venerdì 10 novembre 2017

IL CORPETTO DI MARTINA

Ho scritto questo racconto per onorare il ricordo di una compagna di classe che, come uccello migratore, visse con noi una stagione sola. Il tono della narrazione è romantico e sentimentale perché tali eravamo noi giovani che recitavamo a scuola “Silvia, rimembri ancor” e fuori cantavamo “Ovunque sei, se ascolterai / Accanto a te mi troverai / Vedrai lo sguardo / Che per me parlò / E la mia mano / Che la tua cercò” , oppure “Arrivederci / questo sarà l’addio / ma non pensiamoci ...”, canzoni di Umberto Bindi allora in classifica che sembrano giusto corollario per il racconto.
Era il tempo in cui i ragazzi cresciuti nelle ristrettezze del secondo dopoguerra videro consolidarsi le speranze di una scalata sociale, con i figli degli operai e dei braccianti che andavano a scuola per diventare insegnanti o ragionieri, ingegneri, magistrati, o ufficiali delle Forze Armate, dove sino ad allora erano arruolati come militari di truppa.
Sotto la spinta di una veemente accelerazione della scienza e della tecnica, dell’economia e della società, quegli anni si caratterizzarono non solo per il crescente acquisto di beni di consumo, come la mitica Seicento, ma per un nuovo canale di pensiero, bypassato al grande pubblico dalle canzoni di Paoli e Tenco, di Lauzi, Celentano, Endrigo, De Andrè e altri.
Scritto in prima persona per mettere a nudo le reazioni di un ragazzo normale di fronte a differenze economiche e culturali enormi, per evidenziare che a far crescere le persone sia l’esperienza, la quale si realizza a un primo livello nelle azioni che si compiono, ma matura con le sensazioni e con le emozioni che si provano prima, durante e dopo.
Dedico il racconto agli amici del blog, in particolare alla signora Grazia la quale, al pari della protagonista della storia, continua a intonare a voce alta le mie lodi, simili ai popolari gosos/coggius per il santo patrono.

Cronache dalla memoria

IL CORPETTO DI MARTINA
di Francu Pilloni

Camminavo fianco a fianco a Roberto in tutta confidenza, come compagni di scuola riescono a fare per un tratto della loro esistenza. Di notevole c’era che io vivevo i miei primi diciotto anni, mentre Roberto navigava sui ventiquattro: era infatti l’insegnante di matematica e fisica.
A quell’ora del tardo pomeriggio, in quelle vie di periferia largamente bordate da canneti, difficilmente avremmo resistito all’assalto delle zanzare, se non ci fosse stato il vento freddo di maestro a spazzarle vie. Eravamo diretti verso un locale defilato, conosciuto come Tana del Cinese, molto in auge tra i giovani, sia per la qualità e la misura delle pizze che serviva e ancor di più per il prezzo, concorrenziale sempre, scontato se ci si presentava in gruppo.

A un incrocio, nell’incerta luce verdastra di lampioni più che distanziati, vedemmo comparire una figurina scura che, fattasi vicina, scoprimmo essere la nuova compagna di classe, arrivata dopo le vacanze di Natale. Si chiamava Martina e scommetto la Luna crescente che ha continuato a farlo, sebbene dubiti che abbia seguitato a mostrare il faccino timido e arrossato di quella sera.
Ciao, Martina! Associati a noi – la invitò Roberto, così che la mettemmo in mezzo, prendendola sottobraccio.
Il prof pose domande pertinenti per sapere di più della sua vita.
Figlia unica di un ingegnere dipendente da una grossa industria, che aveva cantieri e filiali in varie parti d’Europa, e di una signora svizzera di un cantone italofono, nativa di una valle che si apre verso settentrione - la nominò ma non ricordo -, dove possedevano una casa che lei chiamava chalet, era solita cambiare dimora due volte l’anno, costrettavi dagli impegni lavorativi del padre. Nel suo racconto rilevai un dato curioso: non trascorreva le ferie all’estero, come andava di moda fra quanti se le potevano permettere, ma tornava per una volta all’anno allo chalet.
Intanto eravamo arrivati davanti al locale del Cinese, un rude fabbricato a L recintato con un alto muro intorno, pari a una caserma o un cimitero. Il portone era chiuso, le luci spente. Bussammo e un cane abbaiò, una voce lo rabbonì, si accese una luce e poi sentimmo il rumore di vari chiavistelli rimossi. Controluce, nel vano del portone appena socchiuso, si stagliò un quarto della figura del Cinese, uomo basso e tozzo con la zazzera quale un frate francescano dei dipinti di Giotto e un basco nero a nascondere un’ampia chierica naturale.
Il Cinese non era autentico, ma un seuese acclimatatosi in città. Quando ci vide, salutò con sollievo, benché sorpreso perché non aspettava clienti: era il giorno di riposo, evento che per lui non era mai stato un precetto, ma nessuno aveva prenotato.
- Saranno venuti quando ero al mercato. Ho chiesto il telefono, ma aspetta che ti aspetto! In quanti siete? Anzi, in quanti dovreste essere?
Per ora siamo in tre, ma dovremmo superare la ventina. Siamo venuti per la pizza.
Ah, allora dovete aspettare perché il forno è spento. Se arrivate a una dozzina, lo accendo; sennò ci arrangiamo con pastasciutta e salsiccia arrosto. Che dite?
Ci andava bene tutto, meno che la prospettiva di esserci vanamente spinti sin là.
Si scostò e ci fece entrare. Ci guidò non verso il salone con i tavoli, ma in un locale minore dove ardeva un fuoco discreto. Afferrammo tre sedie e ci sistemammo davanti al caminetto a chiederci, nell’attesa dei compagni, prima chi si fosse assunto l’inevaso impegno della prenotazione, dopo a ipotizzare un motivo per l’evidente defezione di tutti gli altri.
Il prof rise all’ipotesi che ci avessero giocato un tiro mancino.
Il Cinese era sparito, ma ricomparve con un piatto di frittelle di patate e ricotta, passate in padella alla maniera ogliastrina, con ollestincu, l’olio ricavato dalle bacche del lentisco, con sapore prepotente che raschiava in gola e fragranza di selva. Ce le servì dopo averle scaldate sulla graticola al calore delle brace del camino, cosparse di zucchero e accompagnate con un vino nuovo, rosso frizzante.
Ci trattava da ospiti, più che come clienti, dato che stette a vedere se e quanto avessimo gradito, poi sparì nuovamente alla vista.
Roberto aveva scelto di sedere in mezzo, così che potevo discretamente vedere in faccia Martina, alla quale in verità avevo lanciato solamente rari sguardi incuriosi durante le due settimane da che era venuta a stare nella nostra classe.
Piaceva di lei il sorriso spontaneo, mai forzato, e le rughette che le si formavano sulla fronte quando non comprendeva appieno le nostre argomentazioni gergali, non avendo alcuna confidenza con il sardo. Certo che, per essere “continentale”, era davvero piccola, altro non si notava, visto che indossava i pantaloni e aveva il cappotto mezzo abbottonato.
Urge dire, per chiarezza, che si era nel mese di gennaio del 1960: Roberto indossava una giacca di pelle nuovissima - regalo di laurea da parte della madrina di battesimo - sopra un gilet a losanghe, mentre io stavo dentro a un maglione grigio a collo alto, pantaloni di velluto a righe e una giacca a quadri. Secondo Martina avremmo dovuto subire il freddo prima, nella strada battuta dal vento; le sfuggiva che eravamo da sempre adusi a non imbacuccarci troppo, e non perché belli, baldi e sportiveggianti, ma perché figli di famiglie operaie ai quali il primo cappotto veniva solitamente dispensato grigioverde dall’esercito.
Più guardavo Martina e, inspiegabilmente, più mi riusciva simpatica.
Lei puntava sfrontatamente i suoi occhi chiari dentro i miei, con me che non intendevo eluderli, senza però riuscire a sostenerli. Mi sentivo a disagio, ancor che intimamente gratificato per le sue attenzioni, appagato nel profondo, ragion per cui non riuscivo a rendermi conto di ciò che maturava dentro di me.
Se ne accorse sin troppo bene Roberto il quale, con la scusa di fumare una sigaretta, ci abbandonò da soli, faccia a faccia, col fuoco che c’indorava in viso. Meglio così, almeno Martina non colse il mio rossore quando le confessai che mi restava davvero simpatica, che mi piaceva tutto di lei.
Feci una gran fatica a dirglielo di seguito evitando la precipitazione, non volevo darle l’impressione di recitare una poesia mandata a memoria. Non che fossi alla prima dichiarazione, solo che generalmente mi buttavo nel gioco durante il ballo quando, guancia a guancia, potevo parlare all’orecchio della ragazza, evitando i concomitanti sguardi a viso aperto, riservandoli casomai al momento di staccare alla fine del pezzo, per comprendere l’esito della proposta, se già non ci fosse stata una reazione percepibile.
Non ebbe invece alcun tentennamento la sua voce nel dirmi quanto le facessero piacere le mie parole e il mio atteggiamento, perché si era sentita attratta verso di me dal primo momento, quando la salutai, unico a suo parere a riservarle un sorriso aperto e una cordiale stretta di mano. Allungò la mano a cercare la mia, come se avvertisse il bisogno di rinnovare la stretta.
Gliela presi e istintivamente la portai alle labbra, meravigliando per primo me stesso.
Del primo giorno non ricordavo niente di preciso, mi guardai bene però dal confessarle che quello era il mio modo solito di fare.
Roberto rientrò, credo non prima di averci cautelativamente spiato, non volendo sorprenderci in improbabili atteggiamenti affettuosi; ci condusse in un salone davanti a un enorme tavolo in un canto del quale il Cinese aveva preparato un tagliere cavo di castagno su cui aveva disposto delle fette di prosciutto e olive in salamoia. Portò un pane rotondo dal quale, mentre lo affettava, si levò la fragranza inconfondibile di prodotto casalingo cotto nel forno a legna dei paesi. Il Cinese andava e veniva in continuazione. Ci portò anche la pasta coi funghi e, a quel punto, mi assalì la paura di non avere i soldi sufficienti a pagare la mia quota, perché sapevo che le 225 lire che mi tintinnavano in tasca erano appena sufficienti per la pizza, non per quelle portate.
Il Cinese aggiunse infine dolci di mandorle accompagnati da un bicchiere di moscato nuovo che sapeva più di mosto che di vino.
Fra bevute e risate si fece tardi. Era ora di tornare, perciò sussurrai a Roberto di chiedere il conto.
Dovete andare?
Alzai gli occhi verso Martina che sedeva di fronte, all’unisono convenimmo che era ora.
Bene, – concordò Roberto – andate pure. I conti a domani.
Fui colto da un sollievo che mi scaldò il cuore perché evitavo, al cospetto di Martina, di acclararmi misero, benché fossi abituato a considerarmi povero.
Per salutare, stringemmo la mano al Cinese e, curiosamente, anche al prof.
Uscimmo nel cortile e andammo via, col cane che mosse appena la coda. D’altra parte noi non l’avevamo degnato di un cenno.
Per strada ci tenemmo subito per mano.
Parlammo del cielo stellato, limpidissimo per la sferza del vento che asciugava l’aria, di letteratura, di sport e di geografia, materia in cui ero molto addentro, se pure quanto a nozioni teoriche, mentre Martina mi raccontò di strade e di piazze, di musei e della gente di Londra e di Firenze, di Vienna e di Monaco, di Barcellona e di Atene. Aveva appreso le parole sufficienti per cavarsela in tutte le lingue con cui era venuta a contatto, per altro non nelle scuole pubbliche, ma in quelle private italiane dove s’insegnava anche la lingua locale .
Mi sentii raggrinzire davanti all’elenco di quelle città, io che non ero sortito dalla mia, salvo qualche puntata nei paesi dell’hinterland, un mordi-e-fuggi per disputare partitelle di calcio.
Il mondo contenuto nella mia mente era stato assemblato con la frequentazione dei testi scolastici e in maggior misura con la lettura di saggi e di romanzi degli scrittori i più disparati, per la ragione che, pur avendo sicura predilezione per un genere, ero praticamente affamato di tutto.
Mi resi conto che la vita di Martina era assimilabile all’esperienza di Cristoforo Colombo, il quale girò per il mondo fisicamente, mentre io, come Emilio Salgari, ne avevo costruito uno tutto mio, immaginandomelo da casa.
Erano mondi ben difformi quelli che si erano incontrati quella sera, se pure viaggiassero appaiati lungo una strada ghiaiosa di periferia, spazzata dalle raffiche di un vento freddo di maestro.
Due mondi distanti che, per una sera, decisero di tenersi per mano, illudendosi di essere contigui.

