sabato 30 marzo 2019
venerdì 22 marzo 2019
Il pozzo di Santa Cristina: 4° parte - Il mòdano: numeri e solo numeri
di Sandro Angei
8. Il mòdano: una prova tangibile
Fig. 8
Quelle genti avrebbero potuto scegliere una inclinazione della scala più agevole, ma in in un progetto nel quale la stiba è utilizzata quale unità di misura di riferimento, anche il
gradino doveva rispettare dei rapporti ben precisi; rapporti che abbiamo scoperto essere 4/7 e 5/7 di stiba.
A questo punto l'ipotesi potrebbe apparire ardua se entrassimo in un ambito piuttosto aleatorio di rapporti numerici che potrebbero esser solo ed esclusivamente frutto del caso, o nella peggiore delle ipotesi, frutto di una insana ricerca (la mia) di un qualche valore che possa verosimilmente coincidere col dato rilevato. Ma sapendo di dover dar conto di un manufatto costruito secondo un ragionamento dettato in gran parte da un modo di pensare pratico, è necessario trovare il sistema che condusse alla scelta di quei rapporti numerici.
24/24 = 1 →
21 giugno
12/24 = 1/2 → 20 aprile - individuazione della base del 12° anello
8/24 = 1/3 → 20 marzo e 23 settembre
6/24 = 1/4 → inclinazione della scalinata
3/24 = 1/8 → 21 dicembre
4 Si
noti che il valore di 72°39' è in ottimo accordo con
l'inclinazione della linea che congiunge il bordo dell'oculo con la
base del 12° anello: 72°48'.
Il pozzo di Santa Cristina: 2° parte - l'unità di misura
Il pozzo di Santa Cristina: 3° parte - Il sole detta le regole
Il pozzo di Santa Cristina: 3° parte - Il sole detta le regole
8. Il mòdano: una prova tangibile
La funzione del mòdano, come abbiamo
visto soddisfa i requisiti di carattere astronomico e ciò potrebbe
bastare per definire eccezionale quanto scoperto; però non dimostra
fino in fondo che quelle genti conoscessero effettivamente questi
rapporti intercorrenti tra misure lineari e inclinazione dei raggi
solari descritti nel 7° capitolo; ma ancora una volta e in modo sorprendente,
quegli architetti, a testimonianza del loro operato, hanno lasciato
una prova inconfutabile, indipendente dalla meccanica celeste,
perché quel mòdano individuava ad 1/4 della sua altezza
l’inclinazione della scalinata così come doveva essere impostata
originariamente; ossia con una inclinazione di 38°40’.
Proprio questo dato dimostra la conoscenza da parte di quelle genti
di quei rapporti numerici tra geometria e astronomia. Il dato inoltre
è rafforzato dal suo preciso inserimento nella suddivisione in 24 parti del
cateto AB (Fig. 8).
Fig. 8
A questo punto l'ipotesi potrebbe apparire ardua se entrassimo in un ambito piuttosto aleatorio di rapporti numerici che potrebbero esser solo ed esclusivamente frutto del caso, o nella peggiore delle ipotesi, frutto di una insana ricerca (la mia) di un qualche valore che possa verosimilmente coincidere col dato rilevato. Ma sapendo di dover dar conto di un manufatto costruito secondo un ragionamento dettato in gran parte da un modo di pensare pratico, è necessario trovare il sistema che condusse alla scelta di quei rapporti numerici.
Intenzionalità, caso o ricercatore alla ricerca del rapporto numerico?
La
pendenza originaria della scalinata era, come detto, di 38°40', per
tanto le misure di alzata e pedata del gradino sono legate da questa
inclinazione. Osserviamo che i 24 gradini hanno un'alzata media di
24,2 cm, però i primi 7, che possiamo presumere siano quelli della
originale impostazione (vedremo in seguito il perché), hanno
un'alzata media di 24,57 cm. (1,72 m/7 gradini), che impone una
pedata di 30,71 cm. Si noti che la misura di 24,57 cm è in perfetto
rapporto frazionario con la stiba di
43 cm: 4/7
di stiba,
mentre la pedata è nel rapporto di 5/7
di stiba.
Certamente
possiamo trovare numerose frazioni che possano soddisfare, entro certi
limiti, le nostre misure sulla base della stiba;
ma la più vicina coppia di frazioni con medesimo denominatore è 14/25
e 18/25.1
Risulta
evidente che in un range di frazioni compreso tra 1/1 e 20/100 (vedi
nota 1), che conta 2000 diverse combinazioni, non si sta cercando un
qualche rapporto numerico ad
hoc,
ma semplicemente si sta constatando la rarità di questi. In ragione
di ciò è verosimile che i due rapporti 4/7 e 5/7 siano
intenzionali. Meno verosimile è la coppia 15/25 e 18/25 per via di un
denominatore eccessivamente elevato.
