giovedì 16 novembre 2017

IL CORPETTO DI MARTINA di Francu Pilloni (continua 2-3-4)


Chi poteva indovinare che quel dannato corsetto tenesse sotto scacco due gioie così palpitanti?
– Che t’incanti? – mi svegliò Martina – Aiutami a tirar giù i mutandoni.
*****
Mi svegliai alla solita ora, in tempo per andare a scuola.
Martina era già in piedi, la sentivo armeggiare in bagno col fon.
Pensai che avrei dovuto andar di fretta per raggiungere casa, prima che mia madre fosse andata a svegliarmi, incalzata dalla paura che potessi fare tardi a scuola. Ma sì, avrei trovato una scusa!
Entrai in bagno svestito, con Martina che era tutta nuda; chiesi scusa e le confidai il mio problema. Tentò un abbraccio, il flusso d’aria calda mi scaldò la pancia, mentre mi consigliava di telefonare.
– Telefonare a chi? – chiesi perplesso – A scuola?
– A tua madre. Inventati una scusa, oppure dille la verità.
Risi in silenzio, amaramente, con gli angoli della bocca rovinosamente rivolti all’ingiù. Pensava davvero Martina che avessi il telefono in casa? Non possedevamo neanche un frigorifero!
– Almeno fatti una doccia veloce! – mi consigliò, non intuendo i motivi della repentina afflizione.
Ebbene sì, misi da parte le ansie per il mancato riguardo verso lo sconcerto che mia madre avesse potuto montare a causa della mia accertata latitanza e m’infilai sotto la doccia.
Doccia calda, s’intende. Calda a volontà, ad libitum avrebbe suggerito l’anziano professore che era più in confidenza con Catullo e Tertulliano che con Calvino e Pasolini.
Di riflesso pensai che anche a casa mia c’era un locale che chiamavamo correntemente bagno e in effetti vi era un vaso e un lavabo con uno specchio appeso sopra. C’era pure un vascone di cemento per lavare i panni, ma latitavano doccia e vasca. Mia madre lavava i miei fratellini scaldando una pentola d’acqua e versandola nel recipiente zincato da cinquanta litri in cui ordinariamente riponeva le lenzuola a sbiancare col cloro. Dal canto mio, facevo la doccia innestando due metri di pompa nel rubinetto della vasca dei panni e mi rovesciavo addosso un fiotto d’acqua fresca in estate, gelata in inverno. Per questo, nella brutta stagione, trovavo il coraggio di fare la doccia integrale solamente alla fine delle partite di calcio subito dopo che, di corsa per non sfreddarmi, rientravo a casa dal campo. Devo dire che uscivo da sotto quel getto di gelo come un muggine appena estratto dalla cassetta cosparsa di ghiaccio tritato.
