domenica 10 settembre 2017

CRONACHE DALLA TORRE DEI CORSARI

di Francu Pilloni

1.3 Una donna triste


Capitò sì, ma oltre una settimana dopo.
Non che io avessi rinunciato alla mia sortita giornaliera armato di bastone di tamerice, né che Amelia stessa fosse partita. Io non sedevo più ad aspettarla sulla quarta panchina nello spiazzo davanti alla Torre, ma tiravo dritto, scendevo piano sul sentiero sassoso sino a raggiungere un gradino naturale della roccia spiovente sul mare, ben oltre la Torre.
Sedevo là col viso al vento, come un corvo sul ramo apicale dell'albero più alto
Non so a cosa pensino, nei giorni di vento, i corvi che si dondolano gratis; so invece a cosa pensavo io: a niente e a tutto. A me, ad Amelia, ai pesci, ad Amalia. Poco a quella, più spesso a quest’ultima.
Più ci pensavo, meno sapevo che cosa pensare della situazione. Fa spavento, se solo ci si pensa, ma è così. A mente fredda ero più che persuaso che non avrei dovuto pensarci proprio; nei fatti non facevo che ritrovarmi a cucire pensieri su di lei.
Erano le undici, si era fatto tardi. M’incamminai sul sentiero per raggiungere la Torre, aggirarla sulla sinistra e raggiungere lo stradone. Quando fui in cima di fianco alla Torre, la vidi seduta sul quarto sedile che tratteneva i capelli con la mani. Lei era di spalle, girata di tre quarti: pensai che non mi avesse ancora visto, avrei potuto tornare indietro e aspettare che s’incamminasse per prima. Invece continuai a camminare ed emettei un fischio breve con le sole labbra, come facevo quando richiamavo il cane in caccia. Lei si voltò e mi salutò con la stessa mano che tratteneva i capelli, di modo che questi le volarono alla brezza sparpagliandosi a ricoprirle il viso.
- Francu! - gridò. Capii subito che dovevo inventarmi una scusa – Da quanto tempo…
- Ciao – salutai quando le fui vicino. Le porsi la mano, ma lei mi abbracciò, ignorandola. Non mi strinse ma mi lasciò due bacetti sulle guance. Come una vecchia amica, pensai.
Indossava un abito grigio a fiorellini gialli, di quelli sottili e semitrasparenti che le donne indossano sopra il costume da bagno. Si intravvedevano chiaramente, oltre a un bikini celeste, le sue fattezze di una pelle ancora molto chiara.
C’incamminammo parlando del vento e del mare, lei non mi chiese spiegazioni, ma mi diede le sue. Oramai, mi disse, si tratteneva sulla spiaggia più a lungo provando ad abbronzarsi senza danno. Saliva, lei pensava, troppo tardi per poter incrociare con le mie passeggiate. Quasi si scusò. Io restai sulle mie, perché questo mi riesce sempre facile e per esperienza so che induce a simpatia nei miei confronti. Perché alla gente piace essere ascoltata e questo io lo faccio bene e volentieri.
Non mi fermai neppure a riposare di fronte all’Hotel Torre
L'Hotel Torre, già Ostello della gioventù(Sardegna.com)
perché il ginocchio mi doleva sempre meno, in forza delle passeggiate giornaliere. Quando fummo a metà del curvone, si fermò davanti a una gradinata ancora grezza e disse:
- Io sto qua sopra.
- Ah! - dissi solamente, osservando i gradini ripidi e stretti.
- Vuoi salire? Ti offro una bibita.
- Meglio di no – cercai di escludermi, guardando la scala con sospetto.
- Dai che ti aiuto io, se vuoi. Dopo passi dalla piazzetta ed eviti la scala. Fai anche prima.
Ormai mi aveva infilato il braccio sotto l’ascella, io mi divincolai, non sono così rudere, le dissi, ce la faccio da solo.
C’era una porta a fianco della serranda di una botteguccia, negli anni aperta occasionalmente una stagione per vendere pane, un’altra per la farmacia, se non per ufficio vacanze. Questa volta la serranda era abbassata. Forse non ci vendevano proprio nulla.
Amalia aprì il portoncino e mi fece strada, accendendo la luce. Era una stanzone di una ventina di metri, sulla destra un letto di una piazza e mezzo, sulla sinistra una cucina a gas e un lavandino. In fondo una finestra e una porticina che supposi desse in un bagno.
- Tengo la finestra chiusa tutta la mattina perché entra troppo sole, – disse a mo’ di scusa – Adesso la apro, così posso chiudere la porta. Ci sto stretta, ma sono da sola. Come sai…
- Boh, non lo sapevo. Potevi vivere con tua madre, con una sorella, un figlio, … che so? Una nipotina.
- Sono sola e qui non pago l’affitto. Per questo ci sto. Senti, cosa vuoi bere? Birra?
- Analcolico non ne hai? Senza zucchero. Oppure acqua fresca.
- Acqua fresca sì – si girò, aprì il frigo e mi porse la bottiglia, poi appoggiò due bicchieri sul tavolino – Serviti pure. Ti dispiace se ti lascio due minuti per levarmi la sabbia di dosso? Mi sta prudendo dappertutto.
- Due minuti? - chiesi sorridendo con l’angolo della bocca rivolto verso l’alto – Due minuti sono sopportabili.
- Al massimo tre. Fai partire il cronometro!
Lei si sfilò il vestito e lo posò sul letto; entrò in bagno, non chiuse neppure la porta a chiave.
Io mi guardai in giro, osservando lo scarso mobilio e il letto, ancora disfatto, dove chiaramente aveva dormito una sola persona. C’erano sì due cuscini, ma erano sovrapposti proprio in mezzo.
Lo scroscio della doccia cessò, m’affrettai a versarmi l’acqua e a berne la metà.
Amalia uscì dal bagno con la spugna legata sopra il seno, così che la copriva sino al ginocchio. Sedette compostamente; io le versai dell’acqua.
- Scusa, Francu. Vuoi aggiungerci un po’ di sciroppo di menta? Ho anche orzata.
Si alzò senza attendere risposta, si chinò di fronte a un mobiletto di fianco alla cucina e aprì lo sportello. Non potei fare a meno di osservarle le cosce lunghe e snelle, perché non si era abbassata piegando le ginocchia e accosciandosi, ma curvandosi in avanti. Tirò fuori due bottiglie da mezzo litro, una per mano, e si voltò mentre la spugna le scivolava a terra lasciandola nuda di fronte a me.
- Oh! - dissi ridendo – Lo so che non l’hai fatto a posta, ma non scusarti perché la vista è gradevole.
- Dici? - sorrise a stento – Allora faccio la giravolta!
Posò le bottiglie sul tavolino e andò a riprendersi il vestito semitrasparente che aveva buttato sul letto. Lo infilò dalla testa. Si era messa di fianco rispetto a me, pensai che non volesse darmi le spalle, né essere così sfrontata da mostrarmi il pube. Da qualsiasi parte la guardassi, non avrei avuto di che lamentarmi.
Come alzò le braccia per infilarsi la veste, notai che proprio sotto l’ascella si intravvedeva un segno di qualche centimetro che pareva una cicatrice.
- Francu, sarà meglio che vada, - mi disse – lo spettacolo è terminato.
- Grazie; ti saluto e ti ringrazio: per l’acqua, per la chiacchierata e per il biglietto omaggio! - risi per superare il momento di imbarazzo. Alla prossima.
- Ma non credo che ci sarà un altro spettacolo! - rise anche lei.
- E chi lo sa? Ci puoi scommettere?
- La prossima volta lo sciroppo te lo cerchi da te. Ora sai dov’è, no?
- Non cambiarlo di posto!
Aprì il portoncino, mi abbracciò e mi baciò sulle guance. Come una vecchia amica.
Io non potei fare a meno di poggiarle una mano sulla schiena. Anche quei muscoli erano tesi. Si aveva l’impressione di avere a che fare con una donna fatta solamente di tendini.
(continua)


3 commenti:

  1. Che tenerezza e che sofferenza in questa donna!E l'uomo? A parer mio un uomo,uomo ovvero "stronzo".Mi scuso per l'epiteto.Lei,signor Francu è veramente un grande scrittore e mi stupisco che non ci siano mai commenti alle sue storie.Non faccio mai commenti agli scritti interessantissimi del signor Angei,non sono all'altezza,ma mi sembra scorretto non apprezzare le storie di un grande scrittore sardo.

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  2. Uomo ovvero "stronzo".
    Stronzo perché? perché, essendo uomo, cioè maschio, è stronzo per definizione?
    Troppo semplicistico. Generalizzante. Non ho capito.
    Anche perché, mentalmente, quell'uomo, l'io narrante, è pieno di sensibilità verso quella donna che le è sembrata appunto triste, sin dal primo sguardo.
    E poi, non si lasci ingannare, la storia non è finita, anzi! ci sono ancora due capitoli. Poi mi dirà. Chi sa dire che dopo il prossimo capitolo, quella donna sensibile e sofferente non sia solamente una che ha fatto i suoi calcoli? E quell'uomo, piuttosto che stronzo, le appaia solamente un fesso?
    Quanto al grande scrittore sardo, a me s'addice meglio la definizione di grosso scrittore, in considerazione della taglia XXXL.

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  3. E' vero,ho fatto un grave errore a generalizzare,infatti,a volte,le donne sono più perfide degli uomini e le dirò che all'inizio della terza parte del racconto,mi è venuto il dubbio che la fanciulla facesse la furba,poi mi sono fatta commuovere.Chiedo venia di nuovo.Lei sarà anche grosso ma,per me,lei è un grande scrittore con un animo sensibile e di grande profondità psicologica.

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