martedì 12 settembre 2017

CRONACHE DALLA TORRE DEI CORSARI

di Francu Pilloni

1.4 Una donna triste

La torre vista da W. In primo piano l'alta falesia a picco sul mare (Flickr)
Il giorno dopo, il martedì, era il giorno del mercatino; Amelia mi avvertì che le serviva il prezzemolo e l’aglio.
Uscii di casa, presi la Jeep e scesi sino alla Torre. Parcheggiai.
Il maestrale cantava ancora la sua pretenziosa canzone, così m’infilai un vecchio corpetto da cacciatore che avevo da tempo buttato nel sedile posteriore .
Non ostante fosse ancora presto, Amalia era là che aspettava:
- Sulla spiaggia – disse - ti viene la sabbia in faccia e non è possibile resistere. Poi il rumore delle onde mi dà sui nervi.
- Figurati se senti l’urlo del mare sulle rocce, là dietro la Torre! Ti terrorizza, direi.
- Andiamo a sentirlo – disse risoluta e s’avviò.
La seguii lentamente come potevo; vedendola di spalle capii che la sua voglia di moto era dovuta al freddo che il solito vestitino grigio a fiori ben poco riparava.

Giungemmo là dove la collina precipita sul mare, sedemmo sugli spuntoni di roccia affioranti, io a destra a prendere il vento nella parte declinante della seduta, con lei che cercava di ripararsi facendosi scudo della mia massa corporea. Mi sfilai il giubbetto e glielo passai, ma lei continuò a starmi addosso. Le passai il braccio intorno alle spalle, neppure così smise di tremare.
Lastroni affioranti come sedili (it.depositophotos.com)
I discorsi furono brevi, quasi urlati, letti soprattutto sulle labbra. Il boato continuo delle onde non concedeva intonazioni alla voce che non fosse di mero volume. I miei occhi andavano e venivano dal mare al suo viso così vicino che avrei sentito il respiro in una giornata senza vento. Amalia invece pareva guardare solamente me; ogni volta che volgevo gli occhi dalla sua parte, immancabilmente mi stava guardando con in bocca l’accenno di un sorriso.
- Hai ancora freddo? - le chiesi, anche se lo capivo tranquillamente da me.
- Mi sta passando.
Nel dirlo tirò su le gambe e le appoggiò sopra la mia coscia sinistra, appiccicandosi ancor più a me. Il vestitino era rimasto indietro e non potei fare a meno di notare quanto mi si mostrava.
- Hai le gambe fredde – dissi cinicamente, mentre le infilavo la mano destra fra le cosce.
Lei strinse le gambe e mi bloccò la mano a metà. 
Sono stato avventato, – pensai – ma, da maschio, non posso permettere che le sfiori il pensiero che ha a che fare con un frocio”.
O Dio, m’è scappato di dire frocio! 
Mi si permetta che rettifichi e dica gay che è politicamente più corretto, pur riferendo la medesima situazione esistenziale. Dietro questo mio problema irrisolto sta il fatto che io appartengo a una generazione in cui non solamente si diceva pane al pane e vino al vino, ma lattuga all’insalata verde e sindria all’anguria: il cocomero, su cugumbiri, era solamente un cetriolo.
