sabato 24 ottobre 2015

SA MÙSICA SARDA

di Giovanni Masala


Stralcio dalla prefazione di G. Masala, in: Felix Karlinger, Sa mùsica sarda 1955 – La musica sarda – Die sardische Volksmusik, Stoccarda 2011, a cura di Giuanne Masala (www.sardinnia.it). La prima parte della presente pubblicazione raccoglie in edizione bilingue tedesco-italiano gli articoli sulla musica popolare sarda di Karlinger dati alle stampe in un lasso di tempo che va dal 1958 al 1982. Seguono i testi e le musiche (in un compact disc) di 64 brani vocali e strumentali registrati in alcuni paesi della Sardegna, soprattutto ad Austis, nel 1955. Fotografie dei suoi frequenti soggiorni ad Austis durante gli anni Cinquanta, partiture e altri materiali complementari chiudono il lavoro di uno dei maggiori maestri della ricerca sul campo del Novecento.

Felix Karlinger e la musica popolare sarda

In queste poche pagine crediamo di aver dimostrato l’esistenza di una musica sarda autonoma che non rientra né nella cultura italiana né in quella spagnola, e che perciò la Sardegna, a differenza di tutte le altre isole del mediterraneo occidentale, merita un serio interesse – quod erat demonstrandum (F. Karlinger, 1954).

Ciò che in senso speciale è musica sarda può in senso più ampio valere come musica della civiltà occidentale, come fonte primordiale di quel retaggio dal quale furono alimentati molti secoli di storia musicale europea. Ciò che qualche ignorante deride come primitivo e barbaro, ciò che qualche sardo stesso solo con un po’ di vergogna scopre davanti al forestiero, perché egli crede che la sua musica sia troppo semplice, appartiene in realtà a quel substrato comune dal cui seno uscirono tutti i grandi e famosi compositori del nostro continente: dal Palestrina a Verdi, da Orlando di Lasso a Mozart, Beethoven, Wagner (F. Karlinger, 1958).

