lunedì 7 novembre 2016

Scrittura metagrafica ed epigrafica nuragica della 'fiasca del pellegrino' di Ruinas di Oliena (II). Con senso uguale.O quasi .

di Gigi Sanna 
vd. prima parte
Fig.1                                                                                                Fig. 2  
Abbiamo chiuso la prima parte (1) del presente saggio con alcuni interrogativi che riguardavano l’ipotesi della presenza di una ulteriore (seconda) lettura della fiaschetta. Una lettura, ovviamente data da una scrittura non subito visibile, nascosta e, in quanto tale ancora meno visibile di quella che (con occhi moderni) abbiamo subito potuto individuare nonché accertare ricorrendo all’epigrafico. Una lettura che, in qualche modo potesse spiegarci il perché, in una delle facce della fiaschetta di Ruinas di Oliena, si trova scritta l’enigmatica espressione ‘occhio di yhwh’. Infatti, perché quel particolare oggetto menziona l’occhio del Dio? Sarà una espressione il cui significato si risolve in sé, con una simbologia riguardante il manufatto? O è per caso una ‘repetitio’ o una ‘explicatio’ di quanto nascostamente è detto altrove senza che noi ce ne accorgiamo?

Per risolvere il rebus (perché rebus è) bisogna che ci armiamo di pazienza ed osserviamo da molto vicino la forma un po’ ‘curiosa’ delle fiasche del pellegrino di fattura sarda, grandi o miniaturistiche che siano. Esse si mostrano, generalmente, composte da quattro o cinque motivi ‘topici’.

- un collo manifestamente fallico (fig.1 - 2 )  o a nuraghe (fig.3)
-  un motivo ornamentale o decorativo vario (fig.4 -5 -6 ).

-  quattro (2) piccole bugne,  quattro fori doppi passanti  (fig. 6)


-  una ‘pancia’ o corpo della fiaschetta (3).


- una base


                                                          Fig.3
 fig.4Fig.5


Fig.6
    











      Se non fosse per lo ‘strano’ disegno della parte superiore della fiaschetta potremmo dire che l’oggetto è sì ‘curioso’ ma non ha nulla di sorprendente in quanto esso riporta delle parti che sono perfettamente funzionali all’uso del portare (le piccole anse per le cordicelle) l’oggetto e del versare (il lungo collo) il liquido contenuto in esso. Così come non sorprende la presenza quasi ‘naturale’ di decorazioni sul dorso della fiasca. E neppure una ‘base’ come quella che si nota nella fiaschetta di Su tempiesu di Orune o di Nurdole di Orani .  Tutto forma pragmatica e decorazione, dunque? Al massimo simbologia ‘taurina’? Ma perché allora, domandiamoci, la riduzione delle fiasche (per le quali, all’apparenza,  sembra che non c’entri per nulla un liquido ‘reale’) ad oggettino, quello  che può essere portato tranquillamente come pendaglio (dato l’iniziale foro passante presente in alcuni)   oppure  ‘nascondere’ al disotto della veste con facilità? Perché la miniatura (4) da oggettino amuleto? Oggettino di qualche culto o di qualche rito?     


   Gli interrogativi non si sciolgono certo con l’apparenza formale della fiaschetta ma solo se si va ‘oltre’ e la si ‘legge’ secondo nascoste ma ben precise convenzioni scribali. Si legge se si capisce la straordinarietà del manufatto che per la sua efficace carica allusiva incontrava, così come altri simboli forti o talismani del nuragico (pugnaletti, faretrine, accettine, spilloni, cosiddette ‘Tanit’, ecc.), il gradimento degli ‘utenti’ e quindi la riproposizione (5), più o meno variata, di esso. Quella ‘straordinarietà’ (che va oltre la forma ed il simbolo) che  andiamo proponendo da tempo ma, purtroppo, sempre inascoltati. Infatti, se noi ricorriamo al metagrafico, al codice che di norma prevede una scrittura basata sulla acrofonia, sulla ideografia e sulla numerologia (6), otterremo, per la fiaschetta tipo (7), questo risultato:
collo = toro, fallo (ideografia)
decorazione = h (drh) (acrofonia)
quattro = forza, potenza (numerologia).
pancia = cerchio, luce (ancora ideografia).

