domenica 15 gennaio 2017

L'antica arte delle ombre cinesi o meglio... nuragiche!


di Sandro Angei

Il 31 di dicembre scorso ho voluto assistere al fenomeno luminoso che compare nel nuraghe Crabia di Bauladu.
Il fenomeno è documentato dal G.R.S. In “La luce del toro”, pag. 150. La fotografia pubblicata nel testo però non rende giustizia alla bellezza dell'immagine che, al pari del toro del nuraghe Santa Barbara di Villanova Truschedu, è di un realismo sconcertante, tanto che sembra la testa di un toro vista di tre quarti.

Fig. 1

Sorprendente però è il contorno della finestrella di scarico che genera l'immagine, perché non lascia intendere che sia taurina.
L'immagine superiore di Fig. 2 mostra il contorno del finestrino di scarico visto dall'interno del nuraghe, l'immagine inferiore, ribaltata come se fosse vista dall'esterno della torre, è quella che avrebbe dovuto corrispondere con quella di Fig. 1.
Fig. 2

Fig. 3 Le corna del toro sono costruite con il posizionamento di un piccolo masso posto tra due macigni di grandi dimensioni.

Come mai l'immagine del finestrino non corrisponde a quella proiettata a terra?
Le risposte sono due, una di carattere tecnico, l'altra spiega la discordanza in termini antropologici legati alla natura divina della teofania.
Dal punto di vista tecnico è facile dimostrare che il contorno del finestrino non potrà mai proiettare fedelmente l'immagine in nessun momento dell'anno, perché il giorno del solstizio d'inverno il sole è alla sua minima altezza all'orizzonte; ciò significa che per proiettare l'immagine fedelmente dovrebbe scendere con quell'azimut ancora più giù, cosa che è del tutto impossibile.
Dal punto di vista antropologico possiamo dire che, alla luce degli studi sulla scrittura nuragica, che vuole la divinità il più possibile nascosta alla stregua del suo nome, la teofania che al solstizio d'inverno si manifesta doveva convincere il fedele che quell'immagine era a tutti gli effetti una manifestazione divina e non il risultato di un gioco di luci ed ombre ottenuto con vari elementi architettonici; ed in effetti il contorno del finestrino, benché visibile da chiunque dall'interno del nuraghe, non avrebbe destato sospetto alcuno perché difficilmente accostabile all'immagine proiettata. La sfumatura dei contorni data dalla penombra faceva (e fa) il resto.
L'immagine proiettata è ottenuta mediante una composizione di più elementi posti su piani differenti. Nel caso in esame, la parte inferiore della figura è data dal profilo interno superiore dell'architrave della porta d'ingresso.
Il principio è il medesimo individuato nello studio della cosiddetta “Postierla” di Murru mannu in Tharros (vedi: Angei S. 2016 “Sincretismo religioso tra nuragico e romano 7 – la porta del toro luminoso – architettura della luce” su Maymoni blog del 14 marzo), dove il bordo dell’intradosso della parte estrema della copertura e lo spigolo superiore della soglia della porta del monumento (distante 6,00 m dal primo elemento), proiettavano la figura di un perfetto triangolo equilatero (Fig. 4).

Fig. 4

Altro esempio lo troviamo nel nuraghe Santa Barbara di Villanova Truschedu, dove l'immagine è ottenuta con lo stesso criterio del nuraghe Crabia (giustapposizione di massi), con minore occultamento delle forme, comunque modificate e sfumate dalla penombra; ma sicuramente usato quale espediente che giustifica l'ultimissima scoperta in quel nuraghe.
Nel post di Stefano Sanna “Villanova Truschedu: - Nuraghe Santa Barbara – il fenomeno solstiziale invernale del toro luminoso, dalla nascita alla sua trasformazione” pubblicato su Maymoni blog del 18 dicembre 2016; l'ultima fotografia immortala l'avvenuta trasfigurazione del toro in fallo.
Questa trasfigurazione ritengo fosse vista come qualcosa di miracoloso da quelle genti; molto meno miracoloso è da noi considerato lo spettacolo, se non per l'incredibile astuzia e arguzia di chi progettò e costruì gli elementi architettonici che restituiscono questo risultato.
L'amico Pierangelo, in occasione dell'ultima visita al nuraghe, mi ha mostrato un particolare degno di attenzione, che di fatto potrebbe provare l'intenzionalità di quest'ultima “costruzione luminosa”.
Osservando nelll'immagine di Fig. 5 lo spigolo sinistro, dove il corridoio d'ingresso si innesta nella camera, si può notare che il profilo dello spigolo non è una curvilinea continua ma ad una certa altezza questa è interrotta da una risega, giusto il tanto per creare in un dato momento l'immagine fallica o forse, solo per far capire a chi aveva (ed ha) occhi, l'arcano particolare.
Fig. 5
Al contrario lo spigolo contrapposto è perfettamente lineare (Fig.6).

Fig. 6

Come si può notare nella Fig. 7, l'immagine proiettata nel pavimento è disturbata dalla risega operata nello spigolo murario, dove con tutta evidenza viene proiettato il corno mancante alla figura.
Fig. 7

Fig. 8

L'immagine vista dall'alto (Fig. 8) è alquanto realistica ed esplicita e per niente interpretabile in termini gratuiti, visto che il sito di Gremanu in agro di Fonni è imbattibile per quanto concerne il realismo in tal senso; e visto dall'alto non da adito ad alcun dubbio che quello sia un fallo di circa 80 metri di lunghezza.
Fig. 9
Queste considerazioni fanno pensare che il gioco di luci ed ombre fosse usato su larga scala dalle genti nuragiche; che non si limitavano a semplici proiezioni luminose, ma si esibivano in complicati giochi di luce, che nel caso del nuraghe Santa Barbara, si protraevano del tempo, in una sorta di filmato, durante il quale si assisteva (e ancora si assiste) alla trasfigurazione del divino toro in fallo luminoso che alla fine inseminava la madre terra.
  
video

Nel filmato, benché l'immagine sia abbagliante si nota un ultimo particolare che potrebbe giustificare quanto alla fine asserito.

In fine vorrei soffermarmi su un aspetto del rito che si svolgeva in questo nuraghe, facendo un parallelo che esplica in modo chiaro quello che da alcuni viene visto “solo” come una coincidenza di forme,  senza alcuna valenza astronomica.
La protome bovina che noi oggi osserviamo a cavallo del solstizio d'inverno (l'immagine inizia a manifestarsi già a metà novembre per protrarsi oltre metà gennaio) possiamo assimilarla alla lancetta delle ore di un orologio che ha perso il quadrante, che per tanto risulta del tutto inservibile senza i punti di riferimento che indicano le ore. Così è l'immagine del toro/lancetta che, avendo perso il punto di riferimento (l'altare di pietra posto all'interno del tempio), non ci faceva capire fino a poco tempo fa, la funzione che anticamente gli era attribuita. Ora grazie ai disegni del Nissardi abbiamo capito la sua precisa funzione calendariale. Quando l'immagine passava per il centro dell'antare "scoccava il giorno fatidico".





3 commenti:

  1. Questa nostra Sardegna è piena di mille bellezze, a pare mio,troppo poco conosciute e valorizzate.

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  2. Eppure su quel fallo luminoso(tanto per intenderci su 'rigore' filologico' e sull'invitare a questo quando necessario) che ho individuato già dall'anno precedente (2015), come ben sanno i miei amici venuti con me nella visita periodica, dobbiamo essere ancora molto prudenti. Ci vuole la ripetizione dell'evento in qualche altro nuraghe per aver non un semplice indizio ma una certezza.Cioè una prova scientifica. Il dato della anomala risega aggiunge qualcosa in più ma ci vorrebbe dell'altro. In ogni caso, il toro -fallo non è certo scandaloso, come hai sottolineato tu, dal punto di vista non solo concettuale ma anche architettonico.Per non parlare del precedente culturale illustre dell'egiziano che identifica (pronuncia e scrive) il KA sia come toro sia come fallo.
    Aprofitto del post per aggiungere un'altra mia piccola scoperta nella 'hykl (sala grande) del tempio. Cioè il dato della presenza dei due tori scolpiti in negativo ad una certa altezza, quasi uno di fronte all'altro. Secondo me sono importantissimi per la loro simbologia quasi quanto il toro -(fallo) luminoso. Importantissimi perché fanno vedere che il nuraghe è 'macchina' taurina religiosa (quindi non c'entrano nulla né le abitazioni né le fortezze) ma anche perché quel fenomeno luminoso apparentemente solo maschile (è il toro - fallo sole che penetra nella parte demminile del nuraghe, ovvero l'ogiva) è da interpretarsi invece come 'doppio' e cioè maschile e femminile assieme. Chi osserva il fenomeno del fascio di luce che viene reso visibile dal buio della stanza, non può non comprendere il dato empirico del 'penetrare' ma anche, ovviamente, e dello 'essere penetrato''. Quindi, maschio sì ma anche femmina. In sintonia simbolica con quanto sappiamo 'ad abundantiam' sulla divinità androgina nuragica ovvero YH. Che è 'toro', ovvero energia potentissima, sia da parte del padre che da quello della madre. Tutto ciò per dire che i 'due' tori scolpiti alludono, con buona probabilità, all'androgino. Nel solstizio d'inverno la nascita del torello (ricordarsi che è un torello e non un toro!) avviene razionalisticamente per intervento di entrambi i sessi e non di uno solo, non di un toro solo ma di due. Sarebbe bene che Stefano, a cui ho chiesto di fotografare bene i due tori scolpiti in negativo, aggiungesse il non piccolo dettaglio. Vedi Sandro, hai fatto bene a citare il fallo gigantesco di Gremanu, ma esso andrebbe accompagnato dalla vulva gigantesca che si trova in abbinamento evidente non molto più avanti. I nuragici erano attentissimi nel rimarcare l'aspetto androgino della divinità, a partire già dallo stesso nome IH. Nel nuraghe Santa Barbara il fenomeno di una 'nascita' ovvero di una rinascita non può avvenire senza l'intervento della coppia celeste. Esaltando l'aspetto solare e solo questo corriamo il rischio di non dare alla femmina il posto che doverosamente (per i nuragici) le compete. Una cosa stiamo sempre più comprendendo del nuragico: che per quanto il sole, ovvero il maschio, potente sia non può fare a meno della luna femmina. La luce è doppia non singola, si ha da due fonti e non da una sola. La 'religio' - e non poteva essere che così - rispetta i ruoli che ci sono nella 'societas' nuragica in terra. Per dirla in maniera più efficace in sardo campidanese: meri e pobidda (pupilla).

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  3. Questo articolo mira, non tanto a descrivere l’aspetto antropologico ed il risultato esteriore del rito, quanto alla individuazione del mezzo adottato per quel fine.
    Il gioco di luci ed ombre usato quale mezzo di manifestazione teofanica, alla stregua di altri mezzi usati in modo coscio o inconscio in altri riti ed altre civiltà, legittimavano la figura sacerdotale e il suo potere. E’ risaputa in certi riti l’assunzione di droghe allucinogene o, come si teorizza per il santuario di Delfi (riferito da Plutarco), l’influsso di vapori sotterranei naturali, sotto l’effetto dei quali la Pizia vaticinava.
    Sono tutti mezzi più o meno nascosti e incomprensibili al popolo che si affidava fiducioso all’operato di sacerdoti e sciamani che li utilizzavano in modo più o me o conscio, che noi oggi possiamo capire in termini ben più materiali e spiegare con metodo tecnico-scientifico, che quelle genti vedevano come manifestazioni sopranaturali.
    Il rito dell’oracolo di Delfi o altri, forse sono paragonabili a quello praticato nel nuraghe, per via di quella celletta posta sopra l’ingresso sia del nuraghe Santa Barbara che del nuraghe Crabia (funzione oracolare?), ma sicuramente lo sono per le finalità concrete di soggiogamento della popolazione al volere divino. Un rito collegato all’assunzione di droghe o altro, che alterava lo stato psicofisico dell’individuo per entrare in comunione col divino, probabilmente non era del tutto controllabile, tant’è vero che le cronache antiche non riportano nei particolari il rito nel santuario di Delfi, dove, la Pizia si poteva sentire ma non vedere nell’antro segreto, l’adython; e la divinità si esprimeva solo attraverso di essa. Viceversa quello qui ottenuto attraverso il gioco di luci ed ombre, era basato tutto sulla capacità di quei sacerdoti di manipolare la natura a piacimento, forti di una esperienza acquisita e tramandata nel tempo. In sostanza se l’oracolo di Delfi agiva in stato di alterazione cognitiva forse involontaria, questi sacerdoti erano ben consci del loro operato.
    Nei santuari di quelle divinità ad una precisa domanda si dava una risposta, benché contorta ed interpretabile in vari modi, in un rito cui il fedele non era partecipe direttamente. Qui invece la divinità si manifestava, apparentemente senza l’intermediazione umana, per tanto il fedele partecipava al rito col senso della vista.
    Per quanto riguarda la trasfigurazione a cui assistiamo nel Santa Barbara, per ora rimane certamente a livello di ipotesi; sta il fatto, però, che la “nostra” fretta o distrazione o noncuranza, ha fatto sì che non ci accorgessimo fino a poco tempo fa di questo particolare

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