mercoledì 10 gennaio 2018

IL DEBITO

Un racconto di Francu Pilloni

Una Brigitte Bardot giovanissia (Blog di Cleo)

Lena fu la prima a essere interrogata in filosofia.
Se la cavò discretamente raccontando la vita ed enumerando alcune delle opere di Kant.
La prof, una giovane di città appena laureata, non solo le assegnò un otto, ma lo proclamò con orgoglio, con l’intenzione evidente di stupirci, per farci intendere di che pasta era fatta.
Io sobbalzai: si era al primo trimestre e, per giunta, Lena era ripetente.
Sedevo al primo banco e, nell'agitarmi, con la punta della scarpa urtai la tavola che chiudeva anteriormente il banco. 
(L’accorgimento era stato montato per i primi banchi delle tre fila allo scopo di negare al professore la vista delle gambe e di eventuali scorci di coscia delle studentesse). 

Avvertita dal rumore, la prof si girò, mi guardò interrogativa e chiese cosa mi rodesse.
Nulla, signora. Proprio nulla! – risposi, alzandomi in piedi e restando sulle mie.
Non ci credo, l’ho vista così agitato!
Ah! – riflettei fra me – Iniziamo bene! Ci dà pure del lei; speriamo che non finisca col voi!”
È che un otto al primo trimestre mi sembra ... temerario! – azzardai da aspirante suicida – Senza nulla togliere alla compagna, si capisce. Non che la conosca a sufficienza per poter giudicare: è nuova in questa classe.
Da dove viene?
Devo dirglielo io? – chiesi. Lena era già ritornata al suo posto.
E chi sennò!
È ripetente. Niente contro di lei, sia chiaro: otto le ha dato e otto rimane. Giusto?
Non cambio facilmente il mio giudizio! – si esaltò.
Vedremo”, borbottai mettendomi seduto, rivolto al compagno di banco che rise spudoratamente.
Cos’ha detto?
Quello che ho detto, l’ha sentito. Vuole che glielo ripeta? – feci finta di rialzarmi.
Aresu, mi dica lei cosa le ha mormorato il suo compagno.
Aresu, che aveva un viso da bambino, piccolo e glabro, si fece tutto rosso, parte per l’emozione, parte per la stizza. “Ma cosa vuole questa?”, bofonchiò a testa china, mentre malvolentieri sollevava il sedere dalla panca. Quindi disse a testa alta:
Guardi, professoressa, se ha mormorato, non l’ha fatto con me. Fra di noi ci parliamo sempre a voce alta.
La classe scoppiò a ridere, anche per la tipica parlata nasale e strascicata del compagno.
La prof fece la faccia cattiva, picchiò con la palma aperta sulla cattedra e aspettò che ritornasse il silenzio. Poi, rivolta sempre al nostro banco:
Bene, la festa è finita! Chiamo voi due all’interrogazione!
Ecco appunto quel deprecato “voi/tu” che, anche troppo sbrigativamente, fu tra noi.
Mi alzai, bloccando il passaggio al mio compagno e, intanto che la fissavo dritta in faccia, le chiesi:
Scusi, ma lo fa per punizione? Perché, guardi, ... siamo abituati diversamente. Sappia che spesso ci offriamo volontari.
Non m’importa. Lei venga e risponda alle domande! – E voilà di nuovo un altro “lei” allocutivo.
Ero preparato, e non a caso, sia su Kant che su Rousseau, gli autori sino a quel punto presentati. La prof nuova arrivata infatti m’irritava non solamente per la voce stridula, ma per quell'aria di muta superiorità da cittadina nei confronti dei paesani: non mi andava di concederle neanche mezza brutta figura da parte mia.
Uscimmo dal banco e, muovendoci con indolenza, ci piazzammo uno a destra e uno a sinistra della cattedra. La classe era ammutolita. Iniziò da me:
Mi parli di Kant! – ordinò mentre s’irrigidiva, evidentemente intenzionata a farmela pagare.
Attesi un attimo a concentrarmi, poi le chiesi:
Scusi, devo iniziare dalla vita, o possiamo saltare questa tiritera a piè pari, visto che ne ha parlato a sufficienza la compagna?
Salti pure la vita; ci ritorniamo dopo.
Ritorniamo alla vita? – domandai con la faccia innocente – Va bene! Io … – mi fermai mentre stavo per dire “Io ci credo pure alla resurrezione”. Ero irragionevolmente ostinato a contrastarla.
Ostentai le braccia conserte con le mani in evidenza, atteggiamento provocatoriamente esplicito di sicurezza in me stesso, se non di sfida, visto che avevo sorriso alla battuta del ritorno alla vita.
Immanuel Kant – iniziai con calma – è stato il filosofo più importante dell’Illuminismo tedesco, nonché anticipatore della filosofia idealistica. – E qui feci una pausa significativa come uno che cerca le parole appropriate – Kant costruì un sistema filosofico …
Cosa significa sistema? – m’interruppe la prof.
Per sistema filosofico s’intende la sistemazione organica delle conoscenze filosofiche tale che …
Va bene. Continui!
Allora, ... Kant costruì un sistema filosofico basato sul Criticismo, vero pilastro su cui poggiare tutta l’attività …
Cosa intende per pilastro? – perseverò nelle interruzioni la prof.
Pilastro? È qualcosa che sta sotto, diciamo alla base, atto a reggere il peso … scusi, non fa che interrompermi! Mi ha scambiato per un vocabolario? – protestai, cambiando il peso del corpo da una gamba all’altra.
Lei non se lo aspettava, la classe sì, visto che con molti ci conoscevamo da cinque o sei anni. Scoppiò una sonora risata che la seppellì. Invano continuava a battere la mano sulla cattedra – “Silenzio!” s’imbestialiva a squarciagola –, e quando la calma pareva tornare, dal fondo dell’aula riemergeva una nuova risata contagiosa.
Quando alla fine si ristabilì un po’ d’ordine, si volse dalla mia parte e ordinò, come se nulla fosse successo: – Continui, prego.
Ma lasci perdere! – risposi e me ne tornai al banco.
Ne terrò conto! Stia pur certo! – minacciò. Chiaramente non aveva capito l’atmosfera che si era creata in classe e passò all’esame del mio compagno.
Aresu era alto e magro; inoltre si adagiava in una posa particolare a causa di una poliomielite dalla quale aveva ereditato una gamba più corta e più debole.
Mi parli di Rousseau! – impose la prof, con rabbia evidente.
Di chi? – chiese placido Aresu, come se non avesse inteso la domanda.
Jean-Jacques Rousseau! – ribadì baldanzosa, quasi sillabando, manco lontanamente circospetta della personalità di chi le stava di fronte.
Per il minuto successivo, Aresu raccolse le idee in un silenzio imbarazzante, mentre la classe tratteneva il respiro.
Rousseau, Rousseau… – chiese formalmente a se stesso, totalmente impegnato a far emergere un ricordo preciso – Rousseau ha detto, vero?
Jean… Jacques... Rousseau! – ripeté la prof, simulando un atteggiamento acquiescente: era sicura di averlo in pugno!
Jean-Jacques Rousseau? … Mai sentito!
Non racconto cosa capitò in classe. S’affacciò alla porta anche il preside, impressionato dal chiasso che veniva dalla nostra aula.
Sono testimone che la prof quel giorno fu tragicamente risoluta, giocandosi ogni futura possibilità di risalita in fatto di credito: chiamò tutti all’interrogazione, esaurendo la lista grazie al fatto che nessuno si mosse dal banco: segnò un due a tutti; solo a me, bontà sua, riconobbe un tre.

