mercoledì 8 novembre 2017

AMELIA VISTA CON GLI OCCHI DI FRANCO TABACCO

da Cronache dalla Torre dei Corsari

AMELIA, UNA DONNA TRISTE 
di Francu Pilloni

Amelia, così come l'ha vista l'artista.


Se è vero che l'assassino torna sempre sul luogo del delitto, qualche volta lo scrittore ritorna su un suo misfatto.
A minima richiesta e traendo scusa dalla pubblicazione del lavoro di Franco Tabacco, approfittiamo dell'occasione per rimettere il racconto, per intero e senza spezzettamenti, illustrato con foto recenti di nostra proprietà.



Saliva dalla spiaggia camminando a testa bassa, pareva contare i passi. Aveva percorso il tornante di fronte alla Torre sul lato esterno con una traiettoria circolare più precisa di quanto lo sia quella del bordo dell’asfalto. 
La incrociai quando aveva appena ripreso il rettilineo; alzò gli occhi da terra per un attimo, se non per curiosità, suppongo per meglio scansarmi, dato che scendevo sullo stesso lato.
Nei suoi occhi colsi un velo di tristezza.
La salutai con un buongiorno di maniera; lei borbottò qualcosa di rimando.
Sedetti sulla quarta panchina, la prima dove diventano più basse e aiutano a distendere le gambe: soffro di un dolore al ginocchio che non indago da tre lustri e proprio là son solito riposarmi prima di riprendere la passeggiata, sia che mi inoltri oltre la Torre per consentire al mare di rapire i miei pensieri, sia che torni affaticato sui miei passi verso il villaggio.
Dio, com'è triste!” pensai prima di godere della vista delle dune color miele di cardo, non ancora rosa data l'ora, ma che il vento di maestrale aveva pettinato a dovere, cancellando qualsiasi accenno di visitazione umana e animale.



La vidi nuovamente due giorni dopo: vestita di scuro, la gonna lunga, le braccia coperte che scendevano inerti sui fianchi, per nulla disposte ad assecondare in controtendenza il movimento delle gambe. Aveva iniziato a percorrere la sua traiettoria preferita. Ero seduto alla quarta panchina, mi alzai e raggiunsi il bordo dell’asfalto. Quando era a dieci passi da me la salutai con un buongiorno di cortesia, abbastanza incolore, ma col tono che non si afflosciava all'ultima sillaba, anzi.
Attesi che alzasse la testa a guardarmi: volevo scrutare dentro i suoi occhi per capire se l’offuscamento delle pupille era indizio di tristezza vera o solamente d’occasione.
Mi guardò e scosse la testa: poteva anche passare per un saluto.
Quando fu più vicina, notai che era giovane, anche molto giovane rispetto a me.
- Se lei non avesse fretta, potremo fare un tratto di strada insieme – suggerii.
Si fermò a un passo, indecisa, squadrandomi sincreticamente per un tempo che non fosse un solo attimo.
- Io sono Francu e non vado veloce.
- Amalia – disse e lì finì il suo discorso e le attenzioni del suo sguardo, di nuovo basso.
Quanto era triste quella donna!
Una afflizione vera traspariva dagli occhi chiari, più grigi che celesti, una cupezza che pareva venirle dal profondo, che ristagnava in lei come nebbia in una vallata. In complesso era una bella donna, pallida e tirata, dai lineamenti regolari. Notai le sopracciglia non curate dall'estetista, ma naturalmente spesse, arcuate e ben disegnate.
- Io vado piano – continuai affinché il silenzio non diventasse imbarazzante – perché mi pesano gli anni e i chili. Soprattutto la vita mi pesa, mia bella signora. Per questo vado piano. Non ho fretta di arrivare.
Quando ero giovane, con parole convenienti cercavo di entrare nella simpatia delle ragazze cercando in loro il punto debole che è “un cuore di mamma” che alberga in tutte le donne. O in quasi tutte. Adesso cercavo “un cuore di figlia”, di una figlia fortunata che ha conosciuto un padre a modo o di una che ha desiderato ardentemente di averlo.
- La vita pesa su tutti, signore. E a me non importerebbe neppure di arrivare quanto più presto.
- Mi scusi, ma non ho capito! – ribattei – Ho detto che io non ho fretta di arrivare là dove si è vicini, quando si ha l’età mia. Amalia, lei è giovane e gagliarda! Suppongo che volesse dirmi altro da ciò che ho inteso.
So per esperienza che non c’è nulla che faccia piacere alle persone quanto il sentirsi chiamare per nome. In più avevo lasciato scivolare una dolce bugia: gagliarda? Ma quando mai!
Ormai aveva regolato il suo passo al mio andare; di tanto in tanto ci fermavamo, quando un’auto scendeva o saliva, per tenerci più vicini al bordo. Erano i momenti in cui potevo ancora scrutarle il viso, per meglio cogliere la mestizia nei suoi occhi grigi, renitenti a ogni luce.
- Eh, - dissi con accento di chi ha visto e vissuto di tutto – eh, quando uno nasce sfortunato, non è che aspetti di aver finito il servizio militare per patire i dispiaceri della vita!
- Questo, purtroppo, lo so bene da me! - disse con fermezza, come una persona a cui è tornata la pressione normale dopo che è stata svenuta per uno spavento.
- Io – cominciai, sapendo che non sarebbe rimasta impassibile di fronte alle mie storie di miseria inventate – io praticamente non ho conosciuto mia madre. Fui allevato da una zia che mi voleva bene, mi trattava anche bene, ma non come i suoi figli. Questo lo capisco adesso, ma allora, da bambino, ne soffrivo molto.
Lei sospirò e io continuai imperterrito, sicuro che qualche emozione simile l’aveva provata anche lei, se aveva lo sguardo così avvilito.
- Io ero bravo a scuola, - continuai insistendo su quell'io ben scandito, pur superfluo – io andavo bene in tutte le materie, mentre i miei cugini venivano rimandati e bocciati anche alle elementari. La madre li rimproverava e faceva i paragoni con me, col risultato che anche i miei cugini mi odiarono e me ne fecero di tutti i colori. Poi andai in collegio dai preti.
- E suo padre? - mi chiese. Ecco, c’era cascata, ormai era presa in trappola: era talmente in pena per quel bambino, sì da aver dimenticato i suoi guai. Sempre che le sue sventure fossero state reali e non solamente mie mere supposizioni.
- Sì, certo. Babbo ce l’avevo, ma lavorava fuori. Lo vedevo la domenica, a volte ogni quindici giorni. L’ora di salutarmi, di parlare un poco con mia zia per darle i soldi del mio mantenimento, poi basta. Ho saputo, ma dopo tanto tempo, che il marito di mia zia era geloso di babbo e proibiva zia di farlo entrare in casa quando lui non c’era. Mia zia era la sorella di mamma. Certe volte babbo mi incontrava per strada , mi salutava e consegnava i soldi a me.
Lei taceva, io la guardavo sottecchi.
- Allora in paese non c’erano pizzerie o cinema dove portarmi, giusto per stare un poco insieme, ma solamente l’osteria, - aggiunsi per rendere più concreto l'ambiente - e babbo non voleva che io entrassi nelle osterie. Poi babbo viveva in un paese vicino e quando veniva a trovarmi si faceva appunto la strada a piedi da un paese all'altro.
Ora raccontavo senza voltarmi a guardarla, mi ero accorto che lei cercava nel mio viso i segni delle antiche inquietudini.
Raccontavo e dicevo, eppure mi vergognavo di me stesso, della mia spudoratezza; mi vergognavo ma continuavo a dire e a raccontare finché non arrivammo di fronte all’Hotel Torre. La salita era terminata, a me doleva il ginocchio, avevo bisogno di sedermi sul muretto dell’aiuola che delimita la strada dal parcheggio.
- Scusami, Amalia! - ero passato al tu nel momento che la stavo congedando – Non so perché ti ho intristito la giornata con i miei ricordi lontani. Ora mi siedo a riposare. Arrivederci, sempre che ci ricapiti e ti vada di sentire ancora la storia delle mie afflizioni.
- Non si scusi, – mi pregò – mi ha fatto piacere incontrare una persona sensibile come lei.
- Grazie e arrivederci.
Mi porse la mano che trovai minuta e fragile, si voltò e andò via a passo svelto. Parve che le miserie altrui le avessero ridato slancio per camminare, se non per vivere.
Appoggiai il mento al bastone di tamerice che due anni prima avevo comperato al mercatino del martedì. Cercai di capire il motivo del mio comportamento: poteva essere indice di inutile curiosità, quando non fosse diventato, per qualche scherzo del caso, un gioco crudele che carpiva l’impulsiva comprensione di una donna infelice per un uomo all'apparenza pieno di empatia, ma egoista ed egocentrico sino al midollo? 