Ero convinto di aver commesso una gaffe, fosse pure di tempistica; non avevo la faccia tosta di forzare con la mano, non avevo la prontezza di ritirarla con nonchalance,  perché avrei ammesso implicitamente di essermi sbagliato, né osavo girare gli occhi per guardarla in viso: l’immagine che avevo di me stesso era stravolta quasi quanto l’acqua del mare che diventava schiuma. 
Sentii che infilava la testa sotto il mio mento, la sua mano sinistra mi accarezzò la guancia destra. Mi voltai finalmente a guardarla  negli occhi e fu lei a dipanare la situazione che era venuta intricandosi, vista dalla mia prospettiva. Amalia mi lasciò un tenero bacio sulle labbra e disse:
- Andiamo via, c’è troppo vento. Ho visto quello che c’era da vedere; ho sentito quello che c’era da sentire e – qui ridacchiò e fu la prima volta che le vidi i denti – ho capito quello che c’era da capire. 
Tornammo indietro senza parlare. 
La Jeep era al sole ben calda così che ad Amalia parve di entrare in paradiso.
- Io devo passare al mercatino – dissi quando fummo sullo stradone, non prima di essermi schiarito la voce.
- Anche a me servirebbe della frutta, soltanto che non ho preso il borsellino.
Non mi fermai davanti all’improvvida scalinata per permetterle di andare a rifornirsi dei soldi, svoltai invece subito a destra per evitare di passare di fronte a La Kambusa, così che nessuno potesse vederci insieme dato che, se in pochi conoscevano me, non sapevo in quanti conoscessero lei. Arrivammo vicino al mercatino per vie traverse, presi il biglietto da venti euro che tengo sempre nascosto nell’aletta parasole in vista di sopravvenienze inaspettate, glielo consegnai e presi per me alcune delle monete dei resti che raccolgo in una fossetta della portiera, sicuramente messa lì dal costruttore per altre ragioni che pure, a distanza di anni, ancora mi sfuggono. 
Arrivammo tra i venditori e ciascuno andò per le sue compere, salvo a tenerci in contatto visivo. Quando lei ebbe finito, tornammo alla macchina.
- Ho speso quasi quindici euro – mi disse porgendo quello che doveva essere il resto.
- Lascia stare, non mancherà l’occasione. Me li darai con comodo.
- Grazie! - disse con un tono di voce caldo e deciso - Mi accompagni a casa? In qualche modo ti ripagherò! - continuò guardandomi intensamente negli occhi.
All'improvviso mi sentii le gambe molli; in un’altra situazione di tempo, avrei creduto che mi desiderasse, tuttavia le parole erano molto esplicite, non potevano nascere o cadere nel nulla.
- Per me è l’ora di rientrare, - bofonchiai - Amelia deve cucinare e le mancano l’aglio e il prezzemolo. E tu, è meglio che torni a piedi da sola. Ti va bene domani? - azzardai dopo una pausa significativa, ben consapevole che, se per le donne imprudenti la scienza farmaceutica ha confezionato la pillola del giorno dopo, opportunamente per i maschi insicuri si è inventata la pillola del giorno o dell’ora prima.
La risposta di Amelia fu eloquente: si alzò sulle punte e, bilanciata da due buste per mano, si allungò sino a posarmi un bacio breve sulle labbra. Io alzai la mano con la busta e l’altra col bastone per prenderle le spalle, ma lei aveva già posato i talloni a terra. Allora mi chinai e le baciai la fronte.
A domani.


1.5. Una donna triste


Il giorno dopo mi ero preparato al peggio. O al meglio, se l’avverbio rende più esplicitamente l'ansia dell’attesa.
Presi la Jeep perché non è detto che non potesse servire allo scopo, anche se il letto visto in quello stanzone, con bagno annesso, era di gran lunga preferibile. Non ero più avvezzo alla ginnastica di un certo tipo, praticata a suo tempo all'interno spoglio di una 500 FIAT! 
Sedetti sulla quarta panchina sino a che mi stancai di aspettare; allora feci un giro intorno alla Torre, sempre tenendo d’occhio lo stradone in cima al quale mi figuravo di veder spuntare Amelia.
Il maestrale si era quietato, erano trascorsi i tre fatidici giorni, che poi sono quelli che lo giustappongono a Nostro Signore: se è vero che il maestrale dopo tre giorni muore, è altrettanto scritto che dopo tre giorni Gesù risorge. Questo è quello che dice la gente del popolo, gli uomini e le donne che hanno esperienza diretta del maestrale - il quale però certe volte se ne infischia delle convinzioni popolari e seguita a imperversare per una settimana intera -, che sanno solo per sentito dire delle vicende di Nostro Signore e degli altri profeti, avendo letto poco o niente in merito e appreso dal prete domenicale o dal predicatore quarantoregno il maggior cumulo di informazioni sulle opere di Dio.
Amalia non si vide, né scendere, né salire.
Lì per lì mi sentii come un piffero di montagna: ero uscito di casa per fottere, mi ritrovai alla Torre fottuto per benino. Già mi stavo accusando di stupidità, avendo procrastinato un evento da incasellare senza dubbio fra quelli tipici che si colgono al volo. 
Montai in macchina amareggiato più per la figura barbina che per aver mancato l'avventura. 
Anzi, in fondo in fondo, ma proprio nel profondissimo, quasi quasi mi sentivo sollevato, non così tanto come il Patriarca a cui fu impedito di colpire il figlio, ma solo un poco. Anche perché non vedevo alcuna simil-pecora di fronte a me.
Quando arrivai al curvone, m’impressionò molto il fatto che quella scala inconclusa e desolata fosse gremita di popolo. 
“Che cavolo sarà successo? - mi chiesi - Cosa diavolo venderanno a buon prezzo? Ma no, la salita per la pescheria è a trenta metri più in là, verso a La Kambusa”.
Incuriosito, provai a cercare un parcheggio al lato della strada, senza trovarlo. Nel parcheggio interno al comprensorio notai un’ambulanza. 
“Qualcuno che si è sentito male - mi venne da pensare - con questo caldo! E però cè stato il maestrale”, ragionai tra me.
Parcheggiai a casa e tornai indietro. Non ebbi bisogno neppure di avvicinarmi troppo per sentire la gente che parlava di una disgrazia.
- Si chiamava Addari, - disse uno - Amalia, la figlia di Carmelo Addari, te lo ricordi? Lavorava a Montevecchio, poi in Laveria a Naracauli. 
- Addari pum pum,lo chiamavamo! Pescava i muggini dallo scoglio con le bombe.
- E non sapeva neppure nuotare!
Vista parziale della piazza Stella Maris (Vikimapia.org)
- Il marito l'ha uccisa. Dicono che è uscito ieri dalla prigione, in permesso premio, per vedere la madre che sta male. - disse un altro, mentre salivo per entrare nella piazzetta Stella Maris.
I Carabinieri avevano chiuso col nastro metà della piazza e non facevano avvicinare nessuno. Si aspettava il magistrato e la Scientifica per i rilievi.
- L’ha visto Pepuccio, - diceva un altro ben informato - Pepuccio quello del bar. Aveva appena aperto e messo la macchina del caffè in pressione. È entrato questo tipo, neanche le sette erano, ha chiesto un caffè. Pepuccio dice che aveva la maglietta sporca di sangue.
- E poi non ha aspettato per il caffè, ha bevuto un bicchierino di whisky. Poi è sparito. 
- Si chiama Alfonso quel vigliacco. Chi lo conosce?
- Il marito? Quello che le aveva infilato uno scalpello nelle costole?
- Sì, proprio lui. 
- Ah, ora ricordo! Aveva preso nove anni per tentato omicidio...
- Sì, ma prima l'avevano già messo dentro perché la picchiava. Tornarono anche insieme...
- Lei lo perdonò e tornarono insieme sino al fatto dello scalpello.
Fu allora che compresi la storia dei due mariti: uno, Alfonso, morto il giorno che la picchiò la prima volta; l’altro, sempre Alfonso, che stava in prigione, di cui si era riservata di parlarmi e a causa del quale pensai che avesse tremato al solo pensiero di quanto sarebbe potuto accadere appena fosse tornato in libertà.
Non aveva aspettato neppure tanto, il suo secondo Alfonso. Ecco perché si era rifugiata in un posto che, per quasi tutto l'anno, sembra abbastanza sperduto. 
Mi figurai i giornali e le televisioni, dei quali già c'era traccia in giro, che avrebbero avuto praterie da percorrere per giorni e giorni, a parlare di un nuovo femminicidio, a chiedere a noi lettori o spettatori di talk-show  il perché un giudice avesse concesso il permesso, ecc. ecc., tutte le cose trite e ritrite per ognuno degli oltre mille fatti annuali di sangue di questo tipo.
Nessuno avrebbe detto e nemmeno supposto o cercato di scoprire, parlando della vittima, che Amalia era una donna che aveva cercato, da sempre e solamente, un poco di tenerezza. Quella tenerezza che nessuno era riuscito o provato a donarle.

Tornai a casa triste; mi faceva male il cuore, mi dolevano le ginocchia a forza di stare fermo in piedi ad ascoltare i commenti del singolare ed eterogeneo popolo  di Torre dei Corsari.
Entrai in casa e abbracciai Amelia. Lei mi guardò senza dire una parola
(È da stupidi chiedere perché ti si fa un regalo. Fosse pure un dono piccolo e inaspettato come un amorevole abbraccio: un gesto di tenerezza si sa bene dove riporlo, per tirarlo fuori quando serve. Inoltre non ha bisogno di essere spolverato e lucidato e, soprattutto, mai lo si darà via per farne un premio in una pesca di beneficenza. La tenerezza, quella che si riceve, la si accoglie volentieri e la si tiene ben cara dentro).
Pensai ancora ad Amalia e mi trovai a sperare ardentemente che qualche mio gesto, qualche mia parola, potessero essere stati interpretati come una manifestazione di tenerezza.
Ebbi invece la sensazione sgradevole che sarebbero potuti essere stati ragionevolmente scambiati per segnali sessuali: da questo forse dipendeva la sua rigidità, quando anche le avevo toccato solamente il braccio.
Era tenerezza prorompente invece quella che lei aveva riversato sopra di me con quei lievi e brevi baci sulle labbra e sulle guance, mentre la sua promessa di ripagarmi in qualche modo poteva essere stato un gesto estremo di attenzione, la ricerca di momenti di affettuosità che pensava di poter vivere insieme a me, dato che, convenni amaramente, non potevo certamente apparirle appetibile dal punto di vista sessuale.
L'avermi ispirato quest’ultimo pensiero mi apparve come un ulteriore atto di tenerezza da parte di Amalia, non come ultimo bacio, bensì come un buffetto sulla guancia, pari a un  garbato rimprovero.

Fine

(riflessioni a margine)

"Ma perché ha scelto proprio me? - ho continuato a ripetermi  per anni e ancora me lo chiedo - A confidare in me senza riserva, pronta anche a darsi , proprio a me che chiarissimamente sono uno che ha difficoltà nel campo dell'affettività, che non sente il bisogno di aprirsi agli altri?".
Le sarò sembrato quello che non sono, le sarò sembrato migliore di quello che sono.
Che disdetta! 
Io, che sono affezionato a me stesso per come sono, ben conscio dei miei limiti caratteriali, sono stato apprezzato per quanto non sono mai stato capace di essere.
Riconosco che quest'ultimo pensiero non è certo un buffetto affettuoso, ma una sberla, un improvviso manrovescio.
Curo però la mia anima con quello che ho, come fanno le api: la mia propoli è la bugia: mi dico che le cose sgradevoli sono mie invenzioni, così come sono finzioni le tante morti in un film western. 
Chi ha mai pianto per un indiano morto in un film, fosse pure l'Ultimo dei Moicani?
Ecco perché continuo a guardare il mare, oltre l'orizzonte, dove Amalia c'è a patto che io me la inventi di nuovo, come più mi aggrada.







3 commenti:

  1. Un bel racconto che io ho il privilegio di gustare, per ambientazione,più di tutti gli altri. Unu 'contu' alla tua maniera. Direi di taglia XXXL (il racconto, dico.Ma in barca è meglio che si parli di 'caccia e cani'. Quando latita il pesce, dopo i giorni del maestrale. E Rio Murtas ci fa l'occhietto, spenti e cotti come meloni di fine Agosto. Più me, direi, che te, tanto pessimo nuotatore e fotografo quanto massimo scrittore.

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  2. Signor Francu,lo so che sono ripetitiva nelle mie lodi sperticate nei suoi confronti e,sicuramente,le daranno fastidio.Non sono una lettrice assidua di libri ma ne leggo abbastanza,per cui posso dirle che in questo suo racconto bellissimo,viene fuori una sensibilità maschile fuori dall'ordinario."le sarò sembrato meglio di quello che sono".No,le donne,proprio quelle che hanno sofferto tanto ed hanno sopportato i soprusi,hanno la capacità di scavare e trovare nell'essere umano anche le doti che,questo essere umano(sia donna che uomo),chissà per quale motivo,vuole nascondere.Come vorrei essere un editore per obbligarla a pubblicare questo suo commovente racconto!

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  3. Volevo aggiungere che,secondo me,le donne(non tutte) hanno una marcia in più rispetto agli uomini perchè ammirano gli uomini al di là del loro aspetto fisico perchè guardano l'anima.

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