giovedì 14 giugno 2018

Tombe di... Giganti

Tomba di giganti  coddu vecchiu
Di Valeria Putzu

Stiamo assistendo in questi giorni a una serie di polemiche in risposta all’iniziativa della sovraintendenza per l’eliminazione del termine "Giganti" riferito alle statue di monte Prama. Tralasciando lo spreco di soldi pubblici , utilizzati nella demolizione delle anteriori campagne di marketing che funzionavano, invece che nella valorizzazione della Sardegna, come perfettamente evidenziato da Vito Biolchini:

domenica 10 giugno 2018

Su CONNOTU, questo sconosciuto


di Francu Pilloni


Ecco che su connotu – con una o con due ti – ovvero “il conosciuto”, vale a dire tutto ciò che abbiamo conosciuto, visto e imparato dai genitori e dai nonni, viene percepito spesso come pura tradizione, intesa come tributo alla saggezza e all’autorevolezza de is mannus ai quali sarebbe dovuto il massimo rispetto e l’obbedienza che poi sfocerebbe nella irriflessiva replica dei modi di agire già noti per ogni situazione, col risultato insito che tenderebbe a cristallizzare nel tempo la vita di un’intera comunità, tagliandola fuori dal progresso e dalla vivacità del confronto con gli altri.
Pastore che riversa il latte munto da su casiddu al bidone
da Sardinialinks - Altervista
Questo punto di vista de su connotu è un modello interpretativo largamente diffuso e ben basato sull’osservazione dei fenomeni popolari, sia nella quotidianità che nella singolarità delle manifestazioni legate a eventi particolari, come le sagre.
Se mio zio, che era pastore, da una vita indossava per prima la
calza sinistra, anzi la pezza da piedi sinistra perché alle calze non si arrese mai, convinto che la procedura lo preservasse dal mal di denti – e in effetti, per caso e per buona sorte, morì ottantenne con in bocca i suoi trentadue denti, non uno cariato –, non c’è chi non abbia osservato, nel proprio paese o nella città, i cerimoniali delle feste che si ripetono “da sempre” con gli stessi comportamenti rituali, sia da parte dei singoli che dell’intera comunità. Si pensi alla sagra di sant’Efisio a Cagliari, ma anche e sopra tutto alla vestizione de su Componidori per la Sartiglia di Oristano, che apparentemente si configura come un tratto di un laicissimo carnevale, ma è intrisa di religiosità quanto nessuna più di essa.

mercoledì 6 giugno 2018

QUALE IL NOME DEI GUERRIERI DI MONTE PRAMA?

di Gigi Sanna
O NEPHILIM O SHARDAN. OPPURE GGHNLOY (od. GIANGALLOY) CIOE  GIGANTI (ZIGANTES).
 
Era nell’aria da diverso tempo. I ‘Giganti’ come nome ‘rompevano’. E molto. Per i ‘giacobini’ intellettuali illuminati è nome mitopoietico, di un modesto passato gonfiato dall’esaltazione, foriero di creste ‘sardiste’ troppo sollevate e di chi sa quali disastri razzistici per l’avvenire. Meglio le statue dei Giganti chiamarle semplicemente ‘statue di Monte Prama’  da parte dell’archeologia ufficiale. Quindi, a ben pensarci,  un vero e proprio rimbrotto per il curatore del volume (2012)  di Bedini, Tronchetti, Ugas e Zucca intitolato ‘Giganti di pietra’. Addirittura con sottotitolo ‘MONTE PRAMA. l’Heroon che cambia la storia della Sardegna e del Mediterraneo’. Troppa enfasi per i modesti soggetti e troppa storia per un’isola senza storia, senza immagine definita e senza ‘gloria’ per definizione. Da allora e per sempre.

Francesco Masia presenta il sul libro a Sassari


domenica 3 giugno 2018

Una stele con un uccello-pesce in ‘Su Lisandru’ di Aidomaggiore. L’iconografia ideografica nuragica della ‘mostruosità che ispirò la scrittura metagrafica astrale etrusca.


di Gigi Sanna

               

              Fig. 1                                       Fig. 2                                                          Fig. 3       

   Il piccolo ma massiccio betilo (h  1,10 X l  0,50) venne rinvenuto negli anni ottanta del secolo scorso (1) in Aidomaggiore. Affatto compreso circa la sua originaria collocazione e lasciato capovolto (fig.1) è rimasto per tanto tempo trascurato come pietra enigmatica davanti ad una rete metallica di una fattoria agropastorale, non lontano dal sito archeologico del Nuraghe Lisandru (fig.4).

martedì 22 maggio 2018

I SARCOFAGHI DEGLI ‘SPOSI’ DI CERVETERI E DEL LOUVRE. PODEROSE ‘MACCHINE’ APOTROPAICHE PER IL ‘DOPPIO’ SOSTEGNO DELLA LUCE CICLICA (IL TRE) E PER LA SALVEZZA ULTRATERRENA.

di Gigi Sanna


Si  dice che la lingua etrusca è ancora, per svariati motivi, un enigma e un 'rebus'. Ciò si sostiene, naturalmente, sulla base delle grosse difficoltà che insorgono nel cercare di capire di essa molti degli aspetti lessicali, morfologici e sintattici. In realtà, a mio parere, il 'rebus' sussiste e resiste nel tempo non 'solo' per motivi di carattere grammaticale e linguistico, ma anche e soprattutto perché si stenta a considerare un aspetto essenziale dell'etrusco: che la scrittura è criptica, cioè organizzata e strutturata di proposito con il rebus. E' realizzata per non essere capita se non da pochissimi.  Pertanto nella misura in cui si comprenderanno i meccanismi, spesso sofisticati, del rebus, posti di norma in essere dalle scuole scribali dei santuari, si comprenderà la lingua etrusca scritta. Essi sono simili e spesso gli stessi usati dagli scribi dei templi greci e nuragici. In particolare quelli inventati dagli scribi di  questi ultimi.
Abstract


Sommario  
  Il sarcofago degli sposi di Cerveteri è un’opera nota in tutto il mondo. Il suo valore però non consiste solo  nell’arte e nella documentazione  di un certo modo di essere e di pensare se stessa della societas nobiliare etrusca circa il mondo ultraterreno.  E’ anche e soprattutto epigrafico perché il coperchio lungi dall’essere opera ‘laica’, inneggiante in qualche modo al terreno, è profondamente sacro e attinente esclusivamente alla simbologia che riguarda il raggiungimento di una vita futura nel regno della luce. E’ una ΜΗΧΑΝΗ,una forte ‘macchina’ apotropaica, congegnata per scrivere nascostamente la (solita) petizione riguardante la formula della salvezza. Questa è attuata attraverso la scrittura metagrafica con gli espedienti  dell’ideografia, della numerologia e dell’acrofonia. Detta ΜΗΧΑΝΗ è esemplata su quella, con eguale scrittura, dei cosiddetti ‘bronzetti nuragici’. Formalmente, nonostante la differenza espressiva, si può dire che sono la stessa cosa. Solo che  la ΜΗΧΑΝΗ de bronzi sardi  è imperniata sul lessico semitico mentre quella etrusca si basa su ‘tre’ lingue dell’indoeuropeo (etrusco, greco e latino). Il sarcofago di Cerveteri, come si sa, ha una realizzazione gemella nel Sarcofago degli sposi custodito nel museo del Louvre di Parigi. A parte qualche variante formale le due opere sono state concepite per essere lette nello stesso identico modo, cioè con la stessa ‘petitio’ dell’aiuto salvifico del padre e della madre luminosi, TIN/ VNI - SOLE/LUNA.

sabato 19 maggio 2018

Toilette estiva


di Francu Pilloni
Sa panghixedda (da Sardimondo. com)

Tutti i vicinati del mio paese avevano uno sfogo nell’agro in prossimità del quale i bambini esprimevano di preferenza i loro giochi. Differiva quello centrale, vicino alla chiesa, alla piazza Muristeni e a Is tellaias con Sa Panghixedda, che pure confinava con la campagna, ma tramite una collina, Pubuzzi, irta di rovi e di prugni selvatici che la rendevano inadatta a qualsiasi frequentazione.

martedì 15 maggio 2018

Gita culturale al sito archeologico di Santa Cristina di Paulilatino

L'associazione 'aleph al termine del 7° corso di epigrafia nuragica e archeoastronomia organizza una gita di studio presso il sito archeologico del pozzo sacro di Santa Cristina
per sabato 19 maggio



 Oltre ai corsisti sono invitati alla gita tutti coloro che vogliano partecipare all'ultima lezione di archeoastronomia sul tema: il pozzo sacro di Santa Cristina, e all'ultima lezione di epigrafia che si terrà presso la spiaggia di "Su crastu biancu" marina di San Vero Milis.

Modalità e orari:

- ore 9.30 raduno, con mezzi propri, presso il sito archeologico di Santa Cristina
- ore 10:30 visita guidata del sito archeologico a cura della
  cooperativa che lo gestisce
- a seguire: lezione di archeoastronomia
- ore 13:00 pranzo al sacco all'interno del parco archeologico
- ore 16:00 trasferimento presso la località "Su crastu biancu" 
 marina di San Vero Milis per visitare lo scarabeo inciso sulla 
 roccia e seguire l'ultima lezione di epigrafia nuragica.

sabato 12 maggio 2018

Indolente


di Francu Pilloni



fmboschetto.it
Quante volte al giorno siamo costretti a sentirci dire che le vicende umane oggi vanno tutte di fretta, che il mondo stesso corre, subisce un’accelerazione continua e non si riesce a individuare un punto, un tempo in cui riesca a rallentare?
Lo dicono i filosofi e chi ne fa le veci nei talk show; lo dicono i tuttologi nei libri e nelle riviste, lo dicono convinte le clienti della parrucchiera di mia moglie e, non ultimi, i miei pochi amici, ma solo quando sono stanchi di pensare e si uniformano al pensiero corrente.

Il motivo ‘decorativo’ del recipiente per cereali della capanna 10 del Nuraghe Adoni di Villanova Tulo. Una lettera nuragica forte ‘complessa’ e un’olla come supporto della scrittura. Un segno rarissimo nella sua forma, forse un ‘unicum’.




di Gigi Sanna

 (da Canu -Leonelli)

     Durante gli scavi della capanna n.10 del Nuraghe Adoni di Villanovatulo venne rinvenuta (1), tra gli altri materiali fittili, un’olla contenente dei piselli e, dato ancora più singolare, recante sulla sua superficie, esattamente al centro, un ‘segno’ giudicato ‘decorazione a rilievo rappresentante una forcella’ (2).  Il cosiddetto segno ‘a forcella’, come si sa, non è nuovo nella raffigurazione nuragica in ceramica, in pietra e nello stesso bronzo, come si può vedere dai documenti seguenti nei quali esso appare apparentemente (3)  isolato (figg. 3 -4 -5 -6) oppure manifestamente  abbinato ad altri segni ancora (figg.   6 -7 -8 -9).

sabato 5 maggio 2018

TAVOLETTE DI SUGHERO SCRITTE IN SU NURAXI DI BARUMINI. BASTA CON LE CHIACCHIERE CHI SA PARLI.

TAVOLETTE DI SUGHERO SCRITTE IN SU NURAXI DI BARUMINI. BASTA CON LE CHIACCHIERECHI SA PARLI.







E' VERO CHE GIOVANNI LILLIU TROVO', DURANTE GLI SCAVI, NELLA STANZA A PIANO TERRA DEL NURAGHE DI BARUMINI DELLE (QUANTE?) TAVOLETTE DI SUGHERO CON I SEGNI DELLA SCRITTURA NURAGICA? E' VERO CHE IL MAGGIORE TESTIMONE DEL RITROVAMENTO FU IL CUGINO DON LEONE CHE IN QUEL TEMPO ERA PRESENTE DURANTE GLI SCAVI? E' VERO CHE DON LEONE RIFERI' DEL FATTO ALL'EDITORE SILVIO PULISCI? E' VERO CHE LE TAVOLETTE, A DETTA DEL LILLIU, L'INDOMANI NON C'ERANO PIU' PERCHE' SI ERANO... POLVERIZZATE? O E' VERO INVECE CHE, SEMPRE A DETTA DEL LILLIU, I REPERTI FURONO PORTATI (IN GRAN SEGRETO) NEI MAGAZZINI DEL MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE DI CAGLIARI? E' VERO O NON E' VERO CHE NEL REGISTRO DEGLI SCAVI IL LILLIU NON FECE MENZIONE DEL RITROVAMENTO? E SE DON LEONE HA DETTO (PERCHE' SI DOVREBBE DUBITARE DI LUI?) LA VERITA' PERCHE' LILLIU NON HA MAI FATTO PAROLA DEL RINVENIMENTO? PERCHE' E' RIMASTO IN SILENZIO QUANDO GIA' CON LA PUBBLICAZIONE DELLE FOTO DEI CALCHI DEI SIGILLI DI TZRICOTU (ANNI NOVANTA) SORGEVA L'ASPRA POLEMICA TRA NEGAZIONISTI, POSSIBILISTI E AFFERMATORI IN TEMA DI SCRITTURA NELL'ETA' DEL TARDO BRONZO SARDO?

mercoledì 2 maggio 2018

IL LATINO DERIVA DALSARDO? NON SO. POTREBBE. CI SONO NON POCHI INDIZI (Frau) MA ANCHE DELLE PROVE DOCUMENTARIE CHE FANNO MEDITARE.



 
Che il sardo derivi dal latino e non viceversa sembra una ovvietà e non è strano dunque che fior di linguisti accademici come Ignazio Putzu, Maurizio Virdis, Simone Pisano, Gigliola Sulis ed altri ancora (L'unione Sarda del 27 aprile scorso) si siano pronunciati con decisione contro una ipotesi che avrebbe, per altro, il rifiuto immediato di tutta la comunità scientifica mondiale. Un verdetto senza scampo dunque per una proposta balzana già dalle prime battute viziata da non scientificità nel merito e nel metodo. Pollice verso e punto.
Per quanto mi riguarda personalmente non posso replicare più di tanto da linguista ma da epigrafista almeno un po'. L'ho già fatto un po' di tempo fa interpretando i sigilli di Tzricotu, il cosiddetto 'brassard' di Is locci Santus, la pietra di Perdu Pes di Paulilatino, la Stele di Nora, pochi forse ma importantissimi documenti del Corpus delle scritte nuragiche che recano le voci G(i)G(A)HA(n)LOY, G(a)WAHLU, K(o)R(r)'Sh, B(i)D(E)NT(E) ed altre ancora. Nessuno può negare che queste voci si trovino scritte in detti documenti o affermare che essi siano dei falsi (anche se ci hanno provato inutilmente in tutti i modi). Le parole suddette, come i linguisti sanno, sono tutte di matrice indoeuropea e assai vicine al latino.
Ora, dal momento che tutti i documenti (nuragici) in cui esse si trovano precedono l'arrivo dei Romani ed escludono che siano latine non resta che pensare, per logica, che il latino venga dopo. E' questa una prova per via documentaria, la più importante di tutte le prove perchè diretta e oggettiva. Ma non ci sono solo prove documentarie da tenere in considerazione : c'è la prova storico -antropologica del latino 'forte' parlato all'interno della Sardegna, proprio nella zona dove i Romani non hanno potuto linguisticamente essere influenti nulla o quasi nulla. Come si spiega? Non si riesce a spiegare in nessun modo se non con il dato della lingua sardo -latina (per intenderci) da sempre presente nei territori non colonizzati dai Romani. E ciò cozza di brutto con il paradigma. Questo almeno avrebbe dovuto far diventare più prudenti quelli del 'punto e basta'. E ' (lo capisce anche uno scolaretto) un'insanabile contraddizione a cui va data una risposta scientifica se davvero la linguistica è una disciplina scientifica.
A coloro che invocano l'autorità, ovvero il consenso generale (addirittura mondiale) della comunità scientifico -accademica, parlando di secoli di definitive acquisizioni, bisogna ricordare (è strano che lo si debba fare noi) che non è mai, nè sarà mai, l'autorità a fare la scienza. La scienza la fanno da sempre le ricerche continue e i dati empirici che possono anche far restare al palo ma possono anche cambiare poco, molto o tutto del paradigma. Proprio in questi anni sono crollati in Sardegna paradigmi ferrei e 'pacificamente accettati dal consesso della comunità scientifica': i sardi non navigavano? Falso, navigavano. I Sardi sono stati dominati dai Fenici? Falso. I Sardi non furono 'fenicizzati' e vissero in autonomia e in libertà la loro civiltà antica ed originale. I sardi non erano i Shardan. Falso, i Sardi furono uno dei popoli del mare che attaccarono l'Egitto (parole dell'egittologo Cristian Greco, tra gli ultimi). Essi sono gli Sherden citati dai Faraoni e dalle fonti orientali per quattro secoli . I Sardi nuragici per autorità scientifica non hanno mai conosciuto e usato la scrittura. Falso. E sappiamo oggi bene, molto bene (con tanto di dati archeometrici, quelli sì scientifici), perché.

martedì 1 maggio 2018

BRAVO IL DESIGNER DI GOOGLE. SCRIVERE CON GLI OGGETTI SI PUO'. LO FACEVANO GIA' GLI EGIZIANI, I SARDI, GLI ETRUSCHI (E NON SOLO).





   Bella oggi (anche perchè istruttiva) la copertina di Google per la ricorrenza del 1 Maggio. Il grafico della società in Internet ha creato un 'lusus' scrittorio servendosi di oggetti che costituiscono 'simboli' delle varie espressioni del lavoro. In teoria tutti dovrebbero restare semplicemente dei simboli che con il loro numero e la loro effervescenza costituiscono un inno alla festa. Ma il grafico ha proseguito nel lusus e parte di quei simboli (collocati in una consueta... riconoscibile stringa), li ha fatti diventare fonetici (segni che notano suoni) attraverso il loro aspetto che richiama, in qualche modo, i segni dell'alfabeto, quello che per convenzione noi adoperiamo tutti i giorni. Cerchi (anche diversi), tubi assemblati in un certo modo, stetoscopi, ecc., ovvero alcuni degli attrezzi del lavoro, sono diventati così, nascostamente e a rebus, scrittura, suono, linguaggio: G O O G L E.
Vi sorprenderà ma questo modo di scrivere nascosto, del tutto convenzionale, con le 'cose', con gli 'oggetti, fu inventato migliaia di anni fa dagli Egiziani (forse) e ripreso poi, in modo particolare, dai Sardi e quindi dagli Etruschi.

sabato 28 aprile 2018

DOVE FORMA ED EVENTO SI INCROCIANO: IL GIURAMENTO NEI BRONZI FIGURATI SARDO-NURAGICI*


di Angelo Ledda
*Articolo di prossima pubblicazione in Monti Prama. Rivista semestrale di cultura di Quaderni Oristanesi ( n.70), PTM Mogoro, 2018
Fig. 1: Scena dal Tempio a Megaron Domu de Orgìa. di Esterzili (Nu): "Scena composta da un cacciatore offerente con cervo e un cane che sbrana la preda; muflone; toro con colombe sulle corna; due sacerdotesse con torcia; due offerenti con olla a colletto; un offerente con muflone sule spalle;un arciere saettante con vestito borchiato; colombe con foro passante" (didascalia del Museo Archeologico di Nuoro, foto di Valerio Capello).
1. Atti religiosi e gestualità costitutiva nei bronzi figurati sardo-nuragici

Agli inizi del Novecento Raffaele Pettazzoni descriveva i bronzi figurati sardo-nuragici mettendo l'accento sull'atto religioso rappresentato: “Non si tratta, qui, di divinità; ma di uomini[...] Quasi tutti hanno una impronta solenne, conferita dall'atto religioso che essi compiono e che l'arte ritrae: o

Incontro in Sardegna


Di Giovanni Masala Dessì

 Julius Konietzko / Sebastiano Guiso

Incontro in Sardegna

A cura di Sabine Enders e Giovanni Masala Dessì
Introduzione di Sabine Enders
Traduzione a cura di Giovanni Masala
Nota biografica su Sebastiano Guiso a cura di Salvatore Pinna Soru
208 pagine, 160 tavole fotografiche

Julius Konietzko (1886-1953), etnologo di fama mondiale e col-lezionista di arte esotica, nel 1931 (gennaio-marzo) si reca in Sardegna in compagnia della moglie Lore su incarico del Museum für Völkerkunde di Amburgo per acquistare oggetti di interesse etnografico. Ma approfitta del suo soggiorno anche per fotografare. I suoi soggetti preferiti sono i paesaggi, l’architettura rurale, il lavoro quotidiano, gli oggetti della cultura materiale e persone in costume tradizionale. Dopo essere stato a Cagliari, Sant’Antioco, Oristano, Cabras, Santa Giusta e Milis, verso metà febbraio parte per Nuoro e Dorgali accompagnato dal suo amico e collega Federico Faraone (1892-1960), facoltoso antiquario poliglotta di Oristano, nonché commerciante di stoffe pregiate.
A Nuoro Faraone gli presenta Sebastiano Guiso (1891-1955), un fotografo noto in tutta l’isola, e da lui Konietzko acquista numerose foto originali che ritraggono in prevalenza persone in costume festivo a Nuoro e in alcuni paesi del circondario. Queste foto hanno un alto valore documentale, in quanto il fotografo nuorese alcuni anni prima di morire di-strusse il suo intero archivio fotografico. Pertanto le fotografie acquistate da Konietzko indirettamente sono state salvate e ritrovate in Germania dopo quasi un secolo. Alcune furono scattate probabilmente il 3 maggio del 1929, quando il re Vittorio Emanuele III e la regina Elena visitarono Nuoro. In occasione di quell’evento si riversarono nel capoluogo barbaricino grandi masse di persone vestite a festa per onorare la coppia reale con un grande corteo in costume tradizionale.
Nelle fotografie scattate da Guiso, un professionista dell’arte fotografica, le persone sono statiche, le scene all’aperto preparate accuratamente. La qualità tecnica di queste foto nella maggior parte è decisamente migliore rispetto alle riprese fotografiche realizzate da Konietzko, le cui immagini denotano tuttavia una maggiore spontaneità, tipica di un fotografo non professionista, e da un punto di vista etnografico sono estremamente significative.



In copertina (fronte):
Cabras (foto Konietzko), giovane donna seduta sull’uscio di casa

In copertina (retro):
Cabras (foto Konietzko), bambino con cavalluccio di canna
Cabras (foto Konietzko), cortile con grande trogolo in pietra e il forno
Atzara (foto Guiso), coppia di coniugi
Oliena (foto Guiso), giovane donna
Dorgali (foto Guiso), uomo con bisaccia


Giovanni Masala Verlag
www.sardinnia.it

giovedì 26 aprile 2018

PO SA DIE DE SA SARDIGNA. UN BEL REGALO DA PARTE DEGLI EREDI DEL MAESTRO LUTZU. ECCO LE NOTE DEL FONDAMENTALE * SAGGIO DI PIETRO LUTZU SULLA SCRITTURA NURAGICA.

di Gigi Sanna


Figura 1

Qualcuno forse ricorderà il nostro articolo del 2013 (1) sul dattiloscritto di Pietro Lutzu, circa le sue (del tutto sconosciute) ricerche sulla antica scrittura (periodo nuragico) dei sardi. Dissi allora che, purtroppo, il breve saggio dello studioso, scritto agli inizi del secolo scorso, non conteneva le note, quelle che avrebbero dovuto accompagnare il testo e che risultavano solo accennate (tra parentisi) dalla numero uno alla numero 10.

sabato 21 aprile 2018

Lo scarabeo ‘scritto’ della marina di San Vero Milis. Un prodotto recente? No. Per capire della sua remota antichità e del suo alto valore documentario basta affidarsi, oltre che all’archeologia, alla severità di tre discipline scientifiche: l’ epigrafia, la zoologia e l’astronomia


di Gigi  Sanna,

dedicato agli amici del movimento di Autodeterminatzione
  Fig.1
  1. Il dato epigrafico. Prime considerazioni.
     Immaginiamoci di trovare un disegno di un animale riportato su di una pietra, su di una roccia, su di un frammento di ceramica o su di una superficie metallica. E immaginiamo ancora che esso  sia uno scarabeo.  Il nostro primo compito, se dovessimo avere l’impressione della possibile antichità di esso, sarà ovviamente quello di esaminare per benino le modalità con cui è stato riprodotto (la grafia), il secondo sarà quello di cercare  di capire la precisa tipologia di esso.

martedì 17 aprile 2018

Il sigillo A1 di Tzricotu: matrice per modani medievali? No, modello per matrici nuragiche! Una indagine


di Sandro Angei


Fig. 1

Sommario

   Il presente saggio intende confutare con prove scientifiche di natura tecnica la tesi, avanzata in ambito archeologico altomedioevale, che la cosiddetta tavoletta A1, rinvenuta nei pressi del Nuraghe Tzricotu di Cabras (ancora custodita nei locali della Sovrintendenza archeologica di Cagliari) sia una matrice per mòdani. In sostanza si porranno due argomentazioni; la prima di carattere prettamente tecnico, che si basa sulla metodologia di realizzazione del reperto, che confuta in modo sistematico la tesi “medievalista” che vuole la tavoletta A1 una “matrice in bronzo ad una sola valva per un mòdano da sbalzo”. La seconda argomentazione, confuterà la medesima tesi dal punto di vista iconografico, dimostrando infondata la tesi che vuole alcuni dei segni ivi incisi, quali motivi fitomorfi.

lunedì 16 aprile 2018

EFISIO MARTIRIZZATO DAI ROMANI, SANTIFICATO DAI CRISTIANI. VENERATO DAI CONTEMPORANEI (articolo dell' Unione Sarda del 14 aprile p. 49 a firma Caterina Pinna). DAVVERO DAVVERO?


di Gigi Sanna
 
      Caro Museo Archeologico di Cagliari e caro direttore Damiani, dalla Siria forse (o senza forse) arrivarono i nuragici ma non certo Sant'Efisio. Con tutto il rispetto ma non c'è niente di più falso nell'agiografia cristiana della storia di Sant'Efisio tramandataci nel medioevo dalla falsa 'Passio Sancti Ephisii' interamente scopiazzata - com si sa - sulla 'passio' di un altro santo (Procopio).
     E i Romani con Sant'Efisio non c'entrano proprio nulla. Parola di Bollandisti, l'istituzione creata dalla chiesa per far luce sulle 'santità' vere o presunte o false (quella di Sant'Efisio sarebbe la più falsa in assoluto). Il fatto è che Ephisy (o  Lephisy), con la 'y', proprio come lo pronunciano da sempre i fedeli', figlio (bn) di NGR, visse più di mille anni prima e più  precisamente al tempo della composizione della  stele di Nora (IX- VIII secolo a.C.) che a lui fu dedicata nella stessa città, sicuramente insieme ad un tempio. Era 'santo' certamente, come lo erano, più o meno nello stesso periodo, Gayni (santu), Lussoriu (santu) ed altri non pochi strani 'santos' nuragici dell'Isola; ma la sua era una 'santità' diversa, di un periodo diverso, di uno yhwh diverso di una Sardegna diversa.
     Nel Museo Archeologico di Cagliari, luogo deputato alla conoscenza e alla storia non romanzata e così contraria alla 'fantaarcheologia', si celebra dunque un falso immenso, andando pecorescamente dietro alla fantaagiografia. Da non credere! Qui ad Oristano, giustamente (ma credo non del tutto 'gratuitamente'), si fanno rassegne promosse dall'archeologia e anche si strombazza con tanto di conferenze sui falsi bronzetti ottocenteschi sardi. A Cagliari i falsi e le bufale bufalissime vengono accolti addirittura con enfasi come 'storia' senza se e senza ma. Che pena!
Una cosa però mi preme dire per i devoti di sant'Efisio: che Dio è senza tempo e la vera santità degli uomini la crea quando la crea. A suo piacimento e volontà. Senza badare a calendari, nuragici o cristiani che siano.

mercoledì 11 aprile 2018

CONFERENZA SULLA DIDATTICA DELLA SCRITTURA NURAGICA. UN LIBRO PER RIASSUMERE E PER SEMPLIFICARE

Sabato 21 Aprile alle ore 21 verrà presentato in ARBOREA il libro di didattica sulla scrittura nuragica 'I GEROGLIFICI DEI GIGANTI' . Per maggiori dettagli sulla  manifestazione arborense v. appresso la locandina dell'Associazione culturale cittadina 'ARCHEOVAGANDO PER LA SARDEGNA'.


domenica 8 aprile 2018

LO SCIPPO


di Francu Pilloni
Capisco che in Italia si parla di tempi lunghi, come se il tempo non contasse. Invece i nostri lettori, a parer mio, l'hanno in gran conto, anche quando, all'occasione, devono impiegarlo per leggere un racconto. Così mi piego all'occorrenza e ne pubblico uno alquanto breve.

La strada è inondata dal sole d'aprile, il giorno feriale e l'ora di mezza mattina la fanno deserta.
Ha capelli lunghi e biondi che nascondono uno zainetto la figura che ancheggia sul marciapiede dentro jeans attillati. Sulla spalla un borsa a tracolla.
Dall'incrocio spunta un vespino; sopra due giovani con casco integrale: lui alla guida, lei da passeggera, avanzano nel sole, nervosi e prudenti.
Sfiorano la bionda figura, la borsetta passa di mano con un agile strappo, consumando lo scippo.
Ecco la cronaca secondo per secondo:
1° - il vespino accelera zig-zagando;
2° - la ragazza nasconde la borsa fra il suo stomaco e la schiena del compagno che guida;
3° - poi si volta per accertarsi che non siano inseguiti;
4° - La figura ha testa rasata e ripone la parrucca nello zainetto;
5° - Il vespino rallenta, imbocca una via laterale per non dare nell'occhio: Vediamo che c'è!
6° - la ragazza fruga la borsetta; 

sabato 24 marzo 2018

Cavalupo di Grosseto. Un Gigante figlio di Dio ‘difensore’, un cesto come grembo divino e uno sgabello per il riposo eterno. Ecco come la Sardegna di 2800 anni fa partecipò con i suoi caratteristici simboli al dolore per una tragedia sardo - toscana di cui nulla purtroppo è dato sapere. Se non il fatto che fu immensa, riguardò un casato d’eccezione e toccò il cuore di tutti (III).

di Gigi Sanna

Fig.1

      Abbiamo visto nei precedenti due articoli (1) come si esplichi il simbolismo di natura funeraria nuragica con i bronzetti alludenti l’uno all’aiuto del Dio attraverso il figlio ‘sacerdote’ gigante e l’altro all’accoglimento del defunto nel ‘grembo’ dello stesso Dio,  simbolizzato attraverso il piccolo cesto in miniatura.

  C’è un terzo  oggetto però, assai significativo, che accompagna gli altri due: lo sgabello. E’ evidente che anche questo piccolissimo oggetto (2) altra funzione non ha se non quella simbolica e, più precisamente, una funzione che si somma organicamente a quella degli altri due bronzi.

 Ora, uno sgabello altro non può suggerire se non l’idea del sostegno della persona nel momento di riposo dopo una certa attività defatigante. Lo stesso Yhwh, pur essendo di capacità straordinarie in quanto Dio, dopo la sua immane fatica della creazione del mondo si riposò nel settimo giorno. E tutti i ‘sabati’ gli ebrei così come il Signore festeggiano lo shbt שבת il momento del riposo. Ma secondo gli antichi rabbini il ‘settimo giorno’ fu creata da Dio (yhwh) la mnwhh מנוחה ovvero proprio  il ‘riposo’. Nello spirito biblico ( Dt 12,9; 1Re 8,56; Sal 23,2; 95,11) questo termine è sinonimo di felicità, silenzio, pace e armonia. In seguito la voce  divenne, significativamente, sinonimo della vita nel mondo futuro, della vita eterna.

   Quindi il valore simbolico dello sgabello potrebbe essere quello di ‘pace, serenità, tranquillità ‘dopo la morte. I due defunti  (3) di Cavalupo dopo la morte sarebbero stati accolti nel grembo di Dio (il cesto) dove avrebbero trovato finalmente, dopo gli affanni e le tribolazioni della vita, la ‘pace’, la ‘requies  aeterna’.  L’ipotesi, essendo gli oggetti di chiara evidenza simbolica e riguardanti ovviamente il culto funerario, potrebbe essere plausibile ma perché essa possa trasformarsi in certezza c’è bisogno di qualche prova ulteriore che la corrobori e che permetta che non insorgano  dubbi che lo sgabello alluda realmente allo stato della  מנוחה 

     G.Lilliu nel trattare del singolare sgabello cultuale, di cui la bronzistica sarda ha un altro esemplare,  tenta di capirci qualcosa (4) ma è ben lontano dall’immaginare il reale valore simbolico dell’oggetto. Nella sua encomiabile attività nel descrivere (e nel descrivere nella maniera più accurata possibile) non gli sfugge certamente il dato che gli sgabelli sono gli stessi sui quali  la produzione della bronzistica sarda fa sedere delle donne ‘madri’ (5) che tengono in grembo un ‘piccolo’ defunto (v. figg. 3 - 4).

       
   Fig. 3. Bronzetto di  Serri  (Santa Vittoria                  Fig. 4. Bronzetto di  Urzulei (Sa domu 'e s'orcu 

   Lo studioso, sempre capace di pronte comparazioni, ove esse in qualche modo siano possibili,  non è però in grado di capire, naturalmente, cosa rappresentino quelle donne che manifestamente si mostrano addolorate per la loro creatura che giace inerte nel loro grembo,  avvolta e circondata dal loro affetto protettivo (6). Propone qualche soluzione ma brancola nel buio (7) perché  non ha gli strumenti concettuali (in primis una qualche conoscenza della realtà effettiva della divinità sarda) che gli consentano  di porre in correlazione i suggerimenti ideografici : quello del riposo dello sgabellodell' affettuoso abbraccio del  manto e del grembo che accoglie e tranquillizza. C’è una creatura che è morta e in quanto tale  non può non godere dei gesti consueti e istintivi, quelli  ‘vitali’, di una ‘madre’ che abbraccia rasserena e fa riposare il figliolo come se morto egli non fosse. Solo la consapevolezza dell’esistenza della scrittura metagrafica permette di ‘leggere’ e di capire che quella realizzazione ‘artistica’ con fattezze squisitamente umane è solo un 'pretesto', una metafora, per spostarsi sul piano più profondo del divino e per parlare del Dio  (femmina - madre) che pietosamente ha abbracciato ed accolto nel suo ‘grembo’ il piccolo defunto che ora tranquillo riposa in pace. Perché sgabello, manto e grembo materno sono simboli nuragici del trapasso, sono espedienti dell’elaborazione del lutto  per dire che la morte non è, che essa è apparente, perché il bimbo è solo ‘dormiente’ (riposa) accolto dall’affetto e dalla premura dell'altra mamma ovvero della divinità celeste (8).
    Ora si prendano i simboli del cesto - grembo e dello sgabello e si comprenderà che, sia pur in forma diversa, chi ha deposto gli oggetti nella tomba di Cavalupo ha voluto rendere la stessa idea dei bronzetti di Serri e di Urzulei. L’ha resa con due bronzi e non con uno solo ma ha voluto sempre esprimere il riposo dei due defunti nel grembo, che accoglie e protegge assieme, della divinità madre (fig. 4).



 Fig. 4

Per altro, logica sottolineatura femminile questa, dopo quella maschile del bronzetto del gigante sacerdote, perché così la simbologia riesce a preservare l’aspetto di padre e madre assieme della divinità che è, non lo si dimentichi, androgina come in etrusco (apac atic). I defunti  hanno il padre ‘protettore’ che li difende e li protegge nella via della salvezza ma hanno anche la madre ‘affettuosa’ che li abbraccia, li consola, li culla nella  מנוחה 

    Il terzo ἀνάθεμα (9), ovvero lo sgabello si leggerà  ‘heה (lei/lui)  מנוחה (Lui è pace, riposo)    

     I tre (10) bronzi sardi costituiscono dunque ‘scrittura’ metagrafica, ovvero scrittura altrimenti convenzionale che va a sposarsi con tutta la scrittura dello stesso tipo presente a profusione nella tomba etrusca dato che tutto il corredo parla lo stesso linguaggio del superamento della morte attraverso i simboli che, in qualche modo, tendono ad annullarla. Infatti, gli spilloni e gli oggetti elencati con precisione dagli autori (11) dello studio particolareggiato della ‘tomba dei bronzetti sardi’ altra funzione non hanno se non quella di ripetere ossessivamente il grido della non morte, della stabilità, dell’energia  e della  continuità della luce con la luce. Sono oggetti del simbolismo mosso dalla pietà, per nulla decorativi così come non lo sono i tre bronzetti sardi.

Ma forse anche questa spiegazione simbolistica degli oggetti nuragici  (bronzetti)  potrebbe risultare opinabile se a renderla credibile non intervenisse un dato del tutto scientifico. Infatti, l’esame delle ossa combuste condotto dalla Vargiu permette alla studiosa di dire che le ossa del bacino del bimbo risultano meno sottoposte al calore delle altre; segno questo che nella pira il piccolo  venne deposto al di sopra della donna adulta. Bacino sopra grembo.  In qualche modo ci si dice che il piccolo venne deposto volutamente sopra il ‘grembo’ della madre. Il particolare di per sé non sarebbe stato rilevante se noi non conoscessimo (e bene) il simbolismo nuragico raffigurativo bronzeo, di cui si è detto,  dei ‘bimbi’ che giacciono morti nel grembo materno. Simbolismo che ci porta a ipotizzare  che la stessa deposizione nella pira non fu eseguita con due corpi supini ma, quasi in una rappresentazione scenica tragica, con una madre reale seduta (12) e  un figlio, ugualmente reale , collocato sul suo grembo. Il simbolismo nuragico, nel desiderio di annichilire la morte, si sarebbe spinto sino al punto di servirsi come pretesto del grembo della madre terrena per alludere ad un’altra madre infinitamente più grande ovvero a quella celeste. Una scena assai ardita, ai confini con il macabro, se non tenessimo presente che in tutta la cerimonia funeraria, sarda o etrusca che fosse, lo scopo fondamentale di tutti gli atti era quello di annichilire la morte  nella maniera più efficace possibile che era spesso anche la più audace e non di rado la più fantasiosa (13). In ogni caso, in virtù del dato scientifico, il simbolismo del ‘grembo’ (del bimbo collocato  sul grembo materno) e del ‘riposo’ restano saldi comunque, sia che la ‘rappresentazione’ fosse parcamente  suggerita sia lo fosse (come riteniamo) in modo più esplicito e ‘veristico’ .            

   Resta da ribadire che tutta quella enorme abbondanza di simboli ‘salvifici’  non è senza significato. La sua spiegazione non sta, come potrebbe sembrare, tanto nella ‘ricchezza del corredo tombale’ ma nella reiterata riproposizione dei simboli, dei manufatti funerari forti per allusioni delle comunità, sia di quella etrusca sia di quella nuragica. Quella ostentata deposizione di  oggetti che accompagna i defunti  non ha niente a che fare con la pompa e lo sfarzo privato della casa di una nobile o nobilissima persona (14). Essi vanno presi singolarmente perché sono offerte pietose, atti di omaggio individuale di cordoglio dei parenti e dei conoscenti delle persone morte in modo del tutto straordinario. Deve essere accaduta qualcosa di assai drammatico che ha riguardato la morte della donna e del bimbo (15) le cui ossa sono state bruciate, non a caso, in un’unica pira e sepolte in un’unica urna. I simboli, proprio perché in accumulo straordinario, denunciano, con ogni probabilità, una pietà e una fortissima commozione per i fatti accaduti che dalla Etruria tutta si devono essere trasmesse immediatamente alla Sardegna, forse nella città di Tharros. Il singolare 'lussuoso' bronzetto di uno ‘specifico’ Gigante sacerdote di Monte ‘e Prama sembra proprio volerci indicare tale località come particolarmente investita dalla tragedia toscana. Tanto che siamo indotti a credere che la sua singolare foggia ‘gemella’ (la statua rinvenuta a Monte ‘ Prama - come si sa - è precisa a quella del bronzetto della tomba di Cavalupo),  denunci anche il fatto che la donna  fosse una principessa sarda di altissimo rango (16), il  più alto di tutti, ovvero  quello dei ‘Giganti tori’ divini sepolti in uno speciale cimitero comune nel Sinis di Cabras: doverosamente omaggiata con il figlio, ugualmente principe, da tutta la nobiltà del grossetano.  


Note ed indicazioni bibliografiche



2. Alt. 3 cm e diam. 3,8 cm.
3. Lo studio della dott.  R. Vargiu ( Analisi antropologica dei resti incinerati; in Arancio M.L. , Moretti Sgubini A.M. , 2008, Pellegrini E., “Corredi funerari femminili di rango ecc., cit. Appendice II, p. 199) non precisa se si debba parlare di un bimbo o di una bimba. Per ciò che si dirà in seguito (sul casato della nobile donna)  è più probabile, secondo noi,  che si tratti di un maschio, ovvero del figlio della donna di età compresa tra i 25 e i 35 anni.  
4. Lilliu G., 2008, Sculture della Sardegna nuragica (ried. dell’opera del 1966), Ilisso Nuoro, p. 464, n. 263.  Lo chiama ‘sgabello simbolico’ ma senza dirci nulla sulla ‘simbolicità’. Trattando dell’altro sgabello (n.262, p. 463), che definisce ugualmente ‘simbolico’, così cerca di spiegarne la funzione: ‘ La forma dello sgabello è simile a quella dei seggiolini delle statuette femminili  nn. 68, 123, 124, nelle quali taluno ha voluto vedere delle divinità materne. Con questa ipotesi ci spiegheremmo un po’ la raffigurazione del sedile, come se fosse eretto a simbolo della divinità assisa senza che essa venga effigiata. In fondo l’idealizzazione del sedile (trono, cattedra, ecc.) nel linguaggio simbolico e nelle espressioni artistiche della religione è abbastanza comune. Ma può supporsi anche che lo sgabello in esame sostenesse, in origine e per certe occasioni, senza essere fissata, una statuina vera e propria , figurata seduta come quelle di 183 e 184, che sono pure di natura sacra. (p. 463). E’ inutile sottolineare che per i nuragici la divinità era una sola e cioè yhwh. Come per tradizione essa non era ‘raffigurabile’ (se non per cenni ‘umanoidi’). Nei bronzetti sardi è costante (anzi è necessaria)  la presenza del dio scritto con la forma ‘hē’ (lui /lei) ricavato per via acrofonica ma mai è presente la raffigurazione del suo ‘volto’. Solo nel bronzetto del cosiddetto ‘demone  di Nule’ l’aspetto taurino del Dio (con tutto il solito apparato di scrittura metagrafica) è accompagnato da un volto che assomiglia, in qualche modo,  a quello di una persona (Lilliu G. , 2008, Sculture della Sardegna nuragica, ecc. cit. pp. 467 - 471, n. 267).     
5. Lilliu G., 2008, Sculture della Sardegna nuragica, cit. pp. 204 -206 . n. 68 e pp. 305 -307 n. 123. Per quanto riguarda il tema dello ‘sgabello’ e del ‘grembo’ c’è un altro bronzetto nuragico assai interessante che riguarda la stessa simbologia (Lilliu, ibid. pp.201 -203 n. 66).  Stavolta però non c’è un ‘gruppo’ (madre - figlio defunto) ma un singolo  personaggio maschile, un artigiano lavoratore del cuoio intento a riparare ( o a realizzare) un certo tipo di cappello che tiene in grembo. Il significato è lo stesso di tutti i bronzetti con il caratteristico sgabello, con la variante ‘ideografica’ del cappello. Lasciando per ora ai volenterosi la soluzione del piccolo rebus ci limitiamo a mostrare il bronzetto di Aidomaggiore  che, per la sua singolarità,  preferiamo trattare in un articolo a parte.

  6. Il Lilliu insiste su questo aspetto ‘affettuoso’ e ‘protettivo’ della madre cosa che risulta, ovviamente, assai manifesto in tutte le statuine con lo stesso tema.
7. Per quanto riguarda l’esegesi della statuina di Santa Vittoria di Serri il Lilliu pensa che tra le tante spiegazioni date la più ‘ovvia’, la  più appropriata  anche al fondamento culturale e spirituale della civiltà nuragica’ sia quella ‘ di una comune madre mortale, una donna del popolo, che impetra la grazia per il suo malatino’ (p. 307). Circa l’interpretazione del gruppo di Urzulei lo studioso così si esprime, ritenendo un ‘ucciso’ il giovane nel grembo della madre: ‘ La statuina è fra le più forti e suggestive della bronzistica proto sarda: la pietà della madre e il mistero della morte vi trovano un’espressione di una selvaggia drammaticità. Negli occhi fermi, nel viso impassibile c’è la fissità di Niobe. Il corpo afflosciato e la rigidità quasi cadaverica del figlio introducono una nota di barbarico realismo. Non mai gruppo di ‘Pietà’ ebbe tanto vigore istintivo e tanta poetica aderenza alla realtà. Ché di una ‘Pietà’ si tratta, come vide il Taramelli, e non di una ‘kourotrophos’. E’ una madre comune che accoglie in grembo il figlio morto, ucciso forse in uno scontro rusticano tra i boschi di quercia, con speciali riti di sangue. La madre avvolge il figlio nel manto che diventa un sudario , e lo offre in ‘devozione’ alla divinità, per suggellare il patto di vendetta, voluto dalla ‘legge - ombra’. Poiché la figurina viene da una caverna, di carattere evidentemente sacro e con culti ctonii, non è impossibile di riconoscervi l’ex - voto della Dea Madre, che era Dea delle grotte e degli inferi, alla quale ben si adattava una funeraria ‘dicatio’ (p. 206).  Questi due brani si sono voluti riportare per mostrare a quali risultati aberranti interpretativi (per quanto suggestivi) può portare l’esegesi  dei bronzetti sardi se di essi non si conosce l’aspetto metagrafico, cioè la particolare ‘scrittura’, quella che sola può spiegare il simbolismo contenuto in ogni manufatto. Sono lo sgabello, il manto e il grembo della madre che danno il senso all’oggetto, non altro; sono essi i simboli di cui tener conto perché in essi c’è la spiegazione, tramite allusione, ad un ‘altro’ luogo di riposo, con un altro manto  e ad un altro grembo, dove si giunge (si può giungere) dopo la morte. C’è un’altra madre, non quella ‘terrena’ presente come pretesto nel bronzetto, che accoglierà il defunto, così come tutti i defunti,  nel riposo eterno.  
8. Si è visto, nel primo dei nostri due articoli, http://maimoniblog.blogspot.it/2018/02/un-gigante-sardo-pellita-pantauros.html l’aspetto paterno e materno della divinità celeste che accoglie nella luce i suoi figli defunti. Tale aspetto di ‘padre/madre’, ribadiamolo ancora una volta, fu ripreso in ‘toto’ dagli Etruschi con la divinità androgina TIN/UNI, inteso come Sole il primo e come Luna la seconda.
10. Il ‘tre’ con il 'sei'  sono numeri (astronomici) fondamentali dei nuragici per alludere alla divinità. Ma lo erano anche per gli Etruschi che spesso indicavano TIN e UNI con due ‘C’ ovvero con due segni del ‘tre’.  http://maimoniblog.blogspot.it/2018/01/i-documenti-etruschi-di-allai-falsi.html
11. V. nota 3.
12. In questo caso, cioè quello della presenza di un particolare sgabello dove stava seduta la donna,  si avrebbe la ripetizione dell’immagine precisa rappresentata nei bronzetti di Urzulei e di Serri. Non solo. Si avrebbe il dato del rito della combustione  arricchito da una vera e propria ‘scrittura’, leggibile forse ancora meglio, perché  ancora più ‘viva’ per simbologia,  di quella poi offerta a rebus attraverso i due minuscoli oggetti simbolici dello sgabello e del cesto. 
13. Le tombe etrusche sono giustamente famose per i ritrovati, spesso assai fantasiosi, per alludere alla certezza della raggiungimento di una nuova vita nella luce del padre e della madre. Le stesse pitture con scene erotiche spinte, davvero ‘scabrose’, come quelle della famosa ‘tomba dei tori’ di Tarquinia, vanno interpretate non in senso ‘laico’ ma esclusivamente religioso. L’eros e l’attività sessuale 'spinta'  non appartengono a coppie ‘terrene’ (come i più sono portati a credere), ma alludono sempre allo sforzo incessante (anche di fantasia) dell’androgino luminoso ‘e padre e madre’ (TIN/UNI) per far sì che la morte non prevalga e che una nuova vita possa far seguito ad una precedente.
14. Non sappiamo dai dati tombali né il nome della donna sarda né quello del nobile uomo (un lucumone?) a cui essa andò sposa.
15. Se il fatto tragico riguardò la mamma ed il figlio (e non una figlia)  ci sarebbe perfetta consonanza formale tra i  bronzetti sardi che, in tre casi su tre, mostrano bimbi (o giovani) e non bimbe nel grembo materno.
16. Se si potesse dimostrare scientificamente che non ad una bimba ma ad un bimbo appartengono le ossa combuste dell’urna  si potrebbe persino ipotizzare che quest’ultimo potesse essere il nipote (figlio della figlia) del Gigante di Monte ‘ Prama rinvenuto effigiato in pietra durante gli ultimi scavi, cioè uno degli eredi o forse l’unico erede del ‘toro sacerdote’ figlio del dio. In questo ultimo caso la morte del piccolo sarebbe risultata un’ insopportabile  tragedia non solo familiare ma a anche sociale  per la mamma che (chissà!) per il dolore avrebbe deciso di suicidarsi e quindi di morire assieme al proprio figliolo. Ma qui siamo nel campo delle ipotesi e ciò che pensiamo e diciamo valgono naturalmente per quello che valgono. Quello che però ci sembra sicuro dalla lettura dei tre bronzi è il fatto che (come si pensò sin dagli inizi della scoperta della tomba di Cavalupo) il lutto riguardò una donna di altissimo rango per la identità sarda della quale testimoniavano, senza ombra di dubbio,  gli oggetti  simbolici del sacerdote - guerriero, il cesto e lo sgabello.