martedì 6 febbraio 2018

Parlo di lei


di Francu Pilloni

Federica non è stato il primo amore, né il secondo.
Fu la primavera dei suoi quindici anni a farla interessare a me: lei andava ad Ales per chiudere la terza nell'Avviamento Professionale a indirizzo Agrario, unica scuola pubblica e gratuita nel raggio di trenta chilometri; io ero in terza superiore dell'Istituto Magistrale Vescovile. Eravamo nati nello stesso giorno del mese di gennaio, io due anni prima. Ci recavamo a scuola a piedi insieme ad altri, tre chilometri per andare, tre per rientrare, non solo per diletto, se il biglietto della corriera costava 50 lire.
Un giorno d'aprile terminai le lezioni a mezzogiorno e m'incamminai a testa bassa sotto il sole. Ciò non m'impedì di scorgere Federica che lasciava il campo di addestramento della scuola, che era davanti alla stazione della ferrovia, sulla strada di ogni giorno. Era sola, a cinquanta metri: feci un fischio e gridai: aspetta!

Fu l'inizio di una più marcata conoscenza, sino ad allora ci eravamo limitati quasi esclusivamente a un ciao-ciao e via.
Federica era simpatica, parlava di e come nessuna avevo sentito mai: le piaceva tutto di me, - me lo disse subito - i miei capelli, i miei occhi, la mia voce, tutto quanto. Forse era vero, comunque non mi fu difficile crederle: con una predisposizione così spiccata verso di me, mi parve di trovarmi di fronte a una conquista facile. La guardai con più interesse: parlava a cantilena e non mi dispiacque; non era la più bella del paese, ma era bella, piccola di statura, ben disegnata, elegante nel portamento. 
Non ci sfiorammo neppure con la mano, pur camminando accostati; capimmo che potevamo star bene insieme e, di conseguenza, ci cercammo e ci trovammo, come quel giorno alla fine di giugno, quando ci recammo ad Ales a vedere gli esiti. Ci concedemmo un'aranciata al bar di Zucca, poi ci dirigemmo in salita, là dov'era considerata la passeggiata degli innamorati. Ci prendemmo per mano non appena uscimmo dall'abitato, io le toccai i capelli che aveva lunghi, lei mi cinse la vita, io le passai il braccio sopra le spalle.
Ricordo che tremavo, non ostante il caldo; forse tremava anche lei, ci sentivamo impediti a dire qualsiasi cosa. Scavalcammo la cunetta e ci arrampicammo nel margine del podere che aveva una piccola foresta di eucalipti a frangivento: riparati da sguardi indiscreti, sedemmo vicini, accarezzandoci, baciandoci sulle labbra: nessun atto sessuale, neppure simulato; ci giurammo, questo sì, l'eterno amore.
Ora che ci penso, quanto durò quel momento di innocente intimità che vivemmo come pura trasgressione?
Al momento mi parve tanto; fu al massimo un quarto d'ora. Né si ripeté perché, pur cercandoci, non ci trovavamo: solo abbracci per strada, baci frettolosi rubati grazie al fatto che le vie del nostro paese sono dritte come una biscia che scappa, gli angoli morti alla visuale si sprecano e di questo si approfittava per corroborare le promesse.
Quanto durò questa relazione a nasconderella?
A conti fatti, due mesi. A fine agosto Federica partì a Roma con la sorella che era cuoca presso una famiglia borghese: lei avrebbe fatto l'aiuto cameriera.
È stato il destino di molte ragazze del mio villaggio, figlie di contadini e di pastori i quali, alla fine degli anni Cinquanta, non riuscirono ad assicurare il necessario per le famiglie, spesso numerose.
Quando giunse a Roma, non poté fare altro che pensarmi e, se fortunata, sognarmi: il telefono in paese non c'era, neppure uno pubblico; poteva scrivermi una cartolina e me la scrisse: si firmò Rirì
