venerdì 1 settembre 2017

CRONACHE DALLA TORRE DEI CORSARI

di Francu Pilloni

1.1 Una donna triste


Saliva dalla spiaggia camminando a testa bassa, meccanicamente, pareva contare i passi.
Aveva percorso il tornante di fronte alla Torre sul lato esterno con una traiettoria circolare più precisa di quanto lo sia quella del bordo dell’asfalto. La incrociai quando aveva appena ripreso il rettilineo; alzò gli occhi da terra per un attimo, se non per curiosità, suppongo per meglio scansarmi, dato che scendevo sullo stesso lato.
Nei suoi occhi colsi un velo di tristezza.
La salutai con un buongiorno di maniera; lei borbottò qualcosa di rimando.
Sedetti sulla quarta panchina, la prima dove diventano più basse e aiutano a distendere le gambe: soffro di un dolore al ginocchio che non indago da tre lustri e proprio là son solito riposarmi prima di riprendere la passeggiata, sia che mi inoltri oltre la Torre per consentire al mare di rapire i miei pensieri, sia che torni affaticato sui miei passi verso il villaggio.


Le dune di Pistis viste dalla Torre (da Arbus.it)
Dio, com'è triste!” pensai prima di godere della vista delle dune color miele di cardo, non ancora rosa data l'ora, ma che il vento di maestrale aveva pettinato a dovere, cancellando qualsiasi accenno di visitazione umana e animale.

La vidi nuovamente due giorni dopo: vestita di scuro, la gonna lunga, le braccia coperte che scendevano inerti sui fianchi, per nulla disposte ad assecondare in controtendenza il movimento delle gambe. Aveva iniziato a percorrere la sua traiettoria preferita. Ero seduto alla quarta panchina, mi alzai e raggiunsi il bordo dell’asfalto. Quando era a dieci passi da me la salutai con un buongiorno di cortesia, abbastanza incolore, ma col tono che non si afflosciava all’ultima sillaba, anzi.
Attesi che alzasse la testa a guardarmi: volevo scrutare dentro i suoi occhi per capire se l’offuscamento delle pupille era indizio di tristezza vera o solamente d’occasione.
Mi guardò e scosse la testa: poteva anche passare per un saluto.
Quando fu più vicina, notai che era giovane, anche molto giovane rispetto a me.
- Se lei non avesse fretta, potremo fare un tratto di strada insieme – suggerii.
Si fermò a un passo, indecisa, squadrandomi sincreticamente per un tempo che non fosse un solo attimo.
- Io sono Francu e non vado veloce.
- Amalia – disse e lì finì il suo discorso e le attenzioni del suo sguardo, di nuovo basso.
Quanto era triste quella donna!
Una afflizione vera traspariva dagli occhi chiari, più grigi che celesti, una cupezza che pareva venirle dal profondo, che ristagnava in lei come nebbia in una vallata. In complesso era una bella donna, pallida e tirata, dai lineamenti regolari. Notai le sopracciglia non curate dall’estetista, ma naturalmente spesse, arcuate e ben disegnate.
- Io vado piano – continuai affinché il silenzio non diventasse imbarazzante – perché mi pesano gli anni e i chili. Soprattutto la vita mi pesa, mia bella signora. Per questo vado piano. Non ho fretta di arrivare.
Quando ero giovane, con parole convenienti cercavo di entrare nella simpatia delle ragazze cercando in loro il punto debole che è “un cuore di mamma” che alberga in tutte le donne. O in quasi tutte. Adesso cercavo “un cuore di figlia”, di una figlia fortunata che ha conosciuto un padre a modo o di una che ha desiderato ardentemente di averlo.
- La vita pesa su tutti, signore. E a me non importerebbe neppure di arrivare quanto più presto.
- Mi scusi, ma non ho capito! – ribattei – Ho detto che io non ho fretta di arrivare là dove si è vicini, quando si ha l’età mia. Amalia, lei è giovane e gagliarda! Suppongo che volesse dirmi altro da ciò che ho inteso.
So per esperienza che non c’è nulla che faccia piacere alle persone quanto il sentirsi chiamare per nome. In più avevo lasciato scivolare una dolce bugia: gagliarda? Ma quando mai!
Ormai aveva regolato il suo passo al mio andare; di tanto in tanto ci fermavamo, quando un’auto scendeva o saliva, per tenerci più vicini al bordo. Erano i momenti in cui potevo ancora scrutarle il viso, per meglio cogliere la mestizia nei suoi occhi grigi, renitenti a ogni luce.
- Eh, - dissi con accento di chi ha visto e vissuto di tutto – eh, quando uno nasce sfortunato, non è che aspetti di aver finito il servizio militare per patire i dispiaceri della vita!
- Questo, purtroppo, lo so bene da me! - disse con fermezza, come una persona a cui è tornata la pressione normale dopo che è stata svenuta per uno spavento.
- Io – cominciai, sapendo che non sarebbe rimasta impassibile di fronte alle mie storie di miseria inventate – io praticamente non ho conosciuto mia madre. Fui allevato da una zia che mi voleva bene, mi trattava anche bene, ma non come i suoi figli. Questo lo capisco adesso, ma allora, da bambino, ne soffrivo molto.
Lei sospirò e io continuai imperterrito, sicuro che qualche emozione simile l’aveva provata anche lei, se aveva lo sguardo così avvilito.
- Io ero bravo a scuola, - continuai insistendo su quell'io ben scandito, pur superfluo – io andavo bene in tutte le materie, mentre i miei cugini venivano rimandati e bocciati anche alle elementari. La madre li rimproverava e faceva i paragoni con me, col risultato che anche i miei cugini mi odiarono e me ne fecero di tutti i colori. Poi andai in collegio dai preti.
- E suo padre? - mi chiese. Ecco, c’era cascata, ormai era presa in trappola: era talmente in pena per quel bambino, sì da aver dimenticato i suoi guai. Sempre che le sue sventure fossero state reali e non solamente mie mere supposizioni.
- Sì, certo. Babbo ce l’avevo, ma lavorava fuori. Lo vedevo la domenica, a volte ogni quindici giorni. L’ora di salutarmi, di parlare un poco con mia zia per darle i soldi del mio mantenimento, poi basta. Ho saputo, ma dopo tanto tempo, che il marito di mia zia era geloso di babbo e proibiva zia di farlo entrare in casa quando lui non c’era. Mia zia era la sorella di mamma. Certe volte babbo mi incontrava per strada , mi salutava e consegnava i soldi a me.
Lei taceva, io la guardavo sottecchi.
- Allora in paese non c’erano pizzerie o cinema dove portarmi, giusto per stare un poco insieme, ma solamente l’osteria, - aggiunsi per rendere più concreto l'ambiente - e babbo non voleva che io entrassi nelle osterie. Poi babbo viveva in un paese vicino e quando veniva a trovarmi si faceva appunto la strada a piedi da un paese all’altro.
Ora raccontavo senza voltarmi a guardarla, mi ero accorto che lei cercava nel mio viso i segni delle antiche inquietudini.
Raccontavo e dicevo, eppure mi vergognavo di me stesso, della mia spudoratezza; mi vergognavo ma continuavo a dire e a raccontare finché non arrivammo di fronte all’Hotel Torre. La salita era terminata, a me doleva il ginocchio, avevo bisogno di sedermi sul muretto dell’aiuola che delimita la strada dal parcheggio.
- Scusami, Amalia! - ero passato al tu nel momento che la stavo congedando – Non so perché ti ho intristito la giornata con i miei ricordi lontani. Ora mi siedo a riposare. Arrivederci, sempre che ci ricapiti e ti vada ancora bene di sentire la storia delle mie afflizioni.
- Non si scusi, – mi pregò – mi ha fatto piacere incontrare una persona sensibile come lei.
- Grazie e arrivederci.
Mi porse la mano che trovai minuta e fragile, si voltò e andò via a passo svelto. Parve che le miserie altrui le avessero ridato slancio per camminare, se non per vivere.
Appoggiai il mento al bastone di tamerice che due anni prima avevo comperato al mercatino del martedì. Cercai di capire il motivo del mio comportamento: poteva essere indice di inutile curiosità, quando non fosse diventato, per qualche scherzo del caso, un gioco crudele che carpiva l’impulsiva comprensione di una donna infelice per un uomo all’apparenza pieno di empatia, ma egoista ed egocentrico sino al midollo? 
(continua)



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