domenica 12 novembre 2017

IL CORPETTO DI MARTINA di Francu Pilloni (continua 1)

Erano mondi ben difformi quelli che si erano incontrati quella sera, se pure viaggiassero appaiati lungo una strada ghiaiosa di periferia, spazzata dalle raffiche di un vento freddo di maestro.
Due mondi distanti che, per una sera, decisero di tenersi per mano, illudendosi di essere contigui.

*******
Giunti al quartiere delle ville, nel lato della collina che si apre a oriente, dove le strade erano larghe e asfaltate, i lampioni ravvicinati, ci fermammo davanti a quella locata per sei mesi alla famiglia di Martina. Davanti al cancello possente in ferro battuto, non potei fare a meno di palesare il mio apprezzamento per quanto era graziosa quell’abitazione col giardino tutt’intorno illuminato, ma fui sorpreso quando Martina mi invitò a visitarla.
Un cane borbottò nella villetta accanto, comprese al volo che poteva stare tranquillo: nessuno insidiava la sicurezza del suo marchesato.
– Si sveglieranno i tuoi genitori! – mi premurai di osservare. E ci mancava anche questo.
– No, sono fuori due giorni, a far visita a una sorella di mio padre. È ricoverata all’ospedale.
Mi fulminò la mente, fulgida e inattesa come lo sprazzo di luce di un faro nella notte, l’evidenza che, grazie all’algoritmo del destino, una zia o una nonna malandata in salute la si trova sempre a portata di mano per infilarla tempestivamente in ogni favola che coltivi rispetto di sé.
Caddero le mie perplessità come foglie di fico ai primi freddi; rimasi senza lo scudo di sensate obbiezioni da opporre, mi sentivo come se nudo stessi attraversando il piazzale della chiesa alla fine della messa. Per contro, si materializzò istantaneamente l’entusiasmo per la prospettiva di un’avventura, fiutai con trepidazione il sentore nuovo di una felicità incombente, trattenni il respiro giusto per l’attimo indispensabile a ratificare la decisione istintiva, come un bambino che si guarda intorno prima di infilare le dita nel barattolo della marmellata.
Il cancello si chiuse senza rumore alle nostre spalle.
Quando aprì il portoncino, un’onda di aria calda mi sorprese; alla luce dell’ingresso, non riuscivo a fermare lo sguardo, che correva da uno specchio con cornice dorata che ci rifletteva impietoso, quasi testimone incorruttibile, ai pavimenti di marmo arabescato, alla carta da parati, al mobiletto lucido con le gambe da bassotto, alle due sedie foderate con tessuto patinato di seta acquerellata, su cui sono disposto a scommettere che nessuno mai ha osato posarci sopra il sedere.
(A casa mia le pareti secolari erano ritinte due volte l’anno con calce bianca; le sedie odoravano di erbe palustri).
– Vieni che ti faccio vedere il salone – insisté Martina.
Dopo il salone, la cucina che a casa mia sarebbe passata per la camera di rispetto, quindi la sua cameretta – e dico -etta per consuetudine –, il bagno, la camera matrimoniale.
– Non ti faccio vedere le verande, non voglio svegliare nessuno, sebbene qui i vicini se ne freghino altamente gli uni degli altri. Questa notte che sono sola, dormo nel lettone… – terminò con tono sospeso della voce, per avviarmi a intuire quello che restò sottinteso.
– Posso usufruire del bagno? – chiesi in un sussurro, evidenziando un tono di impellenza. Ormai avevo esaurito ogni scorta di meraviglia.
– Certo, accomodati.
Chiusi la porta dietro di me, mi servii per quanto mi occorreva, poi mi lavai con l’acqua calda, sprizzai sull’indice un po’ di dentifricio e lo strofinai sui denti. Non ebbi il coraggio di usare uno dei bicchieri ben riposti sul ripiano a fianco della specchiera, mi chinai a bere dal rubinetto per rilavarmi la bocca. Respirai profondamente due volte onde trovare la concentrazione per fare bene, una volta uscito, evitando di strafare e di rompere l’incantesimo.
Richiusa adagio la porta, mi avviai guardingo verso l’unica luce rimasta accesa.
Martina aspettava sul letto, la testa poggiata su un gomito; la trapunta rivoltata su se stessa era pronta ad accogliermi.
Aveva indosso una specie di corpetto o corsetto o busto, non capivo bene cosa fosse, né sapevo come si chiamasse esattamente. Non ne avevo visto uno prima: allacciato sul davanti, le saliva aderente dalla vita sino a fungere da reggiseno. Inoltre indossava una sorta di mutanda, sempre bianca, anzi proprio un mutandone che la imbalsamava dalla vita alle ginocchia. La guardai perplesso, indeciso se e di cosa spogliarmi, a parte la giacca che avevo posato su una sedia prima di andare in bagno.
– Spogliati, non vorrai venire a letto vestito!
Ah! E dire che ancora non ci eravamo scambiato un bacio!
Prima, per strada, avevo pensato che avrei potuto tentare di farlo sul cancello, quando ci fossimo salutati. Invece ero stato invitato a entrare in casa. Ora sin dentro un letto.
A freddo, pensai, perché dire a tradimento sembrò esagerato anche alla mia titubanza.
Sciolsi i legacci delle scarpe, infilai le calze dentro le scarpe, a ognuna la sua calza, mi sfilai il maglione senza fretta e i pantaloni che posai a terra, un po’ discosti dal letto.
Avrei voluto temporeggiare, ma ero tanto abituato a quei gesti, che mi riuscirono rapidi comunque.
– Vieni! – mi invitò con la mano.
Non avevo scampo. Il cuore mi assordava martellando sulle tempie, inopportuno come un fabbro di borgata all’ora della messa domenicale; ero incapace a parlare e forse di intendere e di volere.
Ci abbracciamo e, a occhi chiusi, ci esplorammo il viso con le labbra, almeno io li tenevo chiusi perché sospettavo che, aprendoli, il sogno svanisse in una realtà miserevole in cui mi sarei trovato avvinghiato al cuscino. Andavo in apnea e recuperavo l’aria piano, mi pareva di galleggiare, di fluttuare a mezz’aria non so dire per quanto tempo, finché il cuore tornò quasi normale, compresi che la voce serviva di meno e che le mani cominciarono a imporre le loro ragioni.
Per arrivare al dunque, però, occorreva sbarazzarsi di corpetto e mutandone.
Sdraiato su un fianco di fronte a lei, finalmente con gli occhi aperti, provai con una mano sola a sciogliere il primo della dozzina di nodi che tenevano tenacemente insieme il corsetto, a partire dal fiocchetto pendulo tra i seni: più mi arrabattavo, meno riuscivo nell’intento, quei nodi resilienti dovevano essere il top della scienza millenaria del torciglio.
– Non così, – mi ripeteva ridendo – sei frenetico, così non approdi a nulla!
Alla fine mi fece abbandonare il letto per accomodarmi su un seggiolone di fronte a uno specchio. Sedette in grembo e provò a insegnarmi come slacciare senza sforzo quei nodi, osservandone i movimenti riflessi. Mi accorsi che le due fettucce che annodavano il corpetto avevano origine nei mutandoni: chiaro che, se non si liberava prima il corpetto, era impossibile sfilare i mutandoni.
Mi posi subito il problema per indovinare a quale acrobazia o artificio lei avrebbe dovuto ricorrere se, a scuola per esempio, avesse dovuto fare solamente la pipì. Non era possibile che avesse dovuto appellarsi a tutto questo sciogli-sciogli! E allora, o i mutandoni erano tenuti da un elastico che consentiva di sfilarli dalla parte posteriore quando lei si chinava in avanti, oppure occorreva uno spacco opportunamente lasciato aperto per liberare le due vie di fuga dei bisogni.
Ma se passano i bisogni, per la miseria!, ci passerà anche dell’altro!” mi ritrovai a pensare insofferente, perché tutto il peso di lei mi gravava sulla parte che in determinate situazioni resta incomprimibile e rischia di schiattare.
È chiaro che stavo sclerando, visto che sino a due minuti prima ragionavo sul se e sul come chiederle se per lei fosse la prima volta, fino a tanto che mi convinsi che sarebbe stato meglio evitare le domande e comportami con accorta delicatezza come se per lei fosse davvero la prima volta. Giusto per non espormi al ridicolo, ricalcando la figura di quel marito che rispose affermativamente alla moglie che, sconcertata per la goffaggine della prima notte, gli aveva chiesto se per lui si trattasse della prima volta. Il marito chiese a sua volta se anche per lei fosse la prima volta, al che lei rispose lealmente di no. “Beata te!” commentò genuinamente ammirato il marito il quale, nella griglia di signor Matzeu, relativa agli esiti della casistica dei rapporti di fedeltà, ricadeva per coerenza nella classe dei “cornuti dell’ante” e, con estrema probabilità, si sarebbe ritrovato presto nel sottoinsieme dei “cornuti del post”, senza obbligo alcuno di esporre la doppia bandiera.
Negli attimi in cui avevo vagato appresso a queste considerazioni irrituali, Martina aveva ultimato di scarmigliare tutti i nodi, quindi si alzò, aprì il corpetto di botto e mostrò allo specchio, e al mondo ivi riflesso, il suo seno allucinante.
Chi poteva indovinare che quel dannato corsetto tenesse sotto scacco due gioie così palpitanti?
– Che t’incanti? – mi svegliò Martina – Aiutami a tirar giù i mutandoni.
(continua)

3 commenti:

  1. E' la prima volta che provo tenerezza per questo ragazzo,alla sua prima esperienza(?),mentre la ragazza era più navigata.Ad ogni modo,in questo scritto si percepisce poesia,grande poesia e grande emozione.Che bello da parte di questo tenero maschietto!

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  2. Mi sta dicendo che, se lei, signora Grazia, fosse stata in quella classe, sarebbe stata gelosa di Martina?

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  3. SONO VECCHIETTA SIGNOR FRANCU, di sicuro non avrei avuto la spavalderia di Martina, a me piace ancora essere corteggiata non corteggiare.Il giovane ragazzo è più poetico della fanciulla che tende ad andare,un po' troppo velocemente,al"sodo"

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