Tre mattine dopo sedevo al solito quarto panchetto nello spiazzo
davanti alla Torre, esattamente quello affiancato al palo del lampione. Respiravo il maestrale che increspava il mare e lo induceva a schiumare contro la parete di sabbia, a mala pena contenuto, come una buona birra ghiacciata in un boccale.
Pensavo ad Amalia, ma non avevo un piano preciso di comportamento, se mai l’avessi incontrata di nuovo. La gente a Torre dei Corsari va e viene, poteva essere rientrata al suo paese o alla città, con la prospettiva che mai più nella vita avessi potuto rincontrarla. E questo, opinai, sarebbe stato l’epilogo più degno.
Invece no: a un tratto spuntò dal tornante, il vestito era scuro, il passo meccanico a tracciare un arco di circonferenza, solo che, questa volta, virò per la tangente puntando decisamente verso di me.
- Ciao, Francu, – disse prima di fermarsi - posso sedermi vicino a te?
-Ma che bella sorpresa! Come stai Amelia? - anche lei era passata al tu.
- Amalia – mi corresse.
- Non è lo spesso? Amalia in italiano, Amelia in sardo.
- Non lo so, non credo. Tutti mi chiamano Amalia. Sempre Amalia.
- Amelia, Amalia, A-malìa, A-maliarda. Non è sempre lo stesso nome? E cosa significa? Lo sai?
- Un prete mi disse che significa laboriosa.
- E lo sei?
- Ancora è da decidere.
- Ci faremo uno studio. O lo chiediamo a un prete. Tanto quelli sanno tutto di tutti! - poi, volendo uscire dalle banalità e abbracciando una cosa di senso comune – Tu ci vai a confessarti?
- Qualche volta. Non di frequente. Prima invece, quand'ero bambina, tutte le settimane mi confessavo! Anzi, aspettavo le feste infrasettimanali per riconfessarmi alla vigilia. E il bello era che, non avendo commesso peccati degni di attenzione di cui accusarmi, mi tormentavo per inventarmene qualcuno sempre diverso. I peccati peggiori li copiavo da quelli che dicevano di aver confessato le mie amiche.
- E oggi?
- Se ci vado o se me li devo inventare?
- Se ci vai.
- Non ne sento il bisogno. È un bene o è un male?
- A me lo chiedi?
- E a chi, sennò? Il palo qua dà luce, ma non parla.
- Per me è un bene, perché non senti il bisogno che altri ti lavino i panni sporchi; ma è anche un male, se ti manca il sollievo che altri ti abbiamo tolto le castagne dal fuoco.
- Scusa, Francu, ma tu hai studiato dai Gesuiti?
- I Domenicani sono anche peggio. Come stai?
- Oggi mi sento meglio, da appena ti ho visto. Come mai hai mancato le passeggiate?
- Sono andato a pescare in barca. Non è che ti vuoi compromettere?
- Con te? Magari! Dimmi: sei sposato?
- Due volte, ma sempre con la stessa. E tu?
- Anch'io due volte: uno è morto, l’altro è in prigione.
- Che sfiga! - esclamai d’impulso – Non dirmi altro, se non vuoi…
Le avevo posato la mano destra sull'avambraccio sinistro, come a chiederle scusa, come usa per avere un contatto umano quando non si è inglesi nel cuore e nello stile, ma umanamente aperti e solidali come capita che sia la maggioranza fra di noi. Noi sardi dei paesi, voglio dire. 
Pensavo di toccare la carne morbida di una giovane donna, trovai che, pur senza stringere, l’arto era teso e duro come quello di una persona sotto sforzo. “Sarà tesa e nervosa per i cattivi ricordi” pensai per giustificare un aspetto di lei che non rientrava nel carrello delle mie previsioni, non rispondeva al profilo caratteriale che mi ero costruito per lei. Non che Amalia si fosse irrigidita al contatto estraneo di un uomo che, pur attempato, comprendo che per lei sempre un maschio restavo; al contrario lei coprì la mia mano con l’altra sua mano, in segno di solidarietà verso di me e anche per farmi capire che aveva gradito la mia empatia. Oppure voleva trattenere la mia mano sul posto, intuendo e prevenendo altre intenzioni che io, comunque, al momento non avevo?
Si voltò verso di me assestandosi sul sedile, così che il suo ginocchio sinistro poggiò contro mia coscia destra.
In fondo è una donna moderna” pensai per giustificarla, perché il gesto era casuale e non malizioso “Siamo noi vecchi i veri maliziosi, per ogni cosa ci leggiamo l’allusione che non c’è”.
Per la prima volta ci fissammo negli occhi. La sua malinconia traboccava, un filo d’angoscia supportava la sua voce, ora calda nei toni trattenuti, come la voce di un bambino spaventato che racconta la sua avventura, ma si trattiene dall'esagerare per paura che per questo non venga creduto.
E Amalia raccontò del primo marito, incrociando le dita delle mani nel grembo, come se stesse pregando in silenzio.
- Alfonso era buono e sfortunato. Più questo che quello. Ripeteva però, dal canto suo, di essere l’uomo più fortunato del mondo perché aveva trovato me. Da parte mia, sentivo che avrei dovuto assicurargli che la sorte era stata altrettanto benevola con me per avermi fatto incontrare lui, ma non glielo dissi mai. Lo pensai una volta, provai a dirglielo quella volta che stavamo a letto e fu l’unica volta che mi accontentò sino in fondo, ma mi mancò la voce. Nei fatti, non mi sentivo tanto fortunata a vivere accanto a lui, anche se non potevo lamentarmi di alcunché in particolare. Questo era Alfonso. Morì dopo sedici mesi che ci eravamo sposati. Morì di disgrazia. Non mi lasciò nulla perché, all'infuori di me, non possedeva nulla. Neppure un figlio. Per fortuna!
- Solo qualche ricordo, qualche rigo nel diario della vita. - convenni pensieroso - Non ti dispiacque molto, vero? Se posso chiedertelo, sempre che voglia rispondermi.
- No. Anzi sì. Mi sentii sola, ma non morii insieme a lui. Restai viva, mi parve anzi di essere più libera. Mi capisci?
- Sì, sì. Certo che ti capisco. O almeno ci provo.
Mi vergognavo per averle propinato un sacco di bugie, a fronte delle dolorose verità vissute da lei. Doveva averle raccontate parecchie volte le sue disgrazie, perché andava sicura sui termini, sui tempi e sui modi dei verbi, senza ripensamenti. Aveva codificato molto bene tutta la storia. Questi sono elementi che non mi sfuggono, perché io amo ascoltare gli altri e so farlo bene. Ma a chi le avrà raccontate mai? Sono riflessioni così intime, così crude, che non le fanno certamente onore. 
Dunque …
Dunque un accidente! Un dunque sicuro non c’è: o lei è tanto disinibita, o io ho sbagliato nel mio giudizio. Oppure si è illusa di confidare i suoi intimi pensieri al prete in confessione o a uno zio affidabile, se non proprio al padre che forse non ha mai conosciuto. Nella sua coscienza ha riempito un vuoto, mettendoci proprio me. Qualcosa mi dice che è troppo affrettata anche questa operazione … come la chiamano in psichiatria? traslazione? O forse transfert, all'inglese?
- A cosa stai pensando? - chiese, in considerazione del fatto che mi vide ripiegato sulle mie stesse riflessioni – Spero non pensi ad Alfonso! - sorrise.
Sì, quasi sorrise. Se aveva sorriso di me e forse anche di Alfonso, pensai, se aveva pensato di avermi impressionato a sufficienza con la storia di Alfonso, bene, se ne stesse tranquilla sul punto, perché imparerà che, per scuotere me, ce ne corre di strada.
- No, pensavo al secondo. A quello in prigione.
- Ah, è una storia che val la pena di raccontarti nei particolari, – mi assicurò – ma te la racconterò un’altra volta. D’altra parte, tu nulla mi hai rivelato dei fatti personali con tua moglie: sposato due volte sì, ma sempre con la stessa donna. Vuoi che non mi abbia incuriosito? Non so neppure il suo nome.
- Hai ragione, si chiama Amelia. Il resto, che non è molto, ma curioso sì, lo lasciamo alla prossima, sempre che t’interessi.
Mi alzai, si alzò anche lei. Era alta e snella e i suoi occhi, lo sguardo dei suoi occhi grigi mi frugava dentro, in quella parte di me dove avevo riposto gli ardori giovanili.
- Andiamo – dissi afferrandola per il braccio, invitandola a incamminarsi verso lo stradone d’asfalto. Lei irrigidì i muscoli, tutti quei muscoli che certo non teneva in esercizio dondolando le braccia nell'atto di assecondare la camminata.
- Ora capisco perché mi hai chiamato Amelia, prima.
- Pensi che ti abbia scambiato per mia moglie? Voglio dire: involontariamente. Nel subconscio.
- Se fosse vero, e metti pure che io abbia pensato a te come se a mio padre, ah, questa volta non mi dovrei inventare nulla in confessione!
- Che vuoi dire?
- Che si sarebbe configurato come un incesto bello e franco.
- No, non è così: per me sei una figlia, anche se tu avesi potuto ipoteticamente sentirti mia moglie. È diverso.
- No, è uguale, sempre incesto sarebbe. Un incesto mentale. Psicologico, se vuoi. Immateriale.
- Ma non è nulla! Solamente un ingorgo mentale.
- Ne riparliamo.
- Sì, sì. Se capiterà.

Capitò sì, ma oltre una settimana dopo.
Non che io avessi rinunciato alla mia sortita giornaliera armato di bastone di tamerice, né che Amelia stessa fosse partita. Io non sedevo più ad aspettarla sulla quarta panchina nello spiazzo davanti alla Torre, ma tiravo dritto, scendevo piano sul sentiero sassoso sino a raggiungere un gradino naturale della roccia spiovente sul mare, ben oltre la Torre.

Sedevo là col viso al vento, come un corvo sul ramo apicale dell'albero più alto. 
Non so a cosa pensino, nei giorni di vento, i corvi che si dondolano gratis; so invece a cosa pensavo io: a niente e a tutto. A me, ad Amelia, ai pesci, ad Amalia. Poco a quella, più spesso a quest’ultima.
Più ci pensavo, meno sapevo che cosa pensare della situazione. Fa spavento, se solo ci si pensa, ma è così. A mente fredda ero più che persuaso che non avrei dovuto pensarci proprio; nei fatti non facevo che ritrovarmi a cucire pensieri su di lei.
Erano le undici, si era fatto tardi. M’incamminai sul sentiero per raggiungere la Torre, aggirarla sulla sinistra e raggiungere lo stradone. Quando fui in cima di fianco alla Torre, la vidi seduta sul quarto sedile che tratteneva i capelli con la mani. Lei era di spalle, girata di tre quarti: pensai che non mi avesse ancora visto, avrei potuto tornare indietro e aspettare che s’incamminasse per prima. Invece continuai a camminare ed emettei un fischio breve con le sole labbra, come facevo quando richiamavo il cane in caccia. Lei si voltò e mi salutò con la stessa mano che tratteneva i capelli, di modo che questi le volarono alla brezza sparpagliandosi a ricoprirle il viso.
- Francu! - gridò. Capii subito che dovevo inventarmi una scusa – Da quanto tempo…
- Ciao – salutai quando le fui vicino. Le porsi la mano, ma lei mi abbracciò, ignorandola. Non mi strinse ma mi lasciò due bacetti sulle guance. Come una vecchia amica, pensai.
Indossava un abito grigio a fiorellini gialli, di quelli sottili e semitrasparenti che le donne indossano sopra il costume da bagno. Si intravvedevano chiaramente, oltre a un bikini celeste, le sue fattezze di una pelle ancora molto chiara.
C’incamminammo parlando del vento e del mare, lei non mi chiese spiegazioni, ma mi diede le sue. Oramai, mi disse, si tratteneva sulla spiaggia più a lungo provando ad abbronzarsi senza danno. Saliva, lei pensava, troppo tardi per poter incrociare con le mie passeggiate. Quasi si scusò. Io restai sulle mie, perché questo mi riesce sempre facile e per esperienza so che induce a simpatia nei miei confronti. Perché alla gente piace essere ascoltata e questo io lo faccio bene e volentieri.
Non mi fermai neppure a riposare di fronte all’Hotel Torre 
perché il ginocchio mi doleva sempre meno, in forza delle passeggiate giornaliere. Quando fummo a metà del curvone, si fermò davanti a una gradinata ancora grezza e disse:

- Io sto qua sopra.
- Ah! - dissi solamente, osservando i gradini ripidi e stretti.
- Vuoi salire? Ti offro una bibita.
- Meglio di no – cercai di escludermi, guardando la scala con sospetto.
- Dai che ti aiuto io, se vuoi. Dopo passi dalla piazzetta ed eviti la scala. Fai anche prima.
Ormai mi aveva infilato il braccio sotto l’ascella, io mi divincolai, non sono così rudere, le dissi, ce la faccio da solo.
C’era una porta a fianco della serranda di una botteguccia, negli anni aperta occasionalmente una stagione per vendere pane, un’altra per la farmacia, se non per ufficio vacanze. Questa volta la serranda era abbassata. Forse non ci vendevano proprio nulla.
Amalia aprì il portoncino e mi fece strada, accendendo la luce. Era una stanzone di una ventina di metri quadri, sulla destra un letto di una piazza e mezzo, sulla sinistra una cucina a gas e un lavandino. In fondo una finestra e una porticina che supposi desse in un bagno.
- Tengo la finestra chiusa tutta la mattina perché entra troppo sole, – disse a mo’ di scusa – Adesso la apro, così posso chiudere la porta. Ci sto stretta, ma sono da sola. Come sai…
- Boh, non lo sapevo. Potevi vivere con tua madre, con una sorella, un figlio, … che so? Una nipotina.
- Sono sola e qui non pago l’affitto. Per questo ci sto. Senti, cosa vuoi bere? Birra?
- Analcolico non ne hai? Senza zucchero. Oppure acqua fresca.
- Acqua fresca sì – si girò, aprì il frigo e mi porse la bottiglia, poi appoggiò due bicchieri sul tavolino – Serviti pure. Ti dispiace se ti lascio due minuti per levarmi la sabbia di dosso? Mi sta prudendo dappertutto.
- Due minuti? - chiesi sorridendo con l’angolo della bocca rivolto verso l’alto – Due minuti sono sopportabili.
- Al massimo tre. Fai partire il cronometro!
Lei si sfilò il vestito e lo posò sul letto; entrò in bagno, non chiuse neppure la porta a chiave.
Io mi guardai in giro, osservando lo scarso mobilio e il letto, ancora disfatto, dove chiaramente aveva dormito una sola persona. C’erano sì due cuscini, ma erano sovrapposti proprio in mezzo.
Lo scroscio della doccia cessò, m’affrettai a versarmi l’acqua e a berne la metà.
Amalia uscì dal bagno con la spugna legata sopra il seno, così che la copriva sino al ginocchio. Sedette compostamente; io le versai dell’acqua.
- Scusa, Francu. Vuoi aggiungerci un po’ di sciroppo di menta? Ho anche orzata.
Si alzò senza attendere risposta, si chinò di fronte a un mobiletto di fianco alla cucina e aprì lo sportello. Non potei fare a meno di osservarle le cosce lunghe e snelle, perché non si era abbassata piegando le ginocchia e accosciandosi, ma curvandosi in avanti. Tirò fuori due bottiglie da mezzo litro, una per mano, e si voltò mentre la spugna le scivolava a terra lasciandola nuda di fronte a me.
- Oh! - dissi ridendo – Lo so che non l’hai fatto a posta, ma non scusarti perché la vista è gradevole.
- Dici? - sorrise a stento – Allora faccio la giravolta!
Posò le bottiglie sul tavolino e andò a riprendersi il vestito semitrasparente che aveva buttato sul letto. Lo infilò dalla testa. Si era messa di fianco rispetto a me, pensai che non volesse darmi le spalle, né essere così sfrontata da mostrarmi il pube. Da qualsiasi parte la guardassi, non avrei avuto di che lamentarmi.
Come alzò le braccia per infilarsi la veste, notai che proprio sotto l’ascella si intravvedeva un segno di qualche centimetro che pareva una cicatrice.
- Francu, sarà meglio che vada, - mi disse – lo spettacolo è terminato.
- Grazie; ti saluto e ti ringrazio: per l’acqua, per la chiacchierata e per il biglietto omaggio! - risi per superare il momento di imbarazzo. Alla prossima.
- Ma non credo che ci sarà un altro spettacolo! - rise anche lei.
- E chi lo sa? Ci puoi scommettere?
- La prossima volta lo sciroppo te lo cerchi da te. Ora sai dov'è, no?
- Non cambiarlo di posto!
Aprì il portoncino, mi abbracciò e mi baciò sulle guance. Come una vecchia amica.
Io non potei fare a meno di poggiarle una mano sulla schiena. Anche quei muscoli erano tesi. Si aveva l’impressione di avere a che fare con una donna fatta solamente di tendini.

