mercoledì 14 marzo 2018

IL BAMBINO CHE NON VOLEVA CRESCERE


di Francu Pilloni



C’era una volta un ragno ...
Così mi piacerebbe iniziare questa favola, senonché so quanto coi ragni sia difficile uscire dal filato, sebbene possano scaturirne sconcertanti notizie, in aggiunta a quelle di cui scrissi vent’anni fa.
E però faccio di testa mia e scrivo:
C’era una volta un ragno accucciato al centro della sua tela che guardava imperterrito il bruco che rosicchiava le foglie del cespuglio a cui aveva ancorato in basso la tela.

Pertanto si può dire che ...
C’era una volta un bruco poco appariscente e molto inesperto, ignaro del fatto che fosse stato concepito dalla fantasia di due farfalle, al quale restava ignoto il motivo di tanta fame che lo costringeva a rosicchiare foglie in continuazione, senza che ne gradisse il sapore, senza che comprendesse perché diventava ogni giorno più lungo e più tozzo e quindi sempre meno poco appariscente agli occhi degli uccelli migratori e di quelli stanziali.
E il ragno, che c’era anch’esso, sebbene sia entrato in questa storia solamente grazie alla mia testardaggine, sogguardava il bruco instancabilmente intento a brucare e cercava di verificare con metodo statistico quanto fosse probabile che il grasso vicino s’invischiasse nella rete, che aveva teso col pensiero rivolto principalmente a chi vola e non a chi arranca a stomaco pieno senza visione o prospettiva.
E se è vero che il ragno per sua indole parla poco, ma fantastica tanto, eccolo là a far riversare succhi gastrici nel suo stomaco ragnesco, intento a digerire mentalmente quel grosso grasso bruco pelosetto che appena più in basso brucava.
Allora dico meglio che:
C’era una volta un bruco sprovveduto, inconsapevole delle sue stimate origini, altrettanto ignaro del suo radioso probabile futuro: fosse dipeso da lui, avrebbe smesso di mangiare e di crescere, ansioso di attingere a un attimo di riposo che gli avrebbe permesso di rilassare il frastagliato suo cervello, sparso e svincolato nei vari peli che lo rendevano reattivo a tutti i rumori e anche al vento, bloccato all'istante da una paura senza tregua che non gli permetteva di vedere un barlume di futuro.
Fosse dipeso da lui, dal quel bruco che c’era una volta - e ce ne sono di simili oggi, basta guardare non lontano dalle tele di ragno - a suo avviso non sarebbe cresciuto di un niente di più.

