giovedì 27 aprile 2017

Le iscrizioni di S'eremita Matteu di Narbolia, di Santu Jacci di Riola, di Santu Sarbadori di Cabras e l’iscrizione trilingue di Santu Jacci di Nicolò Gerrei. Il dio nuragico JACCI /YHW, la sua scrittura, i suoi santuari nella Sardegna del primo secolo a. C e dei due (o tre) secoli successivi.


di  Angei Sandro - Sanna Stefano - Sanna Gigi

 
Nelle precedenti puntate abbiamo potuto vedere che la Sardegna nuragica non finisce, quanto a ‘religio’, con scrittura ad essa organica e ad architettura santuariale, con la sconfitta di Amsicora (215 a.C.) ma prosegue nei secoli successivi, con sue particolari forme innovative, ma pur sempre assai legate alla tradizione . La facciata del tempietto di S'eremita Matteu di Narbolia e le scritte nuragiche in essa presenti, il culto dell’acqua sgorgante dalla parete del tempio, l’orientamento architettonico agli equinozi (1), tipico dei templi nuragici, anche all’aperto, sono stati i primi indizi ‘forti’ della prova dell’esistenza nel III – IV secolo d. C. sia della prosecuzione del culto monoteistico della divinità tradizionale yh (o yhh,yhw,yhwh), venerata a far data da un periodo antichissimo (2), sia della continuità dell’ideologia del  nr ’ac hē , del toro (soli - lunare) figlio della divinità, ovvero della continuità istituzionale di un monarca ‘giudice’ (3) di origine divina. Ma mentre non poco si riesce a ricavare e a conoscere sugli aspetti religiosi e culturali delle popolazioni nuragiche sotto il dominio repubblicano e imperiale romano, nulla possiamo dire sul versante istituzionale politico. Non sappiamo in quale forma i nuragici ‘resistenti’ dell’interno, restii ad accettare la dominazione, sia siano governati per secoli e secoli. Ma non è poi così difficile immaginarlo.  La figura di Ospitone dux dei Barbaricini, di cui si è detto (4), un capo assoluto che spunta come tale (5) nel secolo di Gregorio Magno, sembra costituire la prova indiretta che, se continuità religiosa ci fu, dovette esserci anche quella di una guida materiale e spirituale assieme, di un semidio o dio in terra  ‘figlio del toro della luce’.  Mancano tanti anelli di una lunga catena politica dei vinti senza storia ma quella catena con ogni probabilità vi fu.



   Abbiamo visto anche come i tre piccoli santuari di Narbolia, di Riola e di Cabras, possiedono delle scritte con la stessa invocazione ovvero RF, ‘salva, guarisci’. In quello di Riola, forse costruzione la più piccola di tutte (6). l’invocazione è riportata nascostamente anche in greco (IAI), ottemperando così ad una norma che vuole la scrittura  a rebus e in mix così come dalle origini (7). Una scrittura, ricordiamolo per l’ennesima volta, che in quanto criptica e oscura non doveva essere letta perchè ‘sacra’: intangibile e incontaminabile. Ma il gioiello epigrafico di Riola esplicita, sia pur nella forma del rebus, il nome della divinità salutifera e salvatrice, facendoci vedere scritto per la prima volta il nome di IACCI e facendoci capire quindi che IACCI è la divinità venerata in tutti gli altri tempietti del Sinis o nei pressi di esso; non solo, facendoci comprendere, con grande chiarezza,  anche che Santu Jacci o Santu Jacu non hanno niente a che fare con il successivo San Giacomo della chiesa cattolica cristiana. Ergo, centinaia di templi non furono eretti per la cristianità ma per le forme religiose dello yhwhismo nuragico, intramontabile, adoratore della luce e della doppia potenza taurina di quella luce.

Ma il dato più interessante circa la religio, la scrittura e l'architettura presenti nelle tre località  è costituito dal fatto che esso si sposa con quello notissimo di San Nicolò Gerrei, dove ugualmente la documentazione epigrafica e archeologica, sia quella diretta sia quella indiretta, offrono concordanze impensabili sino a qualche mese fa.


   Tutti sanno che nel 1861 in località Santu Jacci di san Nicolò Gerrei fu ritrovata una ‘stele’ (in realtà un cippo)  trilingue (8). Si tratta di una base in bronzo, resto di un oggetto di pregevole fattura, purtroppo andato perduto, che reca una scritta latina, una greca e una semitica; quindi tutte leggibili più o meno agevolmente. Anche se le scritte divergono per particolari linguistici e non si possono ritenere l’ una traduzione dell’altra, il senso generale è lo stesso in quanto si dice (9)  in tutte di un certo Cleone che offre il suo ‘donum’ (ἀνάθημα) per grazia ricevuta agli dei apportatori di salute Asclepius, Άσκλήπιος ed Eshmun, tutti enfaticamente gratificati con l’appellativo di ‘merre’ (10).

    Molto si è detto e scritto sul significato di una dedica con un unico contenuto ma espresso con tre alfabeti  e  tre lingue. Si è avanzata anche, in relazione a ciò,  la non peregrina ipotesi che il motivo fosse dovuto alla comunicazione mirata ad un pubblico differenziato (11) al quale sarebbe andato il diverso tenore linguistico - informativo del cippo. Le scritte, nel complesso, non ci paiono stilisticamente un granché ma l’abilità e la competenza linguistica dello scriba nuragico, anche per ciò che si dirà più avanti, è fuori discussione; tanto da potersi condividere con una certa tranquillità l’assunto dei tre livelli comunicativi. Infatti, può essere che la maggiore estensione e ampiezza di senso presente nella parte semitica (sardo punica) possa autorizzare a sostenere che questa, in fondo, e non il latino, era la lingua, insieme al greco, che maggiormente interessava il dedicante Cleone, persona  di condizione servile, ma forse restia ad ammetterlo con chiarezza laddove il testo si presentava di più facile lettura linguistica. Lo scriba sardo potrebbe averlo assecondato nel mascherare il più possibile il suo status, praticamente risultante così da una sola abbreviazione. Secondo noi però sia le tre lingue che i tre alfabeti non obbedivano tanto a scopi comunicativi (i testi nuragici sembrano caratterizzarsi sempre o quasi sempre per mancanza di pragmaticità informativa) quanto espressivi religiosi, ovvero al rispetto del solito ‘modus scribendi’ del nuragico che, da tempo immemorabile,  amava procedere, come si è visto anche recentemente dalle due tarde iscrizioni di S'eremita Matteu e di Santu Jacci di Riola (12), con la scrittura in mix a rebus. Rispettando, soprattutto, la presenza del numero ‘tre’. Infatti, il tre è il numero ‘sacro’ della divinità, con significato pronominale di ‘LUI/LEI’. Oggi l’ampia (e sempre più ampia) documentazione del sardo nuragico scritto (13) consente di affermare che il più delle volte (14) i nuragici  preferiscono fare cenno ad essa in questo modo (ideografico - numerico) così nascosto e astratto, piuttosto che riportarla con dei segni concreti (segni lineari o pittografici). E che le cose stiano così lo dimostra non solo  il fatto che  tre sono le lingue e tre le tipologie di scrittura ma anche che tre sono le divinità salutifere dell’iscrizione. Queste tendono a realizzare cripticamente, con la loro allusione sia all’unità di sostanza e di qualità circa la sfera religiosa sia al loro specifico numero, il nome della divinità del luogo, quella più importante (15) a cui si rivolge indirettamente Cleone.

Insomma la iscrizione trilingue di Santu Jacci di San Nicolò Gerrei altro non sarebbe, con le sue tre lingue e i numerosi grafemi,  che una  versione ‘dilatata’ di altre scritte nuragiche in mix e a rebus più o meno brevi, comprese quelle di Narbolia e di Riola (16). 

   Questo ‘gioco’ numerologico logografico (e non solo per il numero ‘tre’) non appaia per nulla strano; esso era tanto radicato e caratteristico della civiltà della scrittura nuragica che fu preso quasi  di peso anche dagli scribi dei santuari Etruschi, già a partire dagli albori (VII secolo a.C.) dell’invenzione e dell’organizzazione del loro codice di scrittura religiosa (17). Tanto che siamo indotti a pensare che qui, nel caso specifico, forse non si è di fronte ad un fenomeno di esternazione di sincretismo religioso, per quanto questo fosse presente nella Sardegna nuragica e ben documentato (18).      

    Ora, la divinità sarda della ‘salvezza’ e dei ‘rimedi’, unica dispensatrice di salute per gli ammalati e i sofferenti, venerata con le invocazioni  ‘RUF’ e ‘IAI’  (semitica l’una voce  e greca l’altra), risulta essere IACCI, come dimostrano i tempietti di S'eremita Matteu di Narbolia, di Santu Jacci di Riola e di Santu Srabadoi (19) di Cabras;  o meglio, Santu Jacci dal momento che essa è la sua denominazione completa e costante (nessuna località in Sardegna mostra avere mai un semplice toponimo Jacci o uno Jacci accompagnato da altri aggettivi) anche quando il nome, nelle regioni centro settentrionali  della Sardegna,  risulta  Jaccu.

    Come si è visto sopra anche la località precisa di San Nicolò Gerrei,  nella quale è stata trovata la iscrizione trilingue, si chiama Santu Jacci; prova indiscutibile che Jacci è la divinità nascostamente citata nell’iscrizione insieme e attraverso quelle riportate in modo manifesto e apparentemente le sole presenti. Il ‘miracolato’ Cleone quindi ha dedicato il suo dono al tempio e alla divinità sarda ‘me(r)re’, sicuramente triplice titolo ‘sardo’ questo (20) che viene dato, si direbbe maliziosamente, più per il ‘tre’ del sardo Jacci che per gratificare le altre divinità che sarde non sono e che pertanto si trovano accompagnate da un titolo improprio e del tutto inconsueto.

   Note e riferimenti bibliografici

1.    Angei S. - Sanna S - Sanna G., 2017 , S’eremita Matteu. Esame autoptico di una chiesa (I parte), in maymoni blog (25 febbraio); iidem, 2017, S'eremita Matteu .  Esame autoptico di una chiesa (II parte). Dati di archeoastronomia relativi all'edificio in Maymoni blog (7 marzo); iidem, 2017, Esame autoptico di una chiesa (III parte). Quanto durò la civiltà ‘nuragica’? In Narbolia il canto del cigno del NUL - AK - HE? L’ultima testimonianza certa, architettonica, astronomica ed epigrafica, del nuragico; in maymoni blog (15 marzo); iidem,  2017  TEMPIETTO DI S’EREMITA MATTEU: ‘RF/VIRDI EDO’. UNA PERLA DOCUMENTARIA: LA BREVE MA ASSAI ILLUMINANTE SCRITTA ‘NURAGICA’ IN MIX E A REBUS DEL TEMPIETTO CAMPESTRE DI NARBOLIA (III - IV secolo d.C.); in maymoni blog (7 aprile).


2.    Sanna G, 2016, I geroglifici dei Giganti. Introduzione allo studio della scrittura nuragica, PTM ed. Mogoro, cap. 9, pp. 185 -201.


3.    Ad oggi non sono mai stati rinvenuti documenti che abbiano nomi nuragici accompagnati dalla voce ShRDN. Neppure i sigilli di Tzricotu di Cabras, che pure fanno vedere il monarca figlio della divinità con diversi appellativi, riportano il titolo specifico di ‘signore giudice’. Titolo invece manifesto della  divinità yh. Il motivo, con ogni probabilità,  può ricercarsi nel fatto che la voce ShRDN è allusivamente espressa più volte nel cosiddetto ‘pettorale del giudizio’ (l’indumento biblico ritenuto, in modo assurdo e ridicolo, dagli archeologi una ‘piastra’ di difesa) che si trova sia nei bronzetti che distinguono i personaggi per rango sia in non poche statue dei ‘faraoni’ Giganti di Monte ‘e Prama. Di ciò si parlerà in un articolo apposito (già annunciato) circa l’identità degli ShRDN sardi nuragici.


4.    V. Angei S. - Sanna S. - Sanna G., 2017, Esame autoptico di una chiesa (III parte). Quanto durò la civiltà ‘nuragica’? In Narbolia il canto del cigno del NUL - AK - HE? L’ultima testimonianza, ecc. cit.


5.    Su di esso, anche come capo spirituale  di una non certo piccola e irrilevante comunità, si veda soprattutto Turtas R., 2000, Storia della Chiesa in Sardegna, Dalle origini al 2000, II, 7, Il problema dei Barbaricini, pp. 126 -131.


6.     Del tempietto di Riola oggi di può vedere solo la pianta (v. Angei S. - Sanna S. - Sanna G., 2017, RF IACCI! IAI (ἰᾷ) IACCI. Il  NOME DEL DIO NURAGICO INVOCATO IN UNA ISCRIZIONE (TARDA) IN MIXD I RIOLA. ORA NARBOLIA, SAN SALVATORE DI CABRAS E RIOLA SARDO CHIAMANO IL SANTU JACCI DI SAN NICOLO’ GERREI; in Maymoni blog  (19 aprile)) con la base di recinzione ancora ben visibile in ogni parte. Ma solo uno scavo archeologico potrebbe dirci qualcosa sulla sua reale consistenza architettonica.


7.    Da porsi queste, presumibilmente, alla fine della prima metà del II Millennio a.C. con le cosiddette ‘statue stele’,  veri e propri cippi funerari scritti per capi o personaggi eccellenti, figli  della divinità fallico - taurina yh (Sanna G., 2004, Sardōa grammata. ’Ag ’Ab Sa‘an YHWH. Il dio unico del popolo nuragico. S’Alvure ed. Oristano, 6.1. pp. 239 - 245.


8.    Martini P., 1861, Bull. Arch. Sa, 7, pp. 57 -59; idem, 1862, Bull. Arch. Sa. 8, pp. 24 -25; Gorresio G., 1862, Bull. Arch. Sa. 8, pp. 25 - 29; Spano G., 1863, Accademia delle scienze di Torino, Memorie, ser. II, (20), pp. 87 -114; idem, 1863, Bull. Arch. Sa., 9, pp. 89 -95; idem, 1865, Scoperte archeologiche fattesi nell’isola (estr. da Rivista Sarda), p. 20, 36; idem, 1881, Corpus Inscriptionum Semiticarum, 143; Pellegrini  G.B.,1891, Studi d’epigrafia fenicia. Atti della R. Accademia delle Scienze di Palermo, pp. 82 - 83;  Lizbarski M., 1898, Handbuch der Nordsemitische Epigraphik, p. 427 b; Pettazzoni R.,1912,  La religione primitiva in Sardegna, p. 87;  Taramelli A., 1919, Ballao in Sardegna; tempio proto sardo scoperto in regione Funtana coberta, p. 169; Pais E., 1923, Storia della Sardegna e della Corsica durante il  periodo romano, fig. 8; Birocchi E., 1935, La monetazione punico -sarda, p. 77; Sclouschz N.,  1942, Thesaurus of phoenician Inscriptions, p. 120; Lilliu G., 1944, Rapporti tra la civiltà nuragica e la civiltà fenicio -punica in Sardegna, p. 349; Panedda D., 1954, L’agro di Olbia nel periodo preistorico punico e romano;  van den Branden A., 1956, Bullettin du Musée de Beirouth, 13, p. 94; Pittau M., 1956, La romanizzazione linguistica della Sardegna e del centro montano; in Questioni di Linguistica Sarda, p. 11; Röllig W., 1964,  Kananaische und Romanaische Inschriften. 66;  Guzzo Amadasi M.G., 1967,  Le iscrizioni fenicie e puniche nelle colonie d’Occidente. Sardegna. Studi semitici, 28, p. 9; Bondì S. F., 1987, La dominazione cartaginese; in Storia dei sardi e della Sardegna. Dalle origini alla fine della civiltà bizantina, p. 201;  Amadasi Guzzo M.G., 1990,  Iscrizioni fenice e puniche in Italia; Garbarino G. ,1991,  Nota sulla trilingue di San Nicolò Gerrei, CIS I, 143; in Studi di Egittologia e Antichità puniche in Italia, 9, p. 79; Curto S., 1996, Una serie di stele sardo -fenicie conservate a Torino; in Acquaro E., 1996, Alle soglie della classicità. Il Mediterraneo tra tradizione e innovazione. Studi in onore di Sabatino Moscati, pp. 639 - 663; Culasso Gastaldi E., 2000, L’iscrizione trilingue del Museo di Antichità di Torino; in Epigraphica, LXII, p. 11;  Pennacchietti F. A., 2001, Un termine latino nell’iscrizione punica CIS, n. 143? Una nuova congettura; in Beccaria G.L. - Marello C. (a cura di), La Parola al testo, pp. 302 -315; Mastino A., 2005, Storia della Sardegna antica, p. 191; Manunza M.R., 2008, Funtana Coberta, Tempio nuragico, ed. Scuola Sarda.


9.    Amadasi Guzzo M.G., 1967, Le iscrizioni fenicie e puniche nelle colonie d’Occidente ecc. cit.; Pennacchietti F.A.,2001, Un termine latino nell’iscrizione punica CIS, n. 143? Una nuova, ecc. cit. pp. 304 - 305.


10.  MERRE ( > MERE) è, con ogni probabilità, voce antica del sostrato sardo derivata dal semitico aramaico  MR’Aםרא   . La parola è attestata (raddoppiata) nell’architrave della camera superiore del Nuraghe Aiga di Abbasanta: L MR MR H ’AB (+ albero della vita): למרמרהאבהי . I caratteri della scritta, incisi con un pugnale o con uno strumento molto acuminato, sono ‘fenici’ molto arcaici (cananaici) e in più presentano l’aspetto dell’obliquità (λοξότης), tipica di non pochi documenti nuragici. Alcuni anni fa si polemizzò alquanto sull’autenticità della scritta, addirittura sostenendo il falso non su basi epigrafiche e ancor meno  paleografiche ma perché la scritta non possedeva traccia di …lichene. Come se fosse possibile che essa, completamente all’oscuro da millenni (volutamente nascosta da sempre), potesse possederne! V. Sanna G., 2016, Breve nota informativa (con alcuni grafici ragionati) sui luoghi di ritrovamento dei documenti attestanti la scrittura arcaica dei  Sardi tra l’età del bronzo medio e il periodo imperiale romano  (III secolo d. C.); in Maymoni blog  (12 marzo), fig. 14.


11.  Pennacchietti F.A., 2001,  Un termine latino nell’iscrizione punica CIS, n. 143? Una nuova, ecc. cit. pp. 303 – 312. V. bibl. in nota 1.


12.  Sanna G., 2016, I geroglifici dei Giganti. Introduzione allo studio, ecc. cit. cap. II, pp. 27 -37.


13.  Il nome di yh è attestato scritto (e completo: yhwh) in Tzricotu di Cabras, nel coccio di Allai, nella pietra fallica di Aidomaggiore, ecc. V. Sanna G., I geroglifici dei Giganti. Introduzione allo studio, ecc. cit. cap. 9.4, pp. 192 - 197.


14.  Quanto a consistenza dobbiamo presumere che il Santu Jacci durò assai a lungo nel culto religioso sardo e quando Gregorio Magno chiamava sprezzantemente i Barbaricini (e non solo essi) adoratori di ‘lapides et ligna’ sapeva bene, con ogni probabilità, che quelle pietre e quei legni (i più segni astrali fallico -taurini) altro non erano che i simboli della divinità unica sarda diffusa nell'isola. Non bisogna dimenticare che il pontefice della chiesa di Roma ottenne grossi successi nella sua crociata antipagana non solo sarda ma ‘europea’ perché agiva, per così dire, sempre  su basi ‘scientifiche’, in quanto molto informato sugli usi e i costumi religiosi delle popolazioni non ancora cristianizzate.


15.  Sarà bene sottolineare che questo mix di scrittura fu annunciato, come specificamente nuragico, circa venti anni fa (V. Atzori G.- Sanna G., Omines. Dal neolitico all’età nuragica, Castello, Quartu Sant’Elena, capp. VI -VII, pp. 86 -149.


16.  Sanna G., 2012, Gli etruschi allievi dei Sardi (I); in gianfrancopintore blog (14 giugno); idem,  2012, Gli etruschi allievi dei Sardi (II); in gianfrancopintore blog (15 giugno); idem, 2014,  Giochiamo a dadi e impariamo l’etrusco.I 'dadi enigmatici' (kύboi loξoί) di TIN e di UNI. Il gioco combinatorio circolare delle 'parole-immagine a contrasto' e dei 'numeri alfabetici' dei dadi di Vulci; in Monte Prama blog (14 Novembre).


17. Losi A. (Atropa Belladonna), 2013,  Gli scarabei sigillo della Sardegna e la scrittura segreta del Dio nascosto; in Monte Prama blog (6 ottobre).


18.   Questo il suo vero nome in lingua sarda.


19.   V. nota 10.


20.   O sentito come sardo. In realtà, come si è detto, la voce è di origine semitica.


 


    


 


 



         



 


 


 


 









 


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2 commenti:

  1. Per "Vinti senza storia,ma quella catena con ogni probabilità vi fu" cosa si intende per voi?

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  2. Sciogliamo le catene.........Buon 1 Maggio

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