Il giorno dopo, il martedì, era il giorno del mercatino; Amelia mi avvertì che le serviva il prezzemolo e l’aglio.
Uscii di casa, presi la Jeep e scesi sino alla Torre. Parcheggiai.
Il maestrale cantava ancora la sua pretenziosa canzone, così m’infilai un vecchio corpetto da cacciatore che avevo da tempo buttato nel sedile posteriore .
Non ostante fosse ancora presto, Amalia era là che aspettava:
- Sulla spiaggia – disse - ti viene la sabbia in faccia e non è possibile resistere. Poi il rumore delle onde mi dà sui nervi.
- Figurati se senti l’urlo del mare sulle rocce, là dietro la Torre! Ti terrorizza, direi.
- Andiamo a sentirlo – disse risoluta e s’avviò.
La seguii lentamente come potevo; vedendola di spalle capii che la sua voglia di moto era dovuta al freddo che il solito vestitino grigio a fiori ben poco riparava.
Giungemmo là dove la collina precipita sul mare, sedemmo sugli spuntoni di roccia affioranti, io a destra a prendere il vento nella parte declinante della seduta, con lei che cercava di ripararsi facendosi scudo della mia massa corporea. Mi sfilai il giubbetto e glielo passai, ma lei continuò a starmi addosso. Le passai il braccio intorno alle spalle, neppure così smise di tremare.
I discorsi furono brevi, quasi urlati, letti soprattutto sulle labbra. Il boato continuo delle onde non concedeva intonazioni alla voce che non fosse di mero volume. I miei occhi andavano e venivano dal mare al suo viso così vicino che avrei sentito il respiro in una giornata senza vento. Amalia invece pareva guardare solamente me; ogni volta che volgevo gli occhi dalla sua parte, immancabilmente mi stava guardando con in bocca l’accenno di un sorriso.
- Hai ancora freddo? - le chiesi, anche se lo capivo tranquillamente da me.
- Mi sta passando.
Nel dirlo tirò su le gambe e le appoggiò sopra la mia coscia sinistra, appiccicandosi ancor più a me. Il vestitino era rimasto indietro e non potei fare a meno di notare quanto mi si mostrava.
- Hai le gambe fredde – dissi cinicamente, mentre le infilavo la mano destra fra le cosce.
Lei strinse le gambe e mi bloccò la mano a metà. 
“Sono stato avventato, – pensai – ma, da maschio, non posso permettere che le sfiori il pensiero che ha a che fare con un frocio”.
O Dio, m’è scappato di dire frocio! Mi si permetta che rettifichi e dica gay che è politicamente più corretto, pur riferendo la medesima situazione esistenziale. Dietro questo mio problema irrisolto sta il fatto che io appartengo a una generazione in cui non solamente si diceva pane al pane e vino al vino, ma lattuga all'insalata verde e sindria all'anguria: il cocomero, su cugumbiri, era solamente un cetriolo.
Ero convinto di aver commesso una gaffe, fosse pure di tempistica; non avevo la faccia tosta di forzare con la mano, non avevo la prontezza di ritirarla con nonchalance,  perché avrei ammesso implicitamente di essermi sbagliato, né osavo girare gli occhi per guardarla in viso: l’immagine che avevo di me stesso era stravolta quasi quanto l’acqua del mare che diventava schiuma. 
Sentii che infilava la testa sotto il mio mento, la sua mano sinistra mi accarezzò la guancia destra. Mi voltai finalmente a guardarla negli occhi e fu lei a dipanare la situazione che era venuta intricandosi, vista dalla mia prospettiva. Amalia mi lasciò un tenero bacio sulle labbra e disse:
- Andiamo via, c’è troppo vento. Ho visto quello che c’era da vedere; ho sentito quello che c’era da sentire e – qui ridacchiò e fu la prima volta che le vidi i denti – ho capito quello che c’era da capire. 
Tornammo indietro senza parlare. 
La Jeep era al sole ben calda così che ad Amalia parve di entrare in paradiso.
- Io devo passare al mercatino – dissi quando fummo sullo stradone, non prima di essermi schiarito la voce.
- Anche a me servirebbe della frutta, soltanto che non ho preso il borsellino.
Non mi fermai davanti all’improvvida scalinata per permetterle di andare a rifornirsi dei soldi, svoltai invece subito a destra per evitare di passare di fronte a La Kambusa, così che nessuno potesse vederci insieme dato che, se in pochi conoscevano me, non sapevo in quanti conoscessero lei. Arrivammo vicino al mercatino per vie traverse, presi il biglietto da venti euro che tengo sempre nascosto nell'aletta parasole in vista di sopravvenienze inaspettate, glielo consegnai e presi per me alcune delle monete dei resti che raccolgo in una fossetta della portiera, sicuramente messa lì dal costruttore per altre ragioni che pure, a distanza di anni, ancora mi sfuggono. 
Arrivammo tra i venditori e ciascuno andò per le sue compere, salvo a tenerci in contatto visivo. Quando lei ebbe finito, tornammo alla macchina.
- Ho speso quasi quindici euro – mi disse porgendo quello che doveva essere il resto.
- Lascia stare, non mancherà l’occasione. Me li darai con comodo.
- Grazie! - disse con un tono di voce caldo e deciso - Mi accompagni a casa? In qualche modo ti ripagherò! -continuò guardandomi intensamente negli occhi.
All'improvviso mi sentii le gambe molli; in un’altra situazione di tempo, avrei creduto che mi desiderasse, tuttavia le parole erano molto esplicite, non potevano nascere o cadere nel nulla.
- Per me è l’ora di rientrare, - bofonchiai - Amelia deve cucinare e le mancano l’aglio e il prezzemolo. E tu, è meglio che torni a piedi da sola. Ti va bene domani? - azzardai dopo una pausa significativa, ben consapevole che, se per le donne imprudenti la scienza farmaceutica ha confezionato la pillola del giorno dopo, opportunamente per i maschi insicuri si è inventata la pillola del giorno o dell’ora prima.
La risposta di Amelia fu eloquente: si alzò sulle punte e, bilanciata da due buste per mano, si allungò sino a posarmi un bacio breve sulle labbra. Io alzai la mano con la busta e l’altra col bastone per prenderle le spalle, ma lei aveva già posato i talloni a terra. Allora mi chinai e le baciai la fronte.
A domani.