Il mio primo incontro con la figura di Felix Karlinger, musicologo, etnologo e critico letterario nato a Monaco di Baviera il 17 marzo del 1920, risale al 1997. Fu allora che venni a sapere che una parte considerevole della sua attività di ricerca aveva riguardato la Sardegna. La lettura di alcuni suoi articoli sulla musica e sulla letteratura popolare sarda fu sufficiente a capire che egli ebbe un ruolo di primo piano nell’ambito delle ricerche degli studiosi di tradizioni popolari che nell’immediato dopoguerra si confrontarono col patrimonio etnologico e musicale dell’isola. Così cominciò a vagheggiare in me l’idea di riordinare le sue pubblicazioni sarde e di darle alle stampe in modo dignitoso. Quando poi, tre anni più tardi, nel 2000, pensai di informarlo in merito al mio proposito, appresi che purtroppo era deceduto ormai da alcuni mesi.
Pur essendo stato espulso dal liceo nel 1935 per motivi politici e costretto a riparare all’estero per ben tre anni, Karlinger riuscì comunque a conseguire la maturità nel 1939. Non gli fu però consentito di studiare all’università. In aggiunta a ciò, dal 1939 al 1945 fu chiamato alle armi e, terminata la guerra, dovette trascorrere alcuni mesi in un campo di prigionia. Di conseguenza riuscì a frequentare il conservatorio monacense solo durante alcuni permessi che gli furono concessi tra il 1939 e il 1942. Alla fine del ’45 fu rimesso in libertà, ma a causa di gravi ferite riportate in guerra non potè esercitare l’attività di musicista. Così, per due anni, dal 1945 al 1947, insegnò musica nel liceo di Schäftlarn, nei pressi di Monaco. Nel 1946 riprese i suoi studi all’università di Monaco, dove si laureò in etnologia, musicologia, scienze teatrali e romanistica. Nel 1948 discusse la tesi di dottorato sulla canzone popolare dei Pirenei ed i suoi relatori furono l’etnologo Rudolf Kriss, il musicologo Rudolf von Ficker e l’illustre romanista Gerhard Rohlfs. Negli anni successivi i suoi interessi scientifici si concentrarono sulla musica. Nel 1950, divenuto ormai docente presso l’istituto di musicologia del politecnico di Monaco, si recò in Sardegna, dove per la prima volta entrò in contatto con i riti arcaici e le tradizioni musicali dell’isola. Vi fece poi ritorno regolarmente una volta all’anno dal 1951 al 1955, e poi di nuovo nel 1958. Nel 1954 discusse la sua tesi di abilitazione alla docenza sulla canzone popolare sarda, ancora inedita in italiano.
Durante il suo soggiorno del 1955 Karlinger registrò in Sardegna esattamente 153 brani vocali e strumentali conservati in 5 bobine; alcuni di questi, forse da lui considerati tra i più significativi, furono a loro volta registrati in un’ulteriore bobina; a parte quest’ultima, le altre bobine, nonostante le intense ricerche di chi scrive, non sono state ancora rinvenute. Tre anni dopo, nel 1959, i due lavori succitati confluirono in una versione definitiva dattiloscritta di 198 pagine dal titolo Das sardische Volkslied (La canzone popolare sarda). Questa versione comprende anche un quadernetto di spartiti (Notenanhang) riportante gli spartiti di 23 brani vocali e strumentali registrati in Sardegna. Si può così affermare che per Karlinger gli anni Cinquanta furono caratterizzati da forti interessi nel campo musicale, sebbene i suoi viaggi nell’isola servissero anche alla raccolta ed alla registrazione di fiabe direttamente dalla viva voce di narratori popolari, allora numerosissimi in Sardegna come altrove. Dei suoi scritti di allora sulla musica popolare, in questo volume abbiamo inserito tre articoli rispettivamente sulla musica sacra, sulle launeddas e sulla musica popolare sarda. Grazie alla straordinaria originalità, pregnanza e fusione molto ben riuscita tra questioni musicali e fiabistiche abbiamo inoltre deciso di inserire in questa raccolta anche il testo della sua prolusione universitaria tenuta a Salisburgo nel novembre 1967 e un ulteriore articolo sulle sue ricerche sul campo in Sardegna. Viste le strette connessioni esistenti tra la musica popolare sarda e le creazioni musicali di Ennio Porrino si è inoltre ritenuto opportuno includere nella presente raccolta “karlingeriana” anche tre brevi scritti dedicati rispettivamente ad alcune composizioni di ispirazione popolare di Porrino, all’opera lirica I Shardana del compositore sardo e alla sardità della musica porriniana.
Fu la ricerca sul campo l’attività che affascinava maggiormente l’etnologo monacense. A questo proposito, nel 1980, riandando col pensiero alle sue prime peregrinazioni sarde, scrisse che…

[…] la ricerca a tavolino troppo spesso dimentica di cercare, al di là dell’oggetto della ricerca stessa, l’uomo, che solo deve essere la materia degli studi. Un amico russo, uno dei migliori conoscitori della letteratura popolare russa, mi ha confidato che il celebre Vladimir Propp, la cui Morfologia della fiaba è divenuta celebre in tutto il mondo, non aveva mai sentito raccontare una favola in vita sua. Non ho nulla contro Propp! Ma chi non voglia avere dinanzi a sé solo «materiale», ma voglia capirlo per avere accesso all’uomo che sempre immancabilmente vi sta dietro, ebbene lo può fare solo con la ricerca sul campo. E d’altronde in nessun altro campo la scienza procura così tanta gioia! E le peregrinazioni a scopo scientifico per tutta la Sardegna hanno dato gioie tutte particolari all’autore di queste righe, che rimane in debito di gratitudine verso i suoi amici sardi.

