sabato 29 aprile 2017

Dna Srd

La risibile presunzione dei genetisti, circa il momento in cui la Sardegna iniziò ad essere realmente abitata
sa ‘e unu (namuli)


di Mikkelj Tzoroddu


1- pro cominzare

Fra le persone oneste (che saran certo poche nel generale novero di quelle qui considerate, ma davvero molte se conteggiate quelle di ciascun ambito, essendo il presente discettare indirizzato a quelle ed a queste tuttavia) non ven’ha alcuna che abbia l’ardire di indicare la vile tendenza nasconditrice assunta, in una sorta di giuramento, da una composita élite ormai disperata!
La quale, nel pervicace obiettivo di perpetuare la generale incompletezza della conoscenza del passato, vien posta in essere invocando il dio della Menzogna, SENTI UN PO’ CARO LETTORE, proprio nei riguardi del plurimillenario trascorso storico, d’una grandissima Entità del tempo più remoto:

giovedì 27 aprile 2017

Le iscrizioni di S'eremita Matteu di Narbolia, di Santu Jacci di Riola, di Santu Sarbadori di Cabras e l’iscrizione trilingue di Santu Jacci di Nicolò Gerrei. Il dio nuragico JACCI /YHW, la sua scrittura, i suoi santuari nella Sardegna del primo secolo a. C e dei due (o tre) secoli successivi.


di  Angei Sandro - Sanna Stefano - Sanna Gigi

 
Nelle precedenti puntate abbiamo potuto vedere che la Sardegna nuragica non finisce, quanto a ‘religio’, con scrittura ad essa organica e ad architettura santuariale, con la sconfitta di Amsicora (215 a.C.) ma prosegue nei secoli successivi, con sue particolari forme innovative, ma pur sempre assai legate alla tradizione . La facciata del tempietto di S'eremita Matteu di Narbolia e le scritte nuragiche in essa presenti, il culto dell’acqua sgorgante dalla parete del tempio, l’orientamento architettonico agli equinozi (1), tipico dei templi nuragici, anche all’aperto, sono stati i primi indizi ‘forti’ della prova dell’esistenza nel III – IV secolo d. C. sia della prosecuzione del culto monoteistico della divinità tradizionale yh (o yhh,yhw,yhwh), venerata a far data da un periodo antichissimo (2), sia della continuità dell’ideologia del  nr ’ac hē , del toro (soli - lunare) figlio della divinità, ovvero della continuità istituzionale di un monarca ‘giudice’ (3) di origine divina. Ma mentre non poco si riesce a ricavare e a conoscere sugli aspetti religiosi e culturali delle popolazioni nuragiche sotto il dominio repubblicano e imperiale romano, nulla possiamo dire sul versante istituzionale politico. Non sappiamo in quale forma i nuragici ‘resistenti’ dell’interno, restii ad accettare la dominazione, sia siano governati per secoli e secoli. Ma non è poi così difficile immaginarlo.  La figura di Ospitone dux dei Barbaricini, di cui si è detto (4), un capo assoluto che spunta come tale (5) nel secolo di Gregorio Magno, sembra costituire la prova indiretta che, se continuità religiosa ci fu, dovette esserci anche quella di una guida materiale e spirituale assieme, di un semidio o dio in terra  ‘figlio del toro della luce’.  Mancano tanti anelli di una lunga catena politica dei vinti senza storia ma quella catena con ogni probabilità vi fu.

lunedì 24 aprile 2017

Sono stata a Goseck

di Atropa Belladonna

Sono andata a Goseck (Sachsesn-Anhalt, Germania) perchè l'ho sempre desiderato, da quando ne conosco l'esistenza, e perchè mi è capitata a Pasqua 2017 una congiuntura favorevole.
Il sito è ben noto: viene chiamato popolarmente "osservatorio solare" anche se il nome, come vedremo, è restrittivo. Certo è che quasi 7000 anni fa, ponendosi al centro del cerchio di 71 metri di diametro al solstizio d'inverno, si veniva illuminati dallla luce del sole che entrava da una delle "porte" lasciate aperte nella palizzata: all'alba da sud-est e al tramonto da sud-ovest. E' di certo il fenomeno astronomico predominante e più chiaramente evidente, anche se non il solo (fig.1). 
Se si pensa che, nella stessa regione- a poco più di 30 km di distanza- venne trovato nel 1999 il famoso disco di Nebra, che mostra diversi fenomeni celesti (tra cui anche i solstizi), questo lascia ben sorpresi: il disco di Nebra è più giovane di 3000 anni rispetto al cerchio di Goseck


Fig.1: al centro del cerchio di Goseck è stata posta questa grafica, per spiegare i fenomeni osservabili: Wintersonnenwende= solstizio d'inverno; Sommersonnenwende= solstizio d'estate; Frühlingsfest = festa di primavera (beltane nel calendario celtico, inizi di maggio); Sonnenuntergang = tramonto; Sonnenaufgang = alba. Foto dell'autrice, 17.04.2017

sabato 22 aprile 2017

14 maggio 2017 gita a Monte Baranta di Olmedo

ˀaleph
Associazione culturale

Di Oristano

14 maggio 2017
Organizza una gita culturale per la visita del sito Monte Baranta di Olmedo


 

mercoledì 19 aprile 2017

RF IACCI! IAI (ἰᾷ) IACCI! IL NOME DEL DIO NURAGICO INVOCATO IN UNA ISCRIZIONE (TARDA) IN MIX DI RIOLA. ORA NARBOLIA, SAN SALVATORE DI CABRAS E RIOLA SARDO CHIAMANO IL SANTU JACCI DI SAN NICOLO’ GERREI.



di Angei Sandro, Sanna Stefano e Sanna Gigi  


Fig. 1. La voce RF del tempietto di Riola 
Fig.2 Le voci IACCI, IAI e IR  

Nella parte IV del saggio si è visto (1) che la scritta in mix del tempietto nuragico tardo di s’Eremita Matteu reca l’espressione RFVIRDIEDO (Cura! Mangio il verde). Detta scritta si sposa con quella metagrafica della facciata realizzata con il disco della luce, il toro capovolto e le tre (cosiddette) Tanit: NR ‘AG H IMMORTALE.

  Recentemente abbiamo scoperto in agro di Riola, in località Santu Jacci, alcune scritte (2) nelle pareti di in un rudere (fig.3) che riportano, nel solito mix alfabetico linguistico (3), delle espressioni attinenti al culto e al rito salutiferi della divinità protosarda .


Fig.3
fig.4. Immagine da Google Earth
I siti di rinvenimento delle scritte

     Detta divinità, attestata epigraficamente con il nome di YH, YHH, YHW e YHWH (4), si riscontra in numerosissimi toponimi della Sardegna, praticamente in tutta l’isola, soprattutto con i nomi di Jacu e Jacci (5). Il nome dell’antichissimo Dio sardo è stato sostituito man mano dalla chiesa cristiana, già nel periodo dei massimi tentativi di cristianizzazione della Sardegna (6), con quello di San Giacomo.

La scritta 1 (fig.2), che si trova nella parte destra in basso dell’ingresso al dromos del tempietto è realizzata chiaramente a rebus,  in due linee immaginarie con sette  lettere di tipologia latino romana, greca e nuragico semitica (v. fig.5). Cinque, greco - romane, nella prima linea ( I c c A I)  e due ‘nuragiche’ nella seconda (R I).


fig. 5 

Di tutte le lettere, sono manifestamente più piccole le due ‘c’ latino - greche e le due nuragiche. Queste ultime ‘nuragiche’ lo sono non solo per la tipologia ma anche per l’obliquità (v tabella seg. e fig. 6).