Il giorno dopo mi ero preparato al peggio. O al meglio, se l’avverbio rende più esplicitamente l'ansia dell’attesa.
Presi la Jeep perché non è detto che non potesse servire allo scopo, anche se il letto visto in quello stanzone, con bagno annesso, era di gran lunga preferibile. Non ero più avvezzo alla ginnastica di un certo tipo, praticata a suo tempo all'interno spoglio di una 500 FIAT! 
Sedetti sulla quarta panchina sino a che mi stancai di aspettare; allora feci un giro intorno alla Torre, sempre tenendo d’occhio lo stradone in cima al quale mi figuravo di veder spuntare Amelia.
Il maestrale si era quietato, erano trascorsi i tre fatidici giorni, che poi sono quelli che lo giustappongono a Nostro Signore: se è vero che il maestrale dopo tre giorni muore, è altrettanto scritto che dopo tre giorni Gesù risorge. Questo è quello che dice la gente del popolo, gli uomini e le donne che hanno esperienza diretta del maestrale - il quale però certe volte se ne infischia delle convinzioni popolari e seguita a imperversare per una settimana intera -, che sanno solo per sentito dire delle vicende di Nostro Signore e degli altri profeti, avendo letto poco o niente in merito e appreso dal prete domenicale o dal predicatore quarantoregno il maggior cumulo di informazioni sulle opere di Dio.
Amalia non si vide, né scendere, né salire.

Lì per lì mi sentii come un piffero di montagna: ero uscito di casa per fottere, mi ritrovai alla Torre fottuto per benino. Già mi stavo accusando di stupidità, avendo procrastinato un evento da incasellare senza dubbio fra quelli tipici che si colgono al volo. 
Montai in macchina amareggiato più per la figura barbina che per aver mancato l'avventura. 
Anzi, in fondo in fondo, ma proprio nel profondissimo, quasi quasi mi sentivo sollevato, non così tanto come il Patriarca a cui fu impedito di colpire il figlio, ma solo un poco. Anche perché non vedevo alcuna simil-pecora di fronte a me.
Quando arrivai al curvone, m’impressionò molto il fatto che quella scala inconclusa e desolata fosse gremita di popolo. 
“Che cavolo sarà successo? - mi chiesi - Cosa diavolo venderanno a buon prezzo? Ma no, la salita per la pescheria è a trenta metri più in là, verso a La Kambusa”.
Incuriosito, provai a cercare un parcheggio al lato della strada, senza trovarlo. Nel parcheggio interno al comprensorio notai un’ambulanza. 
“Qualcuno che si è sentito male - mi venne da pensare - con questo caldo! E però c’è stato il maestrale”, ragionai tra me.
Parcheggiai a casa e tornai indietro. Non ebbi bisogno neppure di avvicinarmi troppo per sentire la gente che parlava di una disgrazia.
- Si chiamava Addari, - disse uno - Amalia, la figlia di Carmelo Addari, te lo ricordi? Lavorava a Montevecchio, poi in Laveria a Naracauli. 
- Addari pum pum, lo chiamavamo! Pescava i muggini dallo scoglio con le bombe.
- E non sapeva neppure nuotare!
- Il marito l'ha uccisa. Dicono che è uscito ieri dalla prigione, in permesso a premio, per vedere la madre che sta male. - disse un altro, mentre salivo per entrare nella piazzetta Stella Maris.
I Carabinieri avevano chiuso col nastro metà della piazza e non facevano avvicinare nessuno. Si aspettava il magistrato e la Scientifica per i rilievi.
- L’ha visto Pepuccio, - diceva un altro ben informato - Pepuccio quello del bar. Aveva appena aperto e messo la macchina del caffè in pressione. È entrato questo tipo, neanche le sette erano, ha chiesto un caffè. Pepuccio dice che aveva la maglietta sporca di sangue.
- E poi non ha aspettato per il caffè, ha bevuto un bicchierino di whisky. Poi è sparito. 
- Si chiama Alfonso quel vigliacco. Chi lo conosce?
- Il marito? Quello che le aveva infilato uno scalpello nelle costole?
- Sì, proprio lui. 
- Ah, ora ricordo! Aveva preso nove anni per tentato omicidio...
- Sì, ma prima l'avevano già messo dentro perché la picchiava. Tornarono anche insieme...
- Lei lo perdonò e tornarono insieme sino al fatto dello scalpello.
Fu allora che compresi la storia dei due mariti: uno, Alfonso, morto il giorno che la picchiò la prima volta; l’altro, sempre Alfonso, che stava in prigione, di cui si era riservata di parlarmi e a causa del quale pensai che avesse tremato al solo pensiero di quanto sarebbe potuto accadere appena fosse tornato in libertà.
Non aveva aspettato neppure tanto, il suo secondo Alfonso. Ecco perché si era rifugiata in un posto che, per quasi tutto l'anno, sembra abbastanza sperduto. 
Mi figurai i giornali e le televisioni, dei quali già c'era traccia in giro, che avrebbero avuto praterie da percorrere per giorni e giorni, a parlare di un nuovo femminicidio, a chiedere a noi lettori o spettatori di talk-show  il perché un giudice avesse concesso il permesso, ecc. ecc., tutte le cose trite e ritrite per ognuno degli oltre mille fatti annuali di sangue di questo tipo.
Nessuno avrebbe detto e nemmeno supposto o cercato di scoprire, parlando della vittima, che Amalia era una donna che aveva cercato, da sempre e solamente, un poco di tenerezza. Quella tenerezza che nessuno era riuscito o provato a donarle.