Dal 1959 al 1966 Karlinger insegnò letteratura presso l’istituto di filologia romanza dell’università di Monaco. Nel 1966 divenne direttore della prestigiosa collana Märchen der Weltliteratur (Fiabe della letteratura mondiale) e contemporaneamente professore a contratto presso l’università di Salisburgo. Nello stesso ateneo fu nominato nel 1967 professore ordinario di filologia romanza e ricoprì questa funzione dal 1967 al 1980, anno in cui, ancora relativamente giovane, andò in pensione. Negli anni Sessanta e Settanta la sua attività scientifica (sarda e non) fu all’insegna della letteratura popolare ed in modo particolare della fiabistica, sicché Karlinger divenne uno dei più profondi e competenti conoscitori della prosa popolare dell’intera Romània. Per quanto riguarda la Sardegna, il culmine della sua instancabile attività di curatore di racconti popolari fu raggiunto con la pubblicazione della magistrale raccolta di fiabe sarde Das Feigenkörbchen: Volkmärchen aus Sardinien (Il cestino dei fichi: fiabe popolari della Sardegna), in gran parte raccolte e registrate in Sardegna negli anni Cinquanta. Fu lo stesso Karlinger a fornire la chiave per comprendere le ragioni di questa svolta nell’ambito della sua attività scientifica in direzione degli studi etnoletterari: «Il fatto che le ricerche si spostassero gradualmente dalla musica popolare alla prosa popolare, passando per gli usi e i costumi, si deve all’aumento dell’interesse per le fiabe popolari che si registrava in Germania in quel periodo, e che naturalmente mi influenzava».
Karlinger è stato anche un grande ammiratore di Ennio Porrino, lo straordinario compositore sardo con cui il musicologo bavarese intrattenne un’amichevole relazione e cui dedicò – dopo la scomparsa di Porrino – come omaggio un’eccellente monografia sulla sua opera. Sulle creazioni musicali del compositore sardo Karlinger scrisse di frequente sulla rivista Musica Sacra e in altri periodici.
Come già il sardòlogo monacense Max Leopold Wagner, anche gli interessi scientifici di Felix Karlinger si concentrarono spesso sulle lingue e culture periferiche, alle quali attinse importanti stimoli culturali, senza trascurare nel contempo le grandi lingue e culture nazionali romanze. Dal 1980 al 27 giugno 2000, giorno della sua scomparsa, Karlinger, sia pure in condizioni di salute sempre più precarie, proseguì la sua instancabile attività scientifica. Il suo vigore creativo ed i suoi molteplici interessi scientifici, che spaziarono dalla musica alla letteratura, dalla filologia alla linguistica ed all’etnologia, dimostrano come le più svariate discipline possano essere vicendevolmente complementari senza che la qualità della ricerca ne soffra in alcun modo. Karlinger lascia al mondo scientifico – tra monografie, saggi, articoli e recensioni – circa 500 scritti, di cui oltre 70 sono dedicati alla musica, alla letteratura e alla filologia sarda.
La seconda parte del presente volume vuole essere un contributo per tentare di comprendere meglio la relazione di Felix Karlinger con Austis, il quartier generale della sua ricerca sul campo in Sardegna, anche attraverso l’ausilio di due lettere e di fotografie con le «due famiglie di Karlinger». I 64 testi dei brani musicali registrati in Sardegna nel 1955 contenuti nel compact disc, alcuni spartiti, l’elenco completo delle registrazioni sarde del 1955 e una nota bibliografica completano il presente lavoro.
La musica sarda 1955 di Felix Karlinger è dunque rappresentata non solo dalla presente pubblicazione in sé ma comprende anche l’intera avventura sarda dello studioso bavarese, cominciata in Sardegna nel 1950 e su cui calerà il sipario con il dattiloscritto del 1959 sulla canzone popolare sarda. Ma i protagonisti, i veri e propri oggetti della sua ricerca condotta sempre con metodo ed enorme pazienza sono i sardi di allora. Di questi cantori, musicisti e ballerini oggi si può riconoscere l’aspetto nelle fotografie riprodotte alle pagine 155-174. Oltre a ciò nell’Elenco delle registrazioni effettuate in Sardegna nel 1955 (pp. 212-216) ne possiamo apprendere l’identità. Tra gli altri vi sono il suonatore di launeddas di Sanluri Massimo Mallocci, le sorelle Itria e Cristina Satta di Austis, virtuose cantanti e danzatrici e il loro padre Luigi, così come i cantori Antonio Onnis e Luigi Arru. E viene rivelata l’identità anche di altre decine di persone che cantano muttettus e muttos, nonché cantos a tenore dei villaggi delle regioni interne. Per ragioni di spazio in questa prefazione non possono ovviamente essere citati tutti, ma il loro numero è molto alto. Cinquant’anni dopo quindi Karlinger ci rivela, oltre che il loro aspetto, anche l’identità degli artisti e persino la tipologia dei brani eseguiti. Nell’elenco vi è addirittura un dialogo tra Dr. Itria Satta e Massimo Mallocci sulle launeddas (p. 213, n. 41); avranno conversato in sardo o in italiano? Una domanda che purtroppo rimarrà per sempre senza risposta, giacché alcune bobine del 1955 sono andate perdute.
Se in Sardegna ancora oggi – soprattutto nel campo della polifonia vocale e strumentale – sopravvivono determinate espressioni musicali che altrove sono or-mai tramontate, ciò è dovuto anche alla lezione di musicologi ed etnologi stranieri come Felix Karlinger, Andreas Fridolin Weis Bentzon e altri ancora. Almeno in parte a loro è riuscito, con tatto, confidenza e competenza, a trasmettere a cantori, suonatori e danzatori dell’epoca la necessaria consapevolezza che in tempi di profondi mutamenti socioculturali ha così permesso loro di acquisire nuova fiducia in se stessi e nei confronti della propria eredità culturale, in modo tale che potessero consegnare alle generazioni future il proprio sapere etnomusicale. Le riflessioni di Karlinger risalenti al 1956 sono oggi più attuali che mai. Potrebbero servire addirittura da monito per la realtà odierna, ma sicuramente sono state profetiche. L’etnologo Karlinger scrive nel modo seguente in merito alla reazione dei sardi alla vigilia del più grande saccheggio culturale della loro storia:

Nei confronti della penetrazione degli influssi esogeni, delle novità sconvolgenti rivelate soprattutto dalla radiodiffusione, la persona semplice delle regioni interne è abbandonata a se stessa, e nel suo sforzo di assimilarsi alla nuova situazione, si distacca con violenza dalla tradizione. L’«arretratezza» che le viene rimproverata – in determinate questioni igieniche ed economiche a ragione – suscita in alcuni sardi un tale complesso di inferiorità che cercano di superare cercando di concentrare nelle forme e nelle possibilità espressive del nuovo mondo la freschezza della loro natura e la forza della loro anima non deformata. Al Sardo non basta modernizzarsi, egli vuole compiere cose straordinarie in tutti i campi e non essere da meno rispetto al continentale. E proprio nel mondo della musica questo si manifesta in modo particolarmente forte perché questa, attraverso il processo di elettrificazione, penetra nell’isolamento del suo mondo in misura maggiore rispetto ai problemi artistici o dell’abbigliamento.

Quest’affermazione riveste a mio parere un significato fondamentale, poiché corrisponde senza alcun dubbio a determinati modi comportamentali dei Sardi contemporanei. D’altra parte va sottolineato il fatto che, come già accennato in precedenza, per molti di essi ha avuto una grande importanza l’essere stati oggetto della ricerca, proprio in un’epoca in cui l’italianizzazione delle proprie usanze e tradizioni da una grossa fetta del popolo sardo veniva accettata in modo acritico. A questo proposito e in occasione di alcune indagini dialettali che ho condotto alcuni fa in differenti località nell’ambito dei lavori preliminari alla mia tesi di dottorato, registrai a Tiana l’affermazione di uno dei miei informatori, che – sebbene espressa in parole più semplici – corrisponde fondamentalmente alle succitate riflessioni di Karlinger.

Qui le tradizioni sono sparite, sono sparite nel bene e nel male, ma se le avessimo conservate le tradizioni, anche noi ci avremmo guadagnato tanto, anche nell’occupazione, e siciliani ne sarebbero arrivati di meno se ai bambini gli avessero insegnato il sardo in famiglia. «Ma ora che il sardo entrerà nelle scuole ... » [replicai io]. Non ci riusciranno perché noi abbiamo un istinto diverso dagli altri popoli, tu guarda, gli spagnoli [i catalani] di Alghero hanno sempre parlato in spagnolo [catalano], a Carloforte la stessa cosa, hanno conservato le loro tradizioni, in continente dove c’erano tedeschi o albanesi o altri popoli, hanno preservato la loro cultura, soltanto noi, i sardi, l’abbiamo persa la nostra cultura, ma i tedeschi no, i tedeschi in Alto Adige hanno conservato la loro cultura e hanno ottenuto dall’Italia la scuola nella loro lingua. Ma noi, i sardi, abbiamo l’istinto di copiare dagli altri; l’aver perduto la nostra lingua deriva dall’istinto di copiare, dalla mentalità che così valiamo qualcosa a non parlare il sardo. Io sono stato prigioniero in Romania nella seconda guerra mondiale, e lì vi sono popolazioni di altre culture ma la loro cultura l’hanno sempre conservata e ai bambini parlano sempre nella loro lingua, l’ungherese, perché sono vicini all’Ungheria, e il rumeno lo imparano quando vanno a scuola, prima no…

Queste parole semplici e nel contempo infinitamente sagge non hanno bisogno di ulteriori commenti, e vi è da augurarsi che in Sardegna come altrove la ricerca sul campo continui a contribuire alla crescita della consapevolezza anche etnoculturale delle future generazioni e possa essere di stimolo per una riscoperta delle proprie radici e tradizioni.

16 commenti:

  1. Mamma mia,che emozione ho provato a leggere questo articolo! Se pensiamo che esiste un vocabolario sardo-tedesco,vuol dire che la nostra lingua ,la nostra musica e le mostre tradizioni sono veramente importanti.Poi,come sempre arriva il punto dolente:non essere mai consapevoli della grandezza della Sardegna e ,come sempre faccio la solita domanda alla quale nessuno sa rispondere:come mai noi sardi siamo tanto orgogliosi della nostra sardità e nello stesso tempo abbiamo un senso di inferiorità verso sos istranzos? Il contrasto tra la grande dignità dei sardi,l'amore per la nostra sardità e,poi la sudditanza(forse non è il termine esatto) verso,ripeto,sos istranzos.

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  2. Nunc redit animus! Ora riparliamo di ciò che ci interessa e che interesserà sempre di più questo Blog. L'aria fresca.
    Studio, passione, semplicità e chiarezza espressiva e amore, tanto amore per la Sardegna, Ma, come vedo, non solo di Karlinger o di Bentzon . Grazie Giovanni.

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  3. Mi hanno colpito queste osservazioni sull’influenza che l’osservatore determina sul fenomeno osservato. Le conoscevo a proposito dell’infinitamente piccolo e poi delle dinamiche psicologiche, ma ancora non avevo avuto occasione di riflettere su come quest’influenza sia determinante (possa esserlo, più o meno) anche nella sfera sociale. Però non c’è dubbio, è del tutto convincente: investire di interesse un costume, una tradizione, una pratica che anche stesse per cadere nell’oblio, ottiene in qualche misura di spronarla e incoraggiarla, magari fino a rivitalizzarla e rilanciarla. Quindi c’è senz’altro da unirsi all’augurio finale espresso da Giovanni.
    Quanto alla domanda della Signora Grazia sui motivi del senso di inferiorità dei sardi dirò anzitutto che la riconosco anch’io non nuova da parte sua (lei la chiama “solita”): ricordo che il primo commento a un mio post su Monte Prama (era il 29 Gennaio 2014, http://monteprama.blogspot.it/2014/01/questione-sarda-questione-italiana-e.html) fu il suo, e lì provava a chiedere anzitutto a me spiegazioni sulla sudditanza dei sardi nei confronti dei continentali (senza ottenere risposte).
    Mi piacerebbe che qualcuno bravo a trovare soddisfacenti risposte di suo intervenisse a soddisfare lei e noi, o anche che lo facesse qualcuno capace di rappresentare il panorama di spiegazioni fin qui avanzate in letteratura. Nel mentre, però, che nulla del genere si avanza, faccio almeno il passo di indicare alla Signora Grazia che in quel mio post una qualche spiegazione l’avevo tentata, laddove scrivevo:
    “noi, pochi, incertamente uniti (più spesso) e insulari, posti a confronto con le idee, le manifestazioni culturali, il potere economico (quando non anzitutto militare) di popoli che per il solo presentarsi in Sardegna, superando il mare (e con qualche pretesa), dovevano trovarsi in stadi discreti della loro parabola di civiltà, di potenza, in genere di cultura (conoscenza di culture altrui e consapevolezza della propria), accompagnati perciò dalla sicurezza e dall’orgoglio della propria identità.
    Dal combinato cronico, ho idea, delle nostre intime soggezioni e delle altrui sicurezze (o di quelle che noi facilmente avvertiamo tali) può allora essere scaturita la permeabilità dei sardi agli influssi stranieri: una permeabilità che nei casi e nei periodi migliori porta ad integrare nella propria cultura elementi nuovi attraverso una loro attiva elaborazione (si veda, se vogliamo, la stessa ricettività per i codici scrittori assorbiti e rielaborati, come crediamo, fino all’età romana; o l’architettura delle chiese giudicali, o la scienza giuridica filtrata nella Carta de Logu); ma anche una permeabilità che nei casi e nei periodi peggiori porta ad assecondare le altrui politiche colonialiste (e a ostacolare i moti resistenziali), ad assorbire in pochi giorni qualsiasi accento diverso dal proprio, a vietare il Sardo ai figli (senza bisogno di precise leggi centraliste), a considerare e usare “pastore” come un epiteto offensivo, ad avvertire il nuragico come una imbarazzante eredità di pietrame, a non accendersi di alcuna curiosità sulla propria storia quando non se ne trovi altro che ridicole tracce tra quella che ci impongono i testi scolastici (curiosità che sarebbe solo il primo passo per arrivare ad accendersi di indignazione).
    Così si raggiunge il paradosso di stranieri in Sardegna che sviluppano una tale conoscenza della cultura e della civiltà sarde da sopravanzare la nostra, rovinata dall’inconsapevolezza identitaria dei più; stranieri che conoscendola giungono ad apprezzare e amare la Sardegna ben più di molti isolani, liberi (questi stranieri) da quell'avvertirla un po' madre e un po' matrigna, dalle braccia che avvolgono e trattengono, che proteggono e attutiscono, accolgono e separano.”
    Questo scrivevo, ma alla Signora Grazia evidentemente non era bastato e ancora, devo credere, non basterà.

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    1. Signor Francesco,prima di tutto la ringrazio della sua efficace spiegazione,direi molto efficace.Molto probabilmente,non mi ricordo bene,non l'avevo letta.Ora finalmente ho capito tutto.Possiamo anche aggiunge che la Sardegna era talmente isolata e talmente povera che l'arrivo de"sos istranzos" ci sembrava un miracolo e ci meravigliavamo del loro interesse?La miseria fa brutti effetti.Quello che ho scritto sopra però non è giustificato se penso che anche nelle famiglie abbienti e,sopratutto,in quelle, si viveva come vergogna insegnare il sardo ai figli,come se ci fosse la necessità di continentalizzarli.L'orgoglio della lingua sarda è venuto molto più tardi.Mi spingo ancora più in là:l'apprezzamento della bellezza della nostra terra,in qualche modo,ce l'hanno insegnato proprio i continentali.Un insieme di fattori ci hanno portato a questo senso di inferiorità,insieme alle argomentazioni che lei ha esposto.Stamani presto ho acceso il computer,nella speranza che ci fosse un suo scritto,visto che lei lo fa ad ore tarde.La ringrazio,di nuovo,di cuore.

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    2. Ma l’arrivo de “sos istranzos” e le reazioni ad esso hanno radici ben più antiche. Per limitarci al convenuto possiamo risalire alle richieste di aiuto ai Cartaginesi per contrastare i Romani, episodio però ben compatibile con il contesto storico (per quello che riusciamo a capirci). Più controverso il rapporto con “sos istranzos” della Sardegna Giudicale e medievale, le ricerche di alleanze con forze straniere per farci in definitiva la guerra tra sardi, con conseguenti ipoteche di territori e sovranità, adesione a modelli stranieri e distacco tra le nostre città e le “inferiori” campagne, con rapporti non edificanti di sfruttamento; tutte dinamiche in larga parte comuni ad ogni angolo della Terra, ma forse noi abbiamo esagerato in questo e soprattutto non abbiamo saputo e/o potuto compensare nel tempo con altro che potesse, al contrario, meglio inorgoglirci.

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    3. Noi sardi siamo animali strani! Ad ogni modo,grazie a tutti voi,aprendo tante cose interessanti sulla nostra splendida terra.

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    4. Signor Masia,com'è vero il "paradosso di stranieri in Sardegna..."(volevo fare copia incolla ma non ci riesco),però è anche vero "il sardo vuole compiere cose straordinarie.." In finale:siamo un gran popolo!

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  4. Qui Giovanni ci riporta le parole di un signore di Tiana: “noi sardi abbiamo l’istinto di copiare dagli altri; l’aver perduto la nostra lingua deriva dall’istinto di copiare, dalla mentalità che così valiamo qualcosa a non parlare il sardo.” Un istinto ritenuto tanto forte da pronosticare otterrà il fallimento dell’introduzione del Sardo nella scuola: “non ce la faranno”. E ci riporta anche, Giovanni, le parole di Karlinger: “Nei confronti della penetrazione degli influssi esogeni, delle novità sconvolgenti rivelate soprattutto dalla radiodiffusione, la persona semplice delle regioni interne è abbandonata a se stessa, e nel suo sforzo di assimilarsi alla nuova situazione, si distacca con violenza dalla tradizione. L’«arretratezza» che le viene rimproverata – in determinate questioni igieniche ed economiche a ragione – suscita in alcuni sardi un tale complesso di inferiorità che cercano di superare cercando di concentrare nelle forme e nelle possibilità espressive del nuovo mondo la freschezza della loro natura e la forza della loro anima non deformata. Al Sardo non basta modernizzarsi, egli vuole compiere cose straordinarie in tutti i campi e non essere da meno rispetto al continentale.”
    Un appunto che viene da muovere a Karlinger è che, a ben vedere, chi con maggiore violenza si è staccato dalla tradizione non è stata “la persona semplice delle zone interne abbandonata a sé stessa”, ma quella relativamente più ‘acculturata’ (si parla della cultura che sappiamo) nei centri maggiori.
    Questi estratti, comunque, starebbero a dire (per quanto non insindacabilmente) che un complesso di inferiorità è (o soprattutto era) realmente rinvenibile, il ché non è poco giacché un discorso proposto ai sardi su questo senso di inferiorità trova sempre molti (se non i più) decisi nel negarlo e attribuirlo esclusivamente a chi si ponga la questione (ciò che potremmo salutare come ottimo segnale di orgoglio identitario, se non avessimo da temere possa nascondere negazioni o rimozioni).
    A distanza di quasi 2 anni mi ritrovo ancora in quello che avevo scritto, che trovo applicabile ai rapporti che continuiamo ad avere solitamente con i forestieri quali gli investitori che arrivano o che aspettiamo (investimenti turistici e industriali, turisti, acquirenti di seconde case), o anche professionisti specializzati necessari a impiantare o far funzionare quel che ci serve come da noi ancora non sapremmo; forestieri tutti in vario grado in posizione di forza rispetto ai nostri bisogni, per sé stessi relativamente solidi quanto ai propri mezzi.
    Penso che quanto ancora contraddistingue molti tra noi per l’ignoranza della nostra storia, almeno di quella convenuta (per come questa ignoranza rende allora senza radici e senza solida appartenenza, fuori da un’identificazione posticcia con bandiera e simboli senza reali profondità), sia la prima causa di un senso di inferiorità (riconosciuto o negato che sia) in qualcosa maggiore di quello che comunque, teniamolo presente, caratterizza in qualche misura ovunque tutte le periferie, e che colpisce anche l’Italia in toto nei confronti di Paesi e popoli più sviluppati economicamente e sul piano dei costumi civili.
    Una resistenza diffusa a guadare alla nostra storia può venire anche dall’idea che si tratti essenzialmente di un doloroso susseguirsi di sconfitte e dominazioni subite: questo in fondo è quello che resta in mente a chi questa resistenza non superi, ciò che non può rappresentare un grande terreno per un orgoglio di popolo. Conta, invece, lo sappiamo, sostenere anche il dolore per le sconfitte e le dominazioni subite e però capirne le ragioni, apprezzare resistenze e adattamenti (e resilienze) e trarne insegnamento.

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  5. Perché i corsi, ad esempio, paiono (e probabilmente davvero sono) meglio immuni da sensi di inferiorità? Con loro solo la storia antica è abbastanza in comune. Poi a lungo i genovesi mentre noi ci sciroppavamo catalano-aragonesi e spagnoli, quindi (e soprattutto) d’infilata una rivoluzione meglio riuscita della nostra con Pasquale Paoli e la prima Costituzione ispirata ai diritti dell’uomo (prima di quella degli Stati Uniti d’America) e subito dopo l’ingresso nella Francia con in breve (giusto il tempo che crescesse) il jolly Napoleone (da Ajaccio): ça suffit?

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  6. Ora il quadro è completo signor Francesco.Ad ogni modo resta il fatto che siamo,a parer mio,un popolo pieno di mille contradizioni.Aggiungo un fatto a favore di noi sardi:la grande dignità nella povertà e la capacità di rimboccarci le mani da soli quando ci sono grandi calamità e non parlo solo delle alluvioni.Ero molto piccola quando ci fu l'invasione delle cavallette,non so se qualcuno di voi ha questa memoria.Ho l'immagine di nugoli di cavallette e non era possibile,neppure uscire di casa dalla quantità enorme di queste che avevano invaso Nuoro.

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  7. siamo un popolo pieno di contradizioni!!!!!!!!!!!!e meno male perche vuol dire che abbiamo opinioni diverse,come popolo,non come individuo.centu concasa y centu berritas.e' vero,pero sa berrita piu o meno della stessa forma.voglio dire che in certe linie di principio ci rico
    nosciamo.poi ciascuno le attua secondo un proprio principio.cio che ho notato in 40 anni di girovagare all'estero ,oltre alle bellezze della natura,di cui pero non abbiamol'esclusiva ,come qualcuno spesso crede,e'il valore alla parola data,ed il non essere" pallerisi"per quanto ci (mi)piaccia che il merito ci venga riconosciuto .cio che ha impedito lo sviluppo di una mentalita piu aperta,penso sia stato il subire lo stato di coloni per tanti secoli.non ci ribellavamo perche non crepavamo per la fame( ,per quanto morivamo),pero la democrazia soffocava

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    1. Mi scusi signor Casula,parlavo di contradizioni insite in noi stessi,non che abbiamo opinioni diverse;ad ogni modo anche essere contradditori con noi stessi non è del tutto negativo.Signor Francu ,ho viaggiato poco ma a Vienna sono andata ed era rigoroso parlare in inglese,che,ovviamente non sapevo.Quindi,come al solito,ha ragione.

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  8. Giovanni, il tuo lavoro è meritorio, oltre che eccellente. Mi hai messo una curiosità trasparente, specialmente per le fiabe, is contus, di cui sono appassionato.
    Pur essendo ammirato dalla canzone sarda, sa canzoni a curba della Sardegna meridionale, la ballata in versione di doppio senario, non ho mai letto qualcosa d'interessante sulla sua musicalità, specialmente per l'incalzante progressione degli ultimi versi, quelli che rimano a metà.
    Non so se hai materiale anche su questo. Spesso ho espresso la mia impressione che la musica sarda, specialmente quella del ballo espresso con le launeddas, metti Mediana a pipia, in cui si percepiscono tre "voci" ciascuna delle quali "parla" di sé, a somiglianza degli strumenti dei jezzisti di New Orleans degli anni '20 del secolo scorso, quando inventavano le variazioni sul tema. Oppure, se vuoi, in simbiosi e in contrapposizione, come i poeti da palco che devono svolgere il tema che viene loro assegnato.
    Non so se mi capisci, caro Giovanni: io sento e vivo certi balli come vivo il jezz dei primordi, ma nessuno mi dice neanche bah!, quando cerco di dirlo in giro tra amici.
    In questo senso, sono davvero un incompreso! O forse solamente un sordastro.

    Ma, a proposito di sardi e non di sordi, aggiungo a tutto quello che Francesco ha detto (e ripetuto per i distratti) che la cosiddetta permeabilità della nostra gente di fronte al forestiero dipende anche dalla grande disponibilità, dall'affabilità dei Sardi a mettere a loro agio chi viene ritenuto un ospite. Così, chi parla con te e non sa parloare in sardo, ecco che tu ti sforzi a parlare nella sua lingua, a farti capire, a dargli soddisfazione anche per una semplice informazione che ti ha chiesto.
    Chi è stato nel Regno Unito di Elisabetta II (Dio gliela conservi!), ha mai provato a chiedere a un inglese per strada un'informazione usando la lingua italiana?
    Oppure ha provato a farlo a Vienna?
    Se qualcuno ha buone nuo0ve, m'informi.

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  9. Fuori tema? Non lo so.Stamani mi sono svegliata ed ho pensato come contrastare la festa di alloui(non so l'inglese e non me ne importa),ho deciso di fare i pappassinios perlomeno a Nuoro si fa questo dolce per la festa dei morti.Mi auguro che in Sardegna i bambini non vadano in giro a dire"dolcetto scherzetto".Ai miei tempi si andava di casa in casa a chiedere"su mortu mortu"Che questa festa americana sia così di moda in Toscana,non mi piace ma la capisco perché qui non c'è la nostra tradizione.Ditemi,per piacere,che nella nostra terra i bambini non accettano l'imbarbarimento delle tradizioni altrui.Musica sarda e tradizioni sarde non credo siano in contrasto.Ho invaso i miei amici di pappassinos,nella speranza che si ravvedano anche loro.

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  10. La nostra disponibilità non è data certo da servilismo,ma dal senso di ospitalità con il quale ci hanno crescere.A proposito Francu,lo sai che in tabarchino Sardi si dice Sordi?

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    1. Così si spiega perché gridano tanto.

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