In quel bagno teporoso invece avevo trovato l’acqua calda. Fu la prima volta che mi dilettai a regolare le due manopole e provai piacere solamente per questo. Chiusi gli occhi e mi lasciai scivolare addosso quel tepore in abbondanza, fino a che sentii che stavo esagerando, poi presi il sapone e feci tutto a tempo di record, così com’ero abituato a fare, stante il freddo di casa mia.
Tornai in camera tutto nudo - avevo visto degli accappatoi appesi, ma chi li aveva in confidenza? -, mentre Martina, seduta a bordo letto, allacciava il corpetto con i nodi che mi erano rimasti indecifrati, non ostante la pratica dimostrazione della sera prima davanti allo specchio.
Lei s’industriava senza guardare, fidando esclusivamente nella sapienza delle dita.
– Scusa se te lo chiedo, – cominciai mentre, sbirciando lei, recuperavo i miei vestiti – ma perché indossi quell’indumento così poco pratico?
– Poco pratico, dici? – si alzò e mi venne vicino col sorriso sulle labbra per darmi un bacio, mi strinse forte con le braccia al collo che quasi ci rimaneva appesa – Poco pratico, eh? – ripeté – Ti sbagli e te lo spiego! Primo: è nella tradizione delle ragazze della valle dov’è nata mia madre. Secondo, … - e rise di nuovo - beh, vedi, da noi le ragazze godono di maggiore libertà di quanta mi è parso che se ne conceda qui da voi. Allora, mettiamo che una ragazza si trovi nella situazione in cui ci siamo trovati noi ieri sera: ecco, il fatto di sciogliere tutti quei nodi le dà il tempo di pensarci per una volta ancora e decidere se intende fermarsi o continuare. Allora, metti che al risveglio trovi il corpetto con i nodi sciolti, beh, allora può stare serena perché sa che ci fu la sua piena adesione; diversamente, se il corpetto si presentasse ancora annodato o strappato, è chiaro che qualcosa non ha funzionato per il verso giusto.
Sorrisi anch’io senza senza convinzione, sopra tutto senza motivo. Tutto sommato, mi parve una spiegazione logica, ma sempre un impaccio restava. Siccome continuavo a tacere, continuò:
– Da noi le ragazze possono decidere sino all’ultimo momento se fare o non fare. E questo non vale per la prima volta soltanto, ma in ogni occasione. I ragazzi questo lo sanno e ci rispettano. Quasi sempre, almeno. Mi hai capito?
– Ti ho capito benissimo. E come si chiama l’indumento? – chiesi per svicolare dall’idea che qui da noi forse lo ignoriamo e quindi il rispetto per le femmine è aleatorio, più un’opzione che una prassi.
– Il corpetto del ripensamento! – e qui rise di gusto, recandosi nella sua camera a recuperare i vestiti di sopra.
– Mai nome fu più azzeccato! – le sparai dietro per gratificarla, mentre m’infilavo i calzoni di velluto a righe – Corpetto del ripensamento? – rimuginai fra me – Merda, questa mi prende in giro!