(continua)

13 commenti:

  1. Signor Francu,l'inizio del suo splendido racconto è un quadro,descrive i personaggi come se li vedessi.Mamma mia come scrive bene!Per la prima volta provo tenerezza ed affetto per questo ragazzo sardo che si trova con una ragazza libera;forse anche troppo, dalle convenzioni di un piccolo paese sardo.(Le assicuro che anche a Firenze negli anni 60,non c'era questa disinvoltura nelle ragazze).Tutto il resto del racconto è poesia,tenerezza per la prima esperienza ma,sopratutto per il primo amore.Ma perchè non pubblica davvero questi racconti?Non è giusto che ne debbano gioire solo gli amici del blog.

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  2. Mi scusi,signor Francu,mi traduce gosos/congius

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    1. Gosos in logudorese, coggius o goccius in campidanese, sono le laudi che si cantano ai santi nel giorno della loro festa.

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  3. Un regista cinematografico potrebbe prendere in seria considerazione quell'intrigante corpetto del nord e quell'imbranato ragazzo del sud. Allora era un mondo proprio così,quello dei 'piccioccus' (de 'crobi' o no) come lo hai descritto con la tua bellissima raffinatissima penna. I cinesi di Seui o di Tonara, erano pittoreschi simpatici cinesi con i nostri prodotti prima di diventare cinesi cinesi con i tanga fabbricati presso i fiumi colorati. Così come con l'acqua che si cola, si condisce e anche si frigge. I Sardi di Sardegna nell'immaginario collettivo avevano gli occhi per le tette disponibili (preferibilmente sbrigative, senza corpetto) delle Anite d'Oltralpe o di quelle cisalpine. Piccole o giganti che fossero (le Anite, dico).
    Bello quel tuo tacere sul piacere inenarrabile. Il silenzio è d'oro, anche e soprattutto 'candu po gloria basas a Deus'. Hai superato in questo Moravia e i tanti che, prima o dopo di lui, non lo hanno capito bene. 'Letterariamente', s'intende. Una via di mezzo tra Manzoni e ...Pilloni sarebbe auspicabile per la nostra narrativa. Anche in sardo. Anche se, come tutti sanno ( perché sino alla noia si ripete), non è l'argomento di per sé che fa buona letteratura. Su 'troppu coddonzu' criticato e biasimato dal linguista Puddu non c'entra nulla con il romanzo di Larentu (Pusceddu). C'entrano invece le ali corte per immaginazione e per indecisione d'uso del mezzo linguistico (poesia e prosa assieme). Ma questo che dico conta niente: conta invece che il seguito della tua narrazione mi faccia felice e mi porti in 'sa gloria de Deus ' come quella tua. Si,ha ragione Grazia. Ma ha anche torto. Il blog degli 'amici' è dei potenziali 'amici' di tutto il mondo. Basta un semplice passaparola e te ne freghi della carta stampata. Le foto di Stefano Sanna su Santa Cristina di Paulilatino lo hanno dimostrato. Ora questo inizio di racconto è anche in inglese, in tedesco, in francese, in rumeno, venezuelano, ecc. ecc. E' mondiale. La letteratura di Curcuris/Arbus/ Selargius in un batter d'ala di colibrì può (dico 'può', per prudenza)far gioire e Grazia e tutto l'universo.

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    1. Gigi,sei un grande anche tu,nell'inneggiare a questo grande scrittore che è Francu Pilloni,anzi,sai che ti dico? Teniamocelo stretto noi,chi se ne frega degli altri italiani!

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  4. Grazia, guarda un po' qui cosa è accaduto.

    L'incipit del racconto in greco:


    Έγραψα αυτή την ιστορία για να τιμήσει τη μνήμη του συμμαθητή ο οποίος, όπως τα αποδημητικά πουλιά, έζησε μαζί μας μια ενιαία εποχή. Ο τόνος της αφήγησης είναι ρομαντική και συναισθηματική, διότι αυτά ήταν εμάς τους νέους απαγγείλει στο σχολείο «Silvia, ακόμα και rimembri» και έξω τραγουδούν « Όπου κι αν είναι, αν μπορείτε να ακούσετε / Δίπλα σας θα με βρείτε / Θα δείτε τα μάτια του / Αυτό για μένα μίλησε / και το χέρι μου / που προσπάθησαν σας «ή» θα τα πούμε / αυτή θα είναι η αποχαιρετιστήρια / αλλά ας μην σκεφτούμε ...», τραγούδια του Umberto Bindi τότε Κατατάχθηκε συνέπεια που φαίνεται σωστό για την ιστορία.

    in inglese: I wrote this story to honor the memory of a classmate who, like migratory bird, lived with us a single season. The tone of the narrative is romantic and sentimental because those were us young people recite at school "Silvia, even rimembri" and out sing " Wherever you are, if you listen / Beside you will find me / You'll see his eyes / That to me spoke / And my hand / that your tried " , or" See you / this will be the farewell / but let's not think ... ", songs of Umberto Bindi then Ranked corollary that seem right for the story.

    in tedesco: Ich schrieb diese Geschichte die Erinnerung an einem Mitschüler zu ehren, die, wie Zugvogel, bei uns zu einer einzigen Saison gelebt. Der Ton der Erzählung ist romantisch und sentimental , weil die waren wir junge Leute in der Schule „Silvia, auch rimembri“ rezitieren und heraus singen " Wo immer Sie sind, wenn Sie hören / Neben du mich finden / Sie werden seine Augen sehen / Das ist für mich sprach / Und meine Hand / , dass Ihr versucht „oder“ wir sehen uns / das wird der Abschied / sein , aber wir denken nicht ...“, Lieder von Umberto Bindi dann Rang logische Folge , die scheinen direkt für die Geschichte.

    in spagnolo tedesco: Escribí esta historia para honrar la memoria de un compañero de clase que, al igual que las aves migratorias, vivió con nosotros una sola temporada. El tono de la narración es romántica y sentimental, porque eran jóvenes nos recitamos en la escuela "Silvia, incluso rimembri" y fuera cantar " Donde quiera que esté, si escuchas / Al lado se encuentra mi / Vas a ver los ojos / que me hablaron / Y mi mano / que su juzgado "o" Nos vemos / esta será la despedida / pero no hay que pensar ...", canciones de Umberto Bindi corolario a continuación, el puesto que parece adecuado para la historia.

    Il racconto di Franco in cento e mille lingue. Si tratta solo di un dito che preme.

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  5. E in ...corsicano: "scrissi sta storia, pi onurari lu ricordu di un cumpagnu chì, cum'è acellu migratory, vissutu incù noi una sola staghjoni. U tonu di i narrativa hè romantica e Fola perchè quelli chì eranu à noi ghjovani ricitari à a scola "Silvia, ancu rimembri" è fora canta " U Francà Di tù sì, sè tù canta / Sparti di voi mi truverete / You Mulateri Di L'vede i so ochji / Chì à mè parrava / È a mo manu / chì a vostra pruvatu " , o" See voi / stu sarà a liberta /, ma ch'elli ùn l'pensu ... ", canti di Umberto Peppino curullari tandu Classé n chì parenu dritta di la storia".

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  6. Certo la traduzione è quella che è. Ma il compito del lettore è quello di intuire contenuto e forma iniziali.

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  7. Scusa Gigi,perchè vuoi calcare sulla mia ignoranza? Ad ogni modo, a bellu a bellu cupmrendo sa nostra limba chi este meda bella e a mime basta goi.

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  8. O Deus meu! it'est cust'avalotu?
    Po indi bessiri puliu, mi toccat a ddu poniri in sardu puru.
    Custu seis pedendumì?

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  9. Nou, seu pedendudì sceti s'accabu comenti su comintzu! Mancai con 'tono romantico e sentimentale'.

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  10. Allora ve ne approffitate,deo so un azzicu de sardu.

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