L'intenzionalità
comunque non stà nella individuazione su base teorica dei rapporti
di 4/7 e 5/7, piuttosto nella scelta del rapporto ottimale secondo un
procedimento di valutazione del tutto empirico. Procedimento che vede quei due rapporti numerici banale conseguenza e non un dato imposto a priori.
Quale
pensiero possa aver indotto all'assunzione di questi rapporti
numerici ben precisi parrebbe difficile scoprirlo, ma possiamo
pensare che volendo rispettare i rapporti dimensionali con la stiba, quelle genti si siano affidate a questa per impostare la pendenza della scala.
Come possiamo vedere nell'immagine di Fig. 9, la pendenza è imposta dalla misura in orizzontale di 5 stibe (lato AB) e quella verticale di 4 stibe (lato BC).
La dimensione dei gradini fu impostata scegliendo in modo appropriato il giusto rapporto tra alzata e pedata dividendo in un numero preciso di segmenti l'ipotenusa del triangolo rettangolo ABC individuato nel mòdano (vedi ancora Fig. 9).
Come possiamo vedere nell'immagine di Fig. 9, la pendenza è imposta dalla misura in orizzontale di 5 stibe (lato AB) e quella verticale di 4 stibe (lato BC).
La dimensione dei gradini fu impostata scegliendo in modo appropriato il giusto rapporto tra alzata e pedata dividendo in un numero preciso di segmenti l'ipotenusa del triangolo rettangolo ABC individuato nel mòdano (vedi ancora Fig. 9).
Fig.
9
Quei costruttori avrebbero potuto dividere l'ipotenusa AC in qualsivoglia numero di
parti uguali: 5, 6...24. Evidentemente dividendola in 6 parti avrebbero ottenuto frazioni pari rispettivamente a 5/6 e 4/6, se divisa in 12 parti, frazioni di 5/12 e 4/12, e così via. La scelta ricadde sul numero 7; numero che
soddisfa le esigenze “fisiche” del dislivello da superare.
Infatti la divisione in 8 parti avrebbe comportato un'alzata di 21,5 cm e una pedata di 30,7 cm (misure che rientrano in quelle antropometriche ancora oggi usate in alcuni casi); però un'alzata di 21,5 cm x 24 gradini avrebbe superato un dislivello di soli 5,16 m, contro i 5,81 reali.2 Una divisione in 6 parti avrebbe comportato un'alzata di 28,7 cm e una pedata di 45,9 cm. Un'alzata di 28,7 cm x 24 gradini avrebbe superato un dislivello di 6,89 m. Questa suddivisione fu scartata evidentemente, non per l'eccessivo dislivello superabile, piuttosto per le dimensioni non proprio antropometriche dei gradini.3
Infatti la divisione in 8 parti avrebbe comportato un'alzata di 21,5 cm e una pedata di 30,7 cm (misure che rientrano in quelle antropometriche ancora oggi usate in alcuni casi); però un'alzata di 21,5 cm x 24 gradini avrebbe superato un dislivello di soli 5,16 m, contro i 5,81 reali.2 Una divisione in 6 parti avrebbe comportato un'alzata di 28,7 cm e una pedata di 45,9 cm. Un'alzata di 28,7 cm x 24 gradini avrebbe superato un dislivello di 6,89 m. Questa suddivisione fu scartata evidentemente, non per l'eccessivo dislivello superabile, piuttosto per le dimensioni non proprio antropometriche dei gradini.3
Il
giusto rapporto tra dimensione dei gradini e dislivello superabile
con un numero fisso e, oserei dire imprescindibile, di gradini: 24, fu
ottenuto dividendo l'ipotenusa in 7 parti uguali.
***
A prescindere da questi rapporti stringenti tra misure del gradino e la stiba, possiamo dire con tutta sicurezza che nel mòdano sono registrati 6 dati
fondamentali che vennero riportati con i seguenti rapporti numerici:
1, 1/2, 1/3, 1/4, 1/8.
12/24 = 1/2 → 20 aprile - individuazione della base del 12° anello
8/24 = 1/3 → 20 marzo e 23 settembre
6/24 = 1/4 → inclinazione della scalinata
3/24 = 1/8 → 21 dicembre
9.
Numeri e solo numeri
Il
mòdano, così come abbiamo ipotizzato fosse concepito, è di per sé
uno strumento dalle proprietà eccellenti, ma forse nasconde ancora
un particolare non di poco conto.
Naturalmente nessuna prova reale può essere addotta a supporto, per tanto ci accontentiamo delle ipotesi, basate comunque sulla possibile esperienza pratica che quelle genti sicuramente avevano.
Naturalmente nessuna prova reale può essere addotta a supporto, per tanto ci accontentiamo delle ipotesi, basate comunque sulla possibile esperienza pratica che quelle genti sicuramente avevano.
In
questo capitolo prenderemo in considerazione l'ipotesi costruttiva
del mòdano secondo rapporti numerici ben precisi che potenzialmente
quelle genti avrebbero potuto individuare nelle inclinazioni dei
raggi solari rapportati all'unità di misura scelta.
La
curiosità e l'intraprendenza mi ha portato a valutare quale rapporto
numerico in termini di stibe
possa avvicinarsi ai rapporti numerici riscontrati nel mòdano appena
descritto.
Mi
sono imbattuto in un numero frazionario in base 16 (stibe)
rapportabile anche in base 48 (base sulla quale nel 3° capitolo
abbiamo definito la “unità” di 14,33 cm), seconda la quale in un
triangolo rettangolo avente il cateto verticale pari a 16 stibe o 48
unità, l'inclinazione dei raggi solari al
solstizio d'estate è data da una base pari a 5 stibe o 15 unità,
ossia: 5/16 o 15/48 (Fig. 10).
Fig. 10
Secondo
questo rapporto numerico otteniamo un mòdano con inclinazione dei
raggi solari al solstizio d'estate pari a 72°39' che è in ottimo
accordo con l'angolo individuato con altro criterio geometrico per
l'azimut di 154°: angolo di 72°27' e con l'altezza astronomica di 72°17'
(vedi tab. di Fig. 4 del 3° capitolo). In ragione di ciò abbiamo
ricostruito il mòdano, che chiameremo “mòdano
rapportato”,
secondo i numeri frazionati su esposti: 5/16, 1/2, 1/3, 1/4 1/8; ottenendo il seguente risultato:
Solstizio
d'estate modano
rapportato
72°39'4
astronomico 72°17' geometrico 72°27'
20
aprile modano
rapportato
58°00'
astronomico 58°49' geometrico 57°41'
20
marzo modano rapportato
46°51' astronomico 46°30' geometrico 46°30'
21
dicembre modano
rapportato
21°48' astronomico 22°34' geometrico 21°34'
scalinata modano
rapportato
38°40' geometrico 38°44'5
Con
tutta evidenza i valori rientrano in tolleranza, tanto da poter
auspicare che la nostra ipotesi possa risultare vera.
Per
tanto il rapporto numerico da memorizzare per la realizzazione dello "strumento" era 5/16, ossia 5 stibe
di base e 16 stibe
d'altezza, per la costruzione della squadra.
Fatto
ciò, per ottenere le inclinazioni dei raggi solari cercate sarebbe stato necessario dividere il cateto maggiore in 24 parti, per individuare
i noti rapporti intermedi di 3/24 (semplificato in 1/8),
6/24 (1/4),
8/24 (1/3)
e 12/24 (1/2).
A ben vedere però non era necessario neanche questa suddivisione
visto che 1/4 è la metà di 1/2 e 1/8 è la metà di 1/4. Per cui la
divisione del cateto maggiore si risolverebbe memorizzando i seguenti
dati:
Il
cateto maggiore lo divido a metà, il tratto inferiore lo divido
ancora a metà, il tratto inferiore lo divido ancora a metà. Segue
la divisione per 1/3 dell'intero (Fig. 11).
Fig.11
Se
ciò fosse vero, come pensiamo sia, il sistema di costruzione del
pozzo di Santa Cristina in particolare, e forse di qualsiasi altro
monumento in generale, sarebbe svincolato completamente da ogni
successiva verifica dell'inclinazione dei raggi solari e si baserebbe
solo sul modulo della stiba
e dei suoi sottomultipli.
Una
considerazione
Le
elaborazioni da me eseguite sono basate su strumenti di alta
precisione, capaci di scandire i secondi d'arco e i millimetri. Col
programma di grafica si possono impostare approssimazioni
estremamente elevate, che comunque sarebbero ridicole in questo
contesto (lo è già l'approssimazione ai secondi d'arco ed il
millimetro); tenuto anche conto che le approssimazioni da me operate sono
estremamente elevate rispetto a quelle che potevano operare 3000 anni
fa con strumenti primitivi; tanto che gli scarti riscontrati tra
mòdano rapportato
e dato astronomico non sarebbe percepibile. In sostanza se eseguissi
materialmente le costruzioni geometriche descritte, con mezzi che
potremmo definire “di fortuna”; per quanta perizia vi possa profondere, di certo le differenze tra dato teorico e dato empirico non
sarebbero rilevabili.
In
ragione di ciò nel prosieguo dello studio possiamo adottare quale
strumento di misura il mòdano
rapportato.
Seconda considerazione
Seconda considerazione
Da quanto fin qui esposto traspare quello che per quelle genti appariva quale "miracoloso messaggio divino". Un messaggio composto di luce, geometrie e numeri. Luce, geometrie e numeri, che prendevano forma attraverso uno strumento materiale: sa stiba, di qualsivoglia misura scelta e che appunto, essendo slegata da qualsiasi unità campione, era unità di misura assoluta che materializzava numeri assoluti. Numeri assoluti che in qualunque luogo e chiunque, benché di diversa estrazione culturale, che fosse Sardo, Egiziano, Babilonese, Indiano, Cinese se non di qualche antica civiltà precolombiana, avrebbe potuto utilizzare. I rapporti numerici di 1/2, 1/3, 1/4, 1/8 sono assoluti, trascendono da qualsiasi unità di misura e per tanto possono essere usati in tutte le unità di misura. Questa fu la geniale intuizione di quelle genti. E se ciò che andiamo asserendo è vero, nei monumenti di età nuragica non dobbiamo cercare unità di misura particolari, ma numeri e solo numeri.
Note e riferimenti bibliografici
1 In un range di 0.5 cm in più o in meno rispetto alle nostre misure i valori sono soddisfati solo dalle frazioni 15/25 e 18/25 in un gruppo di frazioni da 1 a 20 al numeratore e 1 a 100 al denominatore. In questo range di frazioni, che conta 2000 diverse combinazioni, 15/25 e 18/25 sono le uniche frazioni ,dopo 4/7 e 5/7, che soddisfano l'univocità del denominatore e per approssimazione, il dato metrico.
2 5,81 m è il dislivello che misuriamo attualmente nella scalinata, che però, a quanto pare, fu oggetto di ricostruzione da parte dell'archeologo E. Atzeni. Sembra verosimile, secondo le misure ipotetiche da me individuate, che il dislivello originario fosse di 28,57 cm x 24 gradini = 589,68 cm (colgo l'occasione per dire che la seconda cifra decimale è puramente estetica, essendo dell'ordine del decimo di millimetro; tant'è che se avessi espresso le misure in metri avrei scritto 5.90 m e non 5.8968).
3 Si noti che nella progettazione di una scala si tende a dimensionare i gradini nella proporzione ottimale di 17 cm di alzata x 30 cm di pedata. In alcuni casi, come nelle scale a chiocciola, si tende ad elevare l'alzata fino a 21 cm e anche più.
5 L'inclinazione
è stata misurata dal bordo del 2° gradino al bordo del 7°
gradino.
martedì 19 marzo 2019
Il pozzo di Santa Cristina: 3° parte - Il sole detta le regole
Ipotetica ricostruzione di un mòdano
di Sandro Angei
Abbiamo
individuato l'unità di misura "sa stiba", non ultima delle ennesime peculiarità
di questo formidabile pozzo1.
Ne abbiamo scoperta un’altra, dettata sicuramente dal “caso
astronomico”2 che, con ogni probabilità, fu utilizzata
per realizzare un “mòdano"3
da costruzione.
domenica 17 marzo 2019
Il pozzo di Santa Cristina: 2° parte - l'unità di misura
di Sandro Angei
3. L’unità di misura
Il pozzo fu realizzato senza alcun
dubbio sulla base di un ben preciso progetto, come abbiamo già detto
in premessa. Un progetto che non può esulare dall’utilizzo di una
specifica unità di misura.
E’ compito arduo trovare questa
unità di misura, ma è quello che cercheremo di fare.
Partiamo dai dati in nostro possesso
per dire che quelli eclatanti sono legati al numero 24 e al numero
12. Notiamo che l’altezza totale di 688 cm del pozzo divisa in 24
parti uguali restituisce una unità di misura pari a 28.66
cm,
che grossomodo corrisponde alla
misura di un piede1.
Comunque sia questa è una misura che non ha riscontro preciso con altre di
giovedì 14 marzo 2019
Il pozzo di Santa Cristina, un pozzo di scienza: 1° parte
Riassunto
Lo studio
si ricollega ad un mio precedente lavoro sul pozzo di Santa Cristina;
lì proposi il carattere solare del monumento, portando quali
argomenti del mio assunto una serie di prove che coniugavano un
evento astronomico, palesato da due ierofanie luminose, con l'aspetto
sacro e calendariale che quelle manifestazioni esprimevano.
In questo studio mi prefiggo di dimostrare la concreta fattibilità del monumento. Per arrivare a questo obiettivo ho dovuto indagare affondo l'edificio, sin nelle sue minime caratteristiche, alla ricerca di dati eclatanti che potessero reggere la fatidica "prova del nove". Ho dovuto riscoprire accorgimenti di pratica manualità, lì dove oggi risolviamo i problemi con l'ausilio della teoria che interpreta i fatti sperimentali; nonché dare risposte a quesiti che man mano si presentavano; ad esempio:
In questo studio mi prefiggo di dimostrare la concreta fattibilità del monumento. Per arrivare a questo obiettivo ho dovuto indagare affondo l'edificio, sin nelle sue minime caratteristiche, alla ricerca di dati eclatanti che potessero reggere la fatidica "prova del nove". Ho dovuto riscoprire accorgimenti di pratica manualità, lì dove oggi risolviamo i problemi con l'ausilio della teoria che interpreta i fatti sperimentali; nonché dare risposte a quesiti che man mano si presentavano; ad esempio:
- unità di misura
- proprietà astronomica del sole e utilizzo di un mòdano
- divisione di una lunghezza in un qualsivoglia numero di parti uguali
- orientamento geografico della scalinata senza bussola e senza strumenti
topografici di
precisione.
- individuazione esatta dell'ombra
- individuazione esatta dell'ombra
giovedì 7 marzo 2019
Santadi. Pirosu su Benatzu. Il pugnaletto nuragico con ‘decorazione’ a puntinato. Cioè con ulteriore ‘scrittura’. L’iconografia di esso? La stessa, sembra, delle cosiddette ‘Statue stele’ del Sarcidano.
di Gigi Sanna
Sul pugnaletto
nuragico, detto ad elsa gammata, variamente interpretato dagli archeologi (1), ci siamo espressi già dal 2004. Lo
abbiamo inteso come oggetto di ‘distinzione’, di ‘prestigio’, appartenente cioè
a persone di alto rango e soprattutto, aspetto che ha colpito particolarmente gli
ermeneuti, scritto (2). Il dato epigrafico intendiamo oggi
rafforzarlo attraverso l’analisi puntuale del pugnaletto rinvenuto nella grotta
di Pirosu su Benatzu di Santadi. E
più precisamente con la lettura della particolare ‘decorazione’ a puntinato che
interessa la parte alta e quella mediana di esso.
domenica 17 febbraio 2019
Grizzana, Monte Acuto Ragazza (Bologna). L’atleta offerente. Un gioiello dell’arte della scrittura metagrafica etrusca. Una formidabile μηχανή apotropaica per la continuità della luce. Non un ex voto ma una ‘petitio’, un ‘omen secundum’. Bronzetti sardi e bronzetti etruschi.
di Gigi Sanna
dedicato a Sergio Frau (*)
Premessa
Più volte (1) ormai abbiamo sottolineato, con riscontri oggettivi che abbiamo ritenuto pertinenti e inconfutabili, il prestito della crittografia agli etruschi da parte dei nuragici. Lo stilismo e la magnificenza dell’arte scultorea greca delle opere etrusche mascherano notevolmente l’ideologia comune della luce terrena e ultraterrena e solo una puntuale osservazione dei manufatti permette di capire che dietro l’opulenza greco - etrusca c’è il system, diverso ma ugualmente assai pregnante, che dà luogo alla realizzazione e alla rappresentazione della religiosità degli ideatori e costruttori dei nuraghi. Chi ritiene che le opere dell’arte etrusca siano semplice espressione di simbolismo e di decorativismo non continui questa lettura: il pregiudizio di anni e anni (secoli ormai) di interpretazione è una ganga difficilmente rimovibile da ciò che sottostà, ovvero dalla ‘cosa’ più nascosta e per questo assai più preziosa.
Neanche il riferimento all’arte egiziana che nella scrittura - com’è noto - contemplava decus, symbolum e sonus, cioè tutti e tre gli aspetti (2) e non solo due lo indurrà a pensare che il sonus, soprattutto questo, sia presente negli oggetti, nelle tombe, nelle pitture della vastissima arte funeraria etrusca. Il ‘codice’ funerario posto in essere dagli Etruschi, quello di cui tanto si parla da parte degli studiosi perché si insista e si moltiplichino le forze per una sua ‘decifrazione’, resterà un codice per sempre inafferrabile perché né il decus né la simbologia (con l’eterna domanda senza risposta scientifica: ‘di che cosa’ o ‘di chi’ una ‘cosa’ è simbolo?) permetteranno di capire nel profondo il messaggio insito in tanta varietà di componimenti. Una‘unda currens’ sarà così sempre decorazione, così come lo saranno un motivo floreale ripetuto, dei dentelli ripetuti, delle pieghe ripetute di un chitone, dei punti reiterati, un serpente o una fontana da cui sgorga l’acqua continua. Mai ci si chiederà cosa accomuna quelle ripetizioni, quei dati topici. Una patera (patna) sarà sempre decorazione e simbolo di libagione, un anello sigillo sempre decorazione e simbolo di prestigio sociale, uno o due cuscini segno di altezza sociale e di funzionalità per i nobili gomiti di chi sta sdraiato sul triclinio. E così via. Mai ci si chiederà se quegli oggetti possano costituire dell’altro ovvero degli ideogrammi da abbinare ad altri ideogrammi ancora, in una organica catena sintattica di voci che possano dare senso. E così, procedendo nell’analisi di superficie, depistante e ingannatrice, tutto resterà muto o al più opinabile (io penso, tu pensi, egli pensa) con i famosi fiumi d’inchiostro, che si aggiungeranno ad altri fiumi nel tempo, per i vani tentativi di risoluzione del rebus. Sembra proprio essersi dimenticata del tutto l’esperienza ottocentesca per la scrittura egiziana o quella novecentesca della scrittura maya dove tutti si puntava sulla mera decifrazione della simbologia e non della fonetica ritenuta, tra ironia e sarcasmo, tra ilarità e supponenza, del tutto inesistente.
dedicato a Sergio Frau (*)
Premessa
Più volte (1) ormai abbiamo sottolineato, con riscontri oggettivi che abbiamo ritenuto pertinenti e inconfutabili, il prestito della crittografia agli etruschi da parte dei nuragici. Lo stilismo e la magnificenza dell’arte scultorea greca delle opere etrusche mascherano notevolmente l’ideologia comune della luce terrena e ultraterrena e solo una puntuale osservazione dei manufatti permette di capire che dietro l’opulenza greco - etrusca c’è il system, diverso ma ugualmente assai pregnante, che dà luogo alla realizzazione e alla rappresentazione della religiosità degli ideatori e costruttori dei nuraghi. Chi ritiene che le opere dell’arte etrusca siano semplice espressione di simbolismo e di decorativismo non continui questa lettura: il pregiudizio di anni e anni (secoli ormai) di interpretazione è una ganga difficilmente rimovibile da ciò che sottostà, ovvero dalla ‘cosa’ più nascosta e per questo assai più preziosa.
Neanche il riferimento all’arte egiziana che nella scrittura - com’è noto - contemplava decus, symbolum e sonus, cioè tutti e tre gli aspetti (2) e non solo due lo indurrà a pensare che il sonus, soprattutto questo, sia presente negli oggetti, nelle tombe, nelle pitture della vastissima arte funeraria etrusca. Il ‘codice’ funerario posto in essere dagli Etruschi, quello di cui tanto si parla da parte degli studiosi perché si insista e si moltiplichino le forze per una sua ‘decifrazione’, resterà un codice per sempre inafferrabile perché né il decus né la simbologia (con l’eterna domanda senza risposta scientifica: ‘di che cosa’ o ‘di chi’ una ‘cosa’ è simbolo?) permetteranno di capire nel profondo il messaggio insito in tanta varietà di componimenti. Una‘unda currens’ sarà così sempre decorazione, così come lo saranno un motivo floreale ripetuto, dei dentelli ripetuti, delle pieghe ripetute di un chitone, dei punti reiterati, un serpente o una fontana da cui sgorga l’acqua continua. Mai ci si chiederà cosa accomuna quelle ripetizioni, quei dati topici. Una patera (patna) sarà sempre decorazione e simbolo di libagione, un anello sigillo sempre decorazione e simbolo di prestigio sociale, uno o due cuscini segno di altezza sociale e di funzionalità per i nobili gomiti di chi sta sdraiato sul triclinio. E così via. Mai ci si chiederà se quegli oggetti possano costituire dell’altro ovvero degli ideogrammi da abbinare ad altri ideogrammi ancora, in una organica catena sintattica di voci che possano dare senso. E così, procedendo nell’analisi di superficie, depistante e ingannatrice, tutto resterà muto o al più opinabile (io penso, tu pensi, egli pensa) con i famosi fiumi d’inchiostro, che si aggiungeranno ad altri fiumi nel tempo, per i vani tentativi di risoluzione del rebus. Sembra proprio essersi dimenticata del tutto l’esperienza ottocentesca per la scrittura egiziana o quella novecentesca della scrittura maya dove tutti si puntava sulla mera decifrazione della simbologia e non della fonetica ritenuta, tra ironia e sarcasmo, tra ilarità e supponenza, del tutto inesistente.
mercoledì 13 febbraio 2019
Laguna di Mistras: il nuraghe sommerso
di Atropa Belladonna
Lo sapevate? Nella laguna di Mistras (Cabras, OR), in prossimità di quella lingua di terra chiamata Sa Mistraredda che si estende da nord-est a sud-ovest, ci sono i resti sommersi di un nuraghe: S'Archeddu 'e Sa Mistraredda (1) (Figura 1). Quel che ne rimane dopo le spoliazioni- probabilmente già in antico- sono cinte murarie in blocchi di basalto, finite sott'acqua nel corso della lunga lotta tra terra, mare e fiume una lotta vinta dal mare circa 2000 anni fa (2):.
Lo sapevate? Nella laguna di Mistras (Cabras, OR), in prossimità di quella lingua di terra chiamata Sa Mistraredda che si estende da nord-est a sud-ovest, ci sono i resti sommersi di un nuraghe: S'Archeddu 'e Sa Mistraredda (1) (Figura 1). Quel che ne rimane dopo le spoliazioni- probabilmente già in antico- sono cinte murarie in blocchi di basalto, finite sott'acqua nel corso della lunga lotta tra terra, mare e fiume una lotta vinta dal mare circa 2000 anni fa (2):.
![]() |
| Figura 1 |
domenica 10 febbraio 2019
Quando gli Etruschi inventarono l'arco a conci, in Sardegna lo avevano già dismesso.
Isomorfismo
del sole,
di Sandro Angei
Sommario
Con questo studio si vuole retrodatare la tecnica
costruttiva dell'arco a conci, che normalmente è attribuita agli
Etruschi. Un reperto archeologico datato alla prima età del ferro
dimostra che la civiltà nuragica conobbe la tecnica ancor prima
degli Etruschi. Lo studio prosegue intravvedendo nell'elemento
architettonico “arco” un simbolismo che dal lontanissimo passato
arrivò indenne fino all'età nuragica.
***
mercoledì 6 febbraio 2019
Cabras. Perché dopo 12 anni dalla disponibilità del Soprintendente Giovanni Azzena e a venti dalla consegna del sigillo A1 di Tzricotu non è stata mai fatta la perizia metallografica sul manufatto bronzeo? A chi toccava e a chi tocca oggi promuoverla e farla fare?

L’architetto Franco Tabacco ha pubblicato
una vignetta che ha inteso, in qualche modo,
smuovere le coscienze circa un fatto che sa dell’incredibile: la perizia
non ancora effettuata, a 20 anni dalla consegna da parte dell’agricoltore
Andrea Porcu, della ‘tavoletta sigillo’ (detta 'placchetta') rinvenuta nei pressi del Nuraghe
Tzricotu di Cabras.
giovedì 31 gennaio 2019
domenica 27 gennaio 2019
SARDARA. Se per precisi calcoli scientifici non sono ‘unità’ ponderali cosa sono mai le 26 e le 31 ‘tacche’ dei due lingotti in piombo della capanna di Santa Anastasia di Sardara? Non saranno ‘segni’ del system di scrittura dei nuragici? Non sarà la solita ‘scrittura’ criptata? Quindi non ‘scrittura numerale’ ma scrittura ‘tout court’?
di Gigi Sanna
Panella 1 : 26 segni
Panella 2: 31 segni
Nella sua tesi di dottorato (1), circa le ‘tacche’ dei due lingotti
rinvenuti presso la capanna n.5 del Santuario di Santa Anastasia di Sardara (2),
Nicola Ialongo scrive:
"Il
problema principale sta nel fatto che i risultati ottenuti non corrispondono a nessuna concentrazione di valori, né a valori noti in pesi da bilancia. Il fenomeno può avere almeno
due spiegazioni: l’ipotetica unità cui farebbero riferimento le tacche potrebbe
semplicemente non essere ancora sufficientemente
documentata dai dati disponibili. In alternativa, i simboli potrebbero non
avere nulla a che fare con la massa del singolo oggetto e identificare un altro tipo di conteggio, come, ad esempio, la
quantità di lingotti presenti in una “partita” o la massa complessiva della
partita stessa. Quest’ultima possibilità, in particolare, se supportata da
ulteriori dati, potrebbe suggerire che nella Sardegna nuragica dell’età del
ferro esistessero forme embrionali di sistemi di notazione legati a pratiche
commerciali o amministrative. La ricorrenza di segni ponderali all’interno di
concentrazioni di valori conferma la validità dell’analisi statistica, e
testimonia in modo inequivocabile l’utilizzo di un sistema convenzionale,
seppure rudimentale, di notazione scritta. Per sua stessa natura una scala
ponderale è di fatto una struttura normativa, un costrutto artificiale che
impiega strumenti specializzati e simboli specifici nell’ambito di un sistema
convenzionale. Si può inoltre affermare, in modo sufficientemente realistico,
che una scala ponderale che fa uso di simboli è un sistema convenzionale
strutturalmente molto simile alla
scrittura, nella misura in cui il simbolo viene univocamente ricondotto al
significato nell’ambito di una serie di norme condivise.
mercoledì 23 gennaio 2019
Tharros - Un “logo” ante litteram da Murru mannu
di Sandro Angei
Si è detto molto su Murru mannu, della sua postierla (sic!), del muro e della scritta, ma ogni tanto salta fuori qualche dettaglio da
approfondire.
La scritta di Murru mannu così come la trascrisse il Prof. Garbini
Sommario
Il presente articolo è la naturale prosecuzione dello studio sulla cosiddetta Postierla di Murru mannu in Tharros; col quale esponemmo la scoperta di una interessante manifestazione luminosa (ierofania) legata ad una particolare data (22 di aprile); data attestata prima nel pozzo sacro di Sant'Anastasia di Sardara e dopo nel pozzo sacro di Santa Cristina.
Con questo articolo si vuole dimostrare una stringente correlazione tra la scritta grafita di Murru mannu e il sito di Murru mannu stesso, alla luce della scoperta della ierofania prima menzionata e sulla base del significato della stessa scritta.
***
lunedì 21 gennaio 2019
Il dio BES nascosto. Un piccolo capolavoro lapideo e l'arte dei nuragici di criptare gli oggetti apotropaici. Che fine ha fatto la 'statuina'? Perchè di essa non si parla?
di Gigi Sanna

Questo è uno dei capolavori dell'arte scultorea dei nuragici, il capolavoro dell' 'OZ (parola semitica) ovvero della 'potenza' ed energia divina che ha sempre la meglio sul male. Si tratta del dio Bes che difende e protegge gli uomini stritolando simbolicamente il drago (nell'immagine scolpito con la sola testa).
Fu sequestrato, insieme ad altri reperti, litici e non, ad un collezionista di San Gavino dai carabinieri e consegnato da essi alla Sovrintendenza di Cagliari Ma fu pubblicato in 'Sardoa Grammata' (p. 283), prima del sequestro, dal sottoscritto nel 2004 con una foto tratta dalla copertina di un libro di archeologia dello stesso collezionista (signor M.Sanna). Questi non si era minimamente reso conto del contenuto della pietra e l'aveva orientata erroneamente (foto n.1) .
Come ognuno può vedere dalla nostra trascrizione e dal giusto orientamento, la 'protezione' del Dio è resa nascosta dal disegno schematico, molto ermetico, che non consente di individuare subito il tema o soggetto che vi è inciso. Tipico modo questo di procedere dei nuragici, molto attenti nel creare, nello scrivere e nel disegnare dei veri e propri rompicapo con gli oggetti apotropaici.
Nel 2015 ( più di dieci anni dopo) ho cercato di interessare di nuovo gli studiosi e la Sovrintendenza riproponendo il Bes nella mia pagina di facebook. Ancora niente! Da allora, del 'capolavoro' (per me lo è!), nessuna parola. Con ostinazione e scoperto menefreghismo. Quasi fosse nulla.
Pare che si trovi ancora negli scantinati del Comune di San Gavino. 'Imboscato' in eterno. Che tristezza la 'storia dell'arte' arcaica della Sardegna! A partire dalla sublime statuaria dei Giganti 'tori' divini!
Fu sequestrato, insieme ad altri reperti, litici e non, ad un collezionista di San Gavino dai carabinieri e consegnato da essi alla Sovrintendenza di Cagliari Ma fu pubblicato in 'Sardoa Grammata' (p. 283), prima del sequestro, dal sottoscritto nel 2004 con una foto tratta dalla copertina di un libro di archeologia dello stesso collezionista (signor M.Sanna). Questi non si era minimamente reso conto del contenuto della pietra e l'aveva orientata erroneamente (foto n.1) .
Come ognuno può vedere dalla nostra trascrizione e dal giusto orientamento, la 'protezione' del Dio è resa nascosta dal disegno schematico, molto ermetico, che non consente di individuare subito il tema o soggetto che vi è inciso. Tipico modo questo di procedere dei nuragici, molto attenti nel creare, nello scrivere e nel disegnare dei veri e propri rompicapo con gli oggetti apotropaici.
Nel 2015 ( più di dieci anni dopo) ho cercato di interessare di nuovo gli studiosi e la Sovrintendenza riproponendo il Bes nella mia pagina di facebook. Ancora niente! Da allora, del 'capolavoro' (per me lo è!), nessuna parola. Con ostinazione e scoperto menefreghismo. Quasi fosse nulla.
Pare che si trovi ancora negli scantinati del Comune di San Gavino. 'Imboscato' in eterno. Che tristezza la 'storia dell'arte' arcaica della Sardegna! A partire dalla sublime statuaria dei Giganti 'tori' divini!
martedì 15 gennaio 2019
Unu milione
Così gioì Gian Franco Pintore dal suo blog.
Con grande commozione riproponiamo la sua esultanza che è la nostra.
Grazie a tutti coloro che fino ad oggi ci hanno seguito con passione.
Grazie a chi ci ha supportato.
Grazie a coloro che, cercando di metterci i bastoni tra le ruote e sparato da dietro i muretti a secco bordate di solo rumore, ci hanno dato carica di nuove energie per studiare sempre di più, in modo sereno e oggettivo.
la redazione
Iscriviti a:
Post (Atom)