C'è da sapere che avevamo una postina che, prima ancora dell'indirizzo, leggeva il messaggio delle cartoline e, si diceva, anche delle lettere che apriva con destrezza e richiudeva alla buona. Rirì fu una bella invenzione; mia madre mi chiese infatti chi fosse questa Rirì o Birì che mi mandava caldi saluti e baci (proprio caldi eh!, non cari o sinceri o molti). Le opposi che, se parlava di saluti e di baci, non potevano certo essere freddi; e poi non doveva farmene una colpa perché non sapevo di nessuna Rirì o Birì: anzi, era meglio che controllasse che non fosse Bibì, perché allora doveva essere proprio Brigitte Bardot che, di passaggio in Italia, si era ricordata di me.
Mia madre sorvolò sulla provocazione: credo che fosse mentalmente impegnata a individuare colei che si era permessa di mandarmi baci, e per di più caldi. A soli diciassette anni, poi!
Anche la postina, giorni prima, era rimasta interdetta, indagò lo scarso timbro postale di partenza, optò per quello di Roma, fece mentalmente l'elenco delle paesane che si erano trasferite in quella città, giungendo alla conclusione che non poteva che essere Federica. A ogni buon conto aspettò qualche giorno prima di consegnarla, sino a che ebbe modo di osservare altre cartoline indirizzate alle amiche, in cui si era firmata per intero: dal confronto delle grafie ottenne la certezza. La cosa la intrigò tantissimo perché s'aggiungeva al fatto che io corrispondevo scolasticamente con una francesina di Grenoble di cui poco riuscì a sapere, perché lei scriveva in francese, mentre io spedivo le mie lettere da Ales, togliendole al suo controllo.
Perché so queste cose?
Perché la postina fungeva da notiziario, poiché non riusciva a tenere per sé le sue scoperte: se ne vantava di nascosto nel cerchio ristrettissimo di poche fidatissime amiche, mentre queste, sempre più segretamente, ne facevano parte al piccolissimo gruppo delle rispettive amiche più fidate così che alla fine, ancora più confidenzialmente, qualcosa non poteva che arrivare fino a me, che non ero amico fidato, né amico interessato alla pochezza di una persona che conduceva una vita incolore, inodore, insapore più dell'acqua piovana che, a volte, almeno sa di muschio, se raccolta da tegole vecchie.
L'autunno, l'inverno e la primavera nei paesi passavano più in fretta se si avevano argomenti su cui balbettare e si aspettava il periodo delle ferie, in sintonia con tutti quelli che erano dovuti partire, anche per verificare il vero/falso delle notizie postifere.
Arrivò agosto e con esso Federica; c'incontrammo sulla via di casa sua, neppure una curva da quelle parti, solo un incrocio: fu lei a farsi avanti, mi raccolse tra le braccia - ah, Francu! -, mi baciò sulle guance, mi guardò intensamente negli occhi, in attesa: “Sempre, - le sussurrai - eternamente!”.
Per suggellare parole così impegnative lei pensò a un bacio sulle labbra, che mi si erano seccate insieme alla bocca per aver pronunciato solamente due parole, mentre il fratello ci avvisava discretamente della sua presenza con un colpo di tosse.
Le ferie durarono due settimane, stiracchiate quasi a tre con una finta verità a favore della signora di Roma.
Ci vedemmo tutti i giorni, ci scambiammo delle carezze, dei baci furtivi, specialmente a casa sua dove mi recavo con la scusa di trovare il fratello. 
Un giorno ci vedemmo pure ad Ales, l'idea era di ripetere la passeggiata romantica, di trovare rifugio sotto gli eucalipti, ma la sorella fu irremovibile e non ci mollò di un metro. Tanto valevano le sorelle maggiori. 
Ci fu di conforto che per la festa ballammo insieme sulla piazza sia il ballo sardo che i balli civili, come allora chiamavamo quei ritmi che si ballano abbracciati, peccaminosamente secondo il vecchio prete, e non a manu tenta perché di tradizione sarda non sono, come il valzer, il tango, e via fisarmonicando.