Avrei quasi terminato col racconto, sebbene a qualcuno possa essere rimasto un po’ d’amaro in bocca per il mio saltare a piè pari la parte che riguarda i particolari dei momenti di massima intimità in quel lettone d’incanto.
Non ho detto nulla, è vero, e non per pudicizia o falso moralismo, ma perché non ho ricordi ora e non ne ebbi allora, quando mi svegliai al rumore del fon.
Se oggi avessi narrato particolari di quel che è capitato, avrei raccontato ciò che suppongo sia successo – anzi sono pure convinto che sia accaduto più o meno quanto si è portati a supporre, indotto dai discorsi che mi fece Martina sul corpetto –, ma ciò non sarebbe più verosimile di qualsiasi faccenda ognuno possa supporre che sia avvenuta.
Convengo che questo mio non ricordare appaia come un fenomeno strano, abbastanza sui generis.
Dio sa quanto ci ho pensato e riflettuto sopra, sino a che, proprio per darmi pace, ho elaborato l’ipotesi che la pienezza della felicità di quei momenti abbia fatto affluire ruscelli di endorfine al cervello per cui la mente fu investita da una solenne ubriacatura di piacere. Ora, ho ragionato fra me, posto che la mente umana, per salvaguardare la sua stessa salute, è capace di riporre nel profondo o di rimuovere del tutto un terrificante ricordo di tragedia, perché dovrebbe funzionare in modo diverso per il contrario?
Le conclusioni del ragionamento non mi convincono appieno, ma sono le uniche decorose a cui sono pervenuto. Anzi il fenomeno è conosciuto - al momento  solamente da me - come “Sindrome ticinese”, oggi reso con grafia più attuale di “Sindrome T-Cinese”, attribuendo a quella T maiuscola il significato che la fantasia suggerisca al momento.
Non che per questo mi aspetti una nomination presso l’Accademia Svedese delle Scienze, ma almeno mi si riconosca che la definizione è azzeccata, sottilmente ironica e vagamente ambigua.
Confermo che passai a casa per prendermi la cartella, spiegai a mia madre che si era fatto tardi con la pizzata, che avevo dormito su un divano dal Cinese. E poi c’era tutto quel vento e quella pioggia, aggiunsi per condire la bugia. Non eravamo soli, la rassicurai, c’era con noi il prof di matematica.
- Quello è più matto di voi! - sintetizzò mia madre che, da semianalfabeta, si spicciava con poche parole.
Entrai in classe per ultimo quella mattina, quando Roberto aveva già provveduto a cambiarmi di posto, assegnandomi allo stesso banco di Martina. Ci scambiammo il primo sguardo coram populo: sono sicuro che, se fossero state inventate lenti speciali per captare la felicità, dai nostri occhi si sarebbero visti fluire arcobaleni di fotoni iridescenti.
Mentre Roberto affrontava una lezione sui solidi da rotazione, io avevo difficoltà a non ruotare la testa verso Martina; lei, dal canto suo, sulla terza di copertina del quaderno che teneva aperto sul banco, scrisse a stampatello “HO PAURA DI AMMALARMI DI FELICITÀ” e lo spinse dalla mia parte perché leggessi, simulando l’attenzione continuativa alle spiegazioni del prof.
Sul mio ci stampai a riscontro: “MI DISPIACE, MA HO GIÀ LA FEBBRE”.
Se pure ben dissimulate, le manovre non sfuggirono alle compagne che sedevano nel banco dietro al nostro. E, per la verità, neppure a Roberto che, consegnati i quaderni con l’esercizio, quando giunse il turno del mio, non si limitò a vedere la pagina interna, ma andò alla alla terza di copertina. Così fece per il quaderno di Martina: non disse una parola, né ci degnò di uno sguardo: sorrise, tenne per sé considerazioni che a noi sfuggirono.
All’ora di ricreazione qualcuno cominciò a chiedere a voce alta: “Ehi! Qualcuno ha la febbre? Ci si ammala di felicità?”. “Chi ha la febbre?” diceva un altro. “Io no”, “Io no” continuavano, mentre tutti guardavano verso il nostro banco. Erano convinti di sapere tanto, invece non sapevano niente, neanche potevano immaginarselo, esito dello scherzo della pizzata compreso.
Io ero diventato rosso, mi si formò un grumo nell’esofago, non sapevo cosa fare o che dire, in fin dei conti eravamo a scuola, non potevo reagire violentemente. Mentre ghignando guardavo in faccia i miei compagni, Martina alle mie spalle indicava me con l’indice, la bocca piena di un serafico sorriso: “Lui ha la febbre, ma i malati siete voi, poveri cuccioli smarriti!”.

