venerdì 5 agosto 2016

PENSIERI DA MAESTRALE

di Francu Pilloni

Il vento è calato; il mare ancora si dibatte, mi arriva il borbottio come un sottofondo di oboe continuo.
Mi sono svegliato presto, all'ora solita, ma oggi in barca non si esce. 
Decido dunque di concedere un tempo fino all'alba alla mia mente, lasciando che generi pensieri in libertà, come quando sogna.
Ricordo quella volta quando, alla festa grande del paese, vestii i paramenti da chierichetto per la messa cantata: era su domigu de is prangius – la domenica dei pranzi -, la festa che cade più o meno per l'ottava della Madonna di Ferragosto, che al mio paese dorme in un letto di legno decorato. Si tratta della replica della celebrazione, riservata però quasi esclusivamente alle famiglie del paese, mentre la prima era frequentata fortemente da chi, spesso proveniente dai villaggi vicini, chiedeva o aveva ottenuto un qualche favore dalla Santa.


Rientrato in sacrestia per ultimo, in coda alla piccola processione dietro il parroco celebrante, percepii le note inconfondibili del ballo sardo che uscivano, quasi come per un sortilegio, dalle tre cannucce delle launeddas. Mi svestii in tutta fretta della cotta bianca e della sottanina nera che facevano sembrare dei preti in erba – mio Dio, quanti bottoni da sbottonare! - e sgusciai fuori sul piazzale, passando dalla porticina della cappella degli uomini. 

(Ah, già, dimenticavo! Al mio paese era proibita la promiscuità di genere durante le funzioni religiose: dal portone principale si accede alla navata centrale con i banchi disposti in due file, tutti riservati alle femmine; sulla destra, la cappella della Madonna dormiente – noi la chiamiamo l'Assunta e basta -, sempre riservata alle donne, in special modo alle priorissas che ivi custodiscono le insegne che portano in processione; ancora a destra, all'altezza dell'altare, la cappella del Crocifisso dove è posto pure l'armonium e, per tanto, è riservata ai maschi del coro, mentre le femmine si aggiungono ai canti dai loro posti sparsi nella navata centrale, che è pure l'unica. I maschi, adulti, vecchi e bambini, si adattano nelle due cappelle a sinistra che sono in comunicazione fra di loro mediante un arco a tutto sesto – tutti gli archi sono tali perché la chiesa risale al XIII secolo, un romanico molto povero e appena dignitoso, fatto di massi cavati a duecento metri da lì, vale a dire nella prima periferia del paese.
Bisogna dire che a quella parte della chiesa si accede da una porta secondaria aperta nel fianco della prima cappella, dedicata indistintamente a s. Isidoro o ad altri, visto che non vi è una nicchia vera e propria, ma solamente apparati di legno dipinti su cui si facevano sostare le statue dei santi senza nicchia. La seconda cappella, sollevata di un gradone di una quindicina di centimetri, è dedicata a Nosta Sennora Manna – Nostra Signora Grande – una statua lignea dipinta d'oro che raffigura la Madonna col Bambino in braccio, delicatamente flessa da un lato per equilibrare il peso del corpo. Una statua bellissima che però mai veniva portata in processione anche perché, fra il popolo, si era cristallizzata l'idea che spostarla dalla sua nicchia portasse sfortuna. E, devo confessare, non mancavano gli aneddoti e i racconti degli anziani al proposito. Non essendoci comunicazione fra le cappelle degli uomini e la sacrestia, va da sé che si doveva entrare nello spazio riservato all'altare, un rettangolo che terminava a semicerchio nella parte anteriore, delimitato da una balaustra di legno scolpita e dipinta come a simulare il marmo pregiato che la nostra chiesa, nella sua penuria, non ha mai conosciuto).