Lena dunque mantenne quel rocambolesco otto in Storia della Filosofia e della Pedagogia; la prof, dal canto suo, non azzardò ad assegnarne un altro in tutto l’anno.
Se ora si pensasse che Lena si fosse legata al dito la mia stravagante reazione al suo voto, si sbaglierebbe. Lena – che sedeva al primo banco nella fila di sinistra, mentre io stavo al primo banco nella fila di destra –, per star dietro alle spiegazioni alla lavagna, posta proprio di fronte a me, si metteva spesso di traverso nel banco così che, quando giravo gli occhi verso quella parte dell’aula, incrociavo inevitabilmente i suoi: lei mi ripagava con un sorriso d’intesa, sebbene ne ignorassi l’argomento, visto che eravamo d’accordo su nulla. Era simpatia istintiva, supposi. O empatia, visto che lei era la figlia minore in una famiglia imparentata con mia madre. In pratica Lena, Maddalena nel registro, era una mia lontana prozia, in quanto cugina in secondo grado di mia madre. Eppure contava solamente tre anni più di me.
La conoscevo come persona tranquilla che studiava a iosa. Quando passavo nella via dove abitava al piano terra, spesso la sentivo dalla strada leggere e rileggere vicino alla finestra, e a voce alta ripetere come un disco la storia, la geografia, la letteratura o la filosofia, tutte cose che mandava a memoria.
Nulla era distante da me più del suo modo di studiare.

All’inizio del secondo trimestre cambiai posto: dovetti lasciare il buon Aresu per sedere nel banco dietro a Lena. Per forza di cose si entrò in confidenza, anche perché chiedeva a me e alla mia nuova compagna di banco qualche aiutino, sia per la matematica che per le versioni di latino.
La mia compagna s’affrettava a far fronte alle sue richieste, perché “Lena ti guarda come se fossi un pinguino alla fragola!”, borbottava coloritamente. Siccome era anche la mia “morosa”, come dicono dalle Dolomiti alla Laguna, le contestavo che filtrasse la realtà con la lente della sua gelosia: difficile immaginare che Lena nutrisse un debole per me.
A fine corso, in occasione delle prove scritte per l’esame di diploma, ci disposero su due file di banchi addossati alle pareti in un enorme lunghissimo corridoio di un edificio appositamente apprestato. Ci fecero entrare in fila indiana per controllare l’identità e un commissario ci spartiva uno per banco lungo il corridoio, ora a destra, ora a sinistra. Capitò così che con la mia morosa ci trovassimo alla stessa altezza, ma divisi dallo spazio centrale fra i banchi, mentre Lena, in fila subito dopo, sedesse nel banco dietro di me.
Fu così anche il secondo giorno, per lo scritto di latino:
Attento a non voltarti indietro quando ti chiedo qualcosa, – mi disse appena ci sistemammo – e però, quando cerchi nel vocabolario, sposta il foglio così che io riesca a sbirciare la tua versione.
E così feci per due volte o tre, senza capire a cosa le fosse giovato.
Il giorno dopo, per la prova di matematica, si ripeté pari pari la stessa sistemazione.
Prima che ci organizzassimo, mentre la fila dei candidati ancora scorreva tra i banchi, da dietro Lena mi sussurrò all’orecchio:
Non fare lo stronzo proprio oggi. Lo sai che non ne azzecco una in matematica. Quando finisci e ricopi in bella, sposta il foglio di brutta, mettilo in modo che lo possa vedere chiaramente. E vedi di ricopiare lentamente. Mi serve tempo.
Senti, Lena, – già ansioso di mio, mi voltai alterato – non mi starai chiedendo troppo?
Sì, è così! Ti chiedo molto perché non posso fare a meno del tuo aiuto. Guarda che sono pronta a ripagarti bene.
Lessi nei suoi occhi un’angoscia profonda. Credo che la paura stava nel fatto che, essendo ripetente, se non passava l’esame, non avrebbe potuto frequentare ancora un altro anno.
Ero già pentito delle mie parole.
Non m’interessano i soldi! – sorrisi, giusto per sdrammatizzare.
E allora, – accennò un sorriso pure lei – ti darò quello che mi chiederai. Mi hai capito? Anche quello ti do. Lo giuro!
Quand’è così! – convenni divertito, perché “quello”, l’innominato, nel nostro vernacolo ha due nomi di genere maschile, nella parlata popolare ricorrenti più dell’amen in chiesa.
Le cose andarono come Lena pronosticò e alla fine lei, al pari della mia compagna e di me stesso, fu promossa. Tutto qui.