Con Martina ci vedemmo spesso dopo la scuola perché mi recavo volentieri da lei, per studiare quando la mamma era in casa, anche per tutto l’altro quando usciva. La signora svizzera aveva la garbata abitudine di comunicare alla figlia dove andava e che ora sarebbe rientrata.
Questo sì che è essere madre!
Ero sicuro, arciconvinto, e lo confidai anche a lei, di aver trovato l’amore grande della mia vita. Tutto mi piaceva in lei: la vivacità che gradualmente aveva rivelato, l’intelligenza, l’ampiezza delle vedute, nel senso che riusciva a vedere la realtà da più punti di vista, spesso diversi dai miei. Mi affascinavano, e un poco mi mettevano a disagio, i modi temerari che s’inventava per darmi il suo affetto, senza infingimenti, anche in circostanze complicate quali durante l’orario scolastico; m’imbarazzava lo slancio della sua passionalità, lo sguardo degli occhi chiari che, puntati inesorabilmente su di me, continuavano a sguarnirmi di ogni difesa, come la prima sera alla Tana del Cinese, di fronte al caminetto. Per ultimo, ma non trascurabile, il sentimento d’invidia per la nostra relazione, largamente diffuso fra i compagni, il quale rendeva più tenace il nostro legame.
Mia madre non si capacitava della mia trasformazione, mi disse che le era sembrato che volassi mentre camminavo per strada, senza posare i piedi per terra. In pantèus, disse lei in sardo. Quest'approccio altro non era un furbo tentativo per comprare la mia fiducia, perché le madri dei compagni di scuola le avevano riferito il nome di Martina prima che passasse una settimana.
E chi è questa Martina che dicono?
Una nuova compagna arrivata dopo is Tres Gurreis – risposi senza mostrare emozioni.
Dicono che il padre è ingegnere. Non sono gente come noi! – continuò in tono di benevolenza, come se stesse lì a proteggermi dal male assoluto.
Non ne so così molto. Chiedilo a chi è meglio informato.
Le scaramucce continuarono a giorni alterni, finché una sera in cui mi ero trattenuto a cena da Martina, rientrato abbastanza tardi, trovai sveglia ad attendermi soltanto mia madre: la tovaglia era ancora sulla tavola, un piatto fondo, coperto con un altro rovesciato, messo davanti al posto in cui ero solito sedermi per la cena. Scoperchiò il piatto e vidi il minestrone di lenticchie.
Sarà freddo ormai, hai visto l’ora? Dov’eri?
A casa di Martina. Abbiamo studiato fino a tardi. Domani ci interrogano in storia. Poi hanno insistito perché restassi a cena. Il padre voleva conoscermi, lui rientra sempre tardi dall’ufficio.
E cosa hai cenato?
Un risotto giallo e triglie a cassola.
Si trattano bene. Ti sono piaciute?
Avevo sentito affiorare il suo tipico tono di risentimento, foriero di un attacco frontale, perciò restai sulle mie:
Era tutto buono.
Ma ti sei accorto che ti hanno comprato?
Ecco l’affondo che non mi aspettavo. Poteva trovare altro argomento che mi sminuisse più di questo? Ai suoi occhi ero solamente pari a un oggetto, o a un capo di bestiame alla mercé di chi avesse voluto spendere per venirne in possesso? D’altra parte non poteva rinfacciarmi altro, visto che i professori, quando si era recata ai colloqui dopo il primo trimestre, non smisero di fare le mie lodi, nel profitto e nel comportamento. Siccome non avevo risposto, mentre lei si aspettava che la contraddicessi d’istinto, seguitò imperterrita, facendosi forte della sua esperienza di povera, di ignorante e di totale diffidenza verso la vita, il mondo e il destino, suo e altrui:
L’hai capito si o no che ti hanno comprato? – ripeté condendo il significato con quel tanto di tono acidulo che mi fece avere compassione di lei. Era la prima volta che intuii quanto mia madre coltivasse solamente stereotipi dietro la sua fronte larga.
Mi hanno comprato per poco, vero? – replicai calmo e quasi sottovoce – Mi hanno dato in cambio solamente la loro unica figlia.
Mia madre aveva già mosso le labbra per ribattere alla prima parte della risposta; la parte finale la lasciò senza parole. E anche senza pensieri, supposi. Non era un evento che capitasse spesso. Ebbi quasi pietà di lei, perché seppi che fu consapevole che, per una volta, non aveva saputo leggere per il verso giusto i fatti della vita. Neanche quelli del primogenito di cui, a suo modo, andava fiera. 
Sull’argomento non riuscì a tornarci un’altra volta, almeno in modo così diretto. 
Lo sminuimento nel giudizio che mia madre aveva palesato su di me mi pesava dentro, nel profondo, senza che riuscissi a portarlo a galla per affrontarlo ed eventualmente superarlo. Con questo fardello riuscivo ad andare avanti comunque. Almeno un poco a modo mio, anche se la serenità, l’entusiasmo, per non dire la felicità, erano come trattenuti da un contrappeso, da una zavorra imbarazzante.
Martina, d’altra parte, diventava ogni giorno più bella, la sua grazia e il fascino erano cresciuti di pari passo con l’amore. Non riuscivo a concepire l’orizzonte di un futuro senza il sole della sua presenza, neppure una sola giornata nuvolosa. E, senza che allora neppure l’intuissi alla lontana, in questo si celò il seme della disperazione.

