sabato 21 aprile 2018

Lo scarabeo ‘scritto’ della marina di San Vero Milis. Un prodotto recente? No. Per capire della sua remota antichità e del suo alto valore documentario basta affidarsi, oltre che all’archeologia, alla severità di tre discipline scientifiche: l’ epigrafia, la zoologia e l’astronomia


di Gigi  Sanna,

dedicato agli amici del movimento di Autodeterminatzione
  Fig.1
  1. Il dato epigrafico. Prime considerazioni.
     Immaginiamoci di trovare un disegno di un animale riportato su di una pietra, su di una roccia, su di un frammento di ceramica o su di una superficie metallica. E immaginiamo ancora che esso  sia uno scarabeo.  Il nostro primo compito, se dovessimo avere l’impressione della possibile antichità di esso, sarà ovviamente quello di esaminare per benino le modalità con cui è stato riprodotto (la grafia), il secondo sarà quello di cercare  di capire la precisa tipologia di esso.

   Solitamente i nostri occhi vanno non ai dettagli ma all’insieme e di conseguenza la prima operazione avviene dopo la seconda. Pertanto chi vede l’immagine può già cominciare a dire che l’animale (l’insetto) è uno scarabeo perché ‘quelle’ sono o ‘sembrano’ grosso modo le fattezze di quel particolare animale (fig. 2).
                      
       Fig. 2. Scarabeus sacer (Sardegna)                                                               Fig. 3. Scarabeo di Su crastu biancu
     ‘Grosso modo’ però perché, dopo il primo sguardo (il vedere non è mai osservare), le cose si complicano di non poco in quanto  l’insetto risulta del tutto particolare avendo le parti che lo compongono ora in marcato rilievo ora no. Più precisamente la testa, il torace e il dorso appaiono in rilievo (in positivo) mentre le elitre e le zampette sono ottenute attraverso le linee o, meglio, attraverso la solcatura (la linea profonda in negativo) continua eseguita (fig.3) quasi si volesse dare l’idea che il disegno sia stato eseguito in ‘quel’ modo non tanto (o non solo)  al fine di disegnare uno scarabeo quanto al fine  di richiamare un sigillo con ‘soggetto’ uno scarabeo.
    E si complicano ancora perché il disegno della testa e del torace non è quello che uno si aspetterebbe di trovare (fig. 4) se veramente uno avesse voluto riprodurre uno scarabeo ‘comune’ ma è dato da una disarticolazione che investe la testa che compare staccata dal torace e, in particolar modo, il torace che risulta composto da cinque segni: uno a breve tratto orizzontale, due ricurvi (a un quarto di cerchio), uno a tratto verticale ed infine uno ancora a tratto orizzontale più lungo del precedente (fig. 5) .
 
                      Fig. 4                                                  Fig. 5  
   Ora, come si sa, di scarabei ne esistono di tanti tipi, sparsi in tutto il mondo. Non è difficile procurarsi repertori e cataloghi che mostrano quanto vasta sia la gamma tipologica e capire così se chi ha riprodotto l’insetto esistente in natura abbia eseguito il suo disegno attingendo da scarabei di un certo luogo piuttosto che di un altro. Se rinveniamo in Sardegna l’insetto disegnato, in qualsiasi supporto, comprendiamo subito se il tipo sia quello che abitualmente si trova nell’isola  oppure no. E’ quindi evidente che il tipo di scarabeo scolpito a Su crastu biancu non è uguale a quello sardo, perché questo si presenta così come nelle figg. 2 e 4 e non come nelle figg. 3 e 5. Si presenta cioè con il torace ben diverso, ‘anepigrafico’, liscio, senza alcun ‘segno’ che lo caratterizzi in modo particolare.
  1. Il dato naturalistico (zoologico). Lo scarabeo di Su Crastu biancu: un unicum. Prodotto di fantasia. Così come molti degli amuleti sigillo egizi.
     La constatazione dello strano disegno del torace porta a dire che l’animaletto è certamente altra cosa rispetto a quello che si riscontra comunemente in Sardegna. Non solo. L’aspetto del torace non risulta assente solo in Sardegna: per quanto uno si sforzi di cercare uno scarabeo siffatto,  il tipo Crastu biancu- per così dire -  non esiste in nessuna parte del mondo. Nessuno che possa essere paragonato neppure alla lontana. E ciò è dovuto ad un fatto molto semplice: che l’animaletto è mero esito della fantasia umana e non frutto della fantasia della natura. Tanto che, non essendo stato copiato dalla natura e, con ogni probabilità, neppure da un altro disegno di un altro (magari di uno scriba egiziano che ne riporta il nome in geroglifico: fig. 6), possiamo tranquillamente considerarlo un unicum.
   