Una settimana dopo aver saputo l’esito - era forse l’ultima di luglio -, uscii di casa ed entrai nel bar che era gestito dalle sorelle maggiori di Lena.
Complimenti per Lena! – gorgogliai appena entrato – Questa è stata la volta buona!
Ah, grazie. Vi siete fatti onore! – recitò Veronica mentre lavava una tazzina - Lena è qui, al piano di sopra. Vi siete visti? Aspetta che la chiamo.
Siete stati bravi davvero, bisogna brindare. Cosa ti posso offrire? – chiese Marta, l’altra sorella.
Prezioso notare come, avendo Lena una mamma di nome Rachele e un Lazzaro per papà, era chiaro che in famiglia si consultassero le Scritture, prima di recarsi all'anagrafe. A questo pensavo sorseggiando la Pepsi direttamente dalla bottiglietta, in piedi davanti al bancone, quando Lena si presentò e mi venne incontro felice come mai l’avevo vista, complimentandosi sino al bacio sulle guance. A dire il vero, sembrò un’altra persona, non la fotocopia della ragazza abbacchiata che avevo avuto come vicina di banco per mesi.
Il bar era praticamente vuoto in quel momento; Lena chiese un gettone alla sorella per andare nel saloncino a giocare col calcio balilla.
Dai che m’insegni! – cicalò con entusiasmo, sentendosi al centro dell’attenzione come una bambina ingenua ed emozionata nel giorno della sua Prima Comunione.
Una volta dentro, a tu per tu, cambiò espressione. Si era fatta seria, mi guardò dritto in faccia, stando dall’altra parte del biliardino, mentre armeggiava con le manopole discretamente nervosa. Mi ringraziò per l’aiuto che le avevo dato, soprattutto per il terzo scritto. Me lo ripeté più volte.
Se ti sono sembrato reticente, – mi scusai ricordando la mia prima reazione – è solo perché sono un fifone. M’era venuta la strizza che ci scoprissero, lo sai che non sono egoista.
Comunque sono in debito con te. Non l’ho dimenticato. – E qui si fece rosso porpora. Anche le mani si erano fermate, stringevano con forza le manopole.
Ehi! Non vorrai pagarmelo in contanti, qui e adesso? – risi scherzoso, con quel tanto d’ironia che la situazione richiamava.
Certo che no, stupidino. Ci mettiamo d’accordo?
Pronunciò le parole sottovoce, senza che potessi leggervi alcunché di giocoso.
Óh, qui si fa sul serio! – annotai mentalmente – Chissà quanto le è costata questa forzatura! Lena è una timidona. Un vero exploit per lei!”.
A cosa pensi? – le chiesi, sorridendo sornione senza espormi, in attesa di sviluppi. Chiaramente, se mai prima potessi aver creduto alla sua promessa giurata come a una cosa seria, óh…
Ascolta: domani alle otto e mezzo fatti trovare alla fermata della corriera. A casa dirai che ci ha invitato la professoressa Pianu, quella che ci ha fatto da commissario interno: tutti i promossi ci ritroviamo a pranzo a casa sua, poi si va al cinema insieme. Anch’io ho dato questa scusa.
Ah, bueno! – approvai a cuor leggero – Peccato però che no tengo dinero, muchacha!
(I Righeiros, vent’anni dopo, mi avrebbero rubato l’espressione che io però avevo preso a prestito da ziu Peppi Cadeddu, il quale aveva fatto la Guerra Civile in Spagna, della quale parlava spesso, senza che, per altro, si fosse mai pienamente reso conto da quale parte l’avessero schierato).
A questo ci penso io! – rise Lena – Credi che rifilerei a te le spese per il mio debito, muchacho?
Finì che fingemmo di giocare a biliardino, fra uno sguardo furtivo e un sorriso impacciato d’intesa.