Per centosettantasei giorni – il conto è suo e includeva l’anno bisestile! –, lei mi confermò ogni giorno la sua devozione; a fronte delle parole estasianti su di me, tali che non mi riuscì di farci l’abitudine per trovarmici ad agio, che spavaldamente e deliberatamente esprimeva incurante delle orecchie che potessero ascoltarle, ero tentato di sentirmi prematuramente assurto agli onori degli altari, una sorta di san Giuseppe giovane che in effetti alla Chiesa fa difetto.
Martina aveva occhi lunghi, sapeva che sarebbe andata via da qualche parte, ma non voleva farlo senza di me. Era convinta che il destino si può piegare alle nostre aspettative, bastava volerlo intensamente, mi diceva. Per questo aveva escogitato un piano:
Tu verrai a trovarmi allo chalet; – mi propose un giorno – giura che verrai!
Non lo so, ma… lo giuro! – l’accontentai.
Verrai per una settimana, poi resterai per un’altra e un’altra ancora. Tu vai all’Università?
Mi piacerebbe, ma …
Non importa. Se ci scriviamo insieme, potremo studiare insieme. A parte le tasse, che per il tuo reddito non saranno molte, quanto ai testi ci basteranno quelli che compreranno per me. Capito?
Belle ipotesi, sembra una favola!
È una favola! La nostra favola, accidenti! Come fai a non riconoscerla?
Io volo basso, è vero. La dovrò raccontare anche a mia madre?
La dovrai vivere tu. Lascia stare tua madre adesso. Se non continui a studiare, cosa farai?
Cercherò un lavoro.
Te lo trovi là. A tua madre dirai che ti sei trovato un lavoro in Svizzera. Pensi che dovresti mandarle anche dei soldi?
Se lavorassi, sì. Certamente.
Di quanto parli? Diecimila lire? Quindicimila?
Le farebbero comodo, sì.
Glieli manderai. Ho la mia paghetta, a qualcosa saprò rinunciare. O preferisci che rinunci a te?
Non risposi a questa domanda. Mi pareva di essere tornato bambino quando disegnavo strade con cento curve nella polvere della strada trascinando il piede scalzo. Poi ci correvo sopra inclinandomi a destra e a sinistra guidando spericolatamente una immaginaria motocicletta. Lei non andò avanti, ma capivo che il suo silenzio nascondeva altri pensieri. Qualche giorno dopo ritornò sul progetto, dicendo che aveva portato la madre dalla sua parte, compreso l’incremento delle sovvenzioni che avrei mandato a casa. Restava da convincere suo padre.
Non ci riuscirai mai! – la scoraggiai.
Davvero, davvero? Sappi che ho un piano B.
E sarebbe?
Scappiamo insieme. Andiamo a Vienna, a Berlino, dove vuoi. Ti va bene Venezia?
Mi andrebbero bene tutte!
Ecco, allora andiamo a Venezia. Lascerò un biglietto dicendo che non posso più vivere dentro la prigione che è diventata la mia casa. Poi aggiungerò: non preoccupatevi per me!
E come faranno a non preoccuparsi?
Bravo! Lo vedi che mi segui? Se leggono che non devono preoccuparsi, si preoccuperanno il doppio. Ma te li immagini da soli a fare supposizioni sulla mia vita? Telefonerò una mattina, ma dopo quattro giorni, quando in casa c’è solo mamma. Poche parole: sto bene, ciao, non preoccupatevi. Poi ritelefono dopo altri tre giorni, sempre di mattina. Dopo due giorni ancora telefono di sera, quando c’è anche papà. Quelli mi diranno: torna a casa, torna! E io detterò le mie condizioni.
Ah, non è mal pensata! E se non va in porto? Metti che sia io a condizionarli negativamente.
Ma va! Mia madre è entusiasta di te.
Già, e tuo padre?
Io ho anche un piano C, cosa credi?
E quale sarebbe questa scappatoia?
Noi due, io e te, facciamo un figlio insieme! Subito! Poi li voglio vedere lasciarmi partire per patire la fame in Sardegna con te!
Tu sei tutta matta!
Bah, tutta no, solo un poco. Un poco molto, da quando ti ho conosciuto.
Questi argomenti saltarono fuori a fine maggio, nell’intervallo fra il termine delle lezioni e gli esami scritti per il diploma, come si chiamava allora.
Mi disse anche che, in alternativa, potevo trovarmi un lavoro, questa era l’idea di sua madre; che il padre era in grado di trovarmi un buon impiego nell’azienda in cinque minuti. Anzi, precisò, il padre stava per diventare Direttore dell’Area Tecnica e sarebbe entrato in Consiglio di Amministrazione. Allora avrebbe potuto costituirsi un team tutto per sé e io sarei potuto entrarci come la persona di massima fiducia.
Sai cosa significa questo? – mi chiese in tono di sfida.
Un stipendio coi fiocchi?
Questo è il minimo. Significa che ogni volta che papà si sposta da una sede all’altra, noi – io, tu e la mamma – saremo al suo seguito. Hai capito ora?
Avevo capito, avevo capito davvero tutto perché tanto stupido non ero, ma trovavo difficile convincermi che l’algoritmo del destino buttasse sempre, e una volta di più, a mio favore. Purtroppo noi poveri, oltre ai disagi, soffriamo di scarsa fiducia in noi stessi. Mia madre docet. Era chiaro che avevo ereditato anche i suoi geni.
E come potrebbe essere altrimenti?
Così davanti ai genitori, quando a metà luglio l’accompagnai all’aeroporto in partenza per le vacanze in Svizzera, m’invitò formalmente a raggiungerla, assicurando che mi avrebbero ospitato per settimane, col padre consenziente e sua madre entusiasta.
Non altrettanto la mia - e la decisione le rose dentro per anni, attribuendo a questo fatto le successive e innumerevoli mie giornate di perenne malumore -, con mio padre che non si espresse: non mi fu possibile espatriare senza il loro consenso, essendo ancora minorenne. Né ebbi il coraggio per fare la pazzia di fuggire di casa. Mi avrebbero rispedito indietro dal confine, quando avessero visto la mia carta d’identità priva di visto per l’espatrio. Ancora ignoravo che ci sono pure i sentieri dei contrabbandieri.
Nel 1960 la maggiore età non si raggiungeva a 18 anni. A me ne occorrevano ancora tre.
Martina se ne andò così: la ricordo inghiottita dallo sportello di un aereo, sottratta alle carezze dei miei sguardi; io restai da solo a scontrarmi con le ore insignificanti di giornate interminabili.
Ci scrivemmo due lettere a settimana: in quattro pagine fitte fitte, lei mi raccontava tutto delle sue giornate piene di amici, di escursioni, di sagre montanare, delle puntate a Locarno per andare al cinema, a teatro o solamente a fare spese. Io faticavo a riempirne due: mi restava da scegliere se parlarle delle partitelle a pallone con i soliti compagni o delle bighellonate con gli amici soliti. Terminavo con le confessioni, tipo che mi svegliavo contento per averla sognata, ma poi intristivo a causa della sua lontananza. Non era vero niente: non mi svegliavo contento perché non mi svegliavo affatto, dato che la sognavo continuamente a occhi aperti. In una soltanto ammisi una sottile sofferenza esistenziale che poteva essere ricondotta a un sentimento inespresso di pura gelosia.
La verità era che senza di lei mi sentivo annichilito.
Qualche volta ci sentimmo al telefono: lei cinguettava allegramente, o forse fingeva; io facevo fatica a parlare per l’emozione che m’induceva la sua voce. La chiamavo da un telefono pubblico, le leggevo in fretta il numero dell’apparecchio e lei richiamava subito. Le telefonate internazionali, alla risposta, inghiottivano i gettoni a gogò, come l’imbuto del mulino ingoia i chicchi del grano.
A fine agosto Martina seguì la famiglia a Los Angeles.
Scrisse due lettere colme di angoscia crescente, una da Milano dove s’imbarcò, l’altra da New York dove effettuò uno scalo tecnico: mancava l‘indirizzo della residenza californiana, mi fu impossibile risponderle. Poi ci fu una pausa.
Uno stand-by che ancora resiste.


PS: per ovvie ragioni di privacy, non ho pubblicato delle foto che pure conservo. Spero che a Franco Tabacco, quando e se leggerà, la storia induca a qualcosa di stile.


3 commenti:

  1. Finalmente,aspettavo,con ansia il prosieguo della storia,sempre piena di emozioni e di future sofferenze.Gli amori giovanili come sono belli e,spesso,senza speranza.Anche io spero che il signor Tabacco ci mandi uno dei suoi bei disegni.

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  2. La verità nuda e cruda, signora Grazia, è che ho sbagliato a postare i capitoli.
    Quella che doveva essere la terza parte, ohibò! era l'ultima.
    Perciò dovrà rileggere tutto, anche se sa già come va a finire.
    Chiedo scusa a lei e agli altri lettori. Vuol dire che, se ci sarà una prossima volta, metterò la storia in una volta sola. poi sarà il lettore a decidere se, come e quando leggere.
    Saluti.

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  3. Un errore può essere un pregio,così rileggerò,di nuovo,tutta la storia molto bella e tenera,anche se si immagina la fine,a me,personalmente non importa.

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