lunedì 15 agosto 2016

Il nostro "modello standard" (e il rapporto tonni/sheqel)

di Francesco Masia

Pesi da rete durante lo scavo a Sa Osa - Immagine da questo link
Il 5 Agosto ho seguito almeno parte della conferenza su tonni e Fenici nel nuovo Museo della Tonnara a Stintino, relatori il Prof. Bartoloni e il dott. Guirguis (l'accento va sulla prima i). Mi sono perso l'inizio, credo il primo intervento del Prof. Bartoloni, ma la cosa per me ha avuto comunque, certamente, un senso. Ero particolarmente interessato perché l'associazione di tonni e Fenici mi riportava a uno dei pilastri (così io riassumerei) del primo libro del nostro Mikkelj (Kirkandesossardos, Sardegna, ricerca dell'origine, di Mikkelj Tzoroddu), che sostanzialmente appoggiava a un'industria del tonno sarda e (assai) pre-fenicia (pesca, macellazione, conservazione, commercio) le conseguenti deduzioni su attività cantieristica, produzione di sale, reti di traffici come già per l'ossidiana (e poi i metalli dalle miniere), a sorreggere un'economia capace di portare fasti tra l'altro architettonici e magari militari a una civiltà interrelata con i popoli sulle coste del Mediterraneo, nonché con l'interno e il nord dell'Europa (continentale e insulare). Avevo perciò ripreso il libro di Mikkely per appuntarmi le prove/indizi da lui addotti circa quanto sopra (volevo preparami a citare le sue fonti) e mi si è così chiarito, meglio di quanto fosse rimasto nel ricordo, che stando a quanto fissato sul libro del 2008 non si tratta di prove da potersi sventolare con la sicurezza che credevo. Questi indizi di una talassocrazia e, insieme, degli stretti legami con l'economia legata al tonno risalivano, per Mikkely, soprattutto a ragionamenti che per esclusione lascerebbero i Sardi principali indiziati di aver loro trasportato una certa ossidiana per 73 miglia di navigazione dalle sue cave di provenienza sull'isola greca di Melos all'insediamento presso la grotta Franchthi in Argolide (sulla terraferma Greca meridionale), circa nel 9.000 a.C.; insediamento dove è stata documentata (con prove archeo-zoologiche) l'attività di pesca di "tonnidi" (o di pesci di grossa taglia, meglio, senza certezze quanto a ulteriori specificazioni) e la loro lavorazione, risalenti più o meno al 7.500 a.C.. Da lì Mikkelj passa a considerare fonti classiche sull'apprezzatissimo e rinomato "pesce sardo" o "sardina" e allo studio di Alfredo Andrews (1949, The "Sardinian Fish" of the Greeks and Romans) per cui tale "pesce sardo" era riconducibile anzitutto al tonno (e solo successivamente, per soddisfare le esigenze di un target commerciale più basso e diffuso, appunto alla sardina): così Mikkelj attribuisce definitivamente ai Sardi il ruolo di principali attori nel Mediterraneo quanto alla pesca, alla lavorazione e al commercio di tonni e sardine; ma queste fonti classiche paiono tutte (ben) successive alla frequentazione fenicia perlomeno di Sulki, quindi (al di là di una ammissibile posizione di preminenza del prodotto effettivamente lavorato in Sardegna) nulla prova (ancora) che fossero stati i Nuragici ad aver impiantato questa attività ittica. E la documentazione di vertebre di "tonnidi" nella grotta Franchthi nel 7.500 a.C. fa casomai risaltare l'assenza (a oggi) in contesti nuragici di reperti archeo-zoologici aventi a che fare con i tonni (a precedere quelli emersi in contesti fenici tra i quali Sulki, documentati appunto nella conferenza di Stintino insieme ad immagini su un vaso, proprio da Sulki, che potrebbero essere il racconto della loro pesca).
È per questo che la mia domanda ai relatori si è dovuta limitare a chiedere se in contesti nuragici siano mai stati reperiti resti riconducibili alla macellazione dei tonni: la risposta è stata negativa; e questo, fin qui, direi sgonfi le ruote alla dottrina su un fiorente comparto ittico nuragico, primo volano di attività nell'indotto.
Anche ad attestarsi sulle posizioni ben argomentate da Mikkelj nel suo secondo libro (Kircandesossardos duos, i fenici non sono mai esistiti, Mikkelj Tzoroddu 2010), secondo cui Sulki (al pari di altri centri “pigramente” ritenuti di fondazione fenicia) è semplicemente un centro di fondazione nuragica dove circa dall'VIII secolo a.C. si sarebbero insediati, insieme ai già residenti, dei “Nuragici di ritorno” (magari provenienti, vorrà concederlo, proprio dalla cosiddetta area fenicia), resterebbe (al momento) che la pesca e la lavorazione del tonno in Sardegna risulta documentata in antico solo in questo centro “fenicizzato”, poiché evidentemente tali genti (se non Fenici, Nuragici fenicizzati) avevano appreso dai Fenici l'arte della pesca e della lavorazione del tonno come praticata in altri centri fenici (a Stintino direi si è parlato essenzialmente di Cadice, perlomeno dal momento in cui sono arrivato).

Ora mi chiedo quanto questo discorso sul commercio del tonno possa rappresentare, allo stato, un esempio delle puntuali ipotesi che costruiamo/sosteniamo sulla articolata grandezza della civiltà sarda genericamente pre-fenicia (anche molto pre-fenicia), una grandezza che in assoluto (finché si resta nel generico) pare più nessuno metta in dubbio. Direi che molti cercano apprezzabilmente di uscire dai limiti del generico (di una civiltà genericamente avanzata per il suo tempo, senza granché dettagli) e si impegnano a costruire ipotesi sugli elementi emergenti, sugli indizi, sui dati e sui reperti che altri si limitano ancora a considerare “isolati”, quindi non ancora affidabili a sovvertire teorie (apparentemente, fino a “ulteriori” prove contrarie) meglio consolidate (si rileggano le conclusioni di Minoja nel terzo volume della Gangemi su Monte Prama). Molti, quindi, si impegnano a costruire nuovi modelli esplicativi, in uno sforzo che mi chiedo quanto possa essere accostato, con tutte le differenze del caso (chiarito che siamo su tutt'altra scala nonché in diversissima disciplina), all'impresa che condusse tra gli anni '50 e '70 del secolo scorso alla messa a punto del modello standard delle particelle elementari; un modello che ha trovato solo in seguito, una a una, le conferme delle proprie previsioni (fino alla rivelazione del bosone di Higgs nel 2013 e fino al buco nell'acqua, giorni fa, della ricerca di una fantomatica particella 750 GeV che l'avrebbe invalidato, senza peraltro lo spettacolo di opposte schiere di sostenitori); e un modello che "nonostante la lunga serie di successi sperimentali" (prendo dalla quarta delle "Sette brevi lezioni di fisica" di Carlo Rovelli) "non è mai stato preso completamente sul serio dai fisici" ("fatto di vari pezzi di equazioni messi insieme senza un chiaro ordine", "lontano dall'aerea semplicità delle equazioni della relatività generale e della meccanica quantistica", un modello che abbisogna di una "rinormalizzazione" grazie alla quale "funziona nella pratica, ma lascia in bocca un sapore amaro per chi vorrebbe che la natura fosse semplice"; semplice, aggiungerei, quanto un flusso di civiltà "pettinato" nell'antico sempre da oriente a occidente).
Ecco, se posso stare su questo accostamento, vi chiedo quanto il percorso di raccolta di prove e conferme intorno al modello di una Sardegna protostorica con la sua grandezza definita (fatto di tanti possibili tasselli: dalla identificazione con gli Shardana; a scrittura e religione in rapporto con Egitto e Canaan da una parte e poi Etruschi dall'altra; alle posizioni di preminenza quanto ai comparti agricolo, estrattivo, di trasformazione, commerciale e militare; fino eventualmente ad antichi apporti di civiltà "controcorrente", verso oriente) possa dirsi oggi in un punto grossomodo analogo agli anni '60 del suddetto modello standard. Le prove e le conferme che ancora abbisognano, come abbiamo visto, sono anche difficili da imporre (si pensi alla datazione della navicella di Teti, o a quella degli inumati di Monte Prama e quindi delle statue dei “giganti”). Ogni tanto, insomma, avverto il bisogno che si faccia il punto per orientarci su dove stiamo, su quanti tasselli prendano consistenza e quanti stiano al palo o, peggio, scricchiolino.
Per cui sottolineo: resti di tonno in siti nuragici (non fenicizzati, aggiungiamo) non risulterebbero ancora mai dimostrati, mentre se ne trovano altrove in contesti più antichi (coi quali possiamo solo congetturare di avere avuto a che fare, senza prove concretamente spendibili) e se ne trovano in Sardegna solo in un contesto ormai fenicizzato.
Se vogliamo essere presi sul serio con il modello che alla luce di dati e indizi ci piace costruire, arricchire, correggere, perfezionare e continuare a proporre, dobbiamo essere i primi a vagliarlo severamente.
Infine mi sembrerebbe ingiusto non riportarvi quella che per me è stata una perla, nella sua semplicità, regalata dal Prof. Bartoloni (chi conosce già bene la materia compatisca questo slancio). A proposito della grandezza della Sardegna pre-fenicia (mi esprimo io così), assolutamente riconosciuta (“nessuno può credere davvero che i Sardi non avessero una marineria, perché escluderlo solo per non averne trovato ancora resti dovrebbe portare a dire che neanche gli Etruschi ne avevano una, cosa che nessuno si sogna di sostenere”), Bartoloni ha voluto significare che i Sardi non avevano bisogno del tonno perché avevano l'argento, argento che scambiavano senz'altro favorevolmente (anzitutto col rame che serviva loro: “399 miniere d'argento contro 8 miniere di rame”) soprattutto con i Fenici (che il rame lo portavano da Cipro). In tutto l'oriente la ricchezza si misurava in sheqel, pari a 7,2 g di argento; e i Sardi stavano seduti su un mare di argento (un mare di sheqel), che tra l'altro interessava loro solo quale favorevolissima merce di scambio (vedi “siclo”, nome della moneta israeliana ancora in corso: Wikipedia parla di un peso che poteva variare tra i 10 e i 13 g, per i pignoli, ma il Prof. Bartoloni ha quasi dettato, più volte, 7,2).

28 commenti:

  1. Parafrasando il titolo, direi che l’articolo andrebbe preso a modello di sobrietà e di prudenza nel valutare le “prove” più disparate, spesso lette per eccesso d’amore come raggi spiranti da un sole precostituito e rassicurante, che riscalda, ad ogni latitudine, il nostro inconfessabile bisogno di grandezza.

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  2. Caro Ergian!
    Vedo che ti sei espresso "come da manuale"! Il tuo!
    mikkelj

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    1. Non credo di avere manuali ma con gli anni si tende a praticare, senza sforzi eccessivi, la virtù o la noia della temperanza.

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  3. Io non lo so se pescassero il tonno o meno, ma su questa frase non sono d'accordo "direi sgonfi le ruote alla dottrina su un fiorente comparto ittico nuragico", il comparto ittico c'era e comprendeva pesci molto più saporiti e succosi del tonno (spigole, orate, muggini- Sa Osa) anche da contesti ben più antichi con anche murene, dentici, gronchi, saraghi, tordi neri e almeno uno squaliforme. Chi se ne frega del tonno quando puoi mangiare quei pesci?
    Quanto al resto se vogliamo "essere presi sul serio" dobbiamo solo portare dati, prove certe ecc. Ma il fatto che i nuragici forse non pescavano tonni, non vuole dire nulla sulla loro grandezza o piccolezza, né inficia altri dati: l'"industria" alimentare testimoniata in Sa Osa (1300 a.C.) supera di gran lunga tutte quelle contemporanee in varietà e qualità.
    Io comunque non mi farei venire tante ansie: tanto tutti noi che scriviamo sui blog, o su FB o sua altri social non abbiamo e non avremo mai pretese o speranze di autorevolezza, ci mancherebbe altro: cioè sul piano specialistico archeologico non contiamo nulla. Abbiamo diritto di studio, di parola, di critica e di ipotesi però-quello non può togliercelo nessuno; neppure l'ansia o la paura di dire cavolate.

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    1. Giusto Aba,io mi sono fatto un pò di teorie sulla pesca del tonno al tempo dei Sardiani a Carloforte.........pesca praticata ancora oggi in tempi di "estinzione"

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  4. Sono entrambi del 14 Agosto i due post sulla pagina facebook Monte Prama Novas, gestita da Atropa e da Romina, che cadono sui maccheroni come il cacio: nella grotta di Punta del Quadro (Alghero), in strati attribuibili in termini generali al Neolitico, sono stati documentati resti di pesci tra cui l’orata, il dentice, il sarago fasciato, la murena, il grongo, il tordo nero e uno squaliforme (quando anche nei livelli del Neolitico Recente e Finale della vicina Grotta Verde di Alghero erano stati riconosciuti resti di grongo e murena, di cernia e di sparidi, comunque specie caratteristiche di ambienti costieri rocciosi); attorno al sito nuragico di Sa Osa (Cabras), nell'eccezionale ambiente lagunare alimentato e regolato dal Tirso e dal mare, sono stati trovati pesi da rete ovoidali, dell'Età dal Bronzo Medio fino al primo Ferro.
    Quindi fino al 14 (non stupirà gli amici) semplicemente non conoscevo questi ritrovamenti. Quando ne ho letto avevo già inviato questo testo e mi ero detto sicuro che sarebbero giustamente entrati nella discussione, ma avevo pensato che il testo mantenesse la sua ragion d'essere, trattandovisi appunto specificamente di tonnidi. Perciò Atropa ha ragione a non trovarsi d'accordo, all'indomani di quei due post, con la frase che esprime dubbi su un comparto ittico nuragico. Avevo usato quell'espressione generica per non ripetermi di nuovo col mercato del tonno, ma era a quello che mi riferivo (come dice tutto il resto del testo), così come espressamente su quello era imperniata la ricostruzione avanzata nel primo libro di Mikkelj. Prove sulla pesca in epoca nuragica sono da accogliersi quindi con soddisfazione, certamente, ma resterà che il "pesce sardo" cui si riferivano Mikkelj e Alfredo Andrews doveva essere tonno o sardina.
    Quanto al resto non è che voglia mettere tante ansie, solo testimoniare a chi ci legge che se quanto abbiamo scritto e dato per affidabile ci sembra poi non essere compatibile (perlomeno al momento) con i dati disponibili, allora riteniamo nostro dovere dichiararlo (o discuterne, come ho inteso fare), anche se sul piano specialistico continueremo a non contare nulla. Lo dobbiamo, oltre che a noi stessi, a quanti qui leggono, che siano meno preparati di quanti qui scrivono o, è lo stesso, che lo siano di più. Credo che mantenere questo impegno sia la chiave per avere non solo ancora più credito presso curiosi e appassionati (tra i quali mi riconosco), ma pure per avere (mai dire mai) possibilità di interlocuzione con nuove voci preparate, fino (chissà, prima o poi) a qualcuno tra gli specialisti autorevoli.
    Detto questo, ancora mi aspetto una risposta meditata di Mikkelj, non pensando affatto di aver chiuso né una prospettiva e né, tanto meno, un discorso.

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    1. Sì, è stata una coincidenza stranissima quella di quei due post! si vede che l'estate fa venire voglia di pesce.
      Però non ho capito dove stiano tutti quegli sheqel fenici in Sardegna, che anzi mi sembrano proprio degli illustri sconosciuti sull'isola-almeno fino alla recente pubblicazione di Lucio Deriu sulla collezione Pinna di 60 pesetti in piombo con segni incisi, dove però l'unità non è 7.2 ma 7.6 grammi. Lo studioso scrive: "In definitiva appare accertato che nella Sardegna tra il Bronzo recente e la prima età del Ferro e l’Orientalizzante i Sardi utilizzarono sia un sistema microasiatico (standard di gr 5,7/5,8 corrispondente a ½ siclo microasiatico), sia un sistema egeo (piede di gr. 6,5/6,8), benché si rilevi la singolarità dell’assenza del piede fenicio di gr 7,
      7, nonostante l’isola appaia raggiunta dallo scambio fenicio a partire dall’800 a.C. circa. Singolarmente in Spagna insieme alle stesse unità egee e microasiatiche documentate in Sardegna si affianca il piede ponderale cipriota di gr 9, 4 a Huelva e, successivamente, il siclo fenicio di gr 7,6 /7,8 a Cerro del Villar e Cancho Roano".
      Po alla fine, dopo aver analizzato i pesi in piombo della collezione Pinna scrive: " pesi fenici presi in esame, rispondenti probabilmente, e almeno in parte ad un sistema ponderale che adotta il siclo fenicio di gr. 7,6, documenta per la prima volta in Sardegna tale unità ponderale fenicia, fino ad ora sconosciuta nell’isola" Locio Deriu, https://www.academia.edu/21815113/PIOMBI_FENICI_IN_AMBITO_SARDO_E_MEDITERRANEO

      Quindi non so da dove provenga quel 7,2 grammi, quasi dettato da Bartoloni. Boh!

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    2. Chiunque dei presenti a Stintino fosse pronto a sostenere (dal Prof. Bartoloni in giù) che ho sbagliato io ad appuntare 7,2 (grammi d'argento per sheqel) mi troverebbe pacificamente disposto a consentìrlo, nonostante la ripetuta “quasi dettatura”. Se io o (con pardon) il Professore avessimo sbagliato sarebbe alla fine un dettaglio di nessun interesse; se invece quel 7,2 avesse il suo senso vorrebbe dire che tutto è ancora più complesso di quanto già appaia (e nemmeno ambisco, io, a sviscerare per forza tutto tutto).
      Non capisco bene, però, se ti stupisca l'assenza in Sardegna di sheqel d'argento o semplicemente quella (alla fine relativa, ci dici) di questa unità di misura fenicia: se risulta che abbiamo assorbito meno di altri centri del Mediterraneo occidentale le misure ponderali fenicie potrà voler dire che a differenza di questi ne avevamo già altre più radicate, senza d'altronde incompatibilità per questo rispetto agli scambi con i Fenici (o la Gran Bretagna, con i suoi sistemi di misura, commercerebbe da un pezzo con solo pochi Paesi). Pensavi e volevi suggerire questo?
      Escluderei quasi che a stupirti sia invece l'assenza in Sardegna (anche assoluta, eventualmente) di sheqel d'argento, per cui (se non ce n'è bisogno) mi e vi risparmio possibili argomentazioni su questo.

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    3. Il 7.2 mi pare entrasse in vigore con l'espansione Cartaginese, quindi attorno al V-IV secolo.
      Certo, voglio proprio dire che sull'isola prima dei Fenici c'erano altre unità di misura, e questo lo riconosce anche Deriu. Ma quello che è più interessante sono i segni , su quei "pesi" o monete che siano-io credo che siano monete. Però qui siamo fuori tema; perchè mi pare che il tema non siano né gli sheqel, né i tonni fenici, bensì l'attendibilità di ciò che scriviamo e le "brutte figure" che potremmo fare se facciamo uno sbaglio.
      A parte che se diciamo una cosa sbagliata, non significa che tutte le altre debbano vacillare, alla fine scusa sai, ma cosa ce ne importa? non stiamo pretendendo alcuna autorevolezza mi pare e non contiamo nulla. Quello che possiamo fare è portare tutti i dati possibili a conforto di ciò che sosteniamo o ipotizziamo- quello è sempre il dovere di chiunque, secondo me. Anche del professor Bartoloni, a proposito: può dettare finché gli pare il suo 7,2 grammi, ma deve portare dati a sostegno.

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    4. Sbaglierò (spero), ma può sembrare tu stia chiedendo, radicalmente, cosa ce ne importa dell'attendibilità di ciò che scriviamo. Comunque davvero non capisco, Atropa, il modo in cui stai prendendo il mio punto: stavo andando ad affrontare quella conferenza pronto a far valere le ragioni sostenute (stampate) da Mikkelj, guardando meglio ho creduto di capire che quelle ragioni mostravano una debolezza, quindi a fronte di quanto sembra ad oggi documentato ho messo per iscritto qui quanto risulterebbe per ora sostenibile sull'argomento, cioè ho cercato di fare il punto su uno dei tasselli di quello che ho osato chiamare il nostro modello standard. Cosa ti sembra esagerato in tutto questo? E figuriamoci se voglio intendere che con questo rilievo sto attaccando tutto quello che da due blog avanti a questo si è studiato ed esposto.
      Ti sembra che io mi preoccupi di fare brutte figure? Brutta figura per me non è avanzare su qualche fondamento un'ipotesi che si rivelerà sbagliata, ma evitare di (ri) discutere nostre proposizioni quando giungano a sembrarci in qualche misura da correggere; e farei fatica a credere che per te o per qualcuno di noi "brutta figura", qui, sia altro da questo.
      E non capisco questa ostentazione di indifferenza rispetto a una nostra pur minima attendibilità/autorevolezza, che si raggiunge con l'impegno di tutti a correggerci, limando e rivedendo di continuo, come meglio possiamo, i tasselli del modello intorno a cui ragioniamo. Nella misura in cui siamo capaci di correggerci, di monitorarci, risulteremo attendibili per quanti ci leggono; mostrando questa indifferenza verso gli sbagli che possiamo non solo commettere, ma anche tralasciare di rivedere, è chiaro che qualsiasi attendibilità sarebbe compromessa, e allora non capirei cosa stiamo qui a spremerci e scriverci e, per i più, a leggerci.
      Non pensavo di dover tornare su questi concetti dopo quanto scritto in coda al mio primo commento in questa discussione. Lì arrivavo a vagheggiare contributi, prima o poi (e come già in passato, quando il fossato non era così ampio), anche di autorevoli specialisti, almeno nelle discussioni. Mi direte (ancora una volta) che mai e poi mai si vedranno, ma è certo che se non mostriamo di tenere da noi stessi a vagliare quanto andiamo dicendo (ciò che, peraltro, avrei detto già facessimo normalmente) non si prenderà certo la briga di farlo per noi qualcun altro (qualcun altro magari ben contento di questo tuo strano manifesto, sembrerebbe, di vocazione alla irrilevanza irresponsabile).
      Quanto ai dati che dovrebbe portare Bartoloni quando parla degli sheqel su cui poggiava la Sardegna: i dati più sono e più giovano, ma non mi è chiaro quali dati ti soddisferebbero o quali per te risultino mancare. Da quanto ha detto, dal numero di miniere d'argento in Sardegna che ha messo in relazione con la valuta circolante in tutta l'area medio-orientale (appunto sheqel d'argento), doveva capirsi che quelle miniere erano attive nello stesso periodo di circolazione di quella valuta, che quel periodo almeno partiva dal Nuragico ("i Nuragici non avevano bisogno del tonno") e che quindi gli argentei sheqel potessero stare alla Sardegna di allora come nei nostri decenni i petro(l)dollari alla penisola araba. Io non so quante di queste affermazioni manchino di riscontri o siano (come sembri accennare con quel 7,2 punico) cronologicamente sfalsate; e ho già ammesso che nel modello che avevo in mente questo tassello non c'era, mentre ora considerarlo (e discuterlo, certamente) mi sembra doveroso.

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    5. Sì va bene, ma dove sono le prove che gli sheqel d'argento in circolazione erano fatti con argento sardo? Non esistono. E allora tanto vale l'ipotesi di Bartoloni quanto quella di Mikkelj sul tonno.

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    6. Primo: non so se si possa determinare la provenienza dell'argento da una miniera o da un'altra.
      Se questo non fosse possibile (e qualcosa mi dice che non lo sarà, altrimenti probabilmente non ne staremmo parlando), resterebbe ovviamente altrettanto indimostrabile che quell'argento venga da altrove. Resterebbe comunque la domanda su dove andava a finire tutto l'argento delle miniere sarde (e pure quest'altra: se i Nuragici erano nei traffici del Mediterraneo come crediamo, sarebbero stati più allocchi di quanto noi per primi siamo disposti ad ammettere se non avessero messo a correre il loro argento dove rendeva di più).
      Per i tonni, come detto, c'è che in siti nuragici non risulterebbero (ancora) resti documentati (Thor, magari, ci dirà quali siano in proposito le sue idee), mentre in siti "fenicizzati" sì. Mikkelj, poi, non dubiterà che io sarei semplicemente contento nel prendere atto di nuovi dati utili a sostenere la sua ricostruzione (e chissà che non ne stia raccogliendo di già).

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  5. sulle odierne è saline troneggiano true nuraghi più il tempio di Baalshamin(sardus?)a guardia del porto,dove con un sbarramento di reti venivano fatti entrare I tonni e li mattanzati.La tonnara funziona ancora cosí,con la differenza Che allora dovevano essere cosí abbondanti da riempire il mare.In giappone,in una baia,massacrano I delfini con questo sistema.Questa gente del resto ragionava come noi e io non vedo diversità nella pesca tra tonnarotti di 30anni fa e I sardiani.Quando verrete a fare un giro da queste parti sarò felice di accompagnarvi.Continuo a ripetere che in archeo l'isola è stata completamente sottovalutata,in quanto ponte tra il mediterraneo e il mondo esterno.Vi saluto sono ancora molto impegnato con il lavoro.......

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  6. In primis, vedo qui trapelare una non esaustiva impostazione di carattere metodologico. Infatti, beh la prima cosa che mi manca è il TITOLO PRECISO ED ESTESO di questa sconosciuta “conferenza su tonni e Fenici”! Ovvero: di cosa stai parlando? In secondo luogo, v’ha da rimarcarsi che: metti a confronto due entità, una concreta ed una astratta. La prima, precisa e che tutti possono controllare, rimanda a quanto scrissi nei due saggi stampati su carta, i quali (giustamente) sei andato a ricordare cosa ti appaia abbia ivi significato; della seconda, conosciuta solo a te, ce ne PROPINI SOL TUE DEDUZIONI con la pretesa il lettore ti creda sulla fiducia!
    Il preambolo ha il solo scopo di significarti che se il lettore si deve impegnare in qualcosa, VUOLE ASSOLUTAMENTE SAPERE DI COSA SI STIA DISCUTENDO! Pur tuttavia, dirò quanto mi è possibile.
    Caro Francesco, tu dici:
    1 - «Avevo perciò ripreso il libro di Mikkely per appuntarmi le prove/indizi da lui addotti circa quanto sopra [… ] e mi si è così chiarito, meglio di quanto fosse rimasto nel ricordo, che “stando a quanto fissato sul libro del 2008 non si tratta di prove da potersi sventolare con la sicurezza che credevo”». Rispondo: Accidenti Francé! Ti saresti aspettato prove da sventolare con SICUREZZA? E, di grazia, quale sarebbe questa sicurezza che tu vorresti declarata nei miei scritti?
    Avresti voluto un’epigrafe con caratteri “fenici”? No, caro Francesco! Vedi, di questo argomento che collega tonnidi, ossidiana, Franchthi, Melos e Sardegna ne ha potuto parlare soltanto il sottoscritto! Perchée? Perché libero da lacci di “chicchessia”! V’ha, forse, un solo altro autor sardo, che abbia prodotto un lavoro assimilabile SULLO STESSO ARGOMENTO? Ma, non ven’è uno neanche continentalese! (ja sikit)

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  7. Poi, caro Amico, in relazione a TUTTO QUANTO tu riporti dal mio libro, ebbene: IN OTTO ANNI NON HO MAI SENTITO DI UN SERIO AUTORE CHE MI ABBIA SMENTITO!
    E questa, non me la chiami sicurezza? Accidenti, UNA SICUREZZA DURATA OTTO ANNI, cioè PER TUTTO IL TEMPO CHE PRECEDE IL TUO SCRITTO dell’oggi! Tu credi sia poca cosa?
    2 – Debbo rimarcare inoltre, come ti sia sfuggita una FONDAMENTALE circostanza storica, letteraria, tradizionale nonché tecnica!
    Riguardo il lavoro dell’Andrews, l’eccellente prodotto dell’industria della lavorazione e conservazione del pesce che veniva chiamato SARDINA, era focalizzato esclusivamente SUL TONNO DI UN ANNO! Si trattava, quindi, di una PESCA ESTREMAMENTE SELETTIVA! (Chiederne conto a Santantiochesi e Corlofortini)
    Te lo ripeto, Masia Francesco, perché tu ben memorizzi alfine (e lo faccia anche il tuo sostenitore più indefesso!): veniva chiamato SARDINA! Hai presente la concordanza di tal’appellativo con la Nostra Terra? Non veniva chiamato, DA NESSUNO, MAI, “fenicina”! Ma guarda un po’ che sfiga!!
    3 - Ancora Francesco, fai addirittura tenerezza, quando ci spedisci la tua affermazione:
    «fa casomai risaltare l'assenza (a oggi) in contesti nuragici, di reperti archeo-zoologici aventi a che fare con i tonni»! (Mi dici, caro Amico, da quale strampalato contesto hai ricavato tale dichiarazione?)
    Ohi, ohi, ohi! Come sei lontano (ma, certo, nel pieno insieme di una davvero ben nutrita e bonacciona compagnia!) dall’abbracciare una completa visione della realtà tutta, succedutasi nei millenni che videro il manifestarsi della formidabile Storia della Sardegna! Senti qui: (ja sikit)

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  8. a)- ebbi anche a dire, nel saggio da te citato come, dovendosi, giocoforza, registrare una prosperosa costumanza ad andare pel mare dei Sardi dell’Antichità (e ricordo a te ed a TUTTI INDISTINTAMENTE che nessuno ha mai solo “tentato” di portar prove per smentirmi!) a partire almeno da 14.000 anni prima d’ora, che:
    «I dati provenienti da Franchthi, uniti allo studio dell’Andrews, ci danno ampia la certezza che la tradizione del “pesce di Sardegna” dovette nascere certo “molti millenni addietro”. Siamo anche convinti dello stretto legame di interdipendenza esistente fra le due grandi imprese industriali poste in essere dai Sardiani in antico, il trasporto dell’ossidiana e l’industria del tonno conservato».
    b)- pertanto, per venire alla tua stucchevole esclamazione, dirò che gli eventuali davvero estremamente ingenui “ricercatori”, che avessero deciso di andare a scovare «reperti archeo-zoologici aventi a che fare con i tonni», nelle aree oggi emerse ebbene, caro Francesco, andrebbero presi a pedate nel fondo schiena! E, secondo il sottoscritto, l’origine della tua ASSURDA esclamazione risiede proprio in un resoconto universitario o soprintendentuale proveniente da tale quanto mai comico contesto!
    E poi, mestamente, concludi: «È per questo che la mia domanda ai relatori si è dovuta limitare […]»! No, Francesco! “Si è dovuta limitare”, solo perché sei un grande ingenuo! (ja sikit)

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  9. Bene! A questo punto, se tu non fossi tu, avrei di già chiuso il mio intervento! Ma, appunto, vado avanti nel leggerti. E dici:
    «[stai parlando di Sulki, ndr] “Nuragici di ritorno” (magari provenienti, vorrà concederlo [ti stai rivolgendo a me, ndr], proprio dalla cosiddetta area fenicia), resterebbe (al momento) che la pesca e la lavorazione del tonno in Sardegna risulta documentata in antico solo in questo centro “fenicizzato”, poiché evidentemente tali genti (se non Fenici, Nuragici fenicizzati) avevano appreso dai Fenici l'arte della pesca e della lavorazione del tonno come praticata in altri centri fenici (a Stintino direi si è parlato essenzialmente di Cadice, perlomeno dal momento in cui sono arrivato).
    Annoto brevemente:
    1)- riferisci di «cosiddetta area fenicia»! Vorrei ricordarti che, in 35 anni di lavoro, il Moscati Sabatino, cioè il maestro del Bartoloni, NON RIUSCI’ MAI A TROVARE UN’AREA, NEL VICINO ORIENTE, CHE POTESSE ESSERE DEFINITA FENICIA! Rileggitelo il mio libro!
    2)- scrivi, riferendoti a Sulki, che: «la pesca e la lavorazione del tonno in Sardegna risulta documentata in antico solo in questo centro “fenicizzato”». Di grazia, Francesco, di quale pesca e di quale tonno stai discettando? Io non lo capisco! E poi! Affermare (ma certo tu l’hai copiato e non mi rivolgo a te!) che Sulki fosse un centro fenicizzato è una AUTENTICA IDIOZIA! Per una lunga serie di grosse ragioni! Tutte riportate in bella evidenza nel mio libro ed alcune, bada bene, poste in chiaro, figurati, dallo stesso Bartoloni! Ed ancora ti dico: rileggitelo!
    E poi insisti, a testa bassa, perché vedo che, se ti parlano ex docenti o futuri professori, sei oltremodo propenso a credere loro (povero te!) in questo modo: «poiché evidentemente tali genti […] avevano appreso dai Fenici l'arte della pesca e della lavorazione del tonno»! Povero te Francesco! E, dove sono le «prove da potersi sventolare “con la sicurezza che tu cercavi”»? Io non ne vedo neppure un accenno! E tu, credi a questi cantori senza musica, e non credi a me che ti ho fornito pagine a iosa, per dimostrarti la buona dose di attendibilità di mie argomentazioni?
    Ancora ti permetti, scandalosamente, di consigliare: «si rileggano le conclusioni di Minoja»! Con grande dispiacere, caro Francesco, vedo che cadi addirittura nella brace! Già in altra sede dissi per averne letto il curriculum, che il tale HA NESSUNA PREPARAZIONE SULLA SARDEGNA! Altro che consigliar di leggerlo!
    Aggiungo soltanto che solo tu puoi definire “perla” quella cosa del Bartoloni! Allora dico: tutti i facebbookkiani che lo affermano sono dei bartoloni!
    mikkelj

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  10. Marco Minoja ogni volta, e dico ogni volta, che parla o scrive di Monte Prama fa sempre una premessa: è un sito unico, e lo ripete sempre, più e più volte durante il discorso; già è un sito terrificante da solo, figuriamoci se fosse in compagnia. Ripetersi che è un sito unico è come un rassicurante mantra. Ma non serve a niente: è unico certo, finora, come era unico il tempio di Karnak; ma non nasce certo dal nulla un sito così. Nasce da un intorno che non è certo popolato da "bifolchi" o "barbari". E quindi non è vero che non si possono trarre conclusioni generali da un sito come Monte Prama e neppure che vi siano teorie meglio consolidate, ci sono solo degli schemi mentali testardi-vd. MP che si può capire solo in connessione ai fenici di tharros (Torelli, dal 1984 se lo ripete e lo ripete a noi!)- che sono basati su nessun dato concreto. E che le analisi archeometriche stanno, devo dire con estrema disinvoltura e facilità, disintegrando; come c'era da aspettarsi, come tutti e dico TUTTI sapevano già in cuor loro; tutti tranne quelli che dovevano-per mestiere-saperlo o quanto meno dovevano pensare anche a dei modelli mentali alternativi. Non lo hanno fatto perchè Monte Prama era un incubo, ma il risveglio è peggio del sonno.

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  11. È alfine necessario, sentendomene appieno l’obbligo, rimarcare a chiare lettere, essere il presente, «il battesimo contributivo» posto in essere dal Masia Francesco, per una crescita culturale sua e della comunità che vorrà leggerlo!
    È il battesimo! Che tu hai voluto confezionare come a te paresse meglio! È il primo grande passo per esprimere la propria parola in merito a quel grande mare di innumeri argomenti, la stragrande maggioranza dei quali mai trattati, che girano attorno alla Sardegna Grande tuttavia.
    È il primo passo per scrollarsi di dosso quella dipendenza culturale che impedisce ai Sardi, che mai s’impegnano seriamente nell’approfondire una tematica, di pronunciare parole ed esprimere concetti che sian solo frutto della propria, autonoma fecondazione!
    Ma bada! Non sarà facile sciogliere i lacciuoli! Sarà necessario esercizio lunghissimo, sarà necessario chiedersi SEMPRE: ma, ciò che mi si dice, è per me plausibile? Ed, ove s’intravveda un minimo dubbio, è assolutamente obbligatorio andare a cercare, ovunque sia una compatibilità con quanto si tratta, una conferma od elisione del dubbio!
    Così, pian piano, senza te ne accorga, realizzerai che non potrai stare con i piedi su due staffe! Quando saran maturi e indipendenti i tuoi pensieri, senza sforzo, docilmente, sarai decisamente e chiaramente, BEN SCHIERATO! Senza esser vittima di tuo, nuovo pregiudizio.
    Ti parranno raccomandazioni banali, Francesco, ma se andrai a sindacare parola per parola, t’avvedrai essere esercizio oltremodo dispendioso e lungo assai! Che, ove indirizzato con la totale onestà, potrà condurti, anche attraverso grandissime delusioni, ad ottenere soddisfazioni! Impagabili! Che risulteranno di portata universale quando ti accorgerai come nessuno riesca ad entrare nella tua lunghezza d’onda! I più per inconfessabile pregiudizio! E, mai te lo diranno! Al massimo potranno stare dietro il muretto! Apparentemente, senza sparare, perché rimasti disarmati a cagione della travolgente messe di tuoi sani argomenti!
    mikkelj

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  12. Ho fatto riferimento alle posizioni espresse da Minoja come esempio delle resistenze nei confronti di quanto possono o dovrebbero suggerire nuovi dati, avvertiti invece da qualcuno (buona parte dell'accademia?) ancora insufficientemente affidabili per smantellare sistemi di riferimento ritenuti (a ragione o a torto) consolidati. Queste posizioni sono espresse nelle conclusioni del volume “Contesto, scavi e materiali” della trilogia della Gangemi dedicata a Monte Prama; non ne raccomandavo la lettura per l'edificazione dello spirito, semplicemente citavo una fonte. Quel che ne penso (non credevo d'essermi espresso ambiguamente) è in linea con quanto su questo blog e sul blog Monte Prama si è sempre commentato; posso ricordare l'articolo di Danilo Macioccu (anche per evocarlo, hai visto mai) pubblicato il 15-03-2015 sul Blog Monte Prama, dal titolo “La tomba n.8 ed i guerrieri di Monte Prama del XI-X sec. a.C. L'erudito ed il desiderio”, dove si argomenta approfonditamente rispondendo proprio alle riserve avanzate in quel volume da Tronchetti e Minoja (http://monteprama.blogspot.it/2015/03/la-tomba-n8-ed-i-guerrieri-di-monte.html).
    Il titolo della conferenza al Museo della Tonnara di Stintino era "I fenici lungo le vie dei tonni tra Oriente e Occidente", ma se mi si vuole riprendere su questioni di metodo mi sembra più grave aver osato riferire su su una conferenza che non ho seguito dall'inizio e che non ho registrato (mi piacerebbe, poi, riferire quali datazioni considerino esattamente, e in base a quali riferimenti, per quei reperti che documentano a Sulki e a Cadice la lavorazione dei tonni, ma non sono in grado nemmeno di questo).
    Quanto a Sulki "fenicizzata" e alla "cosiddetta area fenicia", verifico senza stupirmene che nessuna cautela lessicale sarà mai sufficiente per te davanti alla radice "fenici". Addirittura su "cosiddetta area fenicia" non mi sembra il caso di stare a giustificarmi. Sulla Sulki "fenicizzata" ti invito a notare che ho scelto il termine al posto di "fenicia" a significare che si trattava sempre di un centro sardo, non scalzato da queste nuove genti (sardi di ritorno di II, III o della generazione che vogliamo immaginare, se non prettamente orientali, libanesi, o della cosiddetta area fenicia); non scalzato, dicevo, ma sì influenzatone, più o meno come oggi di un centro sardo potrà perlomeno dirsi che è italianizzato (senza con questo significare che è italiano e non più sardo).
    Circa il nome "sardina" (anziché "fenicina"), mi porti su terreni sappiamo quanto scivolosi, dove l'interpretazione corretta (magari, appunto, inverificabile) potrebbe essere la più capziosa. Prendi il nome della zuppa inglese, o della insalata russa, e guarda quanto nella loro storia sembrino avere poco a che fare, quanto alla loro origine (quanto ai loro "inventori"), con l'Inghilterra e la Russia. L'insalata russa, poi, sembra più probabilmente nata a Mosca, ma da un cuoco e in un ristorante francesi! Voglio dire che si potrà comunque ritenere derivato dalla Sardegna il nome con cui si è diffuso il pesce conservato (Sardegna dove quindi probabilmente ne era pescata e lavorata una gran quota), ma che non è ancora lecito attribuire lo sviluppo dei retrostanti saperi tecnici per forza ai Nuragici (o Sardiani). Non sto "dettando" come deve essere andata, sto solo esercitandomi a spiegare come il nome, benché diffuso con quella radice in così tante lingue, non sia purtroppo prova per sé di un primo artifex (o raìs) sardiano.

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  13. La perla di Bartoloni, ho scritto, mi sembrava tale, ognuno poi giudichi. Ero certamente desideroso di confrontarmi su questo per capire che genere di apparente perla potesse essere, e fin qui (grato ad Atropa che ha raccolto l'argomento), nonostante tutto, continua a sembrarmi perlomeno uno spunto molto interessante.
    Avverto, Mikkelj, la tua benevolenza nei miei confronti pur tra la delusione e il dispetto. So che questi resti di tonni per il periodo Sardiano diresti debbano trovarsi entro una linea di costa da tempo finita sott'acqua: trovarli (magari da qualche parte in un sito o in uno strato di scavo prettamente nuragici, entro la linea di costa attuale) equivarrebbe alla scoperta della particella che convalida il tuo tassello nel nostro modello in costruzione, un tassello importante se dimostrato, facoltativo finché indimostrato (suonerà una logica puerile, ma credo davvero debba leggersi in questi termini); per ora questa resta però solo la tua ricostruzione dei dati, che io apprezzo e rispetto (e continuo certamente a tenere in conto), ma non posso sostenere che è dimostrata. E, purtroppo, il fatto che nessun "autore serio" la contesti non significa che l'abbia presa seriamente in considerazione, o quantomeno non significa che non contestandola (d'altronde nemmeno citandola) l'abbia avallata.
    In sostanza, Mikkelj, se non avessi scritto io questo articolo tu oggi potresti dire che ancora il 5-8-2016 Bartoloni ha parlato di Fenici lungo le vie dei tonni tra Oriente e Occidente e non si è sognato di contestare il tuo libro del 2008. E sarebbe vero, certamente non se lo stava sognando. Ma non sei affatto solo né in cattiva compagnia, non mi provo nemmeno a fare un elenco delle pubblicazioni di studiosi indipendenti cui regolarmente non viene rivolta alcuna attenzione, men che mai ufficiale, dall'accademia.
    Infine, caro Mikkelj, questo mio articolo non lo direi un particolare battesimo, casomai è la seconda "cronaca attiva" che mi capita di riportare da una conferenza; dopo di che so che non potrò andare granché avanti su questa strada. Comunque l'augurio per tutti e due, per te e per me, sarebbe di non finire mai per raggiungere davvero quel punto che dici, in cui nessuno riesca più a entrare nella nostra lunghezza d'onda. Meglio fermiamoci prima.

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    1. Poiché ancora non abbiamo voltato pagina, almeno a beneficio di Mikkelj una precisazione magari utile a pesare meglio parole interpretabili (a dispetto dell'attenzione diffusamente dedicatavi) antipatiche.
      Come ho scritto in un commento più sopra: "stavo andando ad affrontare quella conferenza pronto a far valere le ragioni sostenute (stampate) da Mikkelj". Nell'articolo, quindi, mi sono espresso così: ... "Avevo perciò ripreso il libro di Mikkely per appuntarmi le prove/indizi da lui addotti circa quanto sopra (volevo preparami a citare le sue fonti) e mi si è così chiarito, meglio di quanto fosse rimasto nel ricordo, che stando a quanto fissato sul libro del 2008 non si tratta di prove da potersi sventolare con la sicurezza che credevo."
      Ecco, mi fanno notare che potrebbe comunque interpretarsi io stia criticando Mikkelj per un suo sventolare con ostentata sicurezza, a sostegno della sua tesi, "prove" non realmente consistenti. Anche chi mi fa notare questa possibile ambiguità nella frase capisce, dall'insieme, che volevo invece riferirmi al Mio desiderio di sventolare prove consistenti intervenendo nella conferenza. Quel che Mikkelj ha "sventolato", al punto che chi lo legge può benissimo capire il suo percorso logico, sono indizi oggettivi e sue lecite e trasparenti deduzioni. Di certo, e figuriamoci, non si è inventato alcuna prova.

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  14. Dico semplicemente:
    -riguardo la lunghezza d'onda, l'esserti tu espresso così: "fermiamoci prima", definisco semplicemente RACCAPRICCIANTE!
    -riguardo la tua pretesa certezza che i miei libri non siano letti da coloro che "dispensano cultura" in Sardegna, dovresti sapere che ad una conferenza del Bartoloni a Sant'Antioco, fu chiesto dal moderatore cosa ne pensasse "di questi fenici mai esistiti"; egli, dopo un attimo di imbarazzo, dette una risposta d'una banalità epocale; ma nei giorni immediatamente successivi, quando incontrò in pubblico il relatore, lo aggredì verbalmente in modo quasi inurbano, significandogli che lui non avrebbe voluto parlare di tal argomento! Credo che l'argomento lo conoscesse bene per aver letto il libro! Infatti, invitato a alla sua presentazione, rifiutò adducendo un suo impegno lontano da Sant'Antioco! Mentre invece fu visto nel paese al momento della presentazione! Dimostrazione ancora lampante ch'egli aveva già letto il libro! Il quale, contenendo circostanziate critiche al suo operato, non gli avrebbe permesso una splendida figura!
    mikkelj

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  15. Dico semplicemente: non ho mai scritto che le tue pubblicazioni non siano lette da quanti "dispensano cultura" in Sardegna (figuriamoci, quindi, se puoi leggere al riguardo una mia pretesa certezza), mentre ho scritto che a esse (come a tante altre, indipendentemente dai meriti degli studiosi indipendenti che ne sono autori) non viene rivolta dall'accademia alcuna attenzione, non in sedi ufficiose (quali per esempio le conferenze di Stintino) e men che mai in sedi ufficiali (pubblicazioni, congressi). Potrai dirmi che attenzione, invece, viene eccome rivolta: a scansare, però, le situazioni in cui con certi studiosi indipendenti ci si potrebbe confrontare. Vero. Come, a onor del vero, altrettanto si verifica direi abitualmente nel rapporto tra qualsiasi genere di accademia e il rispettivo mondo di studiosi indipendenti, salvo rari casi di confronto consentiti dall'affidabile rispetto reciproco (laddove vi siano state le premesse per lavorare a che ciò fosse possibile). Ma so già bene che le premesse per lavorare a rendere possibile un confronto sulla protostoria sarda tra accademia e studiosi indipendenti sono troppo indebolite da attriti e ruggini pluridecennali.
    Col che mi fermo, senza alcun raccapriccio.

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  16. Mi ricollego all’aspetto più culinario sfiorato da questo articolo-reportage (il pesce), marginale rispetto allo zoccolo duro del vero tema, che poi ha avuto una coda polemica, per dire che, a volte, da un argomento si possa saltare ad un altro, senza grandi scossoni. Ci troviamo ancora nel Sinis, non lontani da Monte (i) Prama. Nella piazza dei balli di San Giovanni, al termine della presentazione delle fotografie e dei filmati di Francesco Cubeddu avente per tema il Sinis avvenuta ieri sera, sono state segnalate, tra altre curiosità, delle sconosciute immagini riprese dall’alto di forme geometriche, chiaramente non naturali. Si tratta di numerose impronte circolari allineate, generalmente disposte su quattro file, ubicate tra gli stagni di Mistras e le sponde del Golfo. Il “Seneghese volante”, che afferma di averli scoperti da anni qui e in altri siti, ha interpellato archeologhi rimasti sbalorditi dalla visione. Alla fine, sembrerebbe potersi affermare con sufficiente certezza (ma mai scartare eventuali altre ipotesi, ecco, forse si ritorna al tema) trattarsi delle sedi di grandi dolia di terracotta, disposti in file ordinate e senza mai toccarsi, per la preparazione del ‘liquamen’ del garum (pesci, erbe aromatiche, sale), di cui il mondo classico era particolarmente ghiotto. Chissà, forse anche questo potrebbe entrare nel modello. Una industria all’aperto, in grande stile, della preparazione di una delle specialità più ricercate e costose dell’antichità, con al centro della filiera il pesce anche piccolo. Si ignora, al momento, il periodo al quale risalgano tali impronte, se romano o preromano (come io sono portato a credere), almeno fin che il mondo accademico classico, il quale soffrirà di tanti mali ma non di ansia da scoprimento, non si degnerà di occuparsene. Mi auguro che questo contributo non appaia troppo fuori tema e possa piacere ad entrambi gli amici, Francesco e Mikkelj, mossi da pari ‘voluptas discendi’ e non sia sgradito invece all’autore che, con i suoi voli, ha proposto la segnalazione con sobria eleganza.

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  17. Mi sembra di sentire effluvio di garum, di liquamen, e stranamente (grazie a Giancarlo) posso dire che mi piace. E mi piace, tra l'altro, la prospettiva che potendosi trattare di terracotta non sarebbe difficile identificarla come tale (se fosse tale) e non sarebbe impossibile datarla. Forse che fosse ...
    Ma mi sembra anche di sentire i pensieri degli archeologi, che rimarcherebbero come gli appassionati fanno un'osservazione (anzi, ne fanno tante e di frequente) cui subito fanno seguire pure più di qualche ipotesi, e agli archeologi toccherebbe trovare i fondi, magari in fretta, e decidere poi come ripartirli tra i tanti possibili progetti ... con sempre lì Monte Prama che se non ci si versano praticamente tutti i fondi disponibili si verrà tacciati di volersi risparmiare, non voler andare a fondo ...
    Poi, certo, se investono il poco che c'è per limitarsi a riscoprire, come appare in questi giorni, le cose che a turno avevano dimenticato (magari perché pubblicate senza troppo risalto?), è difficile possano dare una buona impressione.

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  18. Toreganu, siamo ligi, se volessi rispondere qui alla domanda che ti ho posto ieri sul post "Kommos (Creta) e le sue 53 'cose' nuragiche del XIV-XIII sec. a.C.", del 13 Agosto 2017 (su recenti dimostrazioni della provenienza dalla Sardegna di antico argento trovato in Canaan) non sbaglieremmo ;-)

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  19. Chiedo venia, ma cerco un’altra chance per giungere all’attenzione di toreganu, che magari non ha ancora avuto modo di leggere la mia precedente richiesta (altri 6 nuovi commenti e pure questo scivolerà dall’elenco che evidenzia gli ultimi, con buona pace, allora, anche mia). Creda che non ho fatto semplicemente il pigro, ma proprio non trovo tracce (con Google) né delle analisi sull’argento antico in Canaan (dalla Sardegna e da Huelva) e né (mi interesserebbe anche quello) degli studi genetici che sorreggerebbero affermazioni su una massiccia presenza di markers spiccatamente in comune tra i Sardi e gli abitanti delle provincie di Cadice , Huelva, Cordoba e Siviglia.
    Dopodiché, seppure da questo post, mi unisco ai complimenti per l’ennesimo meritorio articolo di Atropa; ho avuto modo di farglieli in privato e certamente non mi dispiace renderli pubblici.

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