Davvero ho disteso le briglie alla mente, lasciando che corra lungo i sentieri dei ricordi dell'infanzia!
Comunque, si è capito come, svestito in fretta dei paramenti bianchi e neri, mi fossi precipitato a percorrere lo spazio dell'altare, fermandomi un attimo su un solo ginocchio per segnarmi, e poi mi fossi diretto alla cappella degli uomini accedendo all'acqua santa e segnandomi ulteriormente, sempre rivolto all'altare. 
Saltata la porta, mi sentii un bambino come gli altri, senza doveri di serietà eccessiva quali si richiedevano a chi serviva messa.
Con questo spirito mi precipitai nel piazzale che è posto tra due strade confluenti, appena rialzato rispetto ad esse, ma protetto allora da un parapetto in pietrame (stesso materiale della chiesa), a formare un trapezio isoscele con la base maggiore sul portone di chiesa e la minore, aperta con un varco di tre metri, verso la piazza del paese. 
Gli uomini, usciti precipitosamente all'Ite-missa-est, si addossavano generalmente sul lato delle loro cappelle e da lì aspettavano che sfilasse loro davanti la piccola processione delle donne che lasciavano la chiesa, fintamente ancora compunte, ma attente assai agli sguardi maschili, sia che avessero una loro propria ragione, sia per pura curiosità delle ragioni altrui. 
Le donne sfilavano e, spesso, rientravano a casa da sole, anche se maritate, perché dovevano preparare per il pranzo, mentre i maschi, anche se ammogliati, si intrattenevano in spiritose conversazioni per una qualche mezz'oretta.
Quel giorno di cui parlo non andò così: le donne uscirono e rimasero addossate alla porta della chiesa, mentre il suonatore dei sonus de canna – suoni di canna – arzigogolava le sue melodie, ripetendole all'infinito con molteplici variazioni e eternamente a guance gonfie; gli uomini, a cominciare dai più rappresentativi della comunità, si avvicinarono al gruppo delle donne e le invitarono a “entrare in ballo”, ogni marito la propria moglie se l'aveva, porgendo il braccio destro e attendendo il momento giusto per iniziare il movimento. Alla prima copia si aggiungeva una seconda e poi una terza e una quarta, sino a che si formava un circolo di ballerini che a un certo punto veniva chiuso.
I passi del ballo sardo sono precisi e piuttosto semplici nel loro svolgimento di base: tre passi in avanti, un tempo di pausa, tre passi indietro, altro momento di pausa. Ma se i tre passi sono effettivi, non è detto che siano consecutivi come quelli di uno che cammina normalmente.
Quello suonato nella circostanza era un ballo “serio”, adatto a gente assennata come padri e madri di famiglia, forse un Passu torrau o un Fiorassiu. Vedevo uomini e donne rigidamente muoversi all'unisono, col busto e la testa di chi sta seduto, solamente le gambe e i piedi avevano vita, mentre nei tempi di pausa si segnava il ritmo con un delicato movimento del bacino, in avanti e indietro, le donne facendo aprire le pieghe delle loro gonne plissettate, quasi a far moderato sfoggio dei loro posteriori ben coperti.
La catena dei ballerini figurativamente disegnava due cerchi nella piazza, uno stretto dove terminava l'avanzare dei passi, l'altro più largo dove si fermava l'indietreggiare. Tutti sanno che la catena umana de su ballu tundu gira in senso orario, avanzando di pochi gradi ad ogni movimento, tale che ognuno nella catena calpesta il suolo dove stava il suo vicino di sinistra un movimento prima. Durante su ballu de cresia, perché questo è il suo nome più appropriato, nessuno lanciava grida di gioia o di incitazione – Bivat su sonadori! -, né la durata era troppo lunga, rispetto alle normali consuetudini: dieci minuti, al massimo un quarto d'ora, rispetto all'oretta consueta dei balli serali e notturni.
Se si tratteggiasse il camino di ciascuno ballerino schematizzandolo sulla carta, ci si accorgerebbe facilmente come si realizzi uno schema a zig-zag, tipico e consueto nella civiltà dei Sardi sin dai tempi più antichi: va da sé che questa serie di V continuative, susseguentesi col vertice verso l'interno e poi verso l'esterno, possano essere pensate come rappresentative della modalità antica d'invocazione al nome di Dio, così come ripetuto esemplarmente, ad esempio, nel ciondolo di Solarussa, più volte presentato in questo blog.
Un Dio, quello antico, che è maschio e femmina, un Dio che dà la vita, come ogni dio che si rispetti. Ecco, mi viene da pensare che quelle pause intercalate da tre passi, quell'ondeggiamento modesto e pudico dei bacini, forse ritualmente rimandano alle modalità accertate che un uomo e una donna usano per aiutare Dio a concretizzare la creazione di una nuova vita.

Ecco, solo ora capisco che mi affrettai sul piazzale della chiesa per assistere – così credevo – alla parte pagana della festa: era il 1948, oppure l'anno successivo, e sono sicuro che nessuno, tra quelli che entrarono in ballo e quelli che restarono fuori, pensò mai che avesse assistito a un'altra funzione religiosa, a una preghiera, a una pubblica esaltazione di un Dio lontano ma ancora incredibilmente presente, quasi pateticamente resistente nelle viscere culturali del suo popolo, celebrazioni eseguite all'aperto, fuori dal tempio moderno, ma con le medesime antiche ritualità. Il Dio primigenio dei nostri antenati che tuttavia potrebbe avere molti punti di contatto con quello che veneriamo oggi, a cominciare dal nome.
Pensavano, i nostri nonni e i nostri padri, e forse erano fortemente convinti che su ballu de cresia fosse il primo assaggio di un divertimento festoso, anche se celebrato con la sobrietà di chi si sente sotto osservazione.

Intanto è albeggiato; il mare continua a riversare il malumore sugli scogli. In barca non si va.

Raccolgo le briglie della mente e cinicamente la riporto alle paure del presente: ecco il Tg.

Modello di altare esposto al museo civico di Cabras

12 commenti:

  1. Innanzitutto. Che prosa elegante! Ma questo lo si sa bene, persino in un mondo delle lettere distratto dalle mode come quello sardo. Come seconda considerazione penso al 'tuo' ciondolo che spiega ad abundantiam che cos'è mai un cosiddetto 'zig-zag' (che brutta espressione archeologica zorresca!). Ma quel reperto, di valore inestimabile, non te lo chiederanno mai. Lo ignoreranno in eterno! Meglio tacere che 'sapere' o, meglio, 'far sapere'! . L'iterazione e il continuum del segno (l'eternità) sono semplice frutto di chiodi di sacchi o di cassetti. Infine ci colpisce quella sottile osservazione dell'obliquità che si crea con il movimento che crea una non certo casuale geometria. Quindi non solo un ballo religioso 'solare', ma un ballo che contiene scritta anche la simbologia della divinità androgina eterna. Ti dirò, caro Franco, che questa tua, così acuta, geometrica simbolica ricostruzione del ballo si trova, papale papale, nella geometria della corona solare (v., ad esempio, il cosiddetto 'altare' nuragico di Monte'e Prama esposto insieme ai Giganti nel museo Marongiu di Cabras)che reca il motivo a 'zig-zag'. Quindi credo che sussista buona ermeneutica e che nessuno possa permettersi di dire che si tratta di una elucubrazione fantasiosa. Sono ben altre le fantasiose, senza uno straccio di prova documentaria, che circolano! Purtroppo!

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  2. Bello sarebbe che qualcuno (io da qui non posso) postasse l'immagine dell'altare del Museo Marongiu con il cerchio e il doppio motivo 'decorativo' a zig-zag.

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  3. Come richiesto dal Prof. Sanna ho pubblicato in coda all’articolo l’immagine del reperto che reca la doppia serie di “zig zag”.
    Avevo intenzione di inserire in testa all’articolo una immagine appropriata all’argomento, ma ho desistito; in fin dei conti nulla avrebbe aggiunto alle “immagini” descritte da Francu.
    Francu sei memorabile, hai descritto il ballo da una prospettiva inaspettata. Le prossime volte che assisterò al ballo tondo lo interpreterò con occhi diversi.

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  4. La descrizione del ballo tondo così come Francu l’ha descritta, mi fa venire in mente il particolare motivo a zig zag del “presunto” fonte battesimale da me postato il 15 maggio, col titolo “L’importanza di capire un capitello”. Con tutta evidenza la coincidenza delle due figure, una palese (il fonte battesimale), l’altra meno evidente (percorso del ballo), riconducono entrambe alla medesima preghiera al dio che da la vita e al medesimo sincretismo religioso.

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  5. La gloria e l'onore stanno nell'avere nemici potenti, ha detto più o meno qualcuno famoso.
    Me pascunt olivae, disse invece Orazio che anelava a una vita tranquilla e oziosa.
    E tranquillo posso vivere io, in tutti i sensi, finché navigo nel cerchio magico dell'amicizia di uomini veri come voi, miei cari Gigi e Sandro.
    Non solo puoi postare quello che ti pare opportuno, caro Sandro; pensa che stavo per chiederti di disegnarlo come sai fare tu quella serie di V in cerchio che hanno il sapore dell'infinito.

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  6. Volevo dire "profumo dell'infinito" perché è cosa ti arriva direttamente nel cervello e non puoi certo rifiutarla sputandola.

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    1. Francu quante erano, o meglio (non volendo pretendere troppo dai tuoi ricordi), quante sono in genere le copie che formano quel tipo di ballo?

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  7. Dipende dall'ampiezza della piazza e dalla popolazione, più o meno numerosa.
    In quella fattispecie in particolare, potevano essere una trentina di copie.
    Nella piazza principale però, per la festa di Ferragosto e con tanti forestieri presenti, spesso si formavano anche due cerchi concentrici più ampi, mentre al centro c'erano i ragazzini a scimmiottare gli adulti, in un'altra catena assai poco regolare.
    Qualche volta i cerchi non erano neppure completi e ciò permetteva il più facile accesso a "su ballu de bessiri", o su Ballu de bogai, allorché il cavaliere toccava sulla spalla un ballerino e questi gli concedeva il braccio della dama. Una bella invenzione per arrivare a ballare con una donna per cui si aveva simpatia. E se il cambio fosse stato negato e non c'era un fidanzamento ufficiale, allora erano dolori: urla, spinte, cazzotti. Sempre che non si mettesse mano a sa leppa, sempre presente in tasca ai pastori e ai messai.

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  8. Caro Francu, il mare allora dovrebbe essere più spesso impraticabile perché tu ti conceda di sviluppare questi pensieri in libertà, giacché ti portano a ipotesi interpretative che come minimo meritano di essere tenute in considerazione. Un giorno i contributi interpretativi di Francu dovrebbero comunque essere raccolti in un corpus: prenoto una delle prime copie, digitali o cartacee che siano (la prima la riconosceremo in quel di Firenze).

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  9. Gli amici è meglio che non li conti: rischi di lasciarne indietro più di uno!

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  10. No. Non rompere! Mi dispiace per la scienza e per la letteratura ma il mare 'deve' essere sempre praticabile (d'estate). Anche di 'svago' vive l'uomo, almeno per quel tempo (anche atmosferico) che gli è consentito. La 'pax' della 'cella' per gli altri nove lunghi mesi! E che il dio Mistral dorma. Il più possibile!

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  11. Posso testimoniare che, se certi pensieri germogliano col maestrale, è proprio sotto il solo cocente delle giornate di bonaccia che maturano e vengono alla luce?
    La natura ha i suoi tempi e i suoi modi: si può andare contro corrente, fare il bastian contrario per scelta o per diletto; mai si va contro natura, cioè contro se stessi, perché si correrebbe immancabilmente incontro al suicidio intellettuale.
    Figuriamoci! Con due mesi d'estate ancora da venire, ...

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