domenica 28 giugno 2020

DRAMMA alla SARDESCA


Francu Pilloni

Mi piacerebbe scrivere un dramma, un componimento ricco di personaggi tormentati, contraddittori, che vivono di certezze, di speranze e di illusioni, che esprimono passioni sincere e travolgenti, rimanendo coerenti con se stessi, caparbi e ostinati alla sardesca, vale a dire alla maniera, come è nel costume del Sardo Popolo.
Non ci riesco.
Sarà per quella nuvola di scetticismo che mi avvolge e spesso mi travolge, per quell’innata, insopprimibile ironia che si pone, come lente d’ingrandimento, fra me e la realtà, fra me e la vita, mia e altrui.
Voglio dire che mi manca la vena, l’estro, l’afflato dovrei dire per consonanza con la tragedia classica, perché personaggi di assoluto rilievo hanno bisogno di nutrirsi di parole auliche.

Avrei anche il canovaccio, una trama divisiva per questa Sardegna labile, dove i “martiri” sono quelli che restano, quando è imperante l’idea che le vittime siano quelli che sono partiti.
La narrazione si concentra sulla figura di un personaggio “nobile e generoso”, che non è un santo di quelli che portiamo in processione. Assomiglia piuttosto, anzi è paradigmaticamente sovrapponibile al primo e più autentico “gigante” della letteratura europea: sto parlando di “el ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha”, scaturito dal genio di Miguel de Cervantes, appena quattro secoli fa.
Infatti, se Don Chisciotte trovò ispirazione nel rinvenimento di un manoscritto arabo, il mio Gigante si emoziona al ritrovamento di una serie di sigilli bronzei presso un nuraghe del Sinis di Cabras nei quali vede una particolarissima scrittura da ascrivere a un antico popolo che per secoli dominò il Mediterraneo.
Se Don Chisciotte s’infervora così tanto alla lettura di quel fantastico, cavalleresco mondo uscito dalla lettura del manoscritto e si fa paladino degli umili e degli oppressi, allo stesso modo il mio Gigante percepisce la realtà di una grande civiltà, sin qui sepolta più dai diktat della politica culturale romano-centrica che dalla polvere del tempo. Da ciò la sua missione di rialzare le sorti degli oppressi e di aprire squarci di luce intorno alla storia ignorata e umiliata di un intero popolo.
In questo modo la Dulcinea a cui Chisciotte dedica la sua campagna eroica, per il mio Gigante si chiama semplicemente Sardegna.
Non sto a dirvi delle avversità, dei “mulini a vento” che il mio Gigante incontra, perché in parte già sapete, perché comunque non vorrei sottrarvi il piacere della scoperta.
Rimane un ultimo scoglio: lo scudiero.
Un po’ picarescamente, se mi è permesso, questo ruolo lo preservo per me.
È vero che non sono più basso del mio Gigante, ma sono grasso quanto serve e potrei chiamarmi Francho Panza. Inoltre mi capita di ritrovarmi a sognare e qualche volta non mi riesce di restar fuori da un’utopia; d’altra parte la nuvola di scetticismo, intorno alle cose umane e pure sovrumane, mi obbliga a guardare molto realisticamente alle vicende di questo mondo.
A questo punto l’ “Ironia”, la Luna regina della notte, viene a declinare, mentre il Sole-invitto del Sarcasmo, anche auto, diventa imperatore.
So che col sarcasmo non si costruisce niente. Aspetto quindi che la nuvola si scarichi e passi oltre.
Perché Francho Panza, sin da bambino, non cavalca gli asini, ma solamente i suoi sogni.
Solo così il mio Gigante potrà prosperare.


4 commenti:

  1. Cavalcare i propri sogni è bellissimo,molti di noi staranno in trepida attesa aspettando di rilassarsi con una sua storia che sarà molto bella con tanta ironia e poco sarcasmo,mette tristezza,signor Francu.

    RispondiElimina
  2. Tristezza e rabbia mette la nostra storia negata, archiviata come preistoria, dunque muta, priva di documenti, abbandonata alla mercé delle parole altrui.
    E' come se domani mattina mi presentassi in municipio per chiedere la carta d'identità e l'impiegato dell'anagrafe mi dicesse: TU NON ESISTI! Non sei un uomo. Al più sei un falso.
    Non importa che io sia presente, che abbia portato le foto, che declini le mie generalità, compresi i nomi di mio padre e mia madre, e il padre e la madre di essi. Io sono solamente quello che sporadicamente ha detto qualcuno che mi ha incontrato.
    Quante volte è stata ripetuta "ufficialmente" questa risposta per i documenti del Popolo dei nuraghi? Forse che non si dà credito alle dichiarazioni faziose degli avversari, ai sentito dire riferiti dopo secoli, mentre si ignorano le foto, i documenti scritti degli interessati, etichettandoli per falsi, per imitazioni scimmiesche, per graffi accidentali, per interventi estranei come i "marziani" Filistei, certamente non scelti a caso, ma solamente perché della loro scrittura restano labili tracce non ancora sicuramente decifrate.
    Qui sta la tristezza e il disagio, signora Grazia.

    RispondiElimina
  3. E' la prima volta che lei scrive senza un minimo di ironia,quindi,capisco ancora di più la sua tristezza.Comunque,tostorruda oltre ogni limite continuo e,forse,non lo capirò mai l'ostinazione di certi"esperti del cavolo" si ostinano a negare l'evidenza.Il mistero dell'animo umano è incomprensibile,e pensare che la cultura dovrebbe migliora gli uomini,come lo foveva migliorare il Covid 19,invece l'ha peggiorato.Il virus non c'entra nulla con la civiltà nuragica ma,di certo,l'invidia è un virus.

    RispondiElimina
  4. L'impiegato asserisce: tu non esisti, perché nel "suo" archivio tu non esisti. Che importa a lui sapere che vi sono altri archivi che ti sanno essere in carne ed ossa! Non è compito suo cercare in altri archivi, oppure dedurre da altre fonti che tu ci sei. Hai voglia di dimostrare... le dimostrazioni si rivolgono a soggetti in grado di capirle, e a quelli che hanno un briciolo di buon senso e voglia di interagire. Come puoi far passare il sillogismo: scrittura pretende conoscenza; conoscenza pretende sviluppo e applicazione nella sfera del materiale; la sfera del materiale ad alti livelli pretende conoscenza in ambito scientifico, se poi l'interlocutore non dimostra attenzione? Abbiamo dimostrato che molte nozioni tecniche erano alla portata dell'uomo nuragico. Risultato: rifiuto dell'evidenza. Il problema sta nel fatto che chi è demandato allo studio e la ricerca in ambito archeologico, è orbo nei confronti delle materie scientifiche: geometria, matematica, astronomia, meccanica, ottica, tecnologia delle costruzioni, architettura... buon senso 😊. Della serie: il mio archivio dice che... E ciò mi basta.

    RispondiElimina