Tornai a casa triste; mi faceva male il cuore, mi dolevano le ginocchia a forza di stare fermo in piedi ad ascoltare i commenti del singolare ed eterogeneo popolo  di Torre dei Corsari.
Entrai in casa e abbracciai Amelia. Lei mi guardò senza dire una parola. 
(È da stupidi chiedere perché ti si fa un regalo. Fosse pure un dono piccolo e inaspettato come un amorevole abbraccio: un gesto di tenerezza si sa bene dove riporlo, per tirarlo fuori quando serve. Inoltre non ha bisogno di essere spolverato e lucidato e, soprattutto, mai lo si darà via per farne un premio in una pesca di beneficenza. La tenerezza, quella che si riceve, la si accoglie volentieri e la si tiene ben cara dentro).
Pensai ancora ad Amalia e mi trovai a sperare ardentemente che qualche mio gesto, qualche mia parola, potessero essere stati interpretati come una manifestazione di tenerezza.
Ebbi invece la sensazione sgradevole che sarebbero potuti essere stati ragionevolmente scambiati per segnali sessuali: da questo forse dipendeva la sua rigidità, quando anche le avevo toccato solamente il braccio.
Era tenerezza prorompente invece quella che lei aveva riversato sopra di me con quei lievi e brevi baci sulle labbra e sulle guance, mentre la sua promessa di ripagarmi in qualche modo poteva essere stato un gesto estremo di attenzione, la ricerca di momenti di affettuosità che pensava di poter vivere insieme a me, dato che, convenni amaramente, non potevo certamente apparirle appetibile dal punto di vista sessuale.
L'avermi ispirato quest’ultimo pensiero mi apparve come un ulteriore atto di tenerezza da parte di Amalia, non come ultimo bacio, bensì come un buffetto sulla guancia, pari a un  garbato rimprovero.

Fine

(riflessioni a margine)

"Ma perché ha scelto proprio me? - ho continuato a ripetermi e ancora me lo chiedo - A confidare in me senza riserva, pronta anche a darsi
, proprio a me che chiarissimamente sono uno che ha difficoltà nel campo dell'affettività, che non sente il bisogno di aprirsi agli altri?".
Le sarò sembrato quello che non sono, le sarò sembrato migliore di quello che sono.
Che disdetta! 
Io, che sono affezionato a me stesso per come sono, ben conscio dei miei limiti caratteriali, sono stato apprezzato per quanto non sono mai stato capace di essere.
Riconosco che quest'ultimo pensiero non è certo un buffetto affettuoso, ma una sberla, un improvviso manrovescio.
Curo però la mia anima con quello che ho, come fanno le api: la mia propoli è la bugia: mi dico che le cose sgradevoli sono mie invenzioni, così come sono finzioni le tante morti in un film western. 
Chi ha mai pianto per un indiano morto in un film, fosse pure l'Ultimo dei Moicani? Ecco perché continuo a guardare il mare, oltre l'orizzonte, dove Amalia c'è a patto che io me la inventi di nuovo, come più mi aggrada.


4 commenti:

  1. Bellissima vignetta e bellissimo racconto (ripetuto e riletto, come sempre in letteratura è ancora più bello. Tra racconto, vignetta e foto stai facendo una pubblicità per Turri de Flumentorgiu (c.d. Torre dei Corsari) e per S'arena de s'acqua e s'ollastru (c.d.Sabbie d'oro) davvero unica. Ohi, ohi! Rischi così di riempire di gente il nostro paradiso e le nostre pescate in solitaria de 'cabidanni'. Ti avverto: bada di non ripubblicare il racconto di Rio Murtas, altrimenti siamo fritti frittissimi con la frittata.

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    1. No, Gigi, non lo farò. Anche perché ho parlato, non bene, di una compagna di scuola, ormai defunta.
      Ma in merito a compagni/e di scuola, non ho esaurito le parole. Aspetta qualche giorno e riferirò qualcosa da "Cronache della Memoria".
      A proposito, ieri mattina sono stato a Torre dei Corsari e non ho resistito di affacciarmi alla Torre per osservare il mare in tempesta. Calmo o mosso, mi manca davvero, accidenti!

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  2. Signor Francu,ho riletto la sua storia,l'ho bevuta in un attimo.Le foto sono un contorno veramente appropriato.Questo maschietto accogliente,sensibile che affascina una bella ragazza,è sempre,purtroppo,un maschietto che pensa sempre e solo a "quello".La ragazza voleva tenerezza,affetto è vero ma le piaceva anche provocare e gli uomini per non apparire"froci" ci cascano o ci vogliono cascare?Lei scrive in un modo stupendo,il suo scritto è come un fiume che scorre senza intoppi.

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  3. "... un maschietto che pensa sempre e solo a "quello".
    Ha ragione, Signora Grazia, "noi maschietti" pensiamo a quello, anche se non sempre e non solo.
    Siamo cresciuti così, sfruttando e malamente interpretando gli studi di Gigi, direi che siamo nati tutti "Tori" qui in Sardegna. Almeno ai miei tempi era così.
    D'alta parte, alle femminucce inculcavano l'idea che i maschietti erano tutti e sempre lazzaroni e, quindi, da temere e da tenere lontani.
    Nel prossimo post, che sarà "Cronache dalla memoria", ci sarà una sorpresa.

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