lunedì 19 settembre 2016

Scrittura nuragica. Come si scrive ‘Dio (yh) c’è’? Variamente: in modo ‘lineare’ ma anche con una rete da caccia ed un uccellatore. O magari con un nibbio appostato su di un ramo.

 di Gigi Sanna

Fig.1 Foto di Stefano Sanna
                 

Fig.2. Concio di yh l'uccellatore  ( Chiesa di Sant'.Antonio di Tresnuraghes) 
        La fantasia dei nuragici nel riportare voci ed espressioni del linguaggio formulare sacro nuragico è davvero straordinaria. E ciò è dovuto, naturalmente, alla malleabilità del codice che consente allo scriba di passare senza difficoltà (se non quella della creatività di un disegno originate e mai ripetitivo), dalla scrittura lineare e solo lineare, alla scrittura pittografica, alla scrittura ideografica numerologica, alla scrittura pittografica, numerologica e lineare assieme (in mix), dalla scrittura su supporto semplice alla scrittura ‘con’ o metagrafica (1). 

Vediamo, tra le espressioni che si ripetono nel nuragico, quella relativa alla tacita domanda ‘Dio c’è?’ e alla esplicita perentoria risposta ‘c’è’ (e punisce gli sbadati, gli ingenui, tutti coloro che non lo onorano e lo rispettano). La risposta affermativa è testimoniata in vari modi (che pian piano vedremo, non solo in questa breve comunicazione) da quelli più semplici e ‘manifesti’, per noi leggibili per abitudine con poco sforzo, a quelli più complessi, faticosamente leggibili o per nulla leggibili se non con la soluzione di piccoli o grandi rebus; soluzione  che richiede lo sforzo del ‘comprehēndere’ dopo un tempo più o meno lungo nell’osservare attentamente, quindi nel vedere e infine nel dedurre.

  Partiamo da quelli più semplici (e più immediati dato il nostro consueto modo di ‘scrivere’) .

    Poco distanti dalla spiaggia di Is Aruttas  e di Su Crastu Biancu , note località balneari della penisola del Sinis, si trovano incise, su due massi basaltici, due scritte (fig.1) composte da due lettere ciascuna (2).  Quella di Is Aruttas mostra, in caratteri semitici arcaici (tipologia cosiddetta ‘fenicia’), la sequenza sinistrorsa di una ’aleph seguita da una shin . Quella di Su Crastu Biancu la stessa sequenza, ma destrorsa e con la ‘shin’ di forma differente (speculare).

   Entrambe le varianti segniche, come si sa, sono attestate nelle iscrizioni nuragiche, come si può vedere dalla fig.3 dell’alfabeto sardo arcaico e, con esempi concreti, dalla stele di Nora (fig.4), dal coccio del Nuraghe Alvu di Pozzomaggiore (fig.5) e dal concio scritto di Biddamajore (fig.6) del Sinis, documento in cui si registra  scritto, per la prima volta, il nome di Tharroš (Tharruš).  
Fig.3. Alfabeto nuragico (dal kaph in poi)
                         Fig.4 (Stele di Nora trascr. con integrazione)
Fig.5.

                                                               

Trascrizione

















                                          







Fig.6. Pietra di Biddamajore del Sinis


     Le due sequenze con lettura l’una destrorsa e l’altra sinistrorsa (3) offrono in lingua semitica la voce ’š che significa ‘c’è, (Dio) c’è’.

   Essa - si stia attenti - può essere scritta (4) anche ’yš oppure, più semplicemente, yš.  Più complesso invece è il modo per riportare la stessa voce ricorrendo alla scrittura a rebus con l’acrofonia (5) estesa ai segni  pittografici.

    L’esempio (davvero spettacolare) che si può addurre è quello della scritta del noto concio della chiesetta campestre di Sant’Antonio di Tresnuraghes. Chi ci segue sa che del documento abbiamo già parlato (6) sostenendo che la raffigurazione incisa nella pietra (v. fig. 2) riporta la voce yh, il dio dei Sardi (7) dell’età del Bronzo e del Ferro (di derivazione cananaica, siro - palestinese  e non ebraica), che da uccellatore, stando dietro la rete da caccia, cattura e uccide e così punisce gli sbadati e gli incoscienti, le prede  che non prestano attenzione alla sua severa e talvolta spietata natura e ai suoi insegnamenti.

  La nostra lettura e l’interpretazione del 2013  risultano essere state giuste ma con un non piccolo limite: che non hanno tenuto conto (purtroppo anche ‘osservare’ con attenzione non sempre significa ‘vedere’) del messaggio più profondo (e per questo più nascosto) con procedimento acrofonico  dato e dalla evidente voce uccellatore e da quella di rete in lingua  semitica. Infatti, l’una rende yqwš  יקוש e l’altra  šbkh שבכה e quindi in acrofonia יש. Nel concio di Tresnuraghes risulta così ora assai meglio specificato il significato della scritta perché in esso non si dice solo (come si era  inteso) che yh è uccellatore di uomini ma si dice anche e soprattutto, come monito, che yh c’è, che il dio esiste. Pertanto chiaro l’avvertimento: se pensi di agire tranquillo e di ‘andare’ come ti pare perché yh non esiste e quindi non c’è punizione, sappi invece che il dio è nascosto ed esiste e che sta in attesa di  acchiappare  con la sua ‘sciabica’ (8) i tordi e i merli ignari e imprudenti come te.

   Altro modo complesso e del tutto illeggibile, per chi non conosce a fondo le convenzioni della scrittura nuragica, basata anche su quella che abbiamo chiamato da tempo scrittura ‘con’ (ma si potrebbe chiamare  ‘metagrafica’) è quello che si riscontra nei cosiddetti bronzetti nuragici. In questi vale sempre il criterio dell’acrofonia ma tenendo anche conto per essa (niente di diverso rispetto agli attuali cruciverba) dell’aspetto o situazione, cioè del modo in cui appaiono gli oggetti, gli animali o le persone via via raffigurati. Ad esempio, se noi ci troviamo davanti ad un oggetto in bronzo con soggetto ‘uccello’ non dobbiamo solo badare a leggere l’acrofonia relativa a quello specifico animale ma anche a come quell’animale si trova ad essere, in quale atteggiamento sta (come lo scriba artigiano lo presenta all’attenzione dell’osservatore). E’ proprio un uccello in bronzo che, nel piccolo, ci suggerisce brevemente ma efficacemente il ‘modus scribendi’ nuragico che fa uso delle convenzioni suddette. Prendiamo la nota figurina bronzea (fig. 7 ) proveniente dal santuario di Santa Vittoria di Serri, quella  che il Lilliu pone in catalogo (9) come n. 247 alle pp. 442 - 443.





Fig. 7. Bronzetto (falco): Museo Arch. Naz. Cagliari.                               

      Lo studioso presenta con lo stesso titolo il bronzetto affermando che si tratta di ‘un uccello dalle lunghe zampe (corvo?)’. L’interpretazione e la descrizione del bronzetto che si leggono nella mezza paginetta sono (come sempre o quasi sempre in tutti i bronzetti) abbastanza puntuali ma non precisi. Dopo il titolo la lettura iniziale è questa: ‘Un uccello con zampe lunghe ed esili, piantate rigidamente parallele su d’una traversa orizzontale appuntita con tracce di piombatura per l’infissione nel supporto d’offerta, è presentato di profilo, in atto di riposarsi e guarda, curioso e attento, in avanti(nostre le sottolineature). Più avanti lo studioso descrive minuziosamente l’animale e parla anche di ‘gusto’ ornamentale’. Ma più oltre non va, si ferma al ‘decus’, trascurando non solo quello che non poteva ovviamente sapere (e neppure, forse, sospettare), cioè l’esistenza del ‘suono’, ovvero un certo tipo di scrittura, ma anche ciò su cui sarebbe stato doveroso indagare con rigore: il ‘symbolum’. Infatti, non può non sorgere spontanea la domanda: che ci sta a fare un siffatto oggetto votivo piombato in una tavola per offerte di un edificio templare? E’ forse sufficiente il dono di un uccello, con la sua sola forma (10), con il suo ‘ornamento’ o decoro, per rappresentare il sacro? Di fronte alla divinità ci si pone così, in modo del tutto moderno, banalmente laico, offrendole un semplice oggetto, con l’unico significato del più o meno ‘ornato’ ed ‘esteticamente pregevole’? Il presunto ‘corvo’ (o altro che sia con quel becco robusto e gli artigli) non ci dice nulla riguardo alla divinità? Non ci suggerisce proprio nessun rapporto con essa? Non può forse esserne il ‘simbolo’? Un simbolo zoomorfo, per altro, assai significativo?

  Procediamo dunque anche noi con il  sottoporre ad analisi puntuale il bronzetto, ma tenendo conto dei soliti parametri della scrittura nuragica che, come quelli della scrittura egiziana, prevedono il ‘decus’ formale, il ‘symbolum’ e, soprattutto, il ‘sonus’, dato quest’ultimo dai significanti fonetici. Per la descrizione, vicina a quella del Lilliu ma crediamo più puntuale, inizieremo così, rimarcando le differenze interpretative, piccole e grandi:

  • Nibbio, falco (un uccello predatore e non semplicemente un ‘corvo’ che guarda, curioso e attento, in avanti’)
  • Posato in agguato (non nell’atto di ‘riposarsi’)
  • Ramo (non si tratta di una ‘traversa orizzontale appuntita’).
  • Supporto, predella.

    Ora, se noi, leggendo dall’alto verso il basso (11), avviamo il procedimento atto a rendere acrofonicamente l’animale nibbio/falco, la cosa (oggetto) ramo e l’aspetto con cui viene raffigurato il predatore (posato e in agguato), avremo in lingua semitica:

  • nibbio ’yh  איה
  • ramo yšb  ישב
  • posato e in agguato  šwd שוד
  • supporto hdn  הדן

     Il risultato che otteniamo è: איש ה  (lui c’è).

   Risultato oggettivo ed inconfutabile, come quello che illumina sul dato della presenza del predatore, cioè della divinità, come ‘significativa’ (soprattutto linguistica) offerta votiva. L’analisi puntuale ed il procedimento scrittorio ci offrono così il valore sicuro del ‘simbolo’, non ricavabile con certezza senza l’explicatio fonetica. Quindi possiamo affermare che nella tavola delle offerte del pozzo sacro del Santuario di Serri stava, tra gli altri oggetti (ugualmente ‘scritti’), un bronzetto con il suo bell’aspetto formale, con la sua scritta indicante l’esistenza di yh e con la simbologia relativa al fatto che il dio è ‘nibbio’, che osserva dall’alto le sue prede (gli sprovveduti e gli ingenui) che inesorabilmente ghermisce e poi strazia con il lungo e robusto becco.

     Crediamo a questo punto che sia quasi inutile il sottolineare la perfetta consonanza tematica e scrittoria corrente, pur nella diversità di realizzazione figurativa, tra il concio della chiesetta di Sant’Antonio di Tresnuraghes ed il bronzetto di Santa Vittoria di Serri. Nell’uno come nell’altro viene espressa la natura del dio predatore  (uccellatore con rete e falco). Entrambi i ‘documenti’ danno, nascosta, la voce ‘c’è’. Yh esiste e devi avere timore di lui. Devi rispettarlo e onorarlo. Altrimenti la sorte inevitabile che ti capita con il  ‘nascosto’ (dietro lo strumento di caccia o appostato in alto su di un ramo) sono le maglie della rete o gli artigli delle 'lunghe zampe' .

 


Note ed indicazioni bibliografiche


1. V. Sanna G., 2004, Sardôa grammata.’ag ’ab sa’an yhwh. Il dio unico del popolo nuragico. cap. 5, pp. 183 - 236.

2. Ecco altre due iscrizioni del Sinis di Cabras e di San Vero Milis per il sollazzo ‘siglistico’ dei presuntuosi e degli ingenui: Angius Walter e  Mario Alinei! E come no! Così come lo RF dell’ipogeo di San Salvatore, sigla evidente, reiterata, di un noto Ruggiu Franco di Cabras! 

3. Si ricordi che la documentazione nuragica offre ‘ad abundantiam’ documenti che si leggono in modo vario: da destra verso sinistra o, viceversa, da sinistra verso destra, dall’alto verso il basso, bustrofedicamentre e persino con andamento ‘circolare’ in senso antiorario (la seconda delle ‘tre’ letture della stele di Nora).

4. Reymond Ph., 2008, Dizionario di ebraico e aramaico biblico, Soc.biblica britannica e forestiera, Roma. 

5. L’acrofonia è, come sappiamo, il criterio scrittorio più adoperato dagli scribi nuragici. Di derivazione egiziana e cananaica, dai nuragici. in un periodo che per ora è difficile precisare (ma certamente prima del VIII secolo a.C.), passò agli etruschi che se ne servirono per la scrittura ‘religiosa’ a rebus della lastre funerarie, dei sarcofaghi e delle urne cinerarie (e altro ancora). V. Sanna G., 2014,  Giochiamo a dadi  e impariamo l’etrusco, in monteprama blogspot.com. (8 novembre).

6. SannaG., 2013, Tresnuraghes (Sardegna). La chiesetta campestre di Sant’Antonio e il concio della rete trappola di Yhwh; in momtepramablogspot.com (21 ottobre).



              7. Ormai non si contano i documenti del II e I Millennio a.C. (e oltre) che attestano, scritto in vario modo, direttamente o indirettamente, il nome di yh. Ricordiamo ancora una volta che il nome del dio può essere reso con la sola consonante ‘yod’, con il pronome ‘hȇ’, con ‘yhh’, ‘yhw’ e ‘yhwh’. La pronuncia attestata nella lingua sarda storica è IACCI, JACU. Le località con nome Santu Jacu (o Jacci), cristianizzato col tempo in San Giacomo, sono sparse un po’ in tutta la Sardegna.      

8. Si tenga presente, per parare ad una facile e pronta, obbiezione  che nel semitico arcaico e nella lingua del VT la ‘sciabica’ שבכה non è la rete da pesca (quella anche oggi chiamata così) ma la rete da caccia. V.Reymond Ph. 2008, Dizionario di ebraico ecc. cit. , p. 403).  

             9. Lilliu G., 2008. Sculture della Sardegna nuragica (ristampa dell’ed. del 1966), Ilisso ed. Nuoro. 

10. La ‘forma’ è quella su cui si concentra sempre l’attenzione del Lilliu. Date le sue grandi capacità di osservazione spesso basta seguire la sua descrizione puntuale per ‘capire’ dove e come si realizza il simbolo e, ancor più, il dato fonetico. Ciò che mette in evidenza e ‘sottolinea’ è anche quello che lo scriba artigiano vuole che si evidenzi e si rimarchi per arrivare alla soluzione del rebus linguistico.

11. Tutti i bronzetti vanno letti così: conta sempre il ‘segno’ più alto. Ad es., sembra risultare scontato il fatto che il segno di ‘distinzione’ o lo ‘ornamento (hdrh)’  di un personaggio raffigurato permette di ottenere ‘comodamente’ in acrofonia sempre la lettera ‘hȇ’, cioè il pronome indicante la divinità (Lui/Lei).       


26 commenti:

  1. Dovrei essere assuefatto ormai al modo di scrivere nuragico, ma ogni volta è una sorpresa. Ed è normale che sia così, perché ad una ripetitività concettuale, che potrebbe anche annoiare, si contrappone una sistematica variazione di simboli. D’altronde, facendo un parallelo, i moderni rebus sappiamo benissimo come funzionano, concettualmente sono tutti uguali, ma ogni volta ci impegniamo a capire il significato. Per contro però, se trovassimo sulle riviste di enigmistica lo stesso rebus ripetuto periodicamente, penseremo ad una stasi mentale dell’editore e perderemmo l’interesse.
    A questo punto mi domando: perché quelle genti nuragiche si affannavano a cambiare continuamente il rebus?
    Pensando a quel dio in eterno appostamento, pronto a cogliere in fallo “i merli ignari e impudenti”, l’uomo accorto si premuniva lanciando pure lui un messaggio al suo dio “guarda caro yhw che noi ci siamo, e non ci limitiamo ad un “copia e incolla” con i nostri messaggi invocativi verso di te.
    Leggendo la Bibbia, mi son reso conto che le manifestazioni di yhwh sono un continuo sollecito al rispetto del patto di alleanza stabilito tra Lui ed il popolo eletto. Ed ogni volta, il caro yhwh, non manca di minacciare sciagure di ogni genere a quel popolo “dalla dura cervice”.
    Visto sotto quest’ottica, tutta la scrittura nuragica può essere intesa come un continuo rimarcare l’alleanza tra il tremendo dio di estrazione cananaica e questo suo popolo che sistematicamente dimostra di essere tutt’altro che di “dura cervice”.

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  2. Sