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lunedì 12 giugno 2017
sabato 29 ottobre 2016
MOSTRA FOTOGRAFICO-LINGUÌSTICA
Nuoro, Giovedì, 3 novembre 2016, ore 18.00
ex
Mercato Civico
Max
Leopold Wagner è stato uno tra i più apprezzati filologi del Novecento e il
maggiore esperto di linguistica sarda. Tra il 1925 e il 1927 fu in Sardegna per
raccogliere informazioni sistematiche sulla lingua sarda e i suoi dialetti. In
questa mostra vengono esposte alcune foto scattate da Wagner a Fonni, Bitti,
Escalaplano, Desulo, Perdasdefogu, Busachi, Ploaghe, Mogoro e Cabras.
A cura di Giovanni Masala Dessì in collaborazione
con il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Stoccarda,
www.sardinnia.it, l'Istasac, gli Istituti di Lingue e Letterature Romanze e la
Biblioteca Karl Jaberg dell’Università di Berna. La mostra è stata realizzata
in occasione delle Celebrazioni Deleddiane del Comune di Nuoro con la
collaborazione della Fondazione di Sardegna.
Tutte le immagini sono coperte da copyright
lunedì 15 agosto 2016
Il nostro "modello standard" (e il rapporto tonni/sheqel)
di Francesco Masia
![]() |
| Pesi da rete durante lo scavo a Sa Osa - Immagine da questo link |
Il 5
Agosto ho seguito almeno parte della conferenza su tonni e Fenici nel
nuovo Museo della Tonnara a Stintino, relatori il Prof. Bartoloni e
il dott. Guirguis (l'accento va sulla prima i). Mi sono perso
l'inizio, credo il primo intervento del Prof. Bartoloni, ma la cosa
per me ha avuto comunque, certamente, un senso. Ero particolarmente
interessato perché l'associazione di tonni e Fenici mi riportava a
uno dei pilastri (così io riassumerei) del primo libro del nostro
Mikkelj (Kirkandesossardos, Sardegna, ricerca dell'origine, di
Mikkelj Tzoroddu), che sostanzialmente appoggiava a un'industria del
tonno sarda e (assai) pre-fenicia (pesca, macellazione,
conservazione, commercio) le conseguenti deduzioni su attività
cantieristica, produzione di sale, reti di traffici come già per
l'ossidiana (e poi i metalli dalle miniere), a sorreggere un'economia
capace di portare fasti tra l'altro architettonici e magari militari
a una civiltà interrelata con i popoli sulle coste del Mediterraneo,
nonché con l'interno e il nord dell'Europa (continentale e
insulare). Avevo perciò ripreso il libro di Mikkely per appuntarmi
le prove/indizi da lui addotti circa quanto sopra (volevo preparami a
citare le sue fonti) e mi si è così chiarito, meglio di quanto
fosse rimasto nel ricordo, che stando a quanto fissato sul libro del
2008 non si tratta di prove da potersi sventolare con la sicurezza
che credevo. Questi indizi di una talassocrazia e, insieme, degli
stretti legami con l'economia legata al tonno risalivano, per
Mikkely, soprattutto a ragionamenti che per esclusione lascerebbero i
Sardi principali indiziati di aver loro trasportato una certa
ossidiana per 73 miglia di navigazione dalle sue cave di provenienza
sull'isola greca di Melos all'insediamento presso la grotta Franchthi
in Argolide (sulla terraferma Greca meridionale), circa nel 9.000
a.C.; insediamento dove è stata documentata (con prove
archeo-zoologiche) l'attività di pesca di "tonnidi" (o di
pesci di grossa taglia, meglio, senza certezze quanto a ulteriori
specificazioni) e la loro lavorazione, risalenti più o meno al 7.500
a.C.. Da lì Mikkelj passa a considerare fonti classiche
sull'apprezzatissimo e rinomato "pesce sardo" o "sardina"
e allo studio di Alfredo Andrews (1949, The "Sardinian Fish"
of the Greeks and Romans) per cui tale "pesce sardo"
era riconducibile anzitutto al tonno (e solo successivamente, per
soddisfare le esigenze di un target commerciale più basso e diffuso,
appunto alla sardina): così Mikkelj attribuisce definitivamente ai
Sardi il ruolo di principali attori nel Mediterraneo quanto alla
pesca, alla lavorazione e al commercio di tonni e sardine; ma queste
fonti classiche paiono tutte (ben) successive alla frequentazione
fenicia perlomeno di Sulki, quindi (al di là di una ammissibile
posizione di preminenza del prodotto effettivamente lavorato in
Sardegna) nulla prova (ancora) che fossero stati i Nuragici ad aver
impiantato questa attività ittica. E la documentazione di vertebre
di "tonnidi" nella grotta Franchthi nel 7.500 a.C. fa
casomai risaltare l'assenza (a oggi) in contesti nuragici di reperti
archeo-zoologici aventi a che fare con i tonni (a precedere quelli
emersi in contesti fenici tra i quali Sulki, documentati appunto
nella conferenza di Stintino insieme ad immagini su un vaso, proprio
da Sulki, che potrebbero essere il racconto della loro pesca).
È per
questo che la mia domanda ai relatori si è dovuta limitare a
chiedere se in contesti nuragici siano mai stati reperiti resti
riconducibili alla macellazione dei tonni: la risposta è stata
negativa; e questo, fin qui, direi sgonfi le ruote alla dottrina su
un fiorente comparto ittico nuragico, primo volano di attività
nell'indotto.
Anche
ad attestarsi sulle posizioni ben argomentate da Mikkelj nel suo
secondo libro (Kircandesossardos duos, i fenici non sono mai
esistiti, Mikkelj Tzoroddu 2010), secondo cui Sulki (al pari di
altri centri “pigramente” ritenuti di fondazione fenicia) è
semplicemente un centro di fondazione nuragica dove circa dall'VIII
secolo a.C. si sarebbero insediati, insieme ai già residenti, dei
“Nuragici di ritorno” (magari provenienti, vorrà concederlo,
proprio dalla cosiddetta area fenicia), resterebbe (al momento) che
la pesca e la lavorazione del tonno in Sardegna risulta documentata
in antico solo in questo centro “fenicizzato”, poiché
evidentemente tali genti (se non Fenici, Nuragici fenicizzati)
avevano appreso dai Fenici l'arte della pesca e della lavorazione del
tonno come praticata in altri centri fenici (a Stintino direi si è
parlato essenzialmente di Cadice, perlomeno dal momento in cui sono
arrivato).
Ora mi
chiedo quanto questo discorso sul commercio del tonno possa
rappresentare, allo stato, un esempio delle puntuali ipotesi che
costruiamo/sosteniamo sulla articolata grandezza della civiltà sarda
genericamente pre-fenicia (anche molto pre-fenicia), una grandezza
che in assoluto (finché si resta nel generico) pare più nessuno
metta in dubbio. Direi che molti cercano apprezzabilmente di uscire
dai limiti del generico (di una civiltà genericamente avanzata per
il suo tempo, senza granché dettagli) e si impegnano a costruire
ipotesi sugli elementi emergenti, sugli indizi, sui dati e sui
reperti che altri si limitano ancora a considerare “isolati”,
quindi non ancora affidabili a sovvertire teorie (apparentemente,
fino a “ulteriori” prove contrarie) meglio consolidate (si
rileggano le conclusioni di Minoja nel terzo volume della Gangemi su
Monte Prama). Molti, quindi, si impegnano a costruire nuovi modelli
esplicativi, in uno sforzo che mi chiedo quanto possa essere
accostato, con tutte le differenze del caso (chiarito che siamo su
tutt'altra scala nonché in diversissima disciplina), all'impresa che
condusse tra gli anni '50 e '70 del secolo scorso alla messa a punto
del modello standard delle particelle elementari; un modello che ha
trovato solo in seguito, una a una, le conferme delle proprie
previsioni (fino alla rivelazione del bosone di Higgs nel 2013 e fino
al buco nell'acqua, giorni fa, della ricerca di una fantomatica
particella 750 GeV che l'avrebbe invalidato, senza peraltro lo
spettacolo di opposte schiere di sostenitori); e un modello che
"nonostante la lunga serie di successi sperimentali"
(prendo dalla quarta delle "Sette brevi lezioni di fisica"
di Carlo Rovelli) "non è mai stato preso completamente sul
serio dai fisici" ("fatto di vari pezzi di equazioni messi
insieme senza un chiaro ordine", "lontano dall'aerea
semplicità delle equazioni della relatività generale e della
meccanica quantistica", un modello che abbisogna di una
"rinormalizzazione" grazie alla quale "funziona nella
pratica, ma lascia in bocca un sapore amaro per chi vorrebbe che la
natura fosse semplice"; semplice, aggiungerei, quanto un flusso
di civiltà "pettinato" nell'antico sempre da oriente a
occidente).
Ecco,
se posso stare su questo accostamento, vi chiedo quanto il percorso
di raccolta di prove e conferme intorno al modello di una Sardegna
protostorica con la sua grandezza definita (fatto di tanti possibili
tasselli: dalla identificazione con gli Shardana; a scrittura e
religione in rapporto con Egitto e Canaan da una parte e poi Etruschi
dall'altra; alle posizioni di preminenza quanto ai comparti agricolo,
estrattivo, di trasformazione, commerciale e militare; fino
eventualmente ad antichi apporti di civiltà "controcorrente",
verso oriente) possa dirsi oggi in un punto grossomodo analogo agli
anni '60 del suddetto modello standard. Le prove e le conferme che
ancora abbisognano, come abbiamo visto, sono anche difficili da
imporre (si pensi alla datazione della navicella di Teti, o a quella
degli inumati di Monte Prama e quindi delle statue dei “giganti”).
Ogni tanto, insomma, avverto il bisogno che si faccia il punto per
orientarci su dove stiamo, su quanti tasselli prendano consistenza e
quanti stiano al palo o, peggio, scricchiolino.
Per
cui sottolineo: resti di tonno in siti nuragici (non
fenicizzati, aggiungiamo) non risulterebbero ancora mai
dimostrati, mentre se ne trovano altrove in contesti più antichi
(coi quali possiamo solo
congetturare di avere avuto a che fare, senza prove concretamente
spendibili) e se ne trovano in Sardegna solo in un contesto
ormai fenicizzato.
Se
vogliamo essere presi sul serio con il modello che alla luce di dati
e indizi ci piace costruire, arricchire, correggere, perfezionare e
continuare a proporre, dobbiamo essere i primi a vagliarlo
severamente.
Infine
mi sembrerebbe ingiusto non riportarvi quella che per me è stata una
perla, nella sua semplicità, regalata dal Prof. Bartoloni (chi
conosce già bene la materia compatisca questo slancio). A proposito
della grandezza della Sardegna pre-fenicia (mi esprimo io così),
assolutamente riconosciuta (“nessuno può credere davvero che i
Sardi non avessero una marineria, perché escluderlo solo per non
averne trovato ancora resti dovrebbe portare a dire che neanche gli
Etruschi ne avevano una, cosa che nessuno si sogna di sostenere”),
Bartoloni ha voluto significare che i Sardi non avevano bisogno del
tonno perché avevano l'argento, argento che scambiavano senz'altro
favorevolmente (anzitutto col rame che serviva loro: “399 miniere
d'argento contro 8 miniere di rame”) soprattutto con i Fenici (che
il rame lo portavano da Cipro). In tutto l'oriente la ricchezza si
misurava in sheqel, pari a 7,2 g di argento; e i Sardi stavano
seduti su un mare di argento (un mare di sheqel), che tra
l'altro interessava loro solo quale favorevolissima merce di scambio
(vedi “siclo”, nome della moneta israeliana ancora in corso:
Wikipedia parla di un peso che poteva variare tra i 10 e i 13 g, per
i pignoli, ma il Prof. Bartoloni ha quasi dettato, più volte, 7,2).
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venerdì 17 giugno 2016
RIPRODURRE IL VISIBILE O RENDERE VISIBILE?
di Angelo Ledda
Può essere capitato a molti di osservare un'opera d'arte in un museo – soprattutto se astratta o informale (fig.2)– e di fare uno sforzo enorme per provare a riconoscere in un groviglio di linee o di colori una qualche analogia con il mondo che ci circonda, credendo magari di vedervi all'interno un volto, un animale o un elemento di paesaggio, come se l'artista si fosse divertito a nasconderlo per costringerci a quella affannosa ricerca.
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| Fig. 1 Segni geometrici nella statuaria di Monte Prama, Cabras. Immagine da questo link |
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| Fig. 2. Number 14 gray - by Jackson Pollock |
Può essere capitato a molti di osservare un'opera d'arte in un museo – soprattutto se astratta o informale (fig.2)– e di fare uno sforzo enorme per provare a riconoscere in un groviglio di linee o di colori una qualche analogia con il mondo che ci circonda, credendo magari di vedervi all'interno un volto, un animale o un elemento di paesaggio, come se l'artista si fosse divertito a nasconderlo per costringerci a quella affannosa ricerca.
Non di rado può essere successo di trovare 'fastidio' davanti ad
un'opera così fatta, lasciando sorgere il dubbio che l'artista (o il curatore del museo, o il critico e storico d'arte) ci stesse prendendo in
giro e che l'opera non sia poi così degna di attenzione perché
tanto, a far così, “siamo capaci tutti”.
domenica 8 maggio 2016
PASSÒ SULLA TERRA LEGGERO
lunedì 3 agosto 2015
Petizione al magnifico rettore dell'Università di Cagliari: corso di laurea in archeologia nuragica e pre-nuragica
Per firmare: https://www.change.org/p/magnifico-rettore-maria-del-zompo-chiediamo-un-corso-universitario-di-archeologia-pre-nuragica-e-nuragica?recruiter=34258475&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=share_page&utm_term=mob-xs-share_petition-no_msg&fb_ref=Default
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| L'immagine promo della petizione promossa da Sa Nuraxìa Culturàle Carbonia, Italia |
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martedì 14 luglio 2015
Classico e Anticlassico: la forma ritmica della storia culturale europea (parte 2)
di Angelo Ledda
vedi prima parte
Alla stregua delle Avanguardie Storiche del primo Novecento [1] l'arte pre-classica venne considerata una sorta di avanguardia da rimettere in cammino perché ritenuta depositaria di valori e matrice per la ricerca di un linguaggio universale:
“Pirro Marconi propose il termine 'anticlassico'; altri sperimentarono più tardi 'aclassico' o 'eteroclassico' (…) Una sorta di avanguardia artistica antica che poteva esser resa ancora “attuale” e perciò proposta a modello per l'arte contemporanea (…) Il 'classico' come era stato costruito nei secoli precedenti non bastava più perché esso potesse alimentare il 'moderno' doveva produrre dal suo seno fecondi anticorpi, percorsi alternativi, suggerimenti sperimentali; doveva evocare e legittimare anche il primitivo e l'anticlassico, accogliere in sé non solo il centro ma anche i margini, persino le deviazioni dell'arte antica. Doveva insomma mettersi in sintonia con le Avanguardie” (Settis, 2004)
vedi prima parte
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Foto 1. l'ampliamento della Gipsoteca canoviana di Possagno
opera di Carlo Scarpa del 1957
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Alla stregua delle Avanguardie Storiche del primo Novecento [1] l'arte pre-classica venne considerata una sorta di avanguardia da rimettere in cammino perché ritenuta depositaria di valori e matrice per la ricerca di un linguaggio universale:
“Pirro Marconi propose il termine 'anticlassico'; altri sperimentarono più tardi 'aclassico' o 'eteroclassico' (…) Una sorta di avanguardia artistica antica che poteva esser resa ancora “attuale” e perciò proposta a modello per l'arte contemporanea (…) Il 'classico' come era stato costruito nei secoli precedenti non bastava più perché esso potesse alimentare il 'moderno' doveva produrre dal suo seno fecondi anticorpi, percorsi alternativi, suggerimenti sperimentali; doveva evocare e legittimare anche il primitivo e l'anticlassico, accogliere in sé non solo il centro ma anche i margini, persino le deviazioni dell'arte antica. Doveva insomma mettersi in sintonia con le Avanguardie” (Settis, 2004)
venerdì 3 luglio 2015
Sulle tracce di Barabba
Il libro Sulle tracce di Barabba è scaricabile da google drive a questo link: https://drive.google.com/file/d/0B73YRmn-Pj2aQzJWSGhMSVdDaEE/view?usp=sharing
di Francu Pilloni
Questo è il titolo
definitivo che ho dato a un mio libro, che non è però l’ultimo, visto che ci
sto appresso da oltre dieci anni, scritto prima in sardo e poi in italiano, nuovamente
in sardo e ancora in italiano.
Alla vista pare proprio un romanzo, sebbene non sia solamente un romanzo, ma un cammino lungo il quale sento di aver imboccato decisamente la via che porta a Occidente.
di Francu Pilloni
Alla vista pare proprio un romanzo, sebbene non sia solamente un romanzo, ma un cammino lungo il quale sento di aver imboccato decisamente la via che porta a Occidente.
In primo luogo è un racconto di vita, di qualche mese di vita
di un uomo alle prese con questioni e problemi più grossi di quanto sia
abituato a sopportare, di quanto sia disposto ad affrontare.
C’è di notevole che il personaggio principale, un maschio di mezz'età, pur afflitto da cento contraddizioni, in pratica sottopone ad autoanalisi se stesso col rigore del professionista, congiunto all’autocomprensione di uno che si vuole bene, comunque e in ogni caso.
Se non altro, risparmia sulla parcella dello psicologo e non si lagna dei risultati.
C’è di notevole che il personaggio principale, un maschio di mezz'età, pur afflitto da cento contraddizioni, in pratica sottopone ad autoanalisi se stesso col rigore del professionista, congiunto all’autocomprensione di uno che si vuole bene, comunque e in ogni caso.
Se non altro, risparmia sulla parcella dello psicologo e non si lagna dei risultati.
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