fra loro, sono risultate regolarmente sconfitte e mangiate dalle varie specie di trote fario immesse per ripopolare i nostri fiumi. Si pensi che ristoro per le nostre piccole trote già in difficoltà per le annate siccitose, per l'elevata temperatura delle acque che implementavano le malattie e i parassiti, dover contendere con i nuovi arrivati, tre-cinque volte maggiori in dimensione e dieci come voracità!
Già, ho detto le nostre piccole trote sarde perché ci sono ben pochi pescatori che possano vantarsi di averne catturato una che superasse i dieci etti, mente soltanto la metà rappresenta un trofeo da fotografare, certo pericolosamente, visto che la trota sarda è salvaguardata dalla legge regionale e non può essere pescata professionalmente, né sportivamente.
Una caratteristica delle trote è quella di adattarsi bene e in fretta a un nuovo ambiente. Così la trota sarda mostra delle livree particolari a seconda del territorio in cui è cresciuta e non si tira indietro a modificarla ancora, se cambia il territorio o viene cambiata essa stessa di territorio.
Siamo abituati, specie chi è stato educato ad andar per torrenti a insidiare una diffidentissima trota sarda, attentissima dal suo appostamento a captare segnali di pericolo dai rumori, dalle luci e dai riflessi sulla superficie dell'acqua, a osservare a bocca aperta e sognare le prese in fiumi senza bordi di esemplari di trote di cinque chili, o anche il doppio e il doppio del doppio in caso di trota iridea, specie che alterna la propria esistenza tra l'acqua dolce e quella salata dell'Oceano Pacifico.

Quando penso alle vicende della trota sarda mi viene naturale riflettere sulla storia del popolo che l'ha pescata per secoli, anche con metodi trucidi, come l'uso di piante velenose e le scariche elettriche.
Mi pare che questo popolo, e dico questo perché vicino a chi scrive e sperabilmente anche a chi legge, questo popolo abbia subito una sorte parallela: ristrettosi come volume corporeo e numero di individui, costrettosi a vivere in ambiti ristretti e scarsamente comunicanti – penso alla Maurreddina, al Sarrabus, all'Ogliastra e alla Baronia, per fare un esempio di isole nell'Isola – caricatosi di tare genetiche per ristrettezze ambientali e costrizioni culturali, ha dovuto subire lungo i secoli gli effetti di ripopolamenti eterogenei subiti come invasioni e, alla fine, esposto a influenze esterne materiali, culturali e sociali come alberi di pero a un vento di maestrale, con l'effetto di selezionare i frutti rimasti e scaricare quelli strappati dalle novità.
L'emigrazione massiva è stato un fenomeno che trova spiegazioni più appropriate nella fisica della dinamica dei corpi, quale è quello della boccia del biliardo che schizza via dal suo posto quando viene colpita da altra che arriva sparata: l'emigrazione, su disterru, che linguisticamente significa esilio, l'effetto di togliere la terra sotto i piedi, o l'aria da respirare. E intanto i sardi, colpiti in pieno come bocce, vanno, partono, molte volte senza rendersi conto dei motivi, ma soffrendo l'allontanamento come un affronto subito da parte della propria madre terra.
A volte ritornano, li si vuol far tornare, con strategie ingegneristiche come un Vai-impara-e-torna, una politica espressa in lingua straniera che non riporto – un vai, ìbridati e rientra –, vai, esci, conosci terre, genti e valori nuovi, cambia costumi, modi di vita, però resta uguale e rientra.
Cambia, ma resta sardo uguale, dunque, come la trota sarda che, seppure ibridata per ripopolamenti insensati, piano piano si riprende la livrea e le abitudini consuete.

Oltre che, così pare, riacquistare l'antico profilo genetico. 

18 commenti:

  1. Ma quel popolo forse ancora le pesca. Ti dico perché. Una ventina di anni fa mi invitarono nel centro Sardegna ad una battuta di pesca alla trota. Era una giornata da cani, fredda che non ti dico. Quasi nevicava. Arrivati presso un ruscello i miei 'maestri' iniziarono ad armeggiare con canne corte, lenza e ami dopo aver prelevato dal torrente stesso delle strane larve che stavano in ancora più strani contenitori (specie di palline durissime). E' inutile che ti dica che la piccola canna che mi fu affidata restò, con filo e con tutto, incastrata e appesa sempre alle fronde degli alberi. Un po' come è capitato, per darne un'idea, per certi post a commento di questi giorni circa finestre e finestroni e ...minestroni. Ma anche i suddetti maestri non andarono al di là di lanci classici con centri olimpici tra roccia e roccia e tra roccia e rovi. Delle trote neanche l'ombra perché erano loro che evidentemente ben vedevano la nostra. Del resto erano trote della virile resistenzialità lilliana, mica di quella degli indipendentisti usa e getta di Pigliaru. Ad osservarci in quel darci da fare, ora casinesco (il mio) ora ordinato (degli amici), c'era un pastore 'amico' degli amici. Ha osservato, guardato, pensato. Quindi è sparito ed è tornato in un baleno cinto da un perizoma e portando a tracolla un piccolo mazzo di reti vecchissime e giallastre. Senza dire una parola è entrato nell'acqua (puoi pensare quanto fosse gelida!), ha steso due reti a monte e a valle per 50 metri (non di più) e ha cominciato a battere l'acqua come un indemoniato con un grosso bastone. Uno spettacolo incredibile, soprattutto quando, dopo dieci minuti di casino nelle acque ormai torbide, le reti nuragiche del pastore nuragico mostrarono una ventina di piccoli ma succulenti (lo avrei capito dopo) pesciolini nuragici. Caro franco, non so se il tramonto della specie della trota sarda dell'età del bronzo sia iniziato allora, ma quello che posso dirti è che quel pastore ci aveva fatto filologicamente tornare indietro di 3000 anni e più. Lo invitammo a pranzo in paese. Ma lui fece un sorriso (ma forse non era un sorriso) e come se fosse con la mastruca e non con il perizoma, lentamente prese le sue reti e in guisa di un dio silvano sparì. Mentre tornavamo in paese chiesi chi fosse. Mi dissero che si chiamava' Mudu'. Marzane Mudu. Da non credere! Pensavo che mi avessero preso in giro. Mah, o io ricordo male o vent'anni fa forse di nuragico non c'erano solo le ultime trote.

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  2. Svegliarsi presto e leggere questa storia,signor Francu,come al solito,l'emozione è stata tanta.Non sapevo,per niente,che anche le trote,in Sardegna erano diverse alle altre trote del Mediterraneo.Mi ha affascinato anche il pescatore sardo-nuragico di Gigi e capisco,perfettamente,che non ha partecipato al banchetto perché per lui,forse,era come mangiare un suo simile.Mentre leggevo la sua storia ed il commento di Gigi pensavo che nemmeno io avrei mangiato queste trote battagliere ed uniche.Sono convinta che i sardi che partono ed anche se non hanno la fortuna di tornare restano sempre sardi perché l'orgoglio di appartenere alla nostra razza ci fa soffrire,sentire diversi dagli altri ma , ci fa aumentare le nostre caratteristiche sia positive che negative.Di sicuro ci resta il pregio dell'ospitalità che hanno tutti i sardi che,spesso,viene usato ma anche apprezzato dal resto degli italiani.

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  3. Conservo ancora la canna che usavo per le trote del torrente che sta tra Asuni e Samugheo. Ho ancora il filo, un 0,15. Ricordo ancora l'ultima trota che mi fece fesso: era una bella trota, insomma fai due etti e mezzo, sapevamo che c'era, ci aveva fregato più volte.
    L'amico, che era più esperto, lasciò che ci provassi io. Non ti dico la preparazione per infilarmi in un cespuglio di rovi, farmi strada in silenzio col braccio alzato per non legarmi con la lenza. Avevo un cucchiaino da 1 grammo, la girella a puntini rossi: le sarebbe sembrato una di quelle cavallette piccoline che saltano e hanno le ali interne rossicce.
    Lanciai in mezzo al fiume e subito sentii lo strappo, pareva che l'avesse preso al volo. Tirai immediatamente, ma lei, la signora trota, si lanciò in alto verso di me: un tuffo di almeno due metri, quando ricadde in acqua era di nuovo libera. Sapeva come sganciarsi da un'ancoretta di un pescatore del mercoledì.
    Non la insidiammo più, né quel giorno, né in seguito, anche perché forse sarebbe stato inutile. Ci consolammo con le tinche più a valle, ma era tutto un altro gioco.
    Ora finalmente stanno provando a ripopolare in 4 ambienti tradizionali e comunque la pesca alla trota sarda è proibita da per tutto. Nelle 4 zone, è proibita la pesca tout court.
    Poi dirottammo le nostre attenzioni sul black-bass, il persico-trota nordamericano dei laghi di Orroli, dove il gioco valeva la candela.

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  4. A proposito di pesca nuragica voglio riferire un episodio della mia lontana gioventù: nei pressi di Monti in piena estate, in un fiumiciattolo ormai scomparso dalla sua sede se non in larghe 'piscine' (lunghe pozze d'acqua ferma profonda max 80 cm 1 metro).
    Il mio accpmagnatore sceso in acqua, piegato con le mani rasente il fondo invaso dalle alghe (fini e sottili) camminava nella 'piscina' sinché sentiva il movimento: con rapidità fulminea aggunatva alghe e pesce e lanciava verso la vicina riva. A me il compito di raccogliere la preda liberandola dalle alghe. Provai anch'io il metodo e vi dico che funzionò anche con me: una sensazione di possesso quando sentii il movimento del pesce nelle mie mani....
    Vi parlo di circa sessant'anni or sono!

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  5. Auguri a tutti per il “crompilione” e per il nuovo anno.
    Non ho resistito alla voglia di complimentarmi con Francu per l’ottimo articolo sulla trota sarda, che un po’ conosciamo ma non in modo così preciso e documentato. Ho molto apprezzato poi il confronto fra la sorte della nostra trota e quella dei suoi pescatori, i sardi di ieri e di oggi.
    Interessante inoltre la figura di Marzane Mudu descritta da Gigi Sanna, specie per la sua tenuta da pesca. A conferma voglio riferire che nei primissimi anni ’80 un amico di Fonni mi invitò a pescare trote in un rigagnolo presso Corru ‘e Boi. Con le canne? Macchè, “a manuda”, a mano. Ma come? Siamo entrati in una pozza d’acqua che arrivava al ginocchio, assolutamente in mutandine mi avvertì, e per evitare qualche graffio ai piedi, con vecchie scarpe da tennis. Infilavamo le mani sotto le pietre e trovata la preda la si lanciava di scatto all’asciutto. “O si nono l’astringhes in dentes”, mi aveva detto. Una decina le abbiamo prese, la più lunga 15 cm. e tornati al paese la madre le ha fritte in padella: squisite.
    Ricordo anche, a proposito di questi strani esseri che sono i pastori, le doglianze di un conoscente (istudiau mannu) durante una cena, che lamentava il fatto che essi continuavano ad allevare la pecora sarda, anch’essa piccola e poco produttiva (meno di un litro al giorno) quando ve ne erano che rendevano il doppio. Ribattei che però la qualità del latte era certamente superiore, ma al momento non seppi trovare altre giustificazioni credibili. In seguito ne parlai con un pastore che si mise a ridere divertito: non esisteva un’altra pecora al mondo capace di affrontare ogni sorta di disagi dei nostri territori, di sopravvivere e di produrre quasi un litro al giorno; le prove erano state tentate ma con risultati fallimentari.

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  6. Sono felice di vedere che le proposte di Francu danno modo di ripescare vecchi ricordi nei nostri lettori; sono felice di vedere in loro la voglia di dare un contributo per salvare la memoria di piccoli gesti che ormai si stanno perdendo.
    Un temo si esclamava: Dio Salvi il re! Io esclamo: Dio salvi Francu, memoria storica della nostra civiltà contadina.

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  7. LA MEMORIA STORICA DI fRANCU VA PROTETTA COME UN GIOIELLO PREZIOSO PERCHE' E' un patrimonio culturale prezioso ed unico che va salvaguardato.

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  8. Per quelli che non hanno ben afferrato il significato del nomignolo del pastore, Marzane Mudu significa Volpe Muta.
    Può essere che Mudu fosse pure il cognome vero, ma che il pastore fosse parco di parole, se non proprio incapace, è ben evidente.
    Sono i piccoli miti paesani che gratificano certi personaggi non di primo piano e assegnano loro un ruolo sociale che altrimenti potevano solamente sognarselo.

    Quanto a Francu, oggi ho appreso, dal nuovo libro di Francesco, che non c'è peccato che Dio non possa perdonare. Neanche quello di indebita sostituzione.
    Rifacendomi alla filosofia del Maggiore Polli dell'Isola dei Cani, essendo io fatto a immagine e somiglianza di Dio, risultano chiari due concetti in modo assiomatico:
    - essendo io diverso da te e anche da lui e da lei, ne viene che anche il mio Dio è diverso dal tuo e dal suo e da tutti quelli altri;
    - essendo io progettato simile al mio Dio, ne viene che il mio Dio è simile a me, secondo un postulato della logica. Dunque, io sono simile a Dio (il mio), con la differenza che io esisto anche nell'ipotesi che Dio non esista. Questo significa che Dio (il mio) ha bisogno della mia esistenza per esistere, per essere considerato realmente esistente.
    Se nell'omelia della domenica il celebrante avrà detto cose differenti, diffidate.
    Infine, per tornare all'inizio, essendo io stesso Dio, e di conseguenza ottimo conoscitore di me stesso, non v'ha dubbio che sono pronto a perdonarmi ogni peccato.
    Proprio come sostiene Francesco.

