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mercoledì 9 marzo 2022

L'AUGURIUM DELLA 'COLOMBA' DI VOLTERRA. IL DOPPIO VOLATILE, UN MONSTRUM REALIZZATO PER CONTENERE DUE SCRITTURE. ENTRAMBE A REBUS?


di Gigi Sanna

Si dice che la lingua etrusca è, per svariati motivi, un enigma e un ‘rebus’. Ciò si sostiene, naturalmente, sulla base delle grosse difficoltà che insorgono nel cercare di capire di essa molti degli aspetti lessicali, morfologici e sintattici. In realtà, a mio parere, il ‘rebus’ sussiste e resiste nel tempo non ‘solo’ per motivi di carattere grammaticale e linguistico, ma anche e soprattutto perché si stenta a considerare un aspetto essenziale dell’etrusco: che la scrittura è criptica, cioè organizzata e strutturata di proposito con il rebus. E’ realizzata per non essere capita se non da pochissimi. Per tanto nella misura in cui si comprenderanno i meccanismi, spesso sofisticati, del rebus posti di norma in essere dalle scuole scribali dei santuari, si comprenderà la lingua etrusca. Essi sono simili e spesso gli stessi usati dagli scribi dei templi greci e nuragici. In particolare quelli inventati dagli scribi di questi ultimi.

  

Fig.1

 Io ritengo che non ci possa essere nella documentazione scritta dell’etrusco un oggetto che meglio possa far comprendere il solito nostro cappello introduttivo circa la lingua etrusca, allorché cerchiamo di interpretare, attraverso la chiave del ‘metagrafico’ (1) l’altro aspetto di essa (della cui esistenza ormai mi sembra che non possano esserci dubbi (2)), ovvero quello dell’etrusco criptato o a rebus. Infatti, la cosiddetta ‘colomba di Volterra’ (3) risulta apparentemente scritta solo sulla superficie del volatile e più precisamente nella parte destra del dorso. In realtà essa è tutta scritta e quella che a noi sembra essere la sola che possa essere definita dai più scrittura è accompagnata dalla (solita) scrittura a rebus che riguarda, come abbiamo visto più volte, non solo una serie notevolissima di oggetti del culto funerario ma anche le pitture parietali e le sculture delle tombe. In non pochi casi interessa persino la struttura

domenica 23 gennaio 2022

Lo specchio dell'anima

 

Fig.1

di Sandro Angei

   Mi accingo, ormai con una certa sicurezza dopo ripetuti tentativi, inizialmente anche un po' maccheronici (mi si passi l'espressione), a cimentarmi nella decifrazione metagrafica di reperti etruschi che tanto mi hanno entusiasmato quali fenomenali rebus scrittori.

Premessa

Quella sopra rappresentata è l'immagine tratta da uno specchio etrusco di bronzo che ho trovato nel volume – Musei Vaticani Museo Gregoriano Etrusco – La raccolta GiacintoGuglielmi vol. II – Bronzi e materiali vari - ed. L'ERMA di BRETSCHNEIDER , che descrive tra gli altri numerosi reperti, degli specchi etruschi (l'immagine qui pubblicata è riprodotta alla pagina 176 del volume).

 Il Dr. Maurizio Sannibale, così descrive il reperto (tralasciamo la parte iniziale che descrive il lato riflettente dello specchio, per concentrarci su quella figurata): "[omissis]. Il campo figurato è incorniciato da un tralcio a foglie d'edera e corimbi sorgente da una coppia di urei schematici (?) affrontati. Nell'esergo campeggia una testa di uccello di profilo verso destra sorgente da ali dispiegate, campite a graticcio per le penne copritrici e da fasci di linee parallele per la resa delle penne remiganti; lo stesso motivo è ripetuto nell'esergo superiore ma con la testa rivolta a sinistra e qualche variante, come l'inserimento del piumaggio del collare, l'occhio che appare sbarrato e tondeggiante, la posizione delle ali incurvate e con le penne rivolte verso l'alto.