Lei ripartì, io rimasi; lei tornò con l'estate e ripartì, così ancora con la susseguente: la relazione andava avanti per capitoli che si ripetevano molto simili. 
Non so quanto l'amore ne soffrisse, di sicuro crebbe il disagio. Nell'estate successiva, la quarta, non ci vedemmo perché io ero militare: il nostro amore, certificato eterno, pareva cieco, non vedeva un futuro. Se eterno significa senza limite di tempo, come può essere che a mancare sia il tempo più importante che ha da venire?
Lo comprese Federica per prima, pur non avendo studiato i sofisti: sapeva dalle amiche che, se pure su di me godeva dell'esclusiva quando tornava in paese, io non mi ritiravo in convento per il resto dell'anno. Evidentemente - non lo so, ma l'arguisco -, anche lei si guardò in giro, non tornò più in paese per tanti anni successivi, si trovò un fidanzato e si sposò, comprarono una casa a Su Pallosu, nella marina di San Vero Milis, vi si trasferirono una volta in pensione e, vedova, sempre là continuò a vivere da sola, non avendo avuto figli.

Due giorni fa sono entrato per un panino nella bottega del paese; un'amica comune - era stata anche lei a servizio a Roma -, mi ha chiesto se ricordassi Federica. Al mio assenso, ha soggiunto che non poteva essere che così, visto che per un periodo eravamo stati insieme. “Beh, sì!”, ho minimizzato.
Mi ha chiesto il permesso di raccontare una cosa su di lei: quando era rientrata a Roma la volta in cui non c'incontrammo, pianse per due settimane di seguito tanto che la padrona le propose di far andare me a Roma, promettendole che avrebbe trovato un lavoro per me e una stanza dove vivere, a condizione che la smettesse di piagnucolare:  anche il costo del viaggio avrebbe sborsato, se necessario! 
Federica le rispose, piangendo ancora più forte, che non mi avrebbe mai visto a Roma perché io stavo già lavorando e al mio paese ero un re. “Allora sei messa male per davvero, Fede, e non vedo come potrai diventare regina”, pare che avesse concluso la padrona.
Adesso è malata, lo sapevi? Ha quella brutta malattia ed è ricoverata a Oristano” ha chiuso il discorso la sua vecchia amica.
No, non lo sapevo. Cinquant'anni son passati: troppi anche per un elefante, per non aver dimenticato.
La vita è anche questo, ho continuato a pensare tra me, mentre mi recavo in vigna e per tutto il tempo che vi sono rimasto. Non ho smesso di pensarci all'ora di pranzo, né quando ho preso l'auto per rientrare a casa. È stato allora che, d'istinto, ho imboccato la strada per Oristano, non per Cagliari. 
Mentre ero in viaggio, ho pensato che sarei arrivato fuori tempo massimo, non mi avrebbero fatto entrare: viaggio inutile, dunque, perché potevano averla dimessa, trasferita. Tutto poteva essere.
All'ospedale, mi sono affacciato in corsia; all'infermiera che mi è venuta incontro ho detto che avrei voluto far visita a Federica, sapevo di essere fuori orario, ma se poteva …
Lei è un parente?” mi ha chiesto. D'istinto ho risposto “No, di più!”.
Mi ha guardato, ha ragionato in fretta e mi ha invitato a seguirla. Mi ha lasciato vicino alla camera. Ho respirato profondamente, mi sono affacciato con prudenza, la porta era socchiusa, intorno un sommo silenzio: ecco lei, coricata sulle spalle, che guardava verso l'entrata. Ho avuto netta la sensazione che stesse aspettando qualcuno.
Diventata rosea in viso, da pallida che era - ma io la ricordavo olivastra -, ha voluto mettersi seduta, mi ha costretto a chinarmi e mi ha baciato sulle guance:
Ci si rivede,” ho detto, senza azzardarmi a chiederle come stava “e certamente non ti aspettavi di vedere proprio me!”.
Invece sì, mi aspettava; era convinta che sarei andato a trovarla:
Sai, in certe situazioni ci ricordiamo i momenti migliori della vita. Ora, come vedi, non sono più tanto sola”.
Amore eterno!” le ho confermato.
Eterno sì, ma senza futuro, oggi come ieri” ha aggiunto in un soffio.
Ancora parole, poche, sussurrate, dissimulate, cenni del capo e sguardi, sguardi sì, tanti, sguardi con le pupille, sguardi con l'anima.
La rivedevo com'era stata, ricordavo che era lei che riusciva a stupirmi, mentre io accusavo più ansia di lei: non che non avessi certe voglie, non che non sentissi gli impulsi, ma temevo di ferirla, di guastare tutto, così mi ero ben guardato dal forzare la situazione, di approfittare, di metterla di fronte al fatto compiuto o a un bivio. Col massimo rispetto da parte mia, proprio così era andata avanti la nostra relazione, anche se ora, e non riesco a capire perché, d'un tratto non sono più tanto sicuro che lei avesse gradito il mio sommo rispetto, la mia timidezzqa, che lei avesse compreso e apprezzato di conseguenza.
Me lo stava confermando, e non so chi stesse lacrimando di più:
Non siamo stati degli stupidi noi due!” - un tono strano che non conoscevo, la voce artefatta, ho avuto l'impressione che mi rivelasse cose tenute in serbo da tanto, era come se invece mi avesse voluto dire “Ma quanto siamo stati stupidi!” - “Siamo rimasti sempre noi stessi. Io ero così presa di te - ti ricordi? -, ti desideravo che non t'immagini, ero pronta a tutto, a darti tutta me stessa, basta che me l'avessi chiesto. Bastava che tu mi prendessi, pure senza chiederlo... E non è che non mi fossi accorta di quanto anche tu mi desiderassi…” - ha preso fiato, l'ultima frase in decrescendo, con un'amarezza invecchiata con lei. Poi, rientrando in quella che conoscevo, placata - “Abbiamo di certo perduto un'occasione, questo è vero, ma chissà dove saremmo andati a sbattere. Ora, invece, siamo qui. Non è bello essere ancora insieme noi due?”.
Con le ultime parole è corso un lampo nei suoi occhi: non mi stava dicendo la verità, erano tutte elucubrazioni, rimpianti, pensieri che iniziavano con “Oh, se … !”; in realtà aveva tanta paura, paura d'ingannarsi, di illudersi; aveva paura per la sua audacia, paura della mia risposta.
Non l'ho delusa: “La cosa più bella che ci potesse capitare” l'ho confortata senza enfasi.
Sì, dopo il primo bacio” ha aggiunto lei, rassicurandomi con un sorriso.

L'infermiera si era fatta sulla porta, forse era là già da un po' di tempo. Avrebbe voluto dire che la visita era finita, ma aveva un evidente groppo alla gola.
Daniela,” ha detto Federica rivolta all'infermiera, recuperando un tono normale “ti presento il mio amore eterno. Permetti che lo baci per l'ultima volta?”.
Se vuoi, aspetto fuori”.
No, no! Un ultimo bacio e te lo lascio in eredità” riusciva ancora a scherzare Federica.
Un grosso regalo davvero!” ironizzò a sua volta l'infermiera, constatando la mia massa corporea. 
“Sì, ma guardi che io mangio tre volte al giorno, sorella! Non mi accolga così a cuor leggero, ci pensi almeno due volte!” ho cercato di entrare nel loro discorso.
Le lacrime si sono asciugate, Federica si è tesa in avanti a baciarmi le labbra. Tre volte mi ha baciato, ha allontanato il viso per guardarmi negli occhi, mi ha baciato ancora.
Recupero o tempi supplementari?” ho commentato con un'ironia densa di angoscia.
Va', esci e non voltarti!”.
Così ho fatto.
Sono tornato a casa parlando di Federica con me stesso, ne ho parlato con mia moglie all'arrivo, ne parlo ancora con chiunque abbia voglia di ascoltare. Non riesco a fare a meno di parlare di lei.
Mi ha chiamato Daniela, l'infermiera; ha trovato il numero del cellulare sul comodino, me l'aveva chiesto Federica.
È morta nella notte.

PARLO DI LEI

Federica oggi non c’è più.
È morta all’improvviso la mia amica
quando pareva che si tirasse su:
è morta che era sola Federica.

L’ho vista ieri in tutta segretezza,
a bocca chiusa ci siamo confessati
- gli occhi colmi di tanta morbidezza -
anche discorsi mai su labbra osati.

Ieri sera Federica ha pianto
lacrime di sconforto per mio conto
perché di me si è trascinata tanto
lasciandomi vivo senza sconto.

La mia amica oggi più non c’è:
è dipartita prima dell’aurora.
Del mio rimpianto l’assillante tarlo

non la riporta indietro; di lei parlo,
e parlo, parlo … e parlo ancora.
Non so trovare lacrime per me.

7 commenti:

  1. Da quanto tempo,signor Francu aspettavo una sua storia romantica!Più romantica di così non è possibile.Per 10 minuti sono uscita dalla realtà,che bello!Le sembrerò bacchettona e,le assicuro,non lo sono,ma questa storia fatta solo di baci ed abbracci è ancora più bella ed ha reso l'amore eterno per Federica.Ancora più bello che lei ne abbia parlato alla sua grande moglie,infatti ho sempre pensato che anche sua moglie è una grande persona.Leggendo la poesia mi è scappata una lacrima.Esiste davvero l'amore che non si dimentica mai,così dolce e tenero.Riguardo alla postina mi sono trovata anch'io in una situazione simile e,nonostante la sua curiosità inopportuna,successivamente ne diventai amica.

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  2. Mi era venuto il dubbio che potessi aver esagerato con la storia del DEBITO a parlare di sesso e non di amore. La storia è quella e, se si va a vedere bene, il protagonista l'ha subita, senza per altro farsi troppo male.
    Anche la mia postina cercò di fare amicizia con me; in effetti ero l'unico che non andava a sentire i suoi dischi, dalle Ave Maria di Schubert al Valzer delle candele. Non è che io l'abbia odiata; amata mai però. Contento se non la vedevo e non la sentivo.

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  3. Un grosso regalo davvero ;-)
    Grazie Francu. E benedetto sia l'istinto.

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  4. Bella anche la poesia. Un commento davvero organico. Il racconto se autobiografico o no me lo confesserà in barca. Dico 'se' perché Francu sa giocare letterariamente su registri diversi per quanto riguarda il tema dell'amore. E gli scrittori veri si immedesimano tanto in quello che narrano da ingannare anche se stessi. E poi...l'ironia e l'autoironia di Francu è davvero senza confini.

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  5. Grazie, amici.
    L'ho ripescata da un vecchio computer, quasi non la ricordavo o comunque non la ricordavo così.
    Ho prima controllato se non l'avessi già postata sul blog, ma alla voce Federica non risultava nulla.
    Confesso che, quando l'ho riletta, quasi m'è venuto da piangere.
    Sto diventando vecchio davvero!

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    1. Sarà anche la vecchiaia, caro mio, ma ammettere di aver pianto è segno di sicurezza; la vita ti mette davanti a un bivio, essere o sembrare. Chi “è”, al momento giusto riesce a piangere e lo ammette; chi “sembra” non piange mai.

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    2. CONCORDO CON IL SIGNOR Angei,non si tratta di vecchiaia,signor Francu,ma,secondo me,di maggior sensibilità,commuoversi è bello e liberatorio.

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