C’era una volta ... -invece mi rassegno a dire, perché questa è la favola che qui si vuole raccontare c’era una volta un bambino che, a seguito delle fantasie di due giovani sposi, nacque in una casetta che, posta su una collina, aveva una porta a vetri da cui si vedeva il sole tramontare sul mare.
Tutti da quella collina guardavano il sole che ingrossava prima di annegarsi in un orizzonte spesso confuso in foschie leggere. E quando dico tutti, intendo dire tutti gli uomini, che erano in numero di tre; tutte le donne, anch’esse in numero di tre; tutti i bambini che erano invece quattro, compreso quello che c’era quella volta lì, della quale stiamo parlando.
E c’erano, a goderne e a soffrirne, tutti i pini della pineta, che erano tanti e tanto alti; tutti i lecci e le sughere, che erano tanti e tanto più numerosi dei pini; tutti gli arbusti verdi e fragranti, nessuno escluso, che erano così tanti e così diversi che a nessuno era mai venuto in mente di contarli.
Non aveva che pochi mesi quel bambino che c’era quella volta quando, complice la bella stagione, la mamma sedette sul gradino dell’uscio dell’unica porta a vetri a guardare il sole del tramonto: lo diede a vedere al bambino il quale però non diede a capire se avesse gradito e apprezzato, se pure diede a credere, forse simulando, che l’avesse sicuramente visto e osservato.
Erano i tempi ostici di una guerra, di quelli che, anche chi non ne ha mai vissuto, comprende quanto possano essere stati difficili. Se il bruco brucò le foglie, il bambino succhiò il latte, quello materno, sino all’età di due anni e tre mesi: smise perché, giusto a quell’età, gli fu permesso di uscire sullo spiazzo davanti a casa, in quel condominio di tre famiglie, per esplorare non solo quanto si scorgesse dal gradino dell’uscio, ma anche cosa si nascondesse nel corridoio dietro la casa, dal lato dove non esistevano finestre o porte per spiarvi attraverso: esplorò a destra, esplorò a manca, dimentico del seno materno!
Il bambino crebbe così, nella semplicità: non badò neppure al fatto che il tramonto in estate poggiava sulla costa di destra, in inverno su quella di sinistra della valle che si apriva verso il mare. Crebbe da solo, quasi da solo, raccogliendo le ghiande e portandole alla bocca, troppo dure da masticare in assenza di molari; portò alla bocca le palline verdi dell’asparago che erano adatte a essere sputate a forza, come proiettili da cerbottana, usando solamente le labbra e il fiato; portò alla bocca le palline rosse del lentisco e le palline nere del lillastro, che non erano adatte neppure per essere sputate. Portò alla bocca le bacche odorose del mirto, che erano amare ma succose, dunque si poteva approfittare per ingoiarne tante, anche se la cosa risultava pressoché impossibile da nascondere alla mamma, senza per altro penetrare il mistero, almeno sino al giorno che le mangiò insieme alla sua amica Lula, alla quale comparve come un livido sulle labbra, che apparivano pestate come in un inciampo sul gradino della soglia di casa, senza che le dolessero affatto.
Il bambino conosceva in tutto quattro uomini: suo padre, che era minatore; uno zio, minatore pure lui; il padre di Lula e quello di Rosalba, manco a dirlo anch'essi minatori. Nessuno, in quel contesto, gli chiese mai cosa volesse fare da grande: poteva rispondere il minatore come papà o come zio, quando sua madre non faceva che ripetere che il lavoro di miniera era il peggiore del mondo?
Fu così che crebbe senza quella domanda e senza l’assillo di trovare una risposta.

Le prospettive cambiarono quando, all’età di sei anni, la famiglia lasciò la casa sulla collina e si trasferì in un paese vero, che vantava - si fa per dire - trecento abitanti, ma non trecento anime, almeno a giudizio dell’anziano prete che predicò di essere certo che qualche suo parrocchiano viaggiasse senz’anima in corpo. Vero è che si era in tempo di Quaresima, allorché qualche sputo di retorica sfugge da una lingua infervorata: il bambino non capì, ma credette fermamente e, da allora, iniziò a scrutare nel profondo degli occhi chiunque incontrasse per capire chi tra i paesani nascondesse il vuoto creato dalla mancanza di un’anima, santa o dannata che fosse.
Fu una zia materna, in un giorno di primo autunno, a chiedergli cosa avrebbe fatto da grande.
Il bambino la guardò dritto in fondo agli occhi e non rispose: non solo non sapeva cosa avrebbe fatto da grande, ma non comprese perché, alla sua età, avrebbe dovuto saperlo.
In seguito tornò ripetutamente col pensiero su quella domanda, mutandola in un’altra che pareva simile, ma non lo era affatto: che cosa avrebbe voluto fare da grande?
Ormai andava a scuola e conosceva tutti in paese, almeno di vista. Un bambino, ogni bambino è portato a desiderare di voler fare il mestiere di qualcuno che ammira.
Si accinse dunque a passare in rassegna i mestieri e le persone: in prima e in seconda aveva avuto due diverse maestre forestiere, che non ammirava e non amava. C’era però in paese anche un maestro maschio, l’unico del villaggio ad aver conseguito un diploma, che si vedeva di rado perché esercitava in un centro vicino, coi bambini di un orfanotrofio: il paese diceva che avesse fatto quella scelta per non avere a che fare coi genitori degli alunni. Scartato! (Fra l’altro aveva i baffi ed era di carnagione rosea).
Un altro aveva studiato in seminario, aveva praticato solo in parte il ginnasio, tuttavia la gente diceva di lui che possedeva una calligrafia straordinariamente bella: era zoppo, lavorava presso la Pretura, nessuno era più glaciale di lui nei rapporti con le persone.
Gli altri erano contadini o pastori. Niente di che dunque, visto che i loro figli odiavano andare a pascolare il gregge o a lavorare in campagna!
C’era un sarto, vecchio e zoppo, tignoso come un ragno in una giornata di vento, coi baffi che gli tremavano per la bile e per il freddo: ce l’aveva col mondo intero quell’uomo che il bambino aveva visto sempre scalzo: si diceva di lui che una volta il prete gli regalò un paio di sandali: non erano nuovi, questo è vero, di pelle cruda, comodi e decenti.
Li indossò davanti al benefattore poi, raggiunta casa, li mise in pentola per ricavarne il brodo per la cena. Abitava vicino alla casa del bambino: molte volte la mamma lo mandò, la domenica, a portargli un piatto caldo di minestra. Mai però che il vecchio sarto avesse ringraziato; il bambino fu costretto a pensare che la minestra fosse una cosa dovutagli. Sua madre, al rientro, gli chiedeva: che cosa ha detto? Niente, rispondeva, così che la madre finì per non porgli più la domanda.
A dire il vero c’era anche un ciabattino dove il bambino si recava a rubare qualche chiodo storto o una setola di porco con una coda di spago impeciato e incerato, cose considerate preziose, ma delle quali non sapeva che farsene in concreto, neppure del chiodino, dopo averlo raddrizzato.
C’era stato in paese anche un fabbro ferraio che durò un inverno solamente: gli capitò di aggiustare qualche zappa e qualche scure, che avevano il pregio, e anche l’apparenza, di essere più vecchie che antiche; rifece la punta a qualche vomere che aveva inciampato nella roccia, evento possibile e probabile visto che allora si coltivavano anche i terreni cosiddetti sottili: non era neppure del paese quel fabbro, aveva la barba incolta, faceva paura. Il bambino si affacciò due o tre volte nell’officina per pura e sana curiosità, c’era un mantice da vedere, ma l'artigiano gettava sguardi tali che al terzo faceva seguire il martello verso qualsiasi intruso pur rimasto immobile e silenzioso.
Fabbro? Neanche a parlarne.
C’era ancora un altro che veniva da un paese vicino alla domenica mattina per ferrare i buoi e poi un altro che portava i maiali al pascolo. Il padre di questi, si diceva, prima della guerra aveva portato gli asini al pascolo: ogni mattina faceva il giro del paese, prendeva da ciascun cortile l’asino che era solito richiamare col nome della padrona, li intruppava e tutti insieme li portava in campagna. Al tramonto ripeteva il giro del paese al contrario, rilasciando ciascuna bestia nella casa del padrone.
Dimenticavo di dire che in paese c’era pure un avvocato e un falegname.
L’avvocato era di nobile lignaggio: al bambino risultò facilmente assimilabile la circostanza per cui non poteva pensare di fare il nobile da grande. In più, rilevò presto, i figli dell’avvocato erano prepotenti e gradassi, a scuola venivano trattati con rispetto e timore, mai una bacchettata sulle loro mani o sulle spalle, immancabili invece, e giornaliere, sulle mani e sulla testa di tutti gli altri. Senza contare che parlando sbagliavano le parole: al posto di dire pudda, nudda, cudda, cuaddu, pilledda, e ancora altro, pronunciavano la lettera d come noi diciamo Maddalena in italiano. Non sapevano neanche parlare in sardo! In italiano invece sì.
Restava il falegname che tutti chiamavano maestro di legna, non perché non fosse di carne e ossa, ma perché lavorava le tavole di legno. Faceva sempre le bare, quando moriva qualcuno. Come poteva fare quel mestiere per essere costretto ad andare a prendere le misure al morto, visto che ne aveva una sacrosanta paura?

Cosa farò da grande?
Il bambino diventava ragazzo senza una prospettiva precisa sul proprio futuro: non riusciva a immaginarsi da grande, non dico a trenta o a quaranta, ma neanche a diciotto anni: concluse allora dentro di sé che mai sarebbe diventato grande perché non sapeva cosa fare. Piuttosto preferiva morire precocemente. Tanto, cos’è la morte?, si chiese senza preoccuparsi di trovare una risposta.
In paese non c’era la Caserma dei carabinieri: quando capitava che due gendarmi in coppia transitassero in paese in sella ai loro maestosi e ben pasciuti cavalli, i bambini si ritiravano dalla strada, lasciando incompiuti i loro giochi, per timore e per prudenza. In paese tutti ne avevano paura, anche i pastori a cui controllavano i bollettini di ogni capo del gregge e i contadini che potevano risultare sprovvisti di targa, di freno o di altro dispositivo nei loro carri a buoi. Senza contare la contravvenzione per il pungolo col chiodo in cima. In più, i carabinieri non entravano in confidenza con chicchessia, neppure dopo aver prestato servizio per anni e anni nello stesso distretto. I pastori e i contadini riversavano sui carabinieri nuvole di imprecazioni che, se censite, avrebbero fatto invidia alle richieste di intervento divino sollecitate dal Popolo Eletto contro i nemici del momento.
Anche i figli dei carabinieri erano diffidenti coi compagni di scuola e raramente uscivano a giocare in strada coi coetanei. I figli dei contadini e dei pastori riversavano fiumi di parolacce verso i figli dei carabinieri, più per esorcizzare la paura che per autentico malanimo.
Poi arrivò un prete, un giovane prete pieno di entusiasmo, un prete che di mestiere faceva anche il maestro elementare. Poteva essere la figura del prete a innescare una certa visione di futuro nel bambino nato nella casa in collina dirimpetto al mare del tramonto?
Fu il prete stesso il primo a concepire un possibile futuro per lui: ne parlò con la madre che non poteva che esserne contenta; la madre ne parlò col padre che invece pensava di avere tante ragioni per non essere entusiasta; alla fine ne parlò col bambino, chiedendogli se fosse contento.
In effetti, dato che l’iniziativa era partita dal quel prete buono, il bambino fu portato a pensare che fosse una cosa buona, anche se non riusciva a vedersi vestito di nero da allora e per sempre. In più, ma molto di più, sentiva la paura dell’ignoto, di dover staccarsi dalla famiglia per andare a vivere in un luogo sconosciuto, in mezzo a compagni sconosciuti, con preti sconosciuti che sicuramente disponevano di tutto, persino di tutto il suo tempo, senza che gli fosse concesso di esprimere neppure un bóh!
Egli, il bambino, era molto affezionato al proprio tempo.
Questo lo sentiva segretamente nel suo cuore, ma non voleva, anzi non poteva esprimerlo.
In effetti, si sentì perso, travolto più che dal destino, dall’esuberante benevolenza di chi voleva il suo bene.
Il prete diede un foglio alla madre del bambino perché cominciasse a preparare il corredo.
La mamma scorse sincreticamente una lunga lista: 12 mutande, 6 camicie bianche, 6 canottiere, 6 maglie invernali, 6 calzoni corti, 6 lenzuola bianche per lettino, 3 guanciali bianchi, … e poi calze, scarpe, asciugamani… anche dietro continuava quella lista!
La madre non andò oltre le 12 mutande, anzi s’impuntò proprio sul quel primo punto: siamo in quattro in casa, ragionò la donna, abbiamo tre mutande per ciascuno in famiglia, un paio addosso, un paio di ricambio, un paio sporche da lavare. Vuole Monsignore che restiamo tutti gli altri senza mutande in famiglia?
Quando il buon prete pretese la risposta, la mamma del bambino disse proprio quelle parole: dica al Vescovo che non possiamo restare tutti senza mutande in casa per darle al seminarista. Gli chieda di dire chiaro se sta alle mie condizioni: io metto il figlio, mentre lui, Vescovo, metta tutto l’altro che serve, se vuole un nuovo prete.
Il buon prete ci rimase male, forse aveva dato la cosa per scontata presso il superiore, s’incattivì perfino, alla maniera degli antichi profeti bastonati recitò la sua lungimirante minaccia: voglia Dio che non abbia a pentirsene di aver tolto questo servo a Dio, signora bella!
E la madre del bambino, che era la settima figlia femmina in una famiglia di otto figli, dunque per la tradizione orale più coga di qualsiasi prete al mondo, rispose sommessamente, ma solo quanto al volume della voce: Dio legge nei cuori, non presenta la lista della spesa!
Nessuno parlò più di seminario, con grande sollievo intimo del bambino, liberato dalle paure di affrontare ambienti e compagnie ignote. Fu ancora più contenta la madre, pur non avendolo mai detto o fatto vedere: sapeva infatti che nella tradizione orale si dava per scontato che il padre difficilmente avrebbe assistito alla celebrazione della prima messa del figlio: sarebbe morto prima! Pensava il buon prete che tenesse più alla vita e alla salute del marito o alle iperboliche pretese di un Vescovo che viene e che va?
In verità il vescovo, quel Vescovo, venne ma non andò più da nessuna parte: trasformò il seminario in Scuola Media e Istituto Magistrale e sfornò maestri e maestre per decenni, tirando su una classe dirigente che almeno sapeva leggere e scrivere, in tutti i miseri paesi del circondario.
Ma questo cosa c’entra?
Forse niente, forse molto: si aprì per il bambino e per tanti altri come lui, maschi o femmine che fossero, un futuro da studenti. A pagamento, certamente, ma studenti.
E il padre?
Che si sappia, non commentò.
Il giorno del battesimo di un ulteriore figlio maschio che arrivò proprio in quell’anno, quando il buon prete si recò a casa della famiglia per ricevere l’invito – allora di pragmatica consisteva in tre portate di liquori verdi, rossi e gialli, chiamati rosolio, e poi il caffè accompagnato dai biscotti fini, pistoccus finis o pistoccus de caffei, oggi savoiardi -, il papà del primo bambino, del secondo che non ho nominato e del terzo, quello battezzato quel giorno, mise al collo del cane di casa, un magnifico pointer, una cravatta regimental nuova nuova e lo tenne legato alla catena davanti all’ingresso, perché fosse visto e ammirato da tutti.
Il bambino non comprese cosa avesse voluto significare il suo babbo con quel gesto.
La mamma sì, si adombrò, ma non ne volle parlare.
Il buon prete non accarezzò il cane, che solennemente seduto gli scodinzolava di fronte in segno di compiacenza, e non gli sorrise neanche un poco.

Infine:

C’era una volta un ragno ... ma sappiamo che c’era pure un bruco e, come se non bastasse, c’era parimenti un bambino che non voleva crescere perché non sapeva cosa fare da grande.
E ora che, come un bruco, è diventato grosso e grasso, … ancora non sa cosa farà da grande.
Anzi è convinto che non è poi così importante saperlo in anticipo e neppure chiederselo.

Que sera, sera ...canticchia spesso sovrappensiero quel bambino cresciuto enormemente a sua insaputa, come invece faceva Doris Day a voce distesa nel film di Hitchcock, titolato L’uomo che sapeva troppo. Il quale uomo, se ricordate, sebbene ultra informato qual era, fu costretto a convenire che “sarà quel che sarà”, senza neppure accennare, prima di accettare l’inflessibilità del reale, a strofinarsi il lobo dell’orecchio destro.







3 commenti:

  1. Signor Francu,mi scuso per la mia ignoranza,ma ho dovuto leggere due volte questo suo racconto pieno di personaggi e molto fantasioso.Ogni suo racconto lancia un messaggio,forse ce ne sono,in questo,più di uno,dovrò rileggerlo per trovarne almeno uno.Di sicuro è molto bello e profondo.

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  2. Sono preoccupato per l'assenza o per la molteplicità dei messaggi di questo racconto, come riscontra la signora Grazia.
    Il travaglio maggiore (almeno per uno scrittore scarso come io sono) consiste nel tenere insieme un mucchio di invenzioni di fantasia, che comunque, ma non sempre, hanno una radice nella realtà.
    Questa volta si è aggiunta la difficoltà di restringere la visione dei fatti della vita agli occhi di un bambino delle elementari che non leggono solamente quello che tutti vedono e legano fortemente il vissuto alle proprie emozioni, alle paure, all'incertezza di emettere un giudizio sicuro.
    Non mi pongo mai il problema su tipo di messaggio che verrà fuori e se ne verrà fuori uno, in quanto m'interessa la sapidità o meglio ancora l'originalità della narrazione.
    Molti sono i maestri di vita nell'attuale scena sociale, ma io, che sono stato un maestro per professione, mi chiamo fuori dal mucchio perché, conoscendomi bene, correrei il rischio di ... come si dice volgarmente?, di farla fuori dal vaso.
    Sono abbastanza ironico anche verso me stesso e, se mi vedesi esagerare, dovrei diventare sarcastico: non voglio farmi male da solo!

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  3. A parte,signor Francu che lei è uno scrittore bravissimo,anche se il mio giudizio vale ben poco,lei non voleva mandare nessun messaggio ma ha dato sfogo alla sua fantasia.Lei ha raggiunto lo scopo,infatti il racconto è molto originale.

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