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    1. Francu, il tuo secondo concetto si può riassumere nel seguente aforisma “non c’è uomo senza dio, ma non c’è dio senza uomo”, che prende le mosse da un aforisma più generale: “Non c’è vita senza tempo, ma non c’è tempo senza vita.
      Francu stiamo diventando filosofi... spiccioli ma pur sempre filosofi.]:-)

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    2. Mi stai declassando?
      Mi credevo un dio, ora dici che sto diventando filosofo?
      Che sia almeno una filosofia del fare, come quella del "furbetto di Rignano", per dirla con la signora Grazia.

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    3. La filosofia del dire è di tutti, la filosofia del dire e del fare è di pochi, la filosofia del fare è solo di Dio! Con questo non voglio dire che il "furbetto di Rignano sia un dio", per carità, mi riferivo ad un altro "fare"!

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    4. In mezzo alla filosofia ed a Dio(Francu,per me è Dio,filosofo),sentire nominare il rignanese,mi viene,quasi ,l'orticaria.Nominatemi Papa Francesco,solo lui,per piacere.Mi ero dimenticata di aggiungere che l'innominato è l'essere del disfare,del restaurare e....tutto il peggio che può esistere.

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  9. Sì Michele. Le mani sole. I pescatori di Cabras nelle acque molto basse erano e sono soliti pescare i muggini (e non solo) in questo modo. Eanch'essi con semplice perizoa o nudi completamente. Ma erano le reti a pescare e a cacciare. In molti pensano che fossero le frecce e le lance ad abbattere cervi, mufloni e cinghiali e la sevaggina 'grossa'. No,erano le reti a cacciare, quelle in cui gli animali finivano nelle battute. Naturalmente anche l'arco e la lancia facevano la loro parte, ma con i cacciatori solitari e particolarmente esperti. Ci sono frecce in ossidiana (molto probabilmente usate a partire dal neolitico) rinvenute in Sardegna che hanno una punta completamente piatta. Gli archeologi sperimentali da tempo hanno detto che non si dovevano considerare piccoli 'raschiatoi' ma frecce che servivano a colpire l'ala o la testa degli uccelli che, una volta giù erano facile preda del cane o dello stesso cacciatore. Nella documentazione della scrittura nuragica il concio della chiesa di Sant'Antonio di Tresnuraghes ci fa vedere il dio YHWH nuragico che nascosto dietro la rete da caccia insidia i tordi e i merli umani. Ma la rete sapete come veniva chiamata? Sciabica. Sì come nel V.T. dove sciabica è la rete da caccia e non da pesca come questa viene detta anche oggi. L'articolo di Franco Pilloni sulla 'pesca' alle trote e i commenti mi spinge a portare l'acqua al mio mulino e a parlare di pesca antica ma anche di terminologia e di lessico antico su quella pesca. A chiedere perché i sardi chiamano le reti 'retzas, arretzas' e non sciabicas, come dovrebbe essere, stante la documentazione di Tresnuraghes. Il motivo secondo me è che il semitico 'religioso' (la rete è la rete di YHWH) era minoritario e usato nella scrittura religiosa degli scribi mentre la lingua era quella sardo-italica indoeuropea. Cioè gli scribi scrivevano sciabica ma la popolazione (maggioritaria) non semitica diceva 'retza,arretza'. Il Wagner la fa derivare dall'italiano 'rete' ma, secondo me, sbaglia perché ovviamente i sardi non si sono fatti insegnare dagli italiani la voce dello strumento che usavano da migliaia di anni. Semmai c'entra il latino 'rete' ma non perché i Sardi si siano fatti insegnare da essi come si chiamava la rete (da pesca o da caccia) ma solo perché il termine l'avevano sia i sardi che i laziali o latini che vogliamo chiamarli. Gli abitanti di allora di Olbia usavano lo stesso termine che usavano gli abitanti di Civitavecchia di allora. Caro Franco se è vero che bisogna conservare l'antica 'salmo cettii' bisogna anche conservare 'retza' ovvero una parola dell'antichissima lingua sarda indoeuropea. Così come era sardo antichissimo lo stesso nome di 'trota' che sempre il Wagner imbarazzato e per nulla sicuro fa derivare da un non attestato latino 'TROCTA' (per via della doppia d del sardo!)oppure dall'italiano'trota'. Proprio non lo si vuol capire che moltissimo del sardo di oggi era il sardo non di ieri ma di tantissimo tempo fa. Quindi, per concludere, bisognerebbe salvare dall'estinzione non solo le troterelle o troterellone sarde (trottischedda e trottiscone)ma anche la lingua con il lessico venatorio. L'espresione 'andamos a trottare (propriò così, 'pescare trote') cun sas arretzas' è da difendere ugualmente a denti stretti. Chissà se Marzane Mudu' non abbia pensato e detto in cuor suo, vedendo la pesca e la nostra vana e comica attrezzatura 'moderna': Custos piscadores sena berritta non balent a logu, mancu s'abba ischint pistare! Trottande trottande, mancu trottischeddu ant piscau. Sas retzas antigas bi cherent! E unu bellu fuste de ozastru!

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    1. La nostra gente, fino a 25 anni fa pescava il tonno rosso,come lo pescavano gli antichie in maniera sostenibile.Oggi se li portano via vivi,dentro gabbie che navigano fino a Malta,dove vengono alimentati con tonnellate di pesce azzurro,anche lui in diminuzione........e venduti a peso d'oro ai giapponesi.Il tonno era fonte di sostentamento per la nostra gente,ora ridotto a sushi(in dialetto carlofortino brutti)stà sparendo come la trota sarda.

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  10. Sì Franco, prendi pure per il sedere la logica con la logica stessa! E spassiadì. Ma tu purtroppo parti da una premessa perlomeno molto discutibile. E' proprio vero che Dio disse 'farò l'uomo a mia immagine e somiglianza? Il libro di Dio è proprio di Dio o c'è qui e là o forse dappertutto lo zampone dell'uomo?

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  11. Arraxoni tenis, Gigi, ca bisongiat a sarvai su pisci e sa rezza!
    E po finzas a candu heus a contai is contus nostus, is fueddus puru agatant sa gloria insoru.

    Quanto alla logica applicata alla religione, sicuramente mi solleva il morale più di quanto non riesca a fare la pratica.
    Che le parole e le intenzioni di Dio siano state di volta in volta manipolate dagli uomini secondo convenienza del momento, è cosa fra le più certe della storia.
    Anche le parole di Gesù, riportate nel Vangelo attribuito a Giovanni, trovano altra dimensione, come ha appreso chi ha leggiucchiato "Sulle tracce di Barabba": nel più famoso incipit della letteratura mondiale "In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio" non è il Verbo, vale a dire la Parola-Verbum-Logos, a esistere come unico fenomeno universale - il quale fra l'altro era vicino a Dio in quanto s'identificava con Lui - ma era proprio il Sogno-Visum che era l'essenza stessa di Dio.
    Ma dire al popolo - a tutti, anche ai bambini, compresi poeti e sognatori - che Dio era ed è essenzialmente un Sogno, un Disegno destinato a realizzarsi, non pare troppo pericoloso per le complicanze che si porta dietro?
    Fu così che Sogno-Visum venne addomesticato in un più tranquillo e malleabile Verbum-Logos-Parola che, fra le altre cose, deve essere interpretata dagli "scribi e farisei" di ogni stagione.
    In parole povere, ma povere si fa per dire perché sono quelle semplici che capiscono anche i bambini, in breve ci dicono in faccia, e pretendono che gli si creda, che Dio ha parlato al cuore di ciascuno di noi, ma che dobbiamo (dovere, non piacere) usare "gli scribi e i farisei" come fossero degli affidabili Traduttori Automatici delle incomprensibili parole di Dio.
    Dico subito che io, al post di Dio, non gliela farei passare liscia, non ostante ciò che oggi ci rivela Francesco.

    Infine, usando la logica al quadrato, non si può assolutamente pensare o affermare che Dio può fare quello che vuole, nel senso che sia onnipotente: come dimostra il Teorema d'incompletezza di Godel, Dio non può creare se stesso, neanche se lo volesse, perché se potesse farlo e lo volesse, non sarebbe più Dio.

    Non credo che, dopo aver letto quanto ho scritto, mi vogliate bene come prima. Io stesso non riesco più a comprendermi non ostante, come prima dimostrato, nel mio piccolo sia un vero Dio.

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    1. Stima immutata.........(Il casino è che non so mai se parlate seriamente o scherzate)Se tutti fossimo consapevoli,come dice franco del nostro stato divino,offuscato dal vivere quotidiano imposto,la nostra vita prenderebbe un'altra piega.

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    2. Il casino è, Thor, che tu hai per le mani una moneta d'oro: cosa cambia se la guardi al dritto oppure al rovescio?
      L'importante è che sia d'oro.

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