sabato 19 maggio 2018

Toilette estiva


di Francu Pilloni
Sa panghixedda (da Sardimondo. com)

Tutti i vicinati del mio paese avevano uno sfogo nell’agro in prossimità del quale i bambini esprimevano di preferenza i loro giochi. Differiva quello centrale, vicino alla chiesa, alla piazza Muristeni e a Is tellaias con Sa Panghixedda, che pure confinava con la campagna, ma tramite una collina, Pubuzzi, irta di rovi e di prugni selvatici che la rendevano inadatta a qualsiasi frequentazione.

Il paese era sfiorato dalla strada provinciale dalla quale si poteva accedere da due vie: una era quella de Saruxeferru (Sa gruxi de ferru), dove esisteva un’area destinata alla maturazione del letame, dato che ogni contadino vi spostava il letame di casa, erigendo un suo cumulo nello spiazzo comune; l’altra, che poi era la principale e vi sostava pure il Postale, era denominata Su muntronaxeddu, il che è tutto dire. Dunque non ci stupisce che, nel Dizionario del Casalis, Vittorio Angius abbia scritto di Curcuris “L’aria è insalubre quando è tempo che sviluppisi molta copia di miasmi”. Oggi difficilmente si leggerebbe negli spazi verdi ben curati tale passato o quello di cui sto parlando, benché nella memoria nulla sia sparito.
Il vicinato di Saboni era il mio e possedeva due uscite per la campagna, con il bivio quasi di fronte all’ultima casa, con un pozzo pubblico, Sa funtana de Saboni appunto, che fungeva da riferimento per la biforcazione delle strade, di cui, quella a sinistra, attraverso Pedrera e Montixeddu de foras portava a Pranu e a Basuai sino a Corongiu, mentre l’altra, che proseguiva dritta, attraverso Su cungiau de s’arena, portava a Sa mizza morta e da lì a Siuru, continuando dritti, a Calupagu e a Sa proceddina deviando a destra. Senza contare che, prima de su Cungiau de s’arena, c’è la deviazione a destra che porta a Cuccaurras, una collinetta rocciosa ricca solo di rinomati fichi d’India. Pedrera era il dorso roccioso di un’altura da dove si estraeva da secoli pietrame per le costruzioni; allo stesso modo Cuccaurras tanto che, le ultime due case avevano recuperato l’area per la costruzione azzerando la propaggine della collinetta. Sulla strada per Sa mizza morta, sulla destra, c’era pure una cava da cui si estraeva una marna giallastra, ma spesso il colore s’intonava col celestino e con verdognolo. Sulla strada, ancora ben dentro il vicinato, esisteva un dorso di roccia sul quale in secoli e secoli di passaggio, le ruote dei carri a buoi avevano tracciato dei solchi profondi una quindicina di centimetri.
Questo era il paesaggio dove da bambini svolgevamo i nostri giochi, sia quelli canonici come nascondino, ruba bandiera, conillus e canis, su sedazzeddu, Girolamu, sia altri che oggi chiameremo di ruolo, il più creativo dei quali era conosciuto come Giogai a domixeddas. Consisteva nell’affiancarsi di una coppia bambino/bambina che simulavano di essere marito e moglie così che tracciavano per terra, mediante sassolini, i confini di una fantastica casa, con la cucina, la sala per ricevere, la stanza da letto. In genere mancava il bagno, sia perché non se ne sentiva il bisogno, sia perché a somiglianza delle case vere non esistevano le stanze da bagno come oggi le conosciamo, dato che vi mancava l’acqua corrente e la fognatura. Si provvedeva alla bisogna ciascuno a suo modo, secondo le possibilità che ciascuna abitazione offriva dato che, dopo tutto e per fortuna, ognuna confinava con la campagna.
In un mese di giugno, quando avevo forse dieci anni o forse solamente nove, insieme a mio cugino che ne aveva uno di meno, ci ritrovammo a giocare a domixeddas con una sola bambina, nostra coetanea, perché tutti gli altri compagni e compagne erano relegati in casa con gli orecchioni.
Quella volta, come variante, individuammo come casa lo spazio stretto sotto un lastrone di roccia nella via che saliva a Cuccaurras. Al momento di accomodarci dentro, mio cugino s’infilò disteso dentro per primo, poi toccò alla compagna e infine a me: stavamo così stretti e a contatto con tutto il corpo che ne gioimmo con l’innocente malizia innata nei bambini, almeno nei maschi, per quanto so certificare. Naturalmente ci riempimmo della sabbiolina che il lastrone lasciava andare mentre lo strofinavamo coi nostri corpi, ci riempimmo di polvere finissima che era venuta fuori dalle spaccatura della roccia e si era depositata sul piano dove giacevamo. Quando smettemmo il gioco e ci rimettemmo in piedi, ci prendevamo in giro a vicenda perché eravamo sporchi anche in faccia di quel sottilissimo limo asciutto color della ruggine. Lì per lì, visto che era ora di rientrare a pranzo, pensammo di fare il bagno il giorno dopo.
C’era infatti proprio là vicino, nel terreno tra le due strade chiamato appunto Su cungiau in mes’ ‘e bias, un pozzo privato in muratura con quattro lastre di pietra lavorata a sollevare da terra l’imboccatura e una vasca per abbeverare il bestiame, abbastanza grande da starci dentro in due. Siccome sentivamo che i contadini, quando terminavano s’incungia de sa palla, si recavano al fiume con un pezzo di sapone per lavarsi, fosse stata quella volta all’anno come comandava per la confessione Nostra Madre Chiesa, noi pensammo di lavarci in quella vasca.
La compagna si offrì subito di pescare l’acqua dal pozzo per noi.
Il giorno dopo, sempre all’ora canonica delle dieci per le undici, ci ritrovammo con secchio, fune e scaglia di quel sapone che ora chiamano tipo Marsiglia, ma che allora si acquistava da un mogorese che passava con la cassetta in spalla a venderlo in panetti, casa per casa, offrendolo in due specialità, l’una giallognola, l’altra a chiazze gialle e azzurre.
Tirammo dritti al pozzo, la compagna pescò un secchio d’acqua, mio cugino e io ci mettemmo in mutande, ci bagnammo e ci strofinammo il sapone in testa, in faccia, sul petto, sulla pancia e sulle gambe. Per le spalle si offrì la compagna e noi, sempre per quella benedetta innata e innocente malizia di bambini, avevamo paura di voltarci perché le mutande non erano a slip, bensì con l’apertura che permetteva di estrarre per fare la pipì senza abbassare i pantaloni. Ora da quell’apertura immancabilmente faceva capolino il nostro pisello così che ci accoccolammo vergognosi sedendoci sui talloni e invitammo la compagna a versarci sopra l’acqua per ripulirci del sapone. Lei lo fece con tanto entusiasmo e ci riversò una secchiata sulla testa e sulle spalle, sparandocela contro dalla distanza.
E chi avrebbe potuto immaginare che l’acqua del pozzo fosse così gelida?
Ci innaffiò per bene e alla fine restammo intirizziti a prendere il sole perché, non avendo asciugamani al seguito, dovevamo aspettare di asciugarci prima di rivestirci.
E mentre noi tremavamo e battevamo i denti, lei rideva a crepapelle e smetteva solamente per chiederci “Ancora acqua?”.
Ora so che, se nei bambini è innata la malizia, non manca in essi un senso di crudeltà che porta a gioire delle disavventure altrui, specialmente in forza di una competizione maschio/femmina, come era fortemente presente in quel mondo che ci istruiva per la vita.