             


      

fig.6 . La  scritta obliqua dell' Antiquarium arborense. A destra la trascrizione

    Il motivo per cui lo scriba ha scritto le due ‘c’ più piccole è dovuto al fatto che, se si legge la scritta da sinistra verso destra con le sole lettere grandi ‘ I A I’ si ottiene la voce greca ίᾷ (maiusc. IAI) che significa ‘guarisci, cura!’(8). Se si legge invece la scritta da destra verso sinistra, comprese le lettere più piccole, si ottiene IACCI. Quindi ‘guarisci IACCI!’. Se poi si legge di nuovo IACCI e quindi  le due lettere semitiche nuragiche, partendo sempre dalla destra, come nella riga precedente,  si ottiene IACCI IR (יר) che significa ‘temi, rispetta’ IACCI.

- prima lettura:  IccAI  = IAI IACCI (cura IACCI):

 - seconda lettura:  IACCI IRיר    (rispetta IACCI)

   La scritta quindi, a seconda di come la si legge, contiene un congiuntivo esortativo greco ed un imperativo semitico entrambi riferiti a Jacci. Una è, evidentemente, voce del pellegrino che invoca (Jacci è qui vocativo)  la guarigione e l’altro è voce del santuario che ti dice di rispettare e temere (Jacci è qui complemento diretto) il dio. La prima chiaramente legata all’altra per senso in quanto la guarigione si avrà solo se il dio sarà rispettato e temuto.  

    Detta scritta a rebus e in mix (greco, semitico, nuragico) per quanto oggettivamente chiara e non censurabile dal punto di vista del significato forse poteva dare adito a qualche perplessità, stante la sua apparente (9) stranezza, se nel rudere del tempietto, nascosta tra la sterpaglia,  non si trovasse nella stessa parete (stavolta nella parte alta di essa) la nota voce semitica santuariale RF (fig.2), quella stessa dell’incipit della scritta in mix e a rebus della parete esterna di destra del tempietto di S’eremita Matteu (di cui abbiamo trattato la volta scorsa).

Ora, RF semitico è l’equivalente preciso di IAI (ίᾷ) e questo significa non solo che è giusta l’interpretazione della scritta ma anche che nel tempietto si invocava la divinità in lingue diverse. Aspetto questo tanto più singolare perché nel santuario di San Salvatore del Sinis la iterazione dell’invocazione RF nelle pareti delle celle è sempre in lingua semitica (10) e, da quanto si è scoperto, mai in greco.

Ma ovviamente il dato più interessante, come ognuno avrà notato, è che ancora una volta si trova, attestato in modo documentario, quel nome che tantissime volte è voce della toponomastica e erroneamente riferito, per sovrapposizione di culto cristiano, a Santu Jacu. La scritta di Riola quindi chiarisce e ci dice  direttamente, in modo inconfutabile:

 - che Jacci è il nome della antichissima divinità nuragica ancora venerata nel tempietto di Riola.

- che  Jacci, stante le chiare invocazioni, è divinità salvifica e salutifera (RF e IAI: רףּ e ίᾷ).

- che la scritta è organizzata a rebus e in mix scrittorio come quella di s’Eremita Matteu.

- che gli scribi sacerdoti nuragici sono ancora in ‘attività’ e usano una scrittura che è sempre la stessa e riconducibile per caratteristiche ai primi momenti della nascita della scrittura in Sardegna.        

  - che conseguentemente la ‘religio’ nuragica è ancora, in tardo periodo imperiale romano,  ben radicata nel territorio.

- che i templi della salute e della guarigione erano capillarmente sparsi nel territorio dal momento che (v. cartina fig.4) il ‘cammino’ del RF/IAI passa per località molto vicine tra di loro come San Salvatore del Sinis di Cabras, Riola e Narbolia, nonché, con ogni probabilità, il santuario del Rimedio di Oristano dove anticamente si venerava lo Jacci dei ‘rimedi’ e delle guarigioni.

E indirettamente ci dice:

- che tutte le numerosissime località SANTU JACCI e SANTU JACU della Sardegna possedevano dei tempietti (11), come quelli di S’eremita Matteu e di San Salvatore, appartenenti alle singole comunità dove si venerava il Dio santo  nazionale sardo (Pettazzoni 2014, Sanna 2004).

- che JACCI/JACCU non è altro che YH, YHH, YHW, YHWH, nomi attestati più volte (12) nella documentazione in bronzo, in ceramica e in pietra dei secoli precedenti.

  Ma soprattutto ci offre un dato eccezionale sul piano epigrafico, religioso, storico e archeologico: che  la divinità a cui è dedicata l’iscrizione trilingue (greco, latino e semitico) in bronzo di San Nicolò Gerrei, in località (guarda caso!) Santu Jacci, aveva un tempietto, oggi distrutto e scomparso, con il culto delle acque salutifere (13). La località dunque non c’entra nulla con San Giacomo, come è stato detto e ridetto, ma c’entra invece solo con il Dio dei Sardi tutti di allora, ovvero YHW/ JACCI.

(continua)

Note ed indicazioni bibliografiche.

 1. Angei Sandro - Sanna Stefano - Sanna Gigi, 2017,  TEMPIETTO DI S’EREMITA MATTEU: ‘RF/VIRDI EDO’. UNA PERLA DOCUMENTARIA: LA BREVE MA ASSAI ILLUMINANTE SCRITTA ‘NURAGICA’ IN MIX E A REBUS DEL TEMPIETTO CAMPESTRE DI NARBOLIA (III – IV secolo d.C.), in Maymoni blog (venerdì 7 aprile).

2. Le scritte da noi individuate sono certamente più di due ma quelle di cui ci interesseremo sono quelle insistenti nella parte bassa dell’ingresso a destra del tempietto e sulla sommità del muro sempre a destra. Le altre (tranne forse una che ripete la esclamazione in greco dell’ingresso ovvero IAI) sono incerte per lettura e potrebbero essere esito di incisioni più recenti. I muri perimetrali ed interni del tempietto, ormai un rudere, dovrebbero essere indagati con uno scavo perché manifestamente il piano di calpestio originario, data la frequentazione continua in periodi successivi per motivi agricoli o legati alla pesca (il sito è molto vicino allo stagno di Cabras - Riola), doveva trovarsi molto più in basso. Lo dimostra la scritta stessa dell’ingresso posta ad una altezza che la rende quindi quasi invisibile per chi entra e quindi non leggibile.       

3. Sanna G., 2004. Sardoa grammata. ‘ag ‘ab sa‘an yhwh. Il dio unico del popolo nuragico, S’alvure, Oristano; idem, 2016, I geroglifici dei Giganti. Introduzione allo studio della scrittura nuragica, PTM e. Mogoro, cap. 4. pp. 91 -92.

4. Sanna G., 2004. Sardoa grammata. ‘ag ‘ab sa ‘an yhwh. Il dio unico, ecc. cit. cap. 9, pp. 183 - 201.

5. Quasi non si contano in Sardegna le chiese campestri e cittadine, nonché le località di campagna (con ruderi di piccoli templi e santuari), con i nomi di Santu JACU, JACCI . Un piccolo censimento, realizzato tempo fa dal sign. Fulvio Aresu per il cosiddetto ‘cammino di Santu Jacu'  (il cristiano Giacomo) ed uno nostro recente su ‘facebook’, offrono davvero una bella panoramica sulla sua presenza e dislocazione (Tonara, Siniscola, Galtellì, Nuoro, Nurachi, Riola, Romana, Nughedu Santa Vittoria, Bosa, Monastir, Macomer, Siliqua, Sant’Antonio di Gallura, Nureci, Soleminis, Villanova Monteleone, Nuragogume, Nuraxinieddu di Oristano, San Giacomo di Gallura, Mandas, San Pietro di Mara Arbarei, Perdaxus, Pattada, San Nicolò Gerrei, Taniga di Sassari, Aggius,  ecc. ecc). Non è chi non veda allora che il Giacomo santo cristiano, data la sua incredibile e non certo spiegabile capillare diffusione (non attestata mai storicamente da nessuna fonte e introvabile in tale misura  in tutto il mondo cattolico) non c’entra proprio nulla. C’entra invece il culto ‘nazionale’ sardo per l’antichissimo dio sardo, dio venerato sicuramente ancora quando il pontefice Gregorio Magno (590 - 604) lanciò la nota grande crociata (e non solo in Sardegna) per far fuori ogni traccia di vestigia ‘pagana’. Su San Giacomo santo della chiesa cattolica cristiana in Sardegna si veda Spada A.F.,1994,  Storia della chiesa cristiana e dei suoi santi. Il primo millennio. S’Alvure ed. pp. 153 -155.     

6. V. nota precedente.

7. Sull’obliquità, caratteristica di diversi documenti di scrittura nuragica, si veda Sanna G., 2016, Antiquarium arborense di Oristano. La tarda scritta nuragica tharrense della luce salvifica per il figlio (non nominato) di Yhwh. Il 'segno' complesso della λοξότης (obliquità)., in Maymoni blog ( martedì 26 gennaio); idem, I geroglifici dei Giganti. Introduzione allo studio, ecc. cit. p. 91. 


8. Anche l’antico santuario del Lossia (non ancora Apollo) a Pito possedeva questo antico grido di invocazione (IE, IE)  e di lamento assieme, passato poi in periodo classico alla tragedia e al paratragico greco (v. Sanna G., 2007, I segni del Lossia cacciatore. Le lettere ambigue di Apollo e l’alfabeto proto greco di Pito, S’alvure ed.). C’è da registrare sulla voce verbale IAI (ίᾷ) la testimonianza di Sofocle (fr. 631) dove essa indica ‘barbarous exclam. of sorrow’ (Liddel H.G –Scott R, 1961, Greek –English lexicon, Oxford, p. 814).    

9. ‘Apparente’ per chi non conosce la natura del codice di scrittura nuragico, quasi tutto basato sul lusus e sul rebus ovvero sulla complessità della lettura mai o quasi mai ottenuta agevolmente. Gli ultimi documenti del tardo nuragico si può dire che sono come i primi: non vanno ‘letti’ ma sempre ‘interpretati’. In mille e cinquecento anni di storia le ‘regole’ specifiche, per cui la scrittura sarda è quella e soltanto quella, non vengono sostanzialmente mai modificate. Soprattutto non si modifica il criterio del prestito ‘dinamico’, ovvero dell’uso in mix di lettere degli alfabeti antichi e recenti (e anche recentissimi). Anche questo documento di Riola ne è chiara dimostrazione.   

10. Semitica nuragica, naturalmente, e per nulla punica, come dicono gli studiosi ( Levi D., 1949, L’ipogeo di San salvatore di Cabras, Roma;  Mori A., Centri religiosi temporanei e loro evoluzione in Sardegna, in ‘Studi Sardi’ X, 1951 – 52; Donati A. - Zucca R., 1992, L’ ipogeo di San salvatore, Delfino ed. Sassari). Ché i nuragici sin dall’inizio della loro avventura circa la scrittura adoperarono per il ‘sacro’ sempre il semitico e, da quanto sembra,  quello ‘alto’ dei testi sacri (VT) sicuramente cananaici e anteriori rispetto all’uso che di essi faranno i sacerdoti e scribi di Israele. Una specie di ‘latino’, lingua - come si sa -  di prestigio e volutamente alta e solenne della Chiesa cattolica cristiana.

11. Essi furono totalmente annientati oppure rifatti con l’andar dei secoli. Basti pensare al tempietto di Santu Yacu di Nuoro, di cui restano solo i ruderi,  e a quello di Santu Jacu di Bosa, della cui esistenza testimonia oggi solo il toponimo e  il noto concio riciclato della chiesetta di San Pietro extra muros, con la ormai nota scritta SHRDN YHWH (Sanna G., 2004,  Sardoa grammata. ‘ag ‘ab sa ‘an yhwh. Il dio unico, cit. pp.276 - 281.


12. Sanna G., 2016, I geroglifici dei Giganti. Introduzione allo studio, ecc. cit. pp. 192 - 201.

13. Martini P., 1861, Bull. Arch. Sa, 7, pp. 57 -59; idem, 1862, Bull. Arch. Sa. 8, pp. 24 -25; Gorresio G.,  1862, Bull. Arch. Sa. 8, pp. 25 -29; Spano G., 1863, Accademia delle scienze di Torino, Memorie, ser. II, (20), pp. 87 -114; idem, 1863, Bull. Arch. Sa., 9, pp. 89 -95; idem, 1865, Scoperte archeologiche fattesi nell’isola (estr. da Rivista Sarda), p. 20, 36; idem, 1881, Corpus Inscriptionum Semiticarum, 143; Pellegrini  G.B.,1891, Studi d’epigrafia fenicia. Atti della R. Accademia delle Scienze di Palermo, pp. 82 - 83;  Lizbarski M., 1898, Handbuch der Nordsemitische Epigraphik,, p. 427 b; Pettazzoni R.,1912,  La religione primitiva in Sardegna, p.87;  Taramelli A., 1919, Ballao in Sardegna; tempio proto sardo scoperto in regione Funtana coberta, p. 169; Pais E., 1923, Storia della Sardegna e della Corsica durante il  periodo romano, fig. 8; Birocchi E., 1935, La monetazione punico -sarda, p. 77; Sclouschz N.,   1942, Thesaurus of phoenician Inscriptions, p. 120; Lilliu G., 1944, Rapporti tra la civiltà nuragica e la civiltà fenicio –punica in Sardegna, p. 349; Panedda D., 1954, L’agro di Olbia nel periodo preistorico punico e romano;  van den Branden A. , 1956, Bullettin du Musée de Beirouth, 13, p. 94; Pittau M., 1956, La romanizzazione linguistica della Sardegna e del centro montano; in Questioni di Linguistica Sarda, p. 11; Röllig W., 1964,  Kananaische und Romanaische Inschriften. 66;  Guzzo Amadasi M.G., 1967,  le iscrizioni fenicie e puniche nelle colonie d’Occidente. Sardegna. Studi semitici, 28, p. 9; Bondì S. F., 1987, La dominazione cartaginese; in Storia dei sardi e della Sardegna. Dalle origini alla fine della civiltà bizantina, p. 201;  Amadasi Guzzo M.G., 1990,  Iscrizioni fenice e puniche in Italia; Garbarino G. ,1991,  Nota sulla trilingue di San Nicolò Gerrei, CIS I, 143; in Studi di Egittologia e Antichità puniche in Italia, 9, p. 79; Curto S., 1996, Una serie di stele sardo -fenicie conservatea Torino; in Acquaro E., 1996, Alle soglie della classicità. Il Mediterraneo tra tradizione e innovazione. Studi in onore di Sabatino Moscati, pp. 639 - 663; Culasso Gastaldi E., 2000, L’iscrizione trilingue del Museo di Antichità di Torino; in Epigraphica, LXII, p. 11;  Pennacchietti F.A., 2001, Un termine latino nell’iscrizione punica CIS, n. 143? Una nuova congettura; in Beccaria G.L. – Marello C. (a cura di) , La Parola al testo, pp. 302 -315; Mastino A., 2005, Storia della Sardegna antica, p. 191; Manunza M.R., 2008,  Funtana Coberta, Tempio nuragico, ed. Scuola Sarda.


        

lunedì 17 aprile 2017

Silvio Berlusconi salva 5 agnelli dalla strage!

di Sandro Angei


  
   Gesto commovente quanto affettuosa ed idilliaca l’immagine di Berlusconi Silvio paladino.

   Ogni anno quando si avvicina il periodo delle grandi feste si levano le proteste degli animalisti in difesa degli agnelli, che a detta loro vengono sacrificati nel barbaro rito legato alle festività.
   Senza nulla togliere alla giusta lotta intrapresa dagli animalisti, in difesa degli animali uccisi in modo barbaro per fini non proprio etici o utilizzati quali cavie, vorrei spezzare una lancia in difesa della consuetudine di “sacrificare” gli agnelli.
   Si da il caso che gli agnelli e le agnelle nascano proprio in concomitanza delle festività di Natale e Pasqua, ma il loro sacrifico è legato ad un aspetto che non molti afferrano; perché è necessario fare un po’ di conti per poter valutare e rendersi conto, alla fine, che a volte fare i paladini non sempre è cosa giusta. L’agnello/a se lasciato in vita, innanzi tutto avrebbe bisogno del latte materno per sfamarsi, dopo di che, una volta svezzato troverebbe naturale sostentamento nell’erba dei prati. Arrivata a maturità riproduttiva, l’agnella sarebbe pure lei potenziale riproduttrice di altri agnelli/e… e così via. In ragione di ciò essendo animali domestici è necessario condurle al pascolo, che non ha una superficie infinita e ha necessità di rotazione per “riprendersi” dalla rasatura operata dagli ovini. C’è da dire inoltre che la pecora ha un periodo di gestazione di circa 5 mesi e mediamente partorisce 3 volte in due anni ossia, a parte i casi di parti gemellari, partorisce 1,5 agnelli all’anno. Ma le statistiche danno il valore di 1,3 e questo dato useremo nei nostri calcoli.
   Facciamo un po’ di conti, limitandoci alla sola Sardegna, dove al momento ci sono circa 3.000.000 di pecore, con una fertilità che si aggira attorno all’85%; queste figliando tutte (senza contare i parti gemellari), partorirebbero (3.000.000 x 0.85 x 1.30) 3.315.000 agnelli/agnelle all’anno, che succhierebbero tutto il latte materno e una volta svezzati avrebbero bisogno di un territorio dedicato al pascolo più che doppio rispetto all’anno prima. Per tanto dopo solo un anno avremmo raddoppiato il numero di ovini. Tempo un decennio la Sardegna non sarebbe più verde ma bianca di pecore.
   Signor Berlusconi (ma il messaggio è rivolto a tutti gli animalisti), affidiamo alle sue amorevoli cure tutti questi pargoletti?! Naturalmente sarà necessario reperire i pascoli adeguati alla bisogna.
Dimenticavo… superata  l’età fertile, che fine farebbero le pecore anziane, tutte in casa di riposo?!

martedì 11 aprile 2017

Uno spettacolare ‘system’ etrusco di scrittura a rebus. Come invocare segretamente l’aiuto di Tin e di Uni? Del padre e della madre? Scrivendo con cipressi, bende, corna, portoni blindati, scudi di Amazzoni, cacce e cani, bipenni, cavalli, leoni e pantere, ecc. Persino con affettuosi (superdotati) cagnetti cortonesi (II)

di Gigi Sanna

dedicato all’amica risanata

    Nell’articolo precedente (1) abbiamo visto come le varianti ideogrammatiche dei coperchi dei sarcofaghi ci consentano di affermare che le immagini, che a prima vista, potrebbero sembrare essere state realizzate per l’arte decorativa e strettamente simbolica, in realtà costituiscono ‘segni’ per notare parole. Accanto al ‘decus’ e al ‘symbolum’ c’è quindi il ‘sonus’ ovvero l’aspetto fonetico (2).

   Abbiamo cercato di dimostrare ciò con non pochi esempi. Altri ancora se ne aggiungeranno nella trattazione epigrafica generale (annunziata) riguardante altri due aspetti della scrittura metagrafica:  l’acrofonia e la numerologia. Per la presenza documentaria sia della prima che della seconda sarà bene ricorrere subito a degli esempi. Inoltre, circa l’acrofonia, poiché si tratta dell’aspetto più complesso dei rebus etruschi, tratteremo di essi quelli che riteniamo più agevoli e tali da consentire successivamente di comprendere quelli un po’ più complessi e più carichi di senso (oltre che bellissimi)  riguardanti la ‘scrittura’ sia delle casse stesse  sia dei coperchi (e delle pitture tombali).

Primo esempio  (Altae cupressi 1)
Fig. 1. Sarcofago da Chiusi (Siena) 

venerdì 7 aprile 2017

TEMPIETTO DI S’EREMITA MATTEU: ‘RF/VIRDI EDO’. UNA PERLA DOCUMENTARIA: LA BREVE MA ASSAI ILLUMINANTE SCRITTA ‘NURAGICA’ IN MIX E A REBUS DEL TEMPIETTO CAMPESTRE DI NARBOLIA (III – IV secolo d.C.).

di Sandro Angei, Stefano Sanna e Gigi Sanna

Il tempietto di S’eremita Matteu non finisce di fornire sorprese. E che sorprese! Non bastassero la singolarità della costruzione (1), il dato astronomico (2) e la ‘scritta’ nuragica della facciata (3), la rustica costruzione offre in basso sulla destra, salvatasi miracolosamente per intero, un’iscrizione di nove caratteri all’apparenza senza significato se si legge, come di norma, dalla sinistra verso destra.


1. Scritta di S'Eremita Matteu (Narbolia)
Senza significato però se non si sta attenti al ‘lusus’ dello scriba (sicuramente sacerdote sciamano come si vedrà più avanti) e non si capisce che le lettere sono volutamente ambigue e possono essere di tre tipologie: latina, etrusca e greca. Non solo: l’incipit, che riporta una voce semitica (4), è consonantico mentre il resto della scritta è vocalico.  La sequenza, partendo dalla destra, in ‘scriptio continua’ rende RF/VIRDIEDO. ll significato di essa, una volta inteso il tipo di scrittura in mix e il verso della lettura nonché l’identità dei segni, è facile: Salva (lett. cura). Mangio il verde (5).


martedì 4 aprile 2017

'SA PARADURA' SARDA. UN MESSAGGIO SOCIO - ECONOMICO UNIVERSALE DI CUI ANDARE ORGOGLIOSI

(da facebook)


E SE LA PRASSI DE 'SA PARADURA' SARDA DIVENTASSE 'LEGGE' DELLO STATO? E SE DIVENTASSE 'LEGGE'  EUROPEA? E SE SI ABOLISSE QUELLA VERGOGNOSA DE SA 'LIMUSINA' DELL'EUROPA E DELLO STATO? E SE SI IMPARASSE LA CIVILTA' DAI PASTORI SARDI? E SE SI COMPRENDESSE COS'E' LA DIGNITA' NEL DONARE? SEMPRE E COMUNQUE?


sabato 1 aprile 2017

Obbiettivo, quantunque…

Francu Pilloni


Dubito molto che, chi abbinò una lente a un foro sul lato di una scatola, si sia inventato pure il nome: obbiettivo.

Eppure si chiama proprio così, ancora così, nella macchina fotografica, sia che si tratti di una semplice lente piano convessa o di uno stuolo di lenti concave o convesse o piane o biconcave o biconvesse, che solo il computer che ne ha calcolato gli effetti può darne ragione.
Sempre che una ragione ci sia, dato che certe realtà sono così come sono, senza se e senza ma.