Fig. 6.
       Pertanto, se è frutto solo della fantasia umana e non una semplice copiatura, bisognerà capire perché a su Crastu biancu l’insetto è stato disegnato ‘volutamente così’, con quei segni particolari del torace, in apparenza solo ‘decorativi’ e frutto dell’estro dell’incisore.  
   Nessuno meglio di un egittologo potrebbe dare la risposta giusta perché solo gli scienziati della specifica disciplina sono subito in grado di spiegare che gli scarabei egizi, soprattutto a partire da una certa data in poi (1), non sono sempre disegnati schematicamente, con ‘essenzialità’ e con il rispetto delle  loro sembianze reali, ma anche modificando, in modo arbitrario, ora parti del corpo (in genere la testa) ora aggiungendo dei ‘segni’ su di esso. Ciò fecero semplicemente perché gli scarabei si prestavano ad essere scritti non solo sulla superficie inferiore dell’addome  ma anche (seppure con maggior difficoltà) su quella superiore  (fig. 7 e 8) in modo da contribuire ad arricchire semanticamente l’oggetto, ad aggiungere senso al senso, a partire da quello ideografico convenzionale, comune a tutti, della forza che fa ‘rotolare’ la palla luminosa e ciclicamente permette in un certo periodo dell’anno, la rinascita e la continuità della vita. In altre parole,  gli egittologi ci spiegheranno che dietro la strana testa di uno scarabeo o di uno strano ‘torace’  può esserci un testo scritto (in genere criptato) che riguarda la divinità (Amun RA) di cui è simbolo lo scarabeo oppure il nome di un faraone figlio di Ra.
 
                                                                   Fig. 7.                                                                        Fig.8
    Per capirlo meglio ricorriamo ad un esempio concreto prendendo uno scarabeo (fig. 9)  di epoca tarda (XXV dinastia), quello in faience gialla del faraone  Shabaka (713 - 690 a.C.) . E’ questo un periodo in cui in Egitto si diffonde il vezzo di sostituire la testa dello scarabeo con quella di un ‘ariete’ (2) e di inserire sull'addome  di esso dei segni di scrittura che, riportati  in uno o più  ‘cartigli’,  danno, in genere,  il nome del Faraone.       
     
Fig. 9. Scarabeo di Shabaka (Museo di Bologna) 
     Lo scarabeo quindi non è più un animaletto con fattezze sue proprie, ovvero quelle prodotte dalla natura, ma è un manufatto artificiale,prodotto dalla fantasia dello scriba egiziano che lo ha modificato a suo piacimento per dare nella parte inferiore dell’addome ), in crittografia amunica, ‘Amun è il mio signore’ e in quella superiore  (nell’apposito cartiglio) il nome del Faraone ‘Shabaka’.
     Da tutto ciò possiamo dire e affermare che così come quello del faraone Shabaka ed altri scarabei ancora  (fig. 8) anche lo scarabeo di Su Crastu biancu di San Vero Milis non è un manufatto riprodotto naturalisticamente ma in parte modificato per aggiungere senso a quello già presente nell’insetto. E  affermare ancora che Il suo particolare disegno artificiale e non naturale, come negli scarabei egiziani, tende a nascondere ‘scrittura’. Una scrittura già suggerita dall’idea della composizione a‘sigillo’ di cui sopra.
Tutti dati questi che, ovviamente, tendono a liquidare, in modo definitivo, le frottole sui ‘buontemponi’ autori della composizione e le varie dicerie sulla sua ‘recenziorità’, quelle che immancabilmente nascono ad opera degli sbadati o  dei mitomani ‘testimoni’ diretti o indiretti, quando si trovano dei graffiti, delle iscrizioni, delle pitture e delle sculture giudicati  ‘antichi’ e ‘misteriosi’ (3).   
  1. Quale scrittura? Cosa c’è scritto? I segni su base certa documentaria.
      Ora, nel nostro caso, quale sarebbe scrittura del ‘sigillo’? Quale l’alfabeto? Dove starebbero e come sono sarebbero disposti i segni nascosti che ne dimostrerebbero l’esistenza? Di che natura essi sono? E, soprattutto, cosa c’è scritto?
     Lo si capisce se analizziamo con acribia la figura e diamo, seguendo il ‘progetto’ dello scriba nuragico, ovvero partendo dall’alto (4), senso alfabetico - fonetico ai ‘segni’ iniziando dalla testa. Il primo segno (fig. 10) è dato dalla testa più le corna  che rendono, con facilità,  pittograficamente l'idea della protome taurina. Il secondo è dato da un una lettera a tratto orizzontale che nota la consonante semitica ‘hē’. Il terzo segno è dato da una lettera ‘lunata’ (luna sorgente), simbolo alfabetico che conosciamo molto bene del nuragico, che rende la consonante semitica  yod. Il quarto segno è reso con il  tratto verticale  che nota la lettera consonantica ‘yod’. Il quinto segno, ugualmente lunato (luna calante), noto anch’esso  e assai attestato in tutta la documentazione nuragica, è dato dalla  lettera che rende la consonante semitica ‘hē ’. Il sesto e ultimo segno  è dato dal tratto orizzontale che rende, come la seconda lettera a tratto orizzontale, il suono della consonante ‘hē’ (per i segni del torace v. disegno fig. 5  e foto fig. 11).
     
                               Fig.10                                                           Fig. 11
      Chi è pratico della simbologia segnica alfabetica nuragica capisce subito che Il lusus dello scriba, nel creare lo schema che allude al torace e che in qualche modo anche lo sostituisce, è stato, tra l’altro,  quello di disegnare una coppia di lettere (yod ed ) dell’alfabeto omofona ma non omografa. Praticamente ha ‘giocato’ sull’uso di due sole lettere per dare senso al tutto: hē (h), yod (y), yod (y), hē (h), hē (h). Sequenza che  gli permetteva di rendere le due voci semitiche  hy yhh che ovviamente vanno ad unirsi al pittogramma ‘toro’. 
    Si consideri che, per quanto riguarda la sequenza della scrittura sul torace, lo scriba nuragico aveva più opzioni (v. tab. 1), ovviamente tutte quelle del codice alfabetico (5) che convenzionalmente davano i segni consonantici della yod e della .  Ma dal momento che prassi della scrittura nuragica era quella di renderla la meno manifesta possibile (6), ha optato per la soluzione più ingegnosa da questo punto di vista. Ha nascosto i segni, praticamente tratteggiandoli lungo la linea del disegno del torace ed aggiungendone uno come ‘decorativo’ sull’asse verticale mediano di esso. In questo modo ‘ideograficamente’ ha rispettato in qualche modo il disegno del torace ma nel contempo è riuscito a ‘scrivere’ organicamente (7) un testo,  ad aggiungere altri cinque segni al di sotto del pittogramma ‘toro’, accennando ad essi in modo impercettibile  
 
                                                                     Tab. 1
      E’ questa, quella del tratteggio, una soluzione scrittoria dei nuragici non nuova, come quella che conosciamo da diverso tempo in quanto la si trova in tutti e quattro i sigilli di Tzricotu di Cabras (fig.12) dove la protome taurina viene resa non solo schematica ma del tutto astratta, tanto che per ricomporla bisogna unire, così come per la testa ed il torace dello scarabeo, tutte le linee teoriche. Non solo: il dato sorprendente è che lo scriba di Tzricotu e quello di Su Crastu biancu si sono serviti entrambi, onde suggerire i necessari contorni ad arco di cerchio, delle stesse lettere alfabetiche schematiche in forma lunata sia crescente che decrescente. Lettere che hanno permesso di riportare in entrambi i documenti, in modo criptato, il nome della divinità yhh (fig. 13). 
 
                                        Fig. 12                                                                                         Fig. 13                                                                                          
     Disarticolazione che è dato riscontrare ancora in altri documenti nuragici scritti, come ad esempio la barchetta di Teti (8) che riporta come quinto segno (fig.14 e trascr. doc.), il pugnaletto e (guarda caso), anch’esso realizzato con due segni (schematici) identici a quelli dello scarabeo de su Crastu Biancu ovvero il tratto orizzontale (lettera ) al di sopra del tratto verticale (lettera yod).
     
                             Fig. 14                                                              Trascrizione  docum.                               Il  pugnaletto disarticolato
     Circa le lettere (lunate e non)  presenti nel torace dello scarabeo, oltre ai succitati documenti di Tzricotu e di S’Urbale di Teti, si vedano, per altri riscontri: 
Fig. 15. La pietra di Santa Caterina di Pitinuri di Cuglieri (9).
       
              

Fig. 16. Il Coccio del Nuraghe Alvu di Pozzomaggiore  (10).
          
Fig. 17. Pietra  del Nuraghe Arbori  con trascrizione di Pietro Lutzu (11)
    
Fig.18. La pietra di Terralba (12)
 
Fig. 19. La mano fittile rinvenuta nel porto di Cagliari (13).
               
  1. Scrittura metagrafica nuragica ottenuta con altri coleotteri. La coccinella di Gadoni.    
      Se è chiaro che tutti i suddetti aspetti portano a  concludere che lo scarabeo di Su crastu biancu (14) è stato disegnato e scritto da uno raffinato scriba nuragico, si deve aggiungere però, come dato di non poco momento, che non è questa prima volta nella quale i nuragici si servono dell’esoscheletro dei coleotteri per ‘disegnare scrivendo’, alterando,dove più dove meno, l’essere specifico (la conformazione) dell’animaletto.
     E’ il caso della nota coccinella (fig. 20) di Funtana de perdu della foresta di Corongia in Gadoni  ‘sfruttata’ in parte dallo scriba per i suoi segni specifici naturali (i caratteristici puntini) e modificata nel torace e, particolarmente, nella testa dove le elitre sono state trasformate (chi potrebbe negarlo?) in due ‘segni’ diversi, in due lettere consonantiche di tipologia semitica arcaica, ovvero in una ’aleph e una lamed (15),  in modo da rendere, con ogni probabilità, la voce ’al (dio).

     Fig. 20. Coccinella ‘scritta’ di Gadoni (Funtana de perdu        Fig. 21. Coccinella comune in Sardegna
  1. Scarabeo e orientamento astronomico. 
      Appurato dunque che lo scarabeo di Su crastu biancu non è disegno recente e che inoltre esso si inserisce in un modus scribendi dei nuragici (di cui solo il tempo impietoso o la sfortuna nei ritrovamenti ci impedisce forse di quantificare), vediamo però di proseguire con l’esame e l’indagine facendoci questa domanda:perché è stato inciso nella roccia marina, in quel particolare luogo, l’animaletto simbolico e per giunta impreziosito con la scritta a rebus ‘toro yhh che dà la vita’?
    Per capirlo basta semplicemente dar retta a ciò che da tempo si è osservato da tanti e cioè che lo scarabeo, attraverso l’asse mediano verticale è orientato perfettamente (fig.22) al sorgere e al tramontare del sole nell’equinozio e quindi ha come riferimento astronomico il 21 marzo (16). Lo scarabeo è posto quindi in relazione a un preciso momento ciclico astronomico. Ciò sta a significare che, con ogni probabilità, il dato dei significanti epigrafici (scarabeo e segni della testa e del torace) in terra deve completarsi, quanto a ‘lettura’,  con il significante astronomico in cielo, perché risulta evidente che la lettura - scrittura  ideata dallo scriba non è solo quella apparente del solo scarabeo ma quella dello scarabeo che si accompagna al sole (alla luce solare) secondo l’immagine consueta naturalistica dell’animaletto, piccolo ma potentissimo, che spinge la sua palla di sterco. Con la conseguente simbologia della sfera celeste spinta incessantemente da una forza straordinaria o taurina (17) che permette la luce continua e quindi la vita (18). Dobbiamo allora aggiungere, nel giorno 21 marzo, giorno dell’allineamento ‘sacro’,  giorno dell’inizio della primavera, anche la lettura del pittogramma celeste che, come si sa, è RA per l’egiziano e Nl per il nuragico. E si avrà la lettura definitiva : ‘Della luce (nl) toro (’ak)  yhh che dà la vita (hy)’ ovvero Yhh (19) è il toro della luce che dà la vita.
 
Fig.22. Orientamento dello scarabeo agli equinozi (foto e disegno di Stefano Sanna)
  1.  La doppia lettura, egiziana e sarda.
          Il disegno su roccia quindi risulta essere un prodotto fantasioso di uno scriba sacerdote antichissimo che intendeva , con ogni probabilità, suggerire, attraverso tutti i significanti ‘scritti’, sia in terra che in cielo,  una doppia lettura: quella  ‘normale’ egiziana (luce di RA che dà la vita, la rinascita) e soprattutto quella nuragico - semitica, praticamente identica,  dove anche yhh (yh, yhw,yhwh), come si è visto,  è toro della luce che dà la vita:  NL ’AK HY. Aspetto questo che, come altre volte si è detto e scritto per altri documenti (20), manifesta il sincretismo religioso sardo - egiziano in fatto di religione, con le divinità luminose,  RA e YHH , abbinate.
   Per altro il tema’ del toro - scarabeo - sole, ovvero quello della sequenza tripartita (21) non è originale dell’iconografia sarda se non (forse) per il modus scribendi naturalistico cielo - terra. Infatti, esso sembra corrispondere (fig.23) al soggetto e al significato (22)  del cartiglio  di Karnak del grande e famoso  faraone egiziano  CHEPER-KA-RA (SESOSTRI I: XII dinastia: 1964 -1919 a.C.): Toro (KA) di RA che dà nuova vita (verbo ‘cheper’). 

  
Fig.23.  Geroglifici di Karnak in Egitto con il cartiglio toro - scarabeo - sole del faraone CHEPERKARA. A destra una sua immagine (Petrie Museum di Londra)  
 
  1. Il solito toro, simbolo ‘forte’ della civiltà nuragica. Scrittura a rebus nuragica: scarabeo toro del Sinis e scarabeo toro di Santa Anastasia di Sardara.
       Soffermiamoci però, ancora per un po’, sul dato della presenza del toro come pittogramma, perché esso  ci sembra ancora fondamentale per l’interpretazione ‘filologica’ della scritta sanverese, in quanto tendente a  raccordarsi, per forme e contenuti,  a tutti gli altri dati di scrittura e di astronomia  presenti nella costa del Sinis a partire da Tharros ovvero da Murru Mannu. Infatti toro, scrittura e astronomia (orientamento astronomico) sono presenti in Murru Mannu, ma anche nella cosiddetta Sala da Ballo e a punta Maymoni (v. figg. 24-25 -26).  
 
Figg. 24 -25 -26. I tori ‘muggenti’.
      Dove c’è il ‘toro’ disegnato , immancabilmente si trova o all’interno della protome stessa dell’animale o accanto ad essa,  la scrittura a rebus che si estende e si completa sempre con il dato astronomico. Ciò non è senza significato perché tutti i tori si trovano espressi in immagine e ‘commentati’  linguisticamente ma soprattutto caratterizzati dagli allineamenti che realizzano così la  ‘porta’ (l’ingresso שער), quella (23) che mostra la ciclicità, la continuità e quindi l’immortalità della potenza luminosa taurina. In essa però è privilegiato ed enfatizzato il momento dell’anno, l’equinozio di  primavera, in cui l’astro mosso dal toro  determina con le piogge fecondanti  (lo sperma) il risveglio della natura e la crescita delle messi (24).     Si osservi la seguente tabella (tab.2) che riporta le concordanze dei quattro siti che con ‘variatio’ (25) intendono tutti glorificare la divinità taurina sardo - egizia durante la manifestazione degli equinozi, divinità espressa  significativamente come ‘toro muggente’ (26).     
        
  1. Lo scarabeo di Su Crastu biancu di San Vero Milis e lo scarabeo di Santa Anastasia di Sardara.     
     La relazione toro - scarabeo però non è presente solo nella scrittura a rebus di Su crastu biancu. La si riscontra anche in Santa Anastasia di Sardara dove uno scarabeo (figg. 27 -28 -29), ancora con scrittura  a rebus, mostra incisi sia nella parte superiore sia in quella inferiore (27) i chiari simboli taurini, pittografici e non. 
      
 Fig. 27                                                                     Fig.28                                                          Fig.29
                                                                       
      Il dato iconografico  di Sardara non ha solo valore di rafforzamento documentario sull’abbinamento toro - scarabeo. Ne ha un altro,  importantissimo, che riguarda, come nei graffiti e le sculture della costa del Sinis, il toro della luce e l’acqua, dal momento che lo scarabeo, come si sa,  è stato rinvenuto in un sito particolare, come quello di Santa Anastasia di Sardara che è caratterizzato dalla presenza di un celebre  pozzo sacro; una costruzione templare questa con il suo sofisticatissimo simbolismo (28) dell’anastasis, riguardante il comportamento del sole che si riflette, con un effetto speciale, nell’acqua del pozzo in un determinato momento dell’anno che è quello primaverile.
  1.  Riti dell’acqua anche a su Crastu biancu? In tutta la costa del Sinis?  In tutta la penisola del Sinis?
     Facendoci forti di tutti i dati a nostra disposizione circa l’inequivocabile rapporto toro - acqua, offerto dalla continua realizzazione iconografica del toro primaverile ‘muggente’, rapporto  presente con particolare  chiarezza  in Santa Anastasia di Sardara, in Murru Mannu di San Giovanni  e in Maymoni  di Cabras (29) possiamo avanzare l’ipotesi, potremmo dire plausibile, che anche a Su crastu biancu lo scarabeo toro  non vi fosse per motivi calendariali (30) ma per motivi legati alla ‘religio’ del dio luminoso (yhh come si è visto) che veniva invocato, così come in Maymoni (Maym -o!), perché portasse l’acqua salutifera e fecondatrice in abbondanza.
   Se così fosse si potrebbe affermare che praticamente tutta la costa del Sinis, da San Giovanni (Tharros) sino a Sa rocca tunda (v. cartina fig. 30), fosse interessata da aspetti cultuali -rituali religiosi  riguardanti la divinità nuragica luminosa nelle sue manifestazioni cicliche. Tutti i siti pertanto andrebbero ben studiati archeologicamente, per quel poco (31) che purtroppo di loro resta nei dintorni (32), per tentare di capire come le varie ‘scritte’ si inserissero, organicamente, in più vasti contesti templari (all’aperto o no) di cui certamente costituivano solo parte e piccola parte. Infatti, così come la scritta monumentale di Murru Mannu che risulta chiaramente collegata alla costruzione templare (33), anche le altre scritte, con quei precisi allineamenti e orientamenti astronomici, dovevano far parte di complessi architettonici destinati alle funzioni dei riti e del culto yhwhistico nuragico (riguardante, in particolare,  l’acqua salutifera) nonché all’accoglienza dei devoti e dei pellegrini. Culto che, come ricaviamo, durò moltissimo tempo  ancora (34) se è vero, com’è vero, che le più tarde testimonianze, sia epigrafiche che monumentali, sono quelle (sempre riguardanti la penisola del Sinis) della chiesetta di S’Eremitanu di Narbolia (35) e di San Salvatore di Cabras del III - IV secolo d. C. (36).        
     Fig.30


Note ed indicazioni bibliografiche
1. In Epoca Tarda (XXV dinastia)) In Egitto furono molto diffusi i sigilli di piccole dimensioni per indicare il possesso di merci, di oggetti e di ambienti, per autenticare documenti, per trasferire poteri, e anche, in funzione amuletica, per proteggere magicamente l’individuo che li indossava come monili.
2. L’ariete è simbolo di Amon Ra così come nel nuragico è simbolo di yhh. Entrambe divinità luminose. V. anche nota 17.
3.  E’ un fenomeno, mi dicono, presente a tutte le latitudini. In Siria, in Egitto e in Palestina, in Libano, in Etruria, ecc. è un continuo pronunciarsi (in genere da parte di anonimi) per questa o quella (sempre ‘chiara’) bufala, soprattutto quando si rinvengono scritte su pietre ovvero su supporto difficile da datare rispetto alla ceramica o al metallo. Recente è il caso delle scritte in geroglifico egiziano (autenticissime perché messe in luce dopo imponenti mareggiate nella scogliera di San Giovanni del Sinis ovvero in  Tharros): subito sono state messe a correre  le ‘voci’ che a realizzarle sarebbe stata una sconosciuta professoressa ‘continentale’ in vacanza estiva. Non di rado ad alimentarlo il detto fenomeno sono, purtroppo,  alcuni archeologi con il loro sciocco scetticismo ‘aprioristico’  allorquando si trovano davanti a scritte non facilmente addomesticabili e fuori paradigma circa la conoscenza della scrittura da parte dei sardi antichi.
4. E’ questa la norma della lettura del nuragico sia nella scrittura di tipologia lineare sia in quella metagrafica (conta sempre il segno più alto, come nella scrittura egiziana). 
5. Sanna Gigi, 2016, I geroglifici dei Giganti. Introduzione allo studio della scrittura nuragica, PTM ed. Mogoro,3, p. 44, tab. 1.
6. Sanna Gigi, 2016, I geroglifici dei Giganti. Introduzione allo studio, ecc. cit.  PTM ed. Mogoro, passim
7. Il brevissimo testo è in una specie di bustrofedico: alto (lettera hē) /destra sinistra (lettere yod  yod  )/ basso (lettera ).
10. V. Sanna G., 2010, Il documento in ceramica di Pozzomaggiore; in Melis L. , Shardana Jenesi degli Urim, PTM ed., pp. 153 - 168.
13. La mano votiva fittile è stata rinvenuta fortuitamente nel 1994. Nonostante il lungo tempo trascorso, da quanto ci risulta, il reperto scritto non è stato oggetto di specifica attenzione paleografica ed epigrafica da parte degli studiosi del settore. E’ stato fatto un timido tentativo di decifrazione (‘hwt’: che possa vivere!)  in base al riconoscimento di alcuni caratteri ‘neopunici’. In realtà la scritta è altro. Le ultime tre lettere, appartenenti tutte al nuragico semitico, farebbero pensare che le prime due siano ‘nun’ e ‘kaph’, entrambe pittografiche. Se così è, ovvero Kaph + nrhy, nella mano potrebbe esserci scritto ‘mano (kaph) della luce (nr) che dà la vita (hy). Cioè la mano luminosa del Dio (yhh). E’ opportuno ricordare che hy הי (vivificante) è attestato più volte nel nuragico riferito al toro o al dio stesso yhh. Una di queste attestazioni è quella dello scarabeo di Su Crastu biancu, documento  di cui ora ci stiamo occupando    
14. ‘Crastu biancu’ significa roccia bianca. In effetti la roccia del luogo dove è tracciato lo scarabeo  compare più chiara delle rocce attorno.  
15. Il segno della lamed ‘arricciata’ è caratteristico del protocanananaico: coppa di Qubur bel –Walaydah e ‘Yzbet Sartah   (Attardo E. ,2007,  Utilità della paleografia per lo studio, la classificazione e la datazione di iscrizioni semitiche in scrittura lineare. Parte I: scritture del II Millennnio a.C. , in Litterae Caelestes,  2 (1), p.177.  Center for Medioeval an Renaissance Studies UC Los Angeles. Per un altro segno simile nella documentazione nuragica si veda fig. 17 e  Sanna G.  http://monteprama.blogspot.it/2014/04/un-gigante-nuragico-brocca-di-il-yhwh.html;
16. E’ lo stesso allineamento astronomico equinoziale  del ‘volto’ taurino di Maymoni e  del ‘volto’ taurino della Sala da ballo di San Giovanni del Sinis.  
17. Tale forza del toro in nuragico può essere simbolizzata dall’ariete del cervo  e talvolta dal montone dello stambecco o del muflone. Si tenga presente che tale sostituzione costituiva una semplice ‘variatio’ per gli scribi nuragici in quanto era il dato  linguistico fonetico dell’acrofonia ad interessare. Infatti l’ariete del cervo (e presumibilmente quello dello stambecco e del muflone) si diceva in semitico  ’yl איל, cioè l’inizio della stessa consonante aspirata di ’lph אלף . In una sequenza linguistica come ad esempio  ’ab אב (padre) si poteva quindi usare per la prima consonante il pittogramma del toro o quello del cervo o dello stambecco o del muflone.    
18. Si consideri che come la ‘sfera’ in senso naturalistico terreno dava alimento ad una nuova vita (di scarabei)  così  quella celeste dava sostentamento a una nuova  esistenza per tutto il creato.  
19. Come altre  volte si è detto (Sanna Gigi, 2016, I geroglifici dei Giganti. Introduzione, ecc. cit. , 9 pp. 183 - 201) Yhh è il nome (uno dei nomi: yh, yhw, yhwh) del dio di origine cananaica IL o ILI in nuragico. yhh è doverosamente ‘nominato’ nella scritta sanverese forse perché per la ‘religio’ nuragica il dio non è il sole o la luce (sue semplici, seppur grandiose, manifestazioni) ma yhh (o yh, yhw, yhwh), divinità inconoscibile, arcana forza poderosa (lo scarabeo - toro) che permette alle lampade del giorno e della notte di dare incessantemente quella luce. Si ricordi che la parola ‘nuraghe’/nurake’ è composta da tre voci: nl (luce) - ’ak (toro) + hē. Hē (pronome ‘indicativo’) è il modo più frequente, ottenuto anche per via acrofonica (hdrhהדרה,hdm הדם, hycl יכל, hll הלל, hrh הרה ecc.), di alludere ed ‘indicare’ il dio inconoscibile con velocità e semplicità e nel contempo con alto valore simbolico (lui, l’innominabile e il non conoscibile).
21. Egiziani, nuragici ed etruschi poi erano religiosamente ossessionati dal numero ‘tre’, il numero ‘santo’ del ritmo ciclico degli astri. Abbiamo scritto non poco in proposito, soprattutto a partire dal 2004 con lo studio epigrafico e la illustrazione dei sigilli di Tzricotu di Cabras (Sanna G., 2004, Sardōa grammata. ‘ag ‘ab  sa’an yhwh. Il dio unico del popolo nuragico, S’Alvure Oristano, 4, pp. 85 - 179). Vedi di recente  il nostro  http://maimoniblog.blogspot.it/2018/01/i-documenti-etruschi-di-allai-falsi.html;
22. Solitamente si dà il significato di ‘Creato è il Ka di Ra’.
24. Tre millenni fa l’attuale landa desertica e arida del Sinis, era, con ogni probabilità (lo conferma la presenza di numerosi pozzi nuragici costieri e non) un luogo assai fertile e intensamente coltivato, soprattutto a grano. Per questa ragione pensiamo che si invocasse (maym-O!), così  come in altri luoghi (di pascolo) della Sardegna, l’evento delle piogge primaverili.   
25. Per il concetto di ‘variatio’ v. Sanna G., 2016, I geroglifici dei Giganti. Introduzione alla studio della scrittura nuragica, PTM Mogoro, 6, pp. 133 -143.
26. Il toro ‘muggente’ è segno della potenza sessuale della divinità taurina in un determinato momento dell’anno che è quello primaverile. Nell’iconografia di Su murru mannu e di Maymoni detto segno è visibilmente molto marcato  nel volto taurino della divinità. Meno invece in quello della Sala da ballo (v. figg. 24 -25 -26  e la tabella sulle concordanze).   
29. Tracce di luoghi di religiosità legati a culto dell’acqua salutifera si hanno ancora in territorio di Riola (Sanna G., http://maimoniblog.blogspot.it/2017/04/rf-iacci-iai-iacci-il-nome-del-dio.html;) e, soprattutto, in territorio  di Cabras. La notissima chiesetta campestre di San Salvatore reca tracce notevoli sia architettoniche sia epigrafiche (Angei S., http://maimoniblog.blogspot.it/2018/02/lipogeo-di-san-salvatore-di-sinnis-1.html#more ;)
30. La sottolineatura dei fenomeni equinoziali e solstiziali era legata ai riti della fertilità e della rinascita della natura  e non alla ‘semplice’  scansione del tempo ciclico. Non è un caso che il toro fosse il simbolo principe usato nella ‘scrittura’ sacra, sia che questa fosse realizzata con il metagrafico sia con il  lineare. Un esempio eclatante di ciò lo si ha nel fenomeno solstiziale invernale del Nuraghe Santa Barbara di Villanova Truschedu con la morte del vecchio toro e la contemporanea nascita del torello, nuovo fallo che assicurava la continuità della luce e la nuova vita nel mondo. V. Angei S. http://maimoniblog.blogspot.it/2015/12/il-toro-sullaltare.html#more; Sanna G. http://maimoniblog.blogspot.it/2016/04/la-nascita-del-toro-bambinello-nel.html#more;   
31. Praticamente della Sala da ballo e di Maymoni come luoghi di culto si hanno vestigia estremamente ridotte e illeggibili. Bisogna tener conto che una volta essi si trovavano ad una certa distanza dal mare. Essendo il livello di questo aumentato di circa quattro metri dalla seconda metà del primo Millennio a.C. (sono trascorsi quindi circa 25 secoli!) l’acqua ha guadagnato terreno sulla costa e ha eroso notevolmente (cosa che invece non è accaduta a Murru mannu) e sconvolto,per via delle burrasche, gli originari siti archeologici. Di ciò hanno sofferto molto le scritte, compresa quella di Su crastu biancu (lo scarabeo).  
32. Sembrerebbe, ad esempio, che nelle vicinanze dello scarabeo di Su crastu biancu si trovino resti di edifici (di dubbia origine e di incerta lettura a detta degli archeologi) che potrebbero essere pertinenze di una vasta area templare comprendente forse quella  stessa dove si è congegnata dagli scribi sacerdoti la particolare ‘scritta’ sardo - egiziana.
34. Ipotizzando che le scritte di Murru Mannu, della Sala da ballo, di Maymoni e di Su crastu biancu siano state realizzate tra il V ed il IV secolo a.C., passarono quasi sette secoli prima che il culto della divinità unica nuragica yhwh venisse meno. Incredibilmente il culto cristiano, sempre con lo stesso Dio, si sovrappose con estrema facilità a quello nuragico (v. Sanna G, 2004, Sardōa grammata. ’ag ’ab sa‘an yhwh. Il dio unico del popolo nuragico, S’Alvure, Oristano, 8, pp. 347 -359).