10 commenti:

  1. Che dire,signor Francu, di questa splendida storia che porta ad un passato tanto antico e tanto pieno di tenerezza e semplicità?Questo racconto mi fa essere felice della mia vecchiaia perchè dubito che i bambini di oggi possano godere di questi semplici giochi fatti di poche cose e di tanta fantasia.Un racconto che riempie il cuore.Grazie.

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  2. Grazie, Grazia!
    Ho insistito con l’elenco dei toponimi per far notare quanti fra essi non hanno più riferimento con la lingua sarda parlata e scritta: se Pedrèra (l’accento è tonico) si comprende che derivi da pedra e significhi pietraia, così Montixeddu de foras, Sa proceddina e altri; ma cosa significa Basuài ? E Siùru o Callupàgu o anche Pubùzzi?
    Per Callupagu (se fosse scritto con una sola elle, pronunceremo Cabupagu, visto che la elle debole nel nostro parlato si trasforma in bi debole, come in Simaba per Simala, Abas per Ales), si può ipotizzare un “poco caglio”, o anche “piccolo stomaco” per le pecore che lo pascolano, visto che il sito è in prevalenza roccioso, con la roccia affiorante e, dunque, poverissimo di pascolo. È una ipotesi con basi abbastanza deboli, a me pare. Per gli altri non so proprio, sempre che non ci si rifugi nell’accadico o il sumerico, per chi ne sa più di me.
    Sempre che tra i lettori non ci sia qualcuno che ...

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  3. La cosa che stupisce è che tu conoscevi (e conosci ancora, anche se non più esistenti) i toponimi del tuo paese ( sicuramente anche quelli dei dintorni). Facevano parte non tanto della geografia quanto dell'economia. Sapere era avere, sin da bambini. Ed era, per così dire, un sapere 'sardo'dei paesi e delle città. Oggi le persone non sanno la toponomastica dei luoghi dove passano la vita intera. Dico le 'persone', perché anche i grandi ignorano. Se tu ad es. chiedi a dieci oristanesi dove si trova 'sa arruga de is cavalleris' o 'sa arruga deretta' metà e forse più di essi non ti sanno rispondere (e bada che la toponomastica è da tempo indicata da apposite targhette). La toponomastica purtroppo sta per diventare, esclusivamente italiana. Una volta, tanto tempo fa, scrissi un articoletto sulla 'Nuova Sardegna' dove denunciavo l'italianesimo della toponomastica sarda a motivo della colonizzazione balneare. 'Sa turri de Flumentorgiu' è diventata TORRE DEI CORSARI, 'S'Anea de s'acqua 'e s'ollastru '(toponimo bellissimo: le sabbie dell'acqua (il fiumicello) dell'olivastro)è diventato 'sabbie d'oro', la spiaggia di 'Sa punta de su gaurru' (lo sperone del gabbiano (gaurra) o ' lo sperone dello stregone'), è diventata la 'spiaggetta di Ninì'. E sai perché? Perché NINI' era la signora (oggi defunta) che aveva quasi di fronte quella bellissima spiaggia. E fu la prima a frequentarla. Mah! Ce ne sarebbe da dire! Di tutte le spiagge sarde, mica delle sole che frequentiamo noi due: ormai quasi fantasmi dell'Isola dell'età delle pietre. Tottu una 'pedrera manna'. In monti, in pranu e in mari. Quanto all'origine dei toponimi divertiti pure: sono non pochi a sapere che è l'unica disciplina (a parte casi eccezionali con prove scentifiche dell'etimo) che detesto. Anche perché in essa e con essa si divertono i perdigiorno.

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  4. “Sapere era avere, sin da bambini”: dici bene, Gigi, perché sapere era “possedere”, anzi è ancora così, poter disporre di ciò che si conosce nel confronto con gli altri.
    E questo non vale solamente per i toponimi, ma anche per i nomi degli uccelli e degli animali in genere, delle piante e delle erbe, quelle commestibili e quelle velenose. Non c’era uccello, dai più piccoli (stampacresuris, pappamuscheddu, ghiri, conchimoru, cuccuviu, pizzurussu, madixedda, passiri(br)axa, passirillanti, steddu ‘irdi, pilloni de obinu, pispanta, …) a quelli più grandi o più noti (crucculeu, sturru, trudu, meurra, perdixi, circuiri, carroga, crobu, cadrellina, truttiri, argiali ‘e cannaca e argiali ‘e denti, marragau, arrundili,…), i rapaci diurni (stori, storittu, zuaddina) a quelli notturni (zonca, stria, passiritrotta, cuccumeu, …).
    Non potevi parlare con i compagni e dire “Ho visto un uccellino” senza specificarne il nome. Sapevamo se facevano il nido a terra, sugli alberi, nei cespugli bassi o dentro le siepi; sapevamo quante uova deponevano, quanto erano grosse e com’erano colorate. Per esempio, quanti bambini sanno che le uova di stornello comune, su sturru nieddu, sono di un bel colore celestino? E che le uova dell’usignolo, su passirillanti, sono picchiettate intensamente di marron scuro? Che la cincia bigia, su conchimoru, usa il muschio per fare il nido? Che la tortora mette quattro stecchi in croce per il suo nido e preferisce gli alberi d’ulivo?
    Così era per le erbe, gli arbusti e gli alberi, dei quali sapevamo anche le proprietà benefiche. Chi sa, per esempio, che l’acqua che si raccoglie alla prima pioggia nelle foglie de su cardu santu sono un toccasana per is zerras?
    Crescendo, incentivato dal fatto che animali e piante li conoscevo in sardo, sono stato incentivato a “possederli” anche in italiano, mentre i toponimi quelli sono e quelli dovrebbero restare, perché nessun nome fu coniato a vanvera e possiedono intrinsecamente una forza evocativa fortissima e, spesso, anche una sorta di poetica ridondanza.
    Forza paris! Si vede che sto diventando vecchio?

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    1. Signor Francu,ha ragione Gigi quando dice che lei altro che vecchio è un bambino pozzo di scienza.Quanti bambini ci sono oggi che hanno queste conoscenze?Vivendo e giocando nella natura,voi bambini ,di un tempo avete avuto la possibilità di imparare cose importantissime e basilari.

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  5. No, stai ritornando giovane. Quasi bambino.

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  6. E 'Rio Murtas' non ti dice niente? Se sei giovane bene, altrimenti ti lascio a terra.

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    1. Lo sai che stavo pensando che quest'anno scendo anch'io a bagnarmi a Riu Murtas?
      E se decidi di lasciarmi a terra, fallo a Riu Murtas, non a Tunaria!

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  7. Ormai mitica spiaggia, Riu Murtas. Vi ho portato solo gli amici amicissimi. Tra questi i tedeschi di Heidelberg che l'hanno chiamata 'Cala Sonne'(la cala del sole). Non male, splendidamente esposta a mezzogiorno com'è.

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