Mia madre non fece obbiezioni. Si guardò bene dal parlare di soldi, per paura che gliene chiedessi. E poi mi sapeva abbastanza giù di tono perché la morosa era partita e chissà quando l’avrei rivista. Forse aveva già sbirciato fra le mie cose, in cerca delle lettere che la postina mi recapitava quasi a giorni alterni. In Sardegna il matriarcato resiste, i figli sono un bene di proprietà.
Il mattino dopo mi presentai più che puntuale; la corriera aveva imboccato il rettilineo, trecento metri prima della fermata. Lena mi accolse con un sorriso; si dissiparono progressivamente in lei i cirri di timore che le si erano addensati sulla fronte e negli occhi.
Sedemmo nelle poltrone in fondo, dove trovammo due posti liberi vicini. Non ho memoria degli argomenti affrontati durante il viaggio; ricordo bene che parlò quasi sempre lei, mai però di quello che ci aspettava.
Giunti in città, avvistammo l’insegna di un albergo sotto i portici. Fu il primo che individuammo, non che fossimo degli esperti. Sulla soglia, mi chiese di lasciar fare a lei. Ci trovammo di fronte a un uomo, all'apparenza vestito da ferroviere, con la differenza che al posto di FS, sul colletto aveva ricamato in blu un HM: un ometto era, in piedi dietro un bancone che gli arrivava al petto, pareva che aspettasse proprio noi.
Buongiorno! Ci serve una stanza con due letti separati. Solo per un giorno. Abbiamo sua madre all’ospedale, forse la dimettono domani. Io sono sua zia, sorella di sua madre. Ho qui i vestiti puliti di mia sorella, per farglieli indossare quando la dimettono.
L’uomo la guardò perplesso, credo che non fosse abituato a tante spiegazioni. Supposi che la gente chiedesse una camera, pagasse e ritirasse la chiave.
No, – rispose l’uomo, dopo aver consultato un registro – con letti separati, no.
Con un letto e un divano?
Neppure. Solo camere matrimoniali.
Costano di più?
Se prende quella che dà sul cortile interno, pochissimo. Quelle con vista sul porto, il doppio.
Il letto matrimoniale ha materassi distinti? Nel senso che … non è che possiamo stenderne uno per terra? Senza sporcarlo, s’intende.
Questo glielo posso concedere – l’accontentò l’uomo che segnò il nome di Lena sul registro, prese i soldi e le consegnò la chiave.
Adesso andiamo un poco su, – si sbrigò a dire Lena, mentre raccoglieva la piccola valigia che avrebbe contenuto i vestiti della sorella – ma poi usciamo per andare all’ospedale. Le visite sono all’una mi pare, se non hanno cambiato l’orario in estate.
Sì, credo di sì – convenne l’uomo dietro al banco, un poco alluvionato dal fiume di parole che uscivano dalla bocca di Lena.
L’ascensore ci portò al terzo piano. La porta della camera era di fronte. Lena infilò la chiave e aprì. Chiuse la porta dietro di sé, fece fare uno scatto alla serratura, posò la valigetta su un tavolino, mi guardò indecisa, andò a sedersi a bordo del letto. Poi vi si accomodò meglio e provò a dondolarvici sopra, mi guardava e continuava a sorridere per proprio conto. Mi ero fermato in piedi, con le mani in tasca, in mezzo alla stanza, che era ampia (ora la riterrei più che disagiata, allora non mi parve tale), mi guardavo intorno e tenevo d’occhio lei, in attesa degli eventi.
Dopo un po’ guardò l’orologio e si alzò.
Sei ansioso? – mi chiese, venendomi vicino.
Abbastanza – confessai.
Ma ... sei ansioso di farlo subito?
Ansioso e basta.
Anch’io. E se lo facciamo dopo pranzo?
Come vuoi.
Con più calma, vero? – pareva intenzionata a convincermi – E se adesso proviamo a entrare in confidenza?
Se vuoi…
Già, e come ...? – chiese perplessa, più a se stessa che a me: aveva le braccia distese, le palme in avanti, gli occhi su di me.
Così! – le dissi, abbracciandola senza stringere, come se dovessimo ballare – Si può fare così. – continuai baciandola teneramente prima sulla fronte, poi sulla punta del naso, infine sulla bocca – Poi, – le sussurrai, prendendo in mano il seno prosperoso – poi si va avanti, … secondo sentimento.
Aveva una bella bocca, Lena: le labbra carnose buone da succhiare, una lingua che si muoveva timida, ma non si sottraeva.
Lena era piccola di statura e rotondetta, una B.B. per i poveri, provinciale e genuina: il seno le riempiva la camicetta, il sedere era un invito all’approccio.
Aveva tre anni più di me. Chissà, forse era ancora minorenne pure lei.
Come sei bello! – sparò appena ebbe la bocca disponibile e la gola libera dall'emozione – Quanto ti ho sognato per tutto l’anno. Questo è meglio di tutti i sogni messi insieme!
Certo che i pensieri non li teneva per sé.
Ancora est erba! – le bisbigliai, ormai tutto era un sussurro, mentre le portavo la mano sotto la cintola.
Mi farai toccare il cielo con un dito? – mi chiese sorridendo, mentre mi baciava il collo. Óh, aveva il senso dello humour? E chi se l’aspettava?
Lo toccherai, ma non sarà con l’indice! – risi anch’io, mentre lei cercava di farsi un’idea precisa su ciò che aveva appena sfiorato.
Me lo fai vedere? – chiese con un candore estemporaneo, staccandosi appena – Sono ansiosa. Tanto l’hai capito: è quello che temo e che desidero di più!
Se lo metti in campo adesso, all’ospedale non ci arrivi proprio. E allora tutte le tue storie? – La strinsi a me e le concessi un bacio lungo più di un minuto intero. Le presi il viso tra le mani – Dai, rimettiamoci in sesto, laviamoci la faccia. Sarà tutto più semplice: ora siamo in confidenza, no?

A mezzogiorno lasciammo la stanza, lei con la valigetta appresso. Le avevo consigliato di lasciarla in camera, precisò che potevano frugarla per rubare o solamente vedere il contenuto, ciò che avrebbe smentito la favola costruita a uso e consumo dell’uomo del ricevimento.
Andiamo all’ospedale, – confidò voltandosi verso il banco del ricevimento, momentaneamente vuoto – è presto, ma qualche volta fanno entrare prima.
Ci perdemmo invece appresso agli atrii dei negozi, per il massimo interesse suo più che mio, entrammo alla Upim, sbirciammo le vetrine delle gioiellerie del Corso, finché ci stancammo. Comprammo due panini e due Pepsi, consumati per strada, poi prendemmo un gelato, di quelli artigianali con il cono di ostia. Rientrammo alle due e venti.
Come sta sua sorella? – si premurò di chiedere l’uomo da dietro il bancone.
Sta bene, grazie. Non c’era il primario, solo questa sera ci dicono se la dimettono domani mattina.
La favola reggeva. Avevamo quattro ore a disposizione.
Giunti in camera, lei posò la valigetta sul letto e io mi chiesi ancora una volta cosa diavolo si fosse portato appresso. L’aprì e ne tirò fuori un asciugamano, lo nascose sotto il cuscino.
Poi si voltò, mi guardò e disse, quasi sorridendo:
Che dici? Ci alleggeriamo dei vestiti? – deglutì, aveva la bocca secca. Questa volta non aveva parlato a raffica, pareva che aspettasse il mio consenso.
Sia fatta la tua volontà! – convenni – Anzi, aspetta che ti do una mano.
Mi avvicinai, le posi una mano sotto il mento, glielo sollevai. Lei si aspettava un bacio, ma lasciai che le morisse il desiderio negli occhi. Invece le sbottonai la camicetta, la posai sulla sedia senza spiegazzarla; le sganciai il reggiseno abbracciandola, glielo sfilai e lo gettai al volo sull’altra seggiola. Poi sbottonai la gonna, aprii la cerniera e quella cascò a terra da sola.
Fai un passo avanti. – la invitai – Ora leviamo l’ultimo velo e inizia il primo atto.
Rimase impassibile per tutto il tempo, le riuscì di non dire neppure una parola. Era rossa in viso, ma più di tutto ardevano i suoi occhi. Le feci fare la giravolta e lasciammo che lo specchio appeso alla parete di fronte ci riflettesse a figura intera, con lei in primo piano, le sue carni nude, il pelo nero, riccio e denso del pube, con le mie mani che le tenevano i capelli come si sostengono le ali del velo di una sposa.
Convenni con me stesso che Lena non era male, né vista allo specchio, né esplorata con le mani.
Sul letto? – mi chiese, insolitamente laconica – O ti aiuto a …
Già fatto, muchacha!
Mi restava solamente di sfilarmi la maglietta: pantaloni e biancheria erano ammucchiati a terra. Lei si voltò e finalmente vide.
Ma è così … !? – e da come l’osservava, capii che qualcosa ora la tratteneva dal toccarlo.
E come vuoi che fosse, scema? – banalizzai per darle sicurezza.
Mi guardò, rise anche lei, ma senza troppa convinzione.
Prendi il materasso che lo stendiamo a terra. – comandò, tornata in sé, dandosi subito da fare.
E perché mai?
Perché il letto cigola. L’ho provato questa mattina.
Si stese sul materasso non prima di aver disposto sotto di sé, all’altezza del sedere, l’asciugamano ripiegato in due.
E questo? – le chiesi sorpreso.
Per il sangue. Non si sanguina la prima volta? Se trovano il sangue sul lenzuolo, addio la storia di zia e nipote.
Acciderba! Hai pensato proprio a tutto! – confessai, inginocchiandomi vicino a lei e tenendole una mano stretta fra le mie.
A tutto a tutto no. Però è da molto che ci penso. E tu ci hai pensato ai preservativi? Io ci sono anche entrata in farmacia, ma mi sono vergognata. Mi conoscono tutti!
Óhia, porca ...! Che mi fosse venuto in mente! E adesso? – può un punto interrogativo fermare il mondo? – Le farmacie aprono alle cinque ... – pensai a voce alta, baciandole la mano.
E allora? – più che un quesito, parve una soluzione – Per adesso andiamo avanti. Non ci sarà …? Scusa, ma tu … come fate con la compagna di banco? – domandò, senza far echeggiare un nome nella stanza. Nome che, avrà pensato, a pronunciarlo solamente si sarebbe frapposto fra di noi.
Me lo dice lei: oggi sì, oppure oggi fuori. Il metodo di Ogino.
Com’è questo metodo? Ne ho sentito parlare, ma non ne ho avuto mai bisogno.
Lo credo, se sei vergine! Dipende tutto dalle mestruazioni. Tu quando le avrai? O quando le hai avute l’ultima volta.
Le aspetto fra due o tre giorni. Non di più. Perché hai detto “se sei vergine”? Non mi credi?
Allora si può. Tranquilla.

Lasciammo l’hotel alle sei e mezza. Chiunque avrebbe notato che eravamo freschi come fiori di asfodelo a primavera, umidi e gocciolanti, questi per la rugiada, noi per la doccia e il sudore.
Prendemmo il gelato al primo bar, passeggiammo per le strade cercando il lato in ombra, praticamente nello stesso percorso del mattino, ma dal lato opposto della via. Sedemmo in una pizzeria e da lì andammo al cinema dove pure continuammo le confidenze al riparo della valigetta, sempre appresso, questa volta contenente un ricordo mica male, perché un filo di sangue c’era stato, ma nessun dolore, confessò Lena.
Oppure aveva deciso di tenere celato il dolore.
Rientrammo che erano le undici di sera. Un uomo alto e magro, il viso lungo come il cranio di un purosangue, coi capelli unti e lisci, si materializzò dietro il bancone. Non era quello di prima.
La dimettono domani, sì. Per fortuna, la dimettono. – disse Lena di corsa, prima che s’accorgesse del cambio della guardia.
Dice a me, signora? – si meravigliò l’uomo dai capelli lisci, stirati all’indietro. All’Umberta, era nota quell’acconciatura, con riferimento alla pettinatura del Re di Maggio.
Ah, sì! No, no, dicevo all’altro, a quello di stamattina. Ma vedo che non c’è!
Desidera qualcosa, signora?
Sì, la chiave. Anzi, no: ce l’ho io in borsa. Mi scusi. Buonanotte!
Buonanotte a voi, signori!
Buonanotte! – aggiunsi anch’io, giusto per far notare che ero presente.

Lena entrò, accese la luce principale, poi l’abat-jour sul comodino, quindi spense la centrale.
Eravamo euforici più di due sposi in luna di miele, perché non avevamo subito il cammino stressante della burocrazia e del folclore. E lunghe settimane di snervanti preparativi. In effetti ci sentivamo liberi di fare quello che più ci andava, quando, come e per il tempo a nostra scelta.
Se la prima notte era stata l’esperienza del pomeriggio, ora ci aspettava la seconda notte.
Ci liberammo subito delle scarpe, poi dei vestiti; io in fretta e con lo sguardo fisso su di lei; Lena lentamente, con gli occhi bassi che mi sbirciavano solamente a tratti.
Iniziò dalla camicetta che appese nell’armadio, appresso con la gonna che finì rinchiusa anch’essa. Io feci volare sopra una sedia la mia maglietta a bande celesti orizzontali su fondo giallo pastello piuttosto slavato; i pantaloni di tela azzurra riposavano come di consueto sul pavimento.
Mi poggiai sul letto, ma lei intervenne perché buttassimo a terra ambedue i materassi per posarli proprio nel cono d’ombra dell’unica lampada accesa. Io mi ci inginocchiai subito sopra per stendere il lenzuolo e sistemare i cuscini, lei fece altrettanto.
Fai la pudica adesso? – sorrisi additando il reggiseno e le mutandine.
Oh, no; mi va che me li levi tu!
Sì, signora! L’accontento subito! – confermai, dandomi da fare.
Il contatto delle mani sul suo corpo mi accese, ma infiammò pure lei, per come si voltò e mi rovesciò all’indietro.
Confesso che l’avevo studiata per tutto il tempo che avevamo girato a zonzo: pur senza parlarne esplicitamente, solo per brevi allusioni, mi parve di aver intuito che Lena fosse rimasta contenta dei giochi del pomeriggio, ma non così soddisfatta. Era meglio allora, anzi mi parve doveroso e giusto che allungassi i preliminari fino al punto che fosse stata lei non ad acconsentire, ma a chiedere, a pretendere l’amplesso. E quando ciò accadde, la posizione stessa dei nostri corpi mi riportò prepotentemente ai giochi dei ragazzini nell'aia, a fare le lotte sulla paglia. E quando mettevi l’avversario spalle a terra, ti ci stendevi sopra per immobilizzarlo, trattenendolo per le braccia come a un cristo in croce, da vincitore della sfida attendevi da lui le parole di resa, altrimenti gliele sollecitavi incrementando la violenza della presa.
Ecco, è vero che dentro di me percepivo Lena come una complice perfetta in quel gioco stupendo, ma la temperie culturale in cui ero cresciuto pretendeva, e dal profondo inesplorato di me stesso m’imponeva, di considerare Lena, così come ogni altra femmina, un’avversaria da assoggettare, meglio se con l’uso rude e prudente della forza.
Inconsciamente incrementai l’intensità del mio fare, con in mente il timore di scadere nella violenza, ciò che innescò in lei la scalata alle più alte cime del piacere. E allora, sadicamente, come quando al fiume da ragazzi lottavamo ad annegarci a vicenda, trattenendo sott’acqua la testa dell’avversario, ma lasciando che emergesse quando sospettavamo che stesse per terminare la riserva d’aria nei polmoni, e solo allora gli permettevamo che respirasse due volte per poi affondarlo nuovamente, … ecco, a questo tormento sottoponevo Lena, lasciandola col respiro sospeso nell’attesa di ogni mio ulteriore atto, per poi darle spazio così che sprofondasse nell’abisso di un godimento che si faceva dolore.
M’implorò di fermarmi con un “Basta!”, che le uscì dal petto senza fiato.
Mi accorsi solamente allora quanto il caldo fosse tanto e l’umido ancora di più; pensai che fosse utile rinfrescarci, ma la mente appannata non riuscì a dar seguito all’idea.
Mi addormentai prima di decidere di alzarmi.

Mi svegliò un occhio di sole, penetrato dalla finestra rimasta aperta degli scuretti, che mi colpì in pieno viso. Ci volle più di un attimo per raccapezzarmi sulla situazione. Erano le sei del mattino: Lena dormiva silenziosa distesa sul fianco destro. Mi alzai senza rumore, andai in bagno e feci la doccia. Tornai sul materasso, voltai il cuscino abbondantemente bagnato di sudore e mi stesi di fianco dietro a lei per ammirarne il corpo, senza però sfiorarla. Mi accorsi che anche lei si era fatta la doccia, non sapevo a che ora, ma aveva l’asciugamano dell’hotel avvolto sui capelli.
Mentre mi accingevo a pensare, ma ancora non avevo deciso su che binario avviare le mie elucubrazioni mattutine, Lena sporse il braccio all’indietro per sincerarsi che ci fossi. Mi avvicinai fino a far combaciare il mio corpo col suo, le lasciai un bacio sulla spalla e dissi:
Dormi, sono solo le sei!
Pensai che mi avesse dato ascolto, ma dopo un minuto bisbigliò lamentosa:
Dobbiamo rimettere tutto a posto.
Ce n’è di tempo! – ribattei.
No, se ci addormentiamo di nuovo, ci svegliamo troppo tardi.
Il contatto col suo corpo non mi aveva lasciato indifferente. Mi spostai all’indietro e la rovesciai supina, caricandola di baci sul collo e sul petto.

Già prima delle nove eravamo fuori dall’Hotel Moderno che non dava colazione ai suoi ospiti.
Ci fermammo al primo bar, che in fine era diventato il solito, per un caffè e due pasticcini a testa. Lena disse:
Devo sbrigare una commissione. Tu che fai? Mi accompagni?
A che ora partiamo?
O parti a mezzogiorno coi tassisti, oppure alle cinque e mezza con la corriera. Scegli tu.
Perché tu non rientri?
Dipende…
Cioè?
Accompagnami e capirai tutto. Finisce che resti sorpreso.
Andiamo. Lo sai che adoro le sorprese che mi vengono da te!
Figurati! Perché non mi sorprendi tu!
Percorremmo tutta la via fronte mare, ci avviammo su un viale che a un certo punto procedeva in salita sin sul colle della basilica, entrammo in una via laterale piena di nuove costruzioni. Costruite per gente danarosa, all’apparenza.
Per strada, mentre si procedeva affiancati ma senza contatto fisico - ci avrebbero scambiati per fratello e sorella! -, mi aveva raccontato che andava a trovare una sua non specificata conoscente che da una relazione con un uomo sposato aveva avuto una bambina. Lei non lavorava ancora, anzi studiava all’università all’epoca, ed era stata cacciata da casa. Allora lui le aveva intestato un appartamento e le passava una somma mensile che bastava per lei e per la bambina.
Sul campanello non c’era un nome segnato. Lena suonò sicura e la sorpresa non poteva essere più genuina: venne ad aprire la prof di filosofia!
Ero imbarazzato, non sapevo se dovessi entrare oppure salutare con un formale buongiorno e battere in ritirata. Fu la prof a trarmi d’impaccio:
Buongiorno, amico mio! Che bella improvvisata!
Eh, già! Cosa avrei dovuto dire io in fatto di sorpresa? Si aggiunga che mi prese la testa fra le mani, si alzò sulle punte e mi baciò a lungo. Quasi in bocca mi baciò, dannata prof!
Salutò Lena, mi parve con minore entusiasmo. Baciò quasi in bocca pure lei.
Questa qui è malata! – pensai – O almeno deprivata. Boh, forse anche depravata”.
Ci mostrò la sua bambina come se fosse un trofeo olimpico: aveva due anni e mezzo, si chiamava Cristina, era carina e piuttosto vispa, ma proprio minuta.
Compresi che Lena sarebbe rimasta da lei per occuparsi della bambina, sarebbe stata retribuita con un mensile pari o superiore al salario di ciascuno dei tanti muratori dell’amante.
Rimasi a pranzo, feci buon viso alle smancerie, ormai di questo si trattava, della prof che ci tenne a precisare che la lezione di quell’otto dato a Lena le servì tanto per meditare sui giudizi avventati.
M’invitò a restare a dormire, se volevo, nessun disturbo per lei, la casa era grande.
No, non posso! – spergiurai; diventò un’impresa resistere all’insistenza – Davvero non posso, mi creda… Quasi mi dispiace, le assicuro. La ringrazio comunque. – terminai, convinto di dover svicolare in fretta da un ménage che si profilava à trois.

Lena si collocò al lavoro quel giorno stesso. Mi aveva infilato in tasca il numero di telefono della prof, ma non ne approfittai. “Vieni quando vuoi – mi raccomandò – anche in autostop. Tanto dormi qui e non ci serve una camera in più!”. Sorrise e diventò rossa. Al numero di telefono aveva allegato una banconota da mille lire. Il biglietto della corriera però ne costava solo cinquecento.
Ci salutammo senza baciarci. Per timidezza, o per riguardo alla prof, che era presente. Mi baciò ancora lei, invece.
Non vidi più Lena in quell’estate; ai primi di ottobre partii militare anzitempo. Al rientro, un anno e mezzo dopo, dalle chiacchiere della gente assunsi che si era maritata. Non che m’importasse, ma lo registrai. Si era sposata con un sottufficiale dell’esercito. Non conobbi mai suo marito, né alcuno dei tre figli.

Molte storie si estinguono senza addivenire a un epilogo che sembri tale, restano come sospese e vengono presto messe da parte ancora incompiute, sepolte dall’incalzare degli eventi, quantunque ogni vicenda umana rimanga appesa, come trattenuta in ostaggio, ai rami capricciosi dell’albero del caso.
Come dopo un incendio boschivo estinto, nel cavo di un antico tronco per un lasso di tempo permane un cuore di fuoco che si fa fiamma al primo soffio di vento, così qualsivoglia circostanza può casualmente far riemergere una storia dal limbo in cui fu relegata.
Incontrai Lena trent’anni dopo, a un’assemblea sindacale.
Ma tu non sei Lena? – scherzai.
Perché tu non sei tu? – mi rispose sorridendo, senza particolari emozioni.
Ricordo che ero io; ma se adesso mi chiami tu! – allusi sottilmente.
Niente. Il discorso si esaurì in poche battute di circostanza. Trent’anni effettivamente sono tanti.
Ecco che, la scorsa estate, a distanza di altri quindici, mentre al mercato del pesce aspettavo il mio turno, mi si accodò una donna bassa e robusta, vestita di scuro. Ci feci caso perché mi si era addossata troppo vicina. Mi voltai e chiesi:
Scusi, ci conosciamo?
Lei alzò la testa e:
Oh! Chi si rivede.
Le cedetti il mio turno; era indecisa se comprare o no mezzo chilo di triglie, perché aveva paura che arrivassero a casa sfatte.
Non sei in macchina? – le chiesi.
Non guido più, non ci vedo bene e non mi rinnovano la patente. Meglio così!
Ma dai, se vuoi ti do uno strappo.
In auto mi raccontò del marito morto da oltre dieci anni. Ora viveva sola, era andata in pensione da un anno, i figli erano sparsi per il mondo.
M’invitò a entrare: mi avrebbe offerto un caffè; io preferii un’aranciata fresca.
Non so come ringraziarti, mi sento in debito con te – sentii che mi diceva, mentre portavo il bicchiere alla bocca.
Ah, no eh! Non ricominciamo coi debiti! – risi d’impeto, senza riflettere.
Si era fatta troppo vicina, le si erano arrossate le guance.
Il debito è debito – e meno male che aveva sorriso anche lei – e i debiti bisogna pagarli per intero. Almeno ci si mette l’anima in pace!
Ora si era tutta imporporata. Mi alzai, posai il bicchiere sul tavolo, le strinsi un braccio con la mano, con l’altra le sollevai il mento. Aveva gli occhi lucenti, ma non riuscii a leggervi una vena di passione. Un fondo di nostalgia, forse. O era piuttosto frutto della miopia?
Ó Deus miu! Non mi s'addice il ruolo di majorale che, pur di mostrarsi a cavallo, non disdegna di cavalcare corsieri sfiancati dalla sorte.
Posai per un attimo le mie labbra fresche di aranciata sulle sue ardenti e secche.
Né mi riconosco particolare inclinazione ad affogarmi nel patetico.
Lena, – le mormorai a fior di labbra, quasi implorandola – Lena, ascolta: il tuo debito odierno vale quanto un ticket del bus!
La strinsi a me per il tempo necessario a comunicarle sobriamente il verdetto:
Credito inesigibile, muchacha!

Girai di spalle e fui subito in strada. Respirai. Mi sentivo liberato: ecco che una storia irrisolta, sotto il soffio dell’imprevisto, si era illusa di poter riemergere dall'oblio, rivelando quello in cui si era trasformata: un ricordo lontano, il motivetto a cui avevo legato un sentimento, oggi senza più parole, senza più emozioni, di nessuna utilità, solo cascame sotto l’albero del caso.

11 commenti:

  1. Signor Francu,leggendo questa sua avvincente storia,mi sono sentita ancora più vecchia.Mi sembra impossibile che, in Sardegna, ci possano essere state donne così intraprendenti nei rapporti amorosi.Ho letto il suo racconto in un soffio,scrive in modo molto scorrevole,si aspetta la sorpresa che,puntualmente arriva.

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  2. Possono farsi alcune considerazioni, rispetto all'intraprendenza di Lena:
    - è possibile che fosse innamorata dall'inizio dell'anno e ha assistito all'exploit di una compagna nuova arrivata;
    - per mesi ha dovuto subire la vicinanza dei due compagni innamorati, ascoltandone anche le parole che si scambiavano;
    - quando fece la promessa che in cambio del compito di matematica gli avrebbe dato anche "quello", era consapevole del "costo", ma sapeva benissimo quanto valeva il beneficio;
    - poiché era da tanto che ci pensava, il fatto che la morosa fosse partita e che lei stessa doveva andar via dal paese accelerarono il comportamento che poi mise in atto;
    - da innamorata persa com'era, aveva sperato che, dopo quell'inizio così esplosivo, la storia sarebbe continuata ... andasse a trovarla facendo l'autostop!
    Le donne (e anche gli uomini) hanno gli stessi sentimenti e provano le stesse sensazioni a ogni latitudine; più che intraprendenza era uno stato di necessità. Se non avesse fatto quello che fece, le sarebbe rimasto un groppo in gola per tutta la vita. Non c'è nulla per cui si debba perdonarla, bisogna solamente capirla.

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    1. Ed anche questa volta mi ha messo in castagna.Sono stata troppo moralista e,di solito,non lo sono.Ne azzeccasi una,signor Francu?

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    2. Né castagna, né nocciolina, signora Grazia.
      Si è dimenticata che in certe situazioni comanda il cuore?
      Ci sono momenti del vissuto che, a distanza di tempo, sembrano favole.
      Posso dire "beato chi ne ha"? Non sono il solo, mi creda.

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    3. Nonostante,fra un po',raggiungerò un quarto di secolo,signor Francu,certo che mi ricordo che comanda il cuore e lei sa bene che il cuore mi comanda anche quando dovrebbe comandare di più la ragione.

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  3. Ohiamomia!Su didu de Francu si didu de Deus! Non c'è più religione. A mamma se lo dico! Brutto sporcaccione!

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  4. Ita sporcaccione! Se mi facevo la doccia due volte al giorno!

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    1. Vuol dire che ti sporcavi due volte al giorno!:-)

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    2. + o -
      Ricordi Buscaglione?
      "Ma per un appuntamento,/ se c'è zucchero da far, / quando esiste l'argomento / lo sapete so rischiar".
      Anche di sporcarsi due volte al dì (come recitano i bugliardini di una medicina da profilassi)

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    3. Un po' difficile ricordarmi di Buscaglione, quando morì avevo poco più di due mesi e quando arrivai all'età di sentir musica, ormai non si sentiva quasi più.

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    4. Però lo cantano ancora adesso.

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