  Sul campo figurato è rappresentata una composizione simmetrica a tre personaggi: un a Ninfa/Menade, al centro, è impegnata nella danza con un Satiro posto a destra, che sembra tentare un

domenica 16 gennaio 2022

Scrittura metagrafica etrusca a rebus. Il ‘Sarcofago dei leoni’ di Cerveteri e i κνώδαλα di Chiusi

di Gigi Sanna


 Si dice che la lingua etrusca è, per svariati motivi, un enigma e un ‘rebus’. Ciò si sostiene, naturalmente, sulla base delle grosse difficoltà che insorgono nel cercare di capire di essa molti degli aspetti lessicali, morfologici e sintattici. In realtà, a mio parere, il ‘rebus’ sussiste e resiste nel tempo non ‘solo’ per motivi di carattere grammaticale e linguistico, ma anche e soprattutto perché si stenta a considerare un aspetto essenziale dell’etrusco: che la scrittura è cripica, cioè organizzata e strutturata di proposito con il rebus. E’ realizzata per non essere capita se non da pochissimi. Per tanto nella misura in cui si comprenderanno i meccanismi, spesso sofisticati, del rebus posti di norma in essere dalle scuole scribali dei santuari, si comprenderà la lingua etrusca. Essi sono simili e spesso gli stessi usati dagli scribi dei templi greci e nuragici. In particolare quelli inventati dagli scribi di questi ultimi.

     Il cosiddetto ‘sarcofago dei leoni’ di Cerveteri (fig.1) è stato rinvenuto nel 1950 in una tomba a inumazione.  Diviso a metà per la resa ottimale della cottura si compone, per quanto riguarda l’aspetto iconografico di quattro parti. Sulla parte superiore del sarcofago insistono accosciati quattro leoncini, raffigurati a tutto tondo, in coppia contrapposta e su quella inferiore, realizzati a bassorilievo, due leoni (un maschio ed una femmina) distesi e contrapposti tra di loro. In tutto quindi sei felini. Per l’originalità del manufatto il sarcofago è ritenuto all’unanimità dagli studiosi un grande capolavoro dell’arte etrusca anche se per la lavorazione della ceramica e per la realizzazione delle figure si pensa all’influsso di maestri greci di Corinto. Descritta accuratamente l’opera funeraria, individuati i possibili influssi e le derivazioni stilistiche di essa (1) nulla però si è detto circa il significato della raffigurazione nel suo complesso se non che i felini sono posti a protezione del sarcofago e quindi dell’inumato . Per chi già conosce però il particolare valore sacro del SEI, ovvero sa che il suddetto numero è sostitutivo in Etrusco, per convenzione ideogrammatica, del nome delle divinità astrali Tin e di Uni (2), l’opera denuncia subito che c’è dell’altro che va capito e che essa va interpretata in chiave acrofonica, ideogrammatica e numerologica. Denuncia quello di cui tante altre volte ormai si è detto: che dietro le scene apparenti si nasconde il vero e profondo significato dell’oggetto realizzato a fini funerari.

sabato 21 marzo 2020

Museo Nazionale di Firenze. Il cane ‘calustla’ e il system funerario metagrafico etrusco alla luce delle nuove acquisizioni. Scrittura lineare e scrittura metagrafica. Protasi e apodosi. Il solito Sei ‘continuo’.


di Gigi Sanna
dedicato a Franco Pilloni scrittore e (ex) cacciatore 




















(In camminu s’accontzat su carrigu)

   Si dice che la lingua etrusca è ancora, per svariati motivi, un enigma e un 'rebus'. Ciò si sostiene, naturalmente, sulla base delle grosse difficoltà che insorgono nel cercare di capire di essa molti degli aspetti lessicali, morfologici e sintattici. In realtà, a mio parere, il 'rebus' sussiste e resiste nel tempo non 'solo' per motivi di carattere grammaticale e linguistico, ma anche e soprattutto perché si stenta a considerare un aspetto essenziale dell'etrusco: che la scrittura è criptica, cioè organizzata e strutturata di proposito con il rebus. E' realizzata per non essere capita se non da pochissimi.  Per tanto nella misura in cui si comprenderanno i meccanismi, spesso sofisticati, del rebus, posti di norma in essere dalle scuole scribali dei santuari, si comprenderà la lingua etrusca. Essi sono simili e spesso gli stessi usati dagli scribi dei templi greci e nuragici.  In particolare quelli inventati dagli scribi di questi ultimi.
   Sono trascorsi ormai tre anni (1) da quando per la prima volta, durante la ricerca sul metagrafico etrusco, impiegato per scopi funerari, si è cercato di dare una (provvisoria) interpretazione (2) della statuina in bronzo raffigurante un cagnetto rinvenuta (pare) in agro di Cortona, oggi custodita presso il Museo Nazionale di

mercoledì 12 febbraio 2020

Altes Museum di Berlino. Una kylix di ispirazione pittorica formale greca ma con system funerario metagrafico etrusco. Ancora sulla ‘protezione’, sul ‘sostegno’, sulla ‘stabilità’ del doppio sei (la doppia luce) continuo salvifico. L’osceno e il repellente contro il malocchio?


di gigi sanna   




    L’immagine si trova dipinta in una kylix (κύλιξ) di tipologia ‘foundry painter’ (1) a figure rosse ed è datata 480 a.C.  Custodita in un museo di Berlino come soggetto riporta una ‘ethaera urinating into  a skyphos’ (2). 

   A darne un’interpretazione immediata e superficiale si tratterebbe di una raffigurazione oscena se non  grottesca, giustificabile forse con l’uso scherzoso della κύλιξ, contenitore atto all’uso del vino, particolarmente durante la fase di allegria (3) nei simposi. Secondo noi però il soggetto espresso nella κύλιξ va inteso in senso esoterico apotropaico perché esso denuncia, da certi particolari (4), l’intento di comunicare ideograficamente tre ‘concetti’: quello della ‘protezione’ (5), quello del ‘sostegno’ e infine quello della ‘stabilità’. Infatti, la prostituta, completamente nuda (6), ha i capelli ‘protetti’ da una retina (κεκρύφαλος). I suoi calzari (calcei, gr. κάλκιοι ) sono appesi, ‘sostenuti ‘ da un chiodo (clavus), mentre alla sua destra sempre un clavus (7) ‘sostiene’ un panno per asciugarsi e pulirsi (καταμάγειον). La donna è raffigurata nell’atto dell’orinare in un vaso (κάδος) facendo forza per la ‘stabilità’ sia arcuando le gambe sia ponendo entrambe le mani sulle cosce.

giovedì 9 gennaio 2020

L’hydria etrusca del Museo di Villa Giulia in Roma. Danza, abilità, vigore: l’aiuto (protezione) del Sei, ovvero della luce doppia del Sole e della luna (TIN/UNI) per la rinascita e la salvezza. La incerta presenza, nella raffigurazione del vaso funerario, del mito di Dioniso e dei pirati tirreni.


di gigi sanna   

  





1.Hydria etrusca del Museo di Villa Giulia in Roma

Si dice che la lingua etrusca è ancora, per svariati motivi, un enigma e un 'rebus'. Ciò si sostiene, naturalmente, sulla base delle grosse difficoltà che insorgono nel cercare di capire di essa molti degli aspetti lessicali, morfologici e sintattici. In realtà, a mio parere, il 'rebus' sussiste e resiste nel tempo non 'solo' per motivi di carattere grammaticale e linguistico, ma anche e soprattutto perché si stenta a considerare un aspetto essenziale dell'etrusco: che la scrittura è criptica, cioè organizzata e strutturata di proposito con il rebus. E' realizzata per non essere capita se non da pochissimi.  Per tanto nella misura in cui si comprenderanno i meccanismi, spesso sofisticati, del rebus, posti di norma in essere dalle scuole scribali dei santuari, si comprenderà la lingua etrusca. Essi sono simili e spesso gli stessi usati dagli scribi dei templi greci e nuragici. In particolare quelli inventati dagli scribi di questi ultimi.

giovedì 16 maggio 2019

Perugia. Ipogeo dei Volumni. Scrittura crittografica etrusca. La ’ascesa’ del defunto al cielo con il sostegno, la protezione e la forza della doppia luce continua.


di gigi sanna


Si  dice che la lingua etrusca è ancora, per svariati motivi, un enigma e un 'rebus'. Ciò si sostiene, naturalmente, sulla base delle grosse difficoltà che insorgono nel cercare di capire di essa molti degli aspetti lessicali, morfologici e sintattici. In realtà, a mio parere, il 'rebus' sussiste e resiste nel tempo non 'solo' per motivi di carattere grammaticale e linguistico, ma anche e soprattutto perché si stenta a considerare un aspetto essenziale dell'etrusco: che la scrittura è criptica, cioè organizzata e strutturata di proposito con il rebus. E' realizzata per non essere capita se non da pochissimi.  Pertanto nella misura in cui si comprenderanno i meccanismi, spesso sofisticati, del rebus, posti di norma in essere dalle scuole scribali dei santuari, si comprenderà la lingua etrusca. Essi sono simili e spesso gli stessi usati dagli scribi dei templi greci e nuragici. In particolare quelli inventati dagli scribi di  questi ultimi.  