     Il senso  sarà quello di ‘Lui (h) , fallo (‘rwh) forza (‘z) della luce (nr). La fiaschetta quindi ti diventa, così interpretata, solo un’occasione o un pretesto per scrivere e dire dell’altro nascostamente. E chi porta l’oggetto con sé, grande o piccolo che sia, sa di possedere un amuleto salvifico, qualcosa di magicamente possente che continuamente lo protegge. Tanto che saremmo propensi a credere che la fiaschetta fosse legata soprattutto al culto e al rito funerario soteriologico. Costituisse cioè uno dei tanti oggetti scaramantici (8), come quelli che aiutavano o garantivano il trapasso del defunto nel regno della luce del Dio. Non ci sembra proprio un caso che una fiaschetta nuragica miniaturistica (v. ancora fig.1), tranquillamente leggibile in scrittura metagrafica, così come le altre,  sia stata trovata in Etruria. Essa  faceva parte, con ogni probabilità, dato il suo significato relativo alla ‘forza della luce divina’ di un corredo funerario. Così come di corredi funerari facevano parte, con certezza, le barchette nuragiche, inneggianti ugualmente alla forza dell’androgino toro della luce (9).

    Naturalmente, come c’era da aspettarsi, il gusto della ‘variatio’ dei nuragici, la loro allergia per lo ‘standard’, li spronava a cambiare, dove più dove meno,  la ‘scrittura’ con delle sfumature che però non andavano a intaccare il senso generale riposto nell’oggetto (10). Faremo due soli esempi per far comprendere questa tendenza, lasciando ad altro momento la interpretazione sistematica delle fiaschette sarde a noi pervenute. Il primo esempio  riguarda una delle due fiaschette miniaturistiche rinvenute a Su Tempiesu di Orune (v.fig.7)  e il secondo riguarda il ‘collo’ della fiaschetta rinvenuta a Su romanzesu di Bitti. E’ evidente che nel reperto di Su Tempiesu la lettura cambia perché ci sono due elementi discordanti rispetto alla ‘norma’ in quanto le bugne sono due e c’è inoltre la presenza di una base. Si tratterà di vedere allora, sempre su base acrofonica, numerologica e ideografica come si deve stavolta ‘tradurre’ il metagrafico della fiaschetta, come esso, non discostandosi per senso generale, ne assuma però uno suo particolare. Secondo noi la lettura sarà questa:
fallo, toro/ decorazione//decorazione/ due/ luce quattro/ base, predella
e cioè ‘Lui (hdrh) toro/ Lui (hdrh) doppia luce/ forza Lui (hdm)’: ‘Lui forza del toro della doppia luce’. E’ questo un procedimento scrittorio usatissimo nei bronzetti, dove il ‘lui’ si ripete per le voci, singole o non,   che riguardano il dio (lui padre/ lui forza/ lui amore; lui padre lui forza lui madre; lui padre testa lui madre pupilla, ecc.) e che pian piano impareremo a conoscere. Già dicendo però che l’acrofonia che rende la consonante ‘h’ che dà luogo al pronome è resa principalmente attraverso  le voci hdrh הדרה e hdm הדם, come di questo specifico caso. Per capire meglio proponiamo di seguito l’immagine della fiaschetta miniaturistica di Su Tempiesu con i riferimenti di natura fonetica  
Fig.7
                                                    
   La seconda fiaschetta di Su Romanzesu purtroppo la conosciamo solo perché di essa si è salvato il collo (fig.8) . E’ poca cosa certo eppure quel ‘poco’ sa di miracoloso perché il frammento riesce a spiegarci che fallo/toro e nuraghe costituiscono per senso la stessa cosa (11) . E riesce a dirci  che (proseguendo la fiaschetta con la topica ‘pancia’ o con la 'rotondità') il nuraghe toro era sicuramente associato linguisticamente alla luce, tanto da dare - come in effetti dà in tutte le fiaschette - la parola composta NR’G H (lui toro della luce). Una verità questa del fallo - nuraghe difficile da mandar giù non solo per coloro che si gingillano ancora con le fortezze ma anche per coloro che respingendo  l’aspetto militare e  non sapendo che pesci prendere  si rifugiano (direi furbescamente) sul significato di edificio per il ‘controllo del territorio’. Che non vuol dire nulla.  Una verità peraltro che si scopre con certezza sempre di più su basi epigrafico - fonetiche e non archeologiche. Anche qui proponiamo l’immagine di una ideale quanto semplice (12) ricostruzione della fiaschetta, con i significanti topici, ma partendo anche dal dato sicuro che il collo, così come in altre fiaschette, presenta già il significante ‘hdrh הדרה’,  salvatosi insieme alla raffigurazione del collo nuraghe.

Fig.8

     Dopo aver cercato di individuare il senso comune a questa tipologia di manufatti religiosi ‘scritti’ metagraficamente, vediamo ora di tornare alla scritta epigrafica studiata nella prima parte dell’articolo e cerchiamo di afferrare cosa c’entri nella fiaschetta di Ruinas una insolita scritta di tipologia lineare come quella dell’occhio di Yhwh. Come punto di partenza sembra essere abbastanza chiaro  che qui ‘occhio’ significa ‘luce’ e che quindi la lettura possa essere ‘luce di Y(hwh)’. Se così è la voce allora va collegata alla lampada (nr נר) topica realizzata ideograficamente data la forma caratteristica a cerchio (13) della fiaschetta. Ma così, anche se si capisce che si vuol dire che la luce della fiaschetta è la luce (è simbolo della luce) del dio Y(hwh), sembra però mancare ancora quel tanto di chiarezza che possa spiegarci per benino il motivo per il quale lo scriba è intervenuto apponendo anche scrittura  manifesta a scrittura del tutto nascosta (e neanche da cercare e trovare ignorandosi l’esistenza di essa). Anche qui la soluzione si ha, a nostro parere, se si tiene conto della nota esplicativa (n. 6)  della parte prima del nostro articolo. In essa affermiamo  che nuragici non scrivevano mai senza una ‘logica’ che giustificasse, in qualche modo, l’organizzazione del testo. Anche quello apparentemente il più semplice. E un testo disposto con una lettera manifestamente in alto e tre lettere in basso, disposte su di uno stesso piano, non costituisce certo accidentalità o, meno ancora,  ghiribizzo dello scriba ma indizio di ulteriore senso. Per rendersene conto ed accettare così il dato dell’intenzionalità di accrescere il significato al solo apparente Y/‘AYN si ritorni ai requisiti del metagrafico del nostro oggetto. In esso, ideografia, numerologia e acrofonia sono chiari e sembrano dare senso chiaro. Ma chiari risultano se nello stesso modo leggiamo anche l’epigrafico, stando ben attenti al malizioso parallelismo scrittorio messo in atto da uno scriba che certo sapeva il fatto suo. Infatti, riprendiamo il testo con la dicitura ‘occhio di Y(hwh)’  su base acrofonica e e ideografica, aggiungendovi la numerologia. Avremo:

Y = Y(hwh) (acrofonia): y è la prima lettera del nome di yhwh.
‘ayin = nr (ideografia): l’occhio è sinonimo di luce, dà l’idea della luce.

uno /tre /quattro = Lui forza del toro (numerologia): i tre numeri che si ottengono vanno letti logograficamente perché suggeriscono parole (14).

 Schema che va ad affiancarsi a quello metagrafico (anche a quello di altre fiaschette, come ad esempio quello di Populonia) in questo  modo: 


    Con i tre requisiti applicati anche all’epigrafico, abbiamo ottenuto così il risultato finale ovvero la lettura completa (15) della fiaschetta. Nella prima parte, quella completamente nascosta, si dice che ‘Lui è la forza del toro della luce’ (HE ‘OZ ’AG NR), nella seconda, quella solo parzialmente nascosta, si ripete in modo diverso la stessa espressione  anche se inizialmente può sembrare  esserci scritto solo ‘ayin Y(hwh) :

Infatti, lo scriba che ha organizzato la scritta gioca non solo sui numeri ma anche sull’ambiguità del primo segno ad asta verticale perché se è vero che (stante anche la sicura fonetica della  lettera della riga successiva che ha la stessa identica forma) esso ha valore di yod (nota la lettera yod) è anche vero che esso può notare l’ideogramma ‘uno’ e, quindi,  per traslato la prima lettera dell’alfabeto (16) e cioè ’leph (toro).

Quindi possiamo leggere indifferentemente o Y(hwh) Lui forza della luce oppure Toro Lui forza della luce. Con la seconda lettura si ripete quella metagrafica delle fiaschette del pellegrino, con la prima si fa capire chi è quel ‘toro/uno’, di chi è la forza della luce.

Ma sul 'toro uno ', culturalmente' non solo sardo nuragico, forse sarà utile aggiungere qualcosa.        
(continua)

Note ed indicazioni bibliografiche
1. Sanna G., 2016, Scrittura metagrafica e scrittura epigrafica nella Sardegna nuragica (I). La ‘fiasca del pellegrino; in Maimoni Blog  (ottobre 2016).
2. Possono essere anche due (v. più avanti)  come la fiaschetta miniaturistica di Su Tempiesu di Orune. 
3. Il particolare della manifesta convessità ha fatto pensare ad Atropa Belladonna che nelle fiaschette ci sia la presenza di un elemento ‘femminile’ da affiancare a quello ‘maschile’ fallico del collo. Quindi ci sarebbe una lettura immediata relativa al dio androgino. Penso che possa essere nel vero perché nulla esclude che possa esistere altra lettura rispetto a quella ‘comune’ che proponiamo più avanti per la categoria delle fiaschette talismano. Anche per la considerazione che la fiaschetta del pellegrino di Populonia è finita, con ogni probabilità, in una tomba con il solito insistente ‘magico’appello alla protezione della divinità androgina ‘padre e madre’ (apa/ati). Del resto anche gli oggettini talismano a forma di bipenne, di cui parleremo,  presentano una lettura sicura relativa allo schema MF: una parte a ‘punta’ e una parte’ arrotondata’. Simbologia questa che perdipiù  si trova abbondantemente usata negli oggetti in osso, in pietra e in ceramica dell’antichissimo santuario di Pito in Grecia;  gli scribi del quale, con  un codice di scrittura greco, usano il chiaro schema del Lossia androgino fallo/vulva (v. Sanna G., 2007, I segni del Lossia cacciatore. Le lettere ambigue di Apollo e l’alfabeto proto greco di Pito, S’Alvure ed. Oristano, ΑΝΑΘΗΜΑΤΑ 4, pp. 381 -438.     
4. La miniatura dei numerosi oggetti nuragici, soprattutto in bronzo, a noi fa pensare alla stessa  ‘microscrittura’ epigrafica, che ha valenza  religiosa. Gli scribi operano su due piani della visibilità comunicativa del sacro, sul grande  e sul piccolo perché entrambi sono espressione ‘naturale’ della divinità: nuraghe/ nuraghetto; statua/statuina; faretra/faretrina; grande fallo/piccolo fallo; grande cerchio/ piccolo cerchio; grande toro/ piccolo toro, grande bipenne/piccola bipenne, ecc. Non credo ad una motivazione che prenda le mosse solo dal ‘gusto’ o ‘dall’arte’. Pertanto mai un oggetto piccolo o piccolissimo  può essere inteso come ‘decorativo’. E’ davvero un errore grossolano l’interpretare, ad esempio, le minuscole accette nuragiche  in bronzo come oggetti per pesare e ritenere quindi  ‘ponderali’ i segni che su di esse sono incisi. Si scambia così davvero il sacro con il profano!


5. Il numero non irrilevante delle fiaschette nuragiche ritrovate, anche fuori della Sardegna,  costituisce un sicuro indizio che esse fossero famose e abbastanza comuni. Il gradimento ovviamente era dovuto alle caratteristiche singolari dell’oggetto ‘magico’ ma anche e soprattutto alla sintetica formula salvifica in esso contenuta. Sotto questo aspetto le fiaschette non si discostavano dalla ‘magia’ degli spilloni scritti, degli scarabei ugualmente scritti e da altri numerosi oggetti che proprio attraverso la scrittura metagrafica e epigrafica nascoste garantivano al defunto  l’immortalità nella luce e del padre e della madre.    
6. Sono i tre requisiti normativi della scrittura metagrafica. Quella epigrafica è più vivacemente articolata e gode di una regolamentazione un po’ più ampia ( V. Sanna G., 2011, Scrittura nuragica: ecco il sistema. Forse unico nella storia della scrittura; in Monti Prama. Rivista semestrale di cultura di Quaderni Oristanesi, PTM ed. Mogoro, pp. 25 -38).
7. La fiaschetta ‘tipo’ è quella che offre i significanti  ‘topici’ del collo fallico -taurino, della decorazione, delle quattro bugne e, ovviamente,  della superficie tonda o tondeggiante. Vorrei far presente per parare a una facile, quanto scontata  obbiezione circa il ‘collo’ toro quando esso non sembra esserlo per disegno’ (v. ad es. la fiaschetta di Ruinas o quella di Borore)   che esso lo è non tanto o solo perché il suo disegno talvolta richiama il ‘fallo’ (= toro) quanto perché la caratteristica saliente di un fiasco o di una fiaschetta sta nel fatto che il punto di forza e di resistenza (il manico) nel suo  uso sta nel collo. In ciò differisce da altri recipienti dove il ‘toro’ si trova non nel collo ma in altri ‘manici’. Questo considerare ‘toro’ il punto di resistenza o di forza di un oggetto è facilmente desumibile, ad esempio,  dalle barchette nuragiche dove ‘toro’ è l’albero della nave oppure dai tanti scudi ‘scritti’ (metagraficamente scritti) dei bronzetti dove il segno del toro sta, spesso molto enfatizzato, nell’umbone. Quindi, è il significato ideografico  quello da tenere in conto e non tanto quello pittografico: il suggerimento di quest’ultimo può esserci o non esserci. Costituisce 'explicatio' oppure  ridondanza.     
8. Si tenga presente che la tomba II nella necropoli dell’Età del Bronzo di Sa Figu (Ittiri-SS),  ha restituito una ‘pilgrim flask’ nuragica associata ad una perlina di pasta vitrea turchese e ad una fusaiola discoidale. Perlina vitrea e fusaiola sono simboli chiari  di immortalità e di ‘forza ‘ per la salvezza  e  ugualmente simbolo di immortalità, data dalla forza (toro) della luce’ (yhwh),  è la fiaschetta.
9. Si veda di recente Sanna G., 2016,  Codice metagrafico nuragico. Un incredibile super ‘mostro’ per la salvezza e la scrittura etrusca a rebus per crederci; in maimoni blogspot.com  (14 Ottobre)     
10. Quello di ‘ Lui forza del toro della luce’.
11. Nella collina di Monte ‘e Prama insieme alle statue sono stati trovati abbinati dei modelli di nuraghe. L’ermeneutica archeologica, ben lontana dal solo sospettare dell’esistenza del metagrafico, si è sbizzarrita con le più spinte elucubrazioni ipotizzando nei 'modelli' persino ‘simboli femminili’. Si tratta invece dell’equivalenza Nuraghe ( = Lui toro della luce) con il defunto  toro luminoso Gigante. Si sa da tempo che uno di quei modelli (ad incastro) ha dell’epigrafico oltre che il metagrafico. Potremmo avere una conferma sul significato del manufatto, ma sulle lettere che si annunciano lineari (sicuramente attinenti al lessico riguardante il ‘toro della luce’ e cioè al NURAGHE) silenzio tombale. Da tanti anni.    
12. Anche qui, nell’impossibilità di ricostruzione del manufatto, proponiamo una fiaschetta ‘tipo.   
13. Il cerchio in nuragico è sempre simbolo geometrico utilizzato per notare la ‘luce’. Apparentemente il simbolo può sembrare quello solare mentre è soli - lunare ovvero dell’ androgino. Come sicura attestazione di ciò ricordiamo il disco del cosiddetto ‘brassard’ di Is Locci Santus di San Giovanni Suergiu con i sette raggi, pubblicato dall’Atzeni ( v. La cultura del vaso campaniforme nella necropoli di Locci Santus di San Giovanni Suergiu, in Carbonia e il Sulcis. Archeologia e territorio. Ed. S'Alvure Oristano 1995, pp. 117 -143) dove non c’è scritto ‘lui sole santo del toro padre’ ma ‘lui luce santa del toro padre’.   

14. Sanna G., 2016,  Scrittura nuragica. I numeri dall’uno sino al dodici. Il loro valore simbolico convenzionale nei documenti della religiosità. L’iterazione logografica sulla base di quel valore; in maimoniblogspot.com (2 luglio)
15. Abbiamo detto più volte che, per quanto riguarda il metagrafico, ‘completo’ è ciò che sul momento ci sembra essere tale. Ma la scrittura nuragica, a rebus e adusa alla λοξότης,  per sua natura si sottrae spesso  al ‘definitivo’ e all’esaustivo’. Penso ad es. al senso in più che potrebbero avere, per numerologia, le parti ‘decorative’. Dodici cerchi in una fiaschetta  potrebbero alludere alla luce e un collo fallico-taurino con sette ‘tratti’ decorativi  potrebbe alludere al ‘toro santo’.  Inoltre, essendo possibili nel nuragico più letture e/o letture ‘a parte’, soprattutto nel metagrafico, qualcuna potrebbe passare inosservata. E’ evidente che più aumenta  la documentazione e di più, su basi comparative e analogiche, cresce anche la possibilità di parlare di ‘definitivo’ e di completezza ermeneutica. La lettura proposta da Aba losi, di cui abbiamo parlato in nota 3, offre un esempio di incertezza di scrittura in più,  soprattutto in considerazione del fatto che il tema dell’androginia o schema MF  è uno dei più ricorrenti nella cultura religiosa iconografica dei nuragici. 

16. V. nota 14.

3 commenti:

  1. Buon compleanno Professore, con l’augurio che i prossimi anni siano proficui come quelli trascorsi.

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  2. SETTE SETTE. At a cherrere naere 'santissimu'? Assoras ti depes ingenugare sempere cando m'attopas.

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    1. Professore, speriamo che in un lontano futuro non sia inserito nel Martyrologium Nuragicum, ma che venga ricordato quale Santu Luigi Amedeo Sanna de Aba san, sconfittore (è più corretto dire sconfiggitore ma la forma contratta è più elegante), dei negazionisti e degli epigrafisti domenicani (non c’entrano nulla i frati). Per parte mia spero di non essere ricordato quale “beato” discepolo sanniano (come qualcuno mi appellò); non per il “discepolo”, ma per il “beato”!

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