3 commenti:

  1. http://pierluigimontalbano.blogspot.it/2013/11/archeologia-della-sardegna-iscrizione.html?m=1

    Dall’articolo di Roberto Casti del 23-11-13, dove legge HWT e si interpreta “che possa vivere” (a parte che mi chiedo perché non abbia spiegato il motivo per cui legge solo le tre lettere centrali delle cinque che riconosce: OHWTA) vorrei comunque riportare due considerazioni che non mi sembrano di poco conto.

    “Il secondo segno grafico, per quanto inciso con una forma anomala e straordinariamente speculare rispetto alla sua normale rappresentazione nella scrittura neopunica, non può essere altro che una ‘He’ (unica attestazione della lettera in questa forma particolare che dimostra ancora una volta come la scrittura neopunica assuma in Sardegna forme specifiche e del tutto nuove rispetto al resto del mediterraneo, v. iscrizione di Bithia).”

    “Va infine sottolineato come la vocalizzazione presente in questa iscrizione rifletta con tutta probabilità influssi del linguaggio parlato locale.”

    Si legge inoltre che i segni sono incisi prima della cottura e che il reperto si data (in base a comparazioni stilistiche?) al III-II secolo a.C.: crepi l’avarizia, lo aggiungerei ai 17 reperti fittili con segni di scrittura (se non ho contato male) dei quali, dopo quella della navicella di Teti, sarebbe necessario conoscere la datazione scientifica.

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  2. Datare? Mica sono fessi! Ne hanno già abbastanza delle date che li sconfessano ( sempre): sigillo della tomba XXV, pozzetti e statue di Monte 'e Parma, barchetta di Teti. Se fanno quello che non è altro che il loro dovere sarà una catastrofe. Con la 'vergogna' annunciata di Tzricotu. La sciocchezza più grande da quando esiste l'archeologia dal momento che mai è stato formulato un pronunciamento più puerile e più superficiale. Il 'miracolo' della barchetta purtroppo non si ripeterà e decine e decine di documenti li si vorrà lasciare nella più assoluta incertezza. Quelli di Orani in testa.

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  3. Dal 1994 sono trascorsi quasi 25 più di venti anni dal rinvenimento della mano votiva. Un rinvenimento del genere in Palestina sarebbe stato pubblicato dopo qualche mese! E gli studiosi avrebbero detto subito che i due segni prima della resh non sono della scrittura neopunica. E indovina perché! Sai bene quanto durò il nuragico, ben oltre la data,IV -III secolo a.C., del manufatto rinvenuto nel porto di Cagliari.

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