  

 Urna etrusca dell’ipogeo dei Volumni

domenica 17 febbraio 2019

Grizzana, Monte Acuto Ragazza (Bologna). L’atleta offerente. Un gioiello dell’arte della scrittura metagrafica etrusca. Una formidabile μηχανή apotropaica per la continuità della luce. Non un ex voto ma una ‘petitio’, un ‘omen secundum’. Bronzetti sardi e bronzetti etruschi.

di Gigi Sanna

dedicato a Sergio Frau (*)



 
Premessa

Più volte (1) ormai abbiamo sottolineato, con riscontri oggettivi che abbiamo ritenuto pertinenti e  inconfutabili, il prestito della crittografia agli etruschi da parte dei nuragici. Lo stilismo e la magnificenza dell’arte scultorea greca delle opere etrusche mascherano notevolmente l’ideologia comune della luce terrena e ultraterrena  e solo una puntuale osservazione dei manufatti permette di capire che dietro l’opulenza greco - etrusca c’è il system, diverso ma ugualmente assai pregnante, che dà luogo alla realizzazione e alla rappresentazione della religiosità degli ideatori e costruttori dei nuraghi. Chi ritiene che le opere dell’arte etrusca siano semplice espressione di simbolismo e di decorativismo non continui questa lettura: il pregiudizio di anni e anni (secoli ormai) di interpretazione è una ganga difficilmente rimovibile da ciò che sottostà, ovvero dalla ‘cosa’ più nascosta e per questo assai più preziosa. 

Neanche il riferimento all’arte egiziana che nella scrittura - com’è noto -  contemplava decus, symbolum e sonus, cioè tutti e tre gli aspetti (2) e non solo due lo indurrà a pensare che il sonus, soprattutto questo, sia presente negli oggetti, nelle tombe, nelle pitture della vastissima arte funeraria etrusca. Il ‘codice’ funerario posto in essere dagli Etruschi, quello di cui tanto si parla da parte degli studiosi perché si insista e si moltiplichino le forze per una sua ‘decifrazione’, resterà un codice per sempre inafferrabile perché né il decus né la simbologia (con l’eterna domanda senza risposta scientifica: ‘di che cosa’ o ‘di chi’ una ‘cosa’ è simbolo?) permetteranno di capire nel profondo il messaggio insito in tanta varietà di componimenti. Una‘unda currens’ sarà così sempre decorazione, così come lo saranno un motivo floreale ripetuto, dei dentelli ripetuti, delle pieghe ripetute di un chitone, dei punti reiterati, un serpente o una fontana da cui sgorga l’acqua continua. Mai ci si chiederà cosa accomuna quelle ripetizioni, quei dati topici. Una patera (patna) sarà sempre decorazione e simbolo di libagione, un anello sigillo sempre decorazione e simbolo di prestigio sociale, uno o due cuscini segno di altezza sociale e di funzionalità per i nobili gomiti di chi sta sdraiato sul triclinio. E così via. Mai ci si chiederà se quegli oggetti possano costituire dell’altro ovvero degli ideogrammi da abbinare ad altri ideogrammi ancora, in una organica catena sintattica di voci che possano dare senso. E così, procedendo nell’analisi di superficie,  depistante e ingannatrice, tutto resterà muto o al più opinabile (io penso, tu pensi, egli pensa) con i famosi fiumi d’inchiostro, che si aggiungeranno ad altri fiumi nel tempo, per i vani tentativi di risoluzione del rebus. Sembra proprio essersi dimenticata del tutto l’esperienza ottocentesca per la scrittura egiziana o quella novecentesca della scrittura maya dove tutti si puntava sulla mera decifrazione della simbologia e non della fonetica ritenuta, tra ironia e sarcasmo, tra ilarità e supponenza, del tutto inesistente.  

mercoledì 23 gennaio 2019

Tharros - Un “logo” ante litteram da Murru mannu


di Sandro Angei

Si è detto molto su Murru mannu, della sua postierla (sic!), del muro e della scritta, ma ogni tanto salta fuori qualche dettaglio da approfondire.

La scritta di Murru mannu così come la trascrisse il Prof. Garbini

Sommario
Il presente articolo è la naturale prosecuzione dello studio sulla cosiddetta Postierla di Murru mannu in Tharros; col quale esponemmo la scoperta di una interessante manifestazione luminosa (ierofania) legata ad una particolare data (22 di aprile); data attestata prima nel pozzo sacro di Sant'Anastasia di Sardara e dopo nel pozzo sacro di Santa Cristina.
    Con questo articolo si vuole dimostrare una stringente correlazione tra la scritta grafita di Murru mannu e il sito di Murru mannu stesso, alla luce della scoperta della ierofania prima menzionata e sulla base del significato della stessa scritta.

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martedì 22 maggio 2018

I SARCOFAGHI DEGLI ‘SPOSI’ DI CERVETERI E DEL LOUVRE. PODEROSE ‘MACCHINE’ APOTROPAICHE PER IL ‘DOPPIO’ SOSTEGNO DELLA LUCE CICLICA (IL TRE) E PER LA SALVEZZA ULTRATERRENA.

di Gigi Sanna


Si  dice che la lingua etrusca è ancora, per svariati motivi, un enigma e un 'rebus'. Ciò si sostiene, naturalmente, sulla base delle grosse difficoltà che insorgono nel cercare di capire di essa molti degli aspetti lessicali, morfologici e sintattici. In realtà, a mio parere, il 'rebus' sussiste e resiste nel tempo non 'solo' per motivi di carattere grammaticale e linguistico, ma anche e soprattutto perché si stenta a considerare un aspetto essenziale dell'etrusco: che la scrittura è criptica, cioè organizzata e strutturata di proposito con il rebus. E' realizzata per non essere capita se non da pochissimi.  Pertanto nella misura in cui si comprenderanno i meccanismi, spesso sofisticati, del rebus, posti di norma in essere dalle scuole scribali dei santuari, si comprenderà la lingua etrusca scritta. Essi sono simili e spesso gli stessi usati dagli scribi dei templi greci e nuragici. In particolare quelli inventati dagli scribi di  questi ultimi.
Abstract


Sommario  
  Il sarcofago degli sposi di Cerveteri è un’opera nota in tutto il mondo. Il suo valore però non consiste solo  nell’arte e nella documentazione  di un certo modo di essere e di pensare se stessa della societas nobiliare etrusca circa il mondo ultraterreno.  E’ anche e soprattutto epigrafico perché il coperchio lungi dall’essere opera ‘laica’, inneggiante in qualche modo al terreno, è profondamente sacro e attinente esclusivamente alla simbologia che riguarda il raggiungimento di una vita futura nel regno della luce. E’ una ΜΗΧΑΝΗ,una forte ‘macchina’ apotropaica, congegnata per scrivere nascostamente la (solita) petizione riguardante la formula della salvezza. Questa è attuata attraverso la scrittura metagrafica con gli espedienti  dell’ideografia, della numerologia e dell’acrofonia. Detta ΜΗΧΑΝΗ è esemplata su quella, con eguale scrittura, dei cosiddetti ‘bronzetti nuragici’. Formalmente, nonostante la differenza espressiva, si può dire che sono la stessa cosa. Solo che  la ΜΗΧΑΝΗ de bronzi sardi  è imperniata sul lessico semitico mentre quella etrusca si basa su ‘tre’ lingue dell’indoeuropeo (etrusco, greco e latino). Il sarcofago di Cerveteri, come si sa, ha una realizzazione gemella nel Sarcofago degli sposi custodito nel museo del Louvre di Parigi. A parte qualche variante formale le due opere sono state concepite per essere lette nello stesso identico modo, cioè con la stessa ‘petitio’ dell’aiuto salvifico del padre e della madre luminosi, TIN/ VNI - SOLE/LUNA.

giovedì 8 marzo 2018

Bronzi sardi della tomba di Cavalupo. Il cesto (טנאך) della stabile conservazione per l’eternità. Serri (Sardegna) chiama Vulci. Ma anche Tadasuni (Sardegna), in qualche modo, la chiama.




di Gigi Sanna


    
 Fig. 1. Cesto miniaturistico della tomba di Cavalupo                                  Fig. 2 . Cesto miniaturistico di Serri

    Uno degli aspetti più singolari della produzione bronzea sarda è la notevole consonanza degli oggetti  d’uso domestico e non, con quelli siro - palestinesi citati nel Vecchio Testamento (1). Questi,

venerdì 9 febbraio 2018

Un ‘gigante’ sardo pellita ‘pantauros’ nella famosa tomba etrusca ‘dei bronzetti sardi’ di Cavalupo. Tutta l’energia magica taurina possibile di un figlio del Dio, di un intercessore d’eccezione, per la speranza della salvezza e della rinascita *.

di Gigi Sanna


        
 Fig. 1 -2 - 3
       Si sa che sin dal rinvenimento della ricca tomba etrusca di Cavalupo l’attenzione degli archeologi e degli etruscologi fu rivolta in particolare ai tre oggetti bronzei nuragici che furono trovati nel cospicuo corredo funerario riguardante due individui ivi sepolti (1). Non è un caso che la tomba viterbese venga chiamata da allora  ‘dei bronzetti sardi’. Tra i tre, ovviamente, ha attirato maggiore attenzione il bronzo raffigurante un uomo caratterizzato, soprattutto, dall’essere raffigurato in modo sontuoso e singolare in ogni sua parte. Di esso, tra gli altri, si è interessato ovviamente G. Lilliu per l’illustrazione e l’interpretazione del corpus dei bronzetti (guerrieri, sacerdoti e sacerdotesse, offerenti, oggetti vari, animali vari, ecc.) sin ad allora conosciuti e riconosciuti (2).
    Dello studio analitico del bronzetto e, come sempre, preciso, da parte dello studioso  ci serviremo per sostenere l’assunto che il bronzetto non è un oggetto di pregio ornamentale finito in qualche modo nella tomba che contiene il cinerario delle due, evidentemente altolocate, donne etrusche (3), ma un oggetto ‘scritto’. E scritto con il solito metodo ternario ideografico, numerologico e acrofonico che si è visto (4) in non pochi ‘documenti’ funerari etruschi (coperchi di sarcofaghi e di urne, casse dei medesimi, oggetti votivi, pitture parietali, ecc.).

lunedì 1 gennaio 2018

Dio, per i nuragici, era scritto in cielo? Due lettere acrofoniche consonantiche speciali del system arcaico sardo. I segni lunati della yod e della hê. Anche gli scribi etruschi, in qualche modo, li adottarono

di Gigi Sanna

  


B. Sass e Y. Garfinkel nel 2015 si chiesero (1) quale significato mai potesse avere la lettera a trattino orizzontale rinvenuta in un coccio di Lachish. Rispondemmo (2) a quella loro domanda facendo notare il numero cospicuo di volte in cui essa è attestata nella scrittura nuragica di antica origine protocananaica. Ma non è quello il solo segno consonantico, assai comune, nel system sardo arcaico e, viceversa, scarsamente o per nulla attestato in Sirya -Palestina. Ci sono ancora altri segni e in particolare due che fanno parte dell’alfabeto consonantico sardo e che, per quanto ormai sicuri circa la loro fonetica, non trovano, almeno per ora, riscontri in altri documenti di area mediterranea: uno è il segno a yod lunata con gobba crescente  e l’altro è il segno a hê con gobba decrescente (a levante) . Il primo segno è attestato nei noti documenti di Tzricotu, nella scritta della Grotta Verde di Alghero e ancora, cosa questa della massima importanza (3), in un apografo (fig. 2), dove sta scritto il nome semitico di ‘ALI, lasciatoci dal maestro P. Lutzu nel dattiloscritto riguardante la sua breve ma significativa indagine sulla scrittura adoperata dai sardi in periodo arcaico (nuragico).     

domenica 5 novembre 2017

Sollevarsi, distendersi, piegarsi. Ancora sul segreto della formula magica metagrafica etrusca APAC ATIC. La lastra del sarcofago aretino di Aurelia Cassia Firmina. Un pretesto tematico per invocare la forza rigeneratrice del padre e della madre ovvero del sei ciclico eterno. L’analogia di forma, di contenuti linguistici e di ‘religio’ con un bronzetto nuragico sardo.

Gigi Sanna




Si  dice che la lingua etrusca è ancora, per svariati motivi, un enigma e un 'rebus'. Ciò si sostiene, naturalmente, sulla base delle grosse difficoltà che insorgono nel cercare di capire di essa molti degli aspetti lessicali, morfologici e sintattici. In realtà, a mio parere, il 'rebus' sussiste e resiste nel tempo non 'solo' per motivi di carattere grammaticale e linguistico, ma anche e soprattutto perché si stenta a considerare un aspetto essenziale dell'etrusco: che la scrittura è criptica, cioè organizzata e strutturata di proposito con il rebus. E' realizzata per non essere capita se non da pochissimi.  Pertanto nella misura in cui si comprenderanno i meccanismi, spesso sofisticati, del rebus, posti di norma in essere dalle scuole scribali dei santuari, si comprenderà la lingua etrusca. Essi sono simili e spesso gli stessi usati dagli scribi dei templi greci e nuragici. In particolare quelli inventati dagli scribi di  questi ultimi.  




mercoledì 24 maggio 2017

ANCHE LA SCRITTURA ETRUSCA, COSI’ COME QUELLA NURAGICA, E’ A TUTTO CAMPO. COME UN AFFIBBIAGLIO PUO’ DIVENTARE UN INNO NASCOSTO ALLA DIVINITA’ CICLICA CELESTE E UNA ACCORATA INVOCAZIONE A TIN E A UNI.

di Gigi Sanna 
Fig. 1. Affibbiaglio etrusco da Cerveteri ( Londra, British Museum)
     Anche la scrittura etrusca, così come quella nuragica (1), era a ‘tutto campo’. Tutto ciò che era attinente al sacro era necessariamente scritto perché era proprio la scrittura indice massimo della sacralità, tanto più se nascosta agli occhi dei profani che potevano guardare  ma non vedere per l’incapacità dell’osservare. Questo vuol dire che monumenti e oggetti relativi alla ‘religio’ erano cosparsi di segni fonetici criptati e che spetta a noi saperli  individuare e connettere in una certa sintassi, quasi sempre formulare (poche e scarne formule), variata continuamente ma con senso identico o simile. Abbiamo visto, ad abundantiam (2), in che modo è organizzata e articolata questa scrittura che abbiamo chiamata metagrafica, composta dalla numerologia, dall’ideografia e dall’acrofonia.

martedì 11 aprile 2017

Uno spettacolare ‘system’ etrusco di scrittura a rebus. Come invocare segretamente l’aiuto di Tin e di Uni? Del padre e della madre? Scrivendo con cipressi, bende, corna, portoni blindati, scudi di Amazzoni, cacce e cani, bipenni, cavalli, leoni e pantere, ecc. Persino con affettuosi (superdotati) cagnetti cortonesi (II)

di Gigi Sanna

dedicato all’amica risanata

    Nell’articolo precedente (1) abbiamo visto come le varianti ideogrammatiche dei coperchi dei sarcofaghi ci consentano di affermare che le immagini, che a prima vista, potrebbero sembrare essere state realizzate per l’arte decorativa e strettamente simbolica, in realtà costituiscono ‘segni’ per notare parole. Accanto al ‘decus’ e al ‘symbolum’ c’è quindi il ‘sonus’ ovvero l’aspetto fonetico (2).

   Abbiamo cercato di dimostrare ciò con non pochi esempi. Altri ancora se ne aggiungeranno nella trattazione epigrafica generale (annunziata) riguardante altri due aspetti della scrittura metagrafica:  l’acrofonia e la numerologia. Per la presenza documentaria sia della prima che della seconda sarà bene ricorrere subito a degli esempi. Inoltre, circa l’acrofonia, poiché si tratta dell’aspetto più complesso dei rebus etruschi, tratteremo di essi quelli che riteniamo più agevoli e tali da consentire successivamente di comprendere quelli un po’ più complessi e più carichi di senso (oltre che bellissimi)  riguardanti la ‘scrittura’ sia delle casse stesse  sia dei coperchi (e delle pitture tombali).

Primo esempio  (Altae cupressi 1)
Fig. 1. Sarcofago da Chiusi (Siena) 

mercoledì 8 febbraio 2017

SCRITTURA METAGRAFICA DEI SARCOFAGHI ETRUSCHI. LE VARIANTI IDEOGRAMMATICHE. FANTASIA E ORGANICITA'

di Gigi Sanna 


    Fig. 1                                          Fig2.                                     Fig. 3                                                Fig.4

Fig. 5

Figgs. 1. Scrittura  egiziana  2. Scrittura greca pitica  3. Scrittura nuragica. 4. Scrittura maya. 5. Scrittura etrusca 

Si  dice che la lingua etrusca è ancora, per svariati motivi, un enigma e un 'rebus'. Ciò si sostiene, naturalmente, sulla base delle grosse difficoltà che insorgono nel cercare di capire di essa molti degli aspetti lessicali, morfologici e sintattici. In realtà, a mio parere, il 'rebus' sussiste e resiste nel tempo non 'solo' per motivi di carattere grammaticale e linguistico, ma anche e soprattutto perché si stenta a considerare un aspetto essenziale dell'etrusco: che la scrittura è criptica, cioè organizzata e strutturata di proposito con il rebus. E' realizzata per non essere capita se non da pochissimi.  Pertanto nella misura in cui si comprenderanno i meccanismi, spesso sofisticati, del rebus, posti di norma in essere dalle scuole scribali dei santuari, si comprenderà la lingua etrusca scritta. Essi sono simili e spesso gli stessi usati dagli scribi dei templi greci e nuragici. In particolare quelli inventati dagli scribi di  questi ultimi.

1. Preambolo. Decorazione o segni di scrittura? La solita storia.   

 Chi non sa, nella lunga storia della scrittura, la vicenda di studioso di  J.F. Champollion (1790 -1832)? Quanto dovette insistere ed insistere per far comprendere ed infine accettare dal mondo ‘scientifico’ (quello ancora influenzato da incredibili ma osannati elucubratori come il padre gesuita tedesco Athanasius Kircher)  che i glifi egiziani, quelli che a migliaia si trovavano in Egitto nelle tombe e nei monumenti  non costituivano semplici simboli o decorazioni ma scrittura? Dovette lottare adducendo prove su prove prima che accademie, storici dell'arte ed epigrafisti blasonati, si decidessero ad ammettere che i segni pittografici che riguardavano i cartigli di Cleopatra e Tolomeo (1) avevano valore fonetico e che, se quei segni venivano usati alfabeticamente per notare i nomi dei due sovrani, voleva significare che tutte le scritte erano leggibili in quanto estensibili alla lingua egiziana, alla sua fonetica, alla sua grammatica e alla sua sintassi. Oggi parlare di scrittura ‘egiziana’ è un fatto normale;  l’egittologia non solo come archeologia ma anche e soprattutto come ‘epigrafia’ è un dato indiscutibile e costituisce un ramo ben preciso della scienza storica del passato. Non bisogna però dimenticare che appena due secoli fa l’egittologia era solo curiosità di antichisti e affari per mercanti di tutto il mondo.
   

giovedì 15 dicembre 2016

Tarquinia. L’ancora della salvezza e il sostegno della luce di TIN /SOLE e di UNI /LUNA. Il greco - cipriota? Non c’entra nulla. Semmai il semitico nuragico di Barisardo.*

di Gigi Sanna

Fig. 1                                                           Fig.2

    Si  dice che la lingua etrusca è ancora, per svariati motivi, un enigma e un 'rebus'. Ciò si sostiene, naturalmente, sulla base delle grosse difficoltà che insorgono nel cercare di capire di essa molti degli aspetti lessicali, morfologici e sintattici. In realtà, a mio parere, il 'rebus' sussiste e resiste nel tempo non 'solo' per motivi di carattere grammaticale e linguistico, ma anche e soprattutto perché si stenta a considerare un aspetto essenziale dell'etrusco: che la scrittura è criptica, cioè organizzata e strutturata di proposito con il rebus. E' realizzata per non essere capita se non da pochissimi.  Pertanto nella misura in cui si comprenderanno i meccanismi, spesso sofisticati, del rebus, posti di norma in essere dalle scuole scribali dei santuari, si comprenderà la lingua etrusca scritta. Essi sono simili e spesso gli stessi usati dagli scribi dei templi greci e nuragici. In particolare quelli inventati dagli scribi di  questi ultimi.  


sabato 12 novembre 2016

IL SALUTO NURAGICO E LA STELE DEL RE BAR-RAKIB . MANUS FESTA E MANUS VERSA.

di Gigi Sanna

Con queste parole, qualche giorno fa,  abbiamo concluso la seconda parte dell’articolo sulla doppia scrittura (metagrafica e  epigrafica) delle cosiddette ‘fiasche e fiaschettine del pellegrino’:
Infatti, lo scriba che ha organizzato la scritta gioca non solo sui numeri ma anche sull’ambiguità del primo segno ad asta verticale perché se è vero che (probante  anche la sicura fonetica della  lettera della riga successiva che ha la stessa identica forma) esso ha valore di yod (nota la lettera yod) è anche vero che esso può notare l’ideogramma ‘uno’ e, quindi,  per traslato la prima lettera dell’alfabeto e cioè ’aleph (toro)

venerdì 14 ottobre 2016

Codice metagrafico nuragico. Un incredibile super ‘mostro’ per la salvezza e la scrittura etrusca a rebus per crederci

di Gigi Sanna


Fig.1
          
                                       


Nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze (inv. n° 7013) si trova una barchetta nuragica proveniente da Vetulonia, dal circolo della ‘navicella’. Giovanni Lilliu nel suo volume (1) sulla piccola statuaria sarda in bronzo, nel descrivere la barchetta nuragica (n° 288 della serie bronzea) così si esprime  circa un particolare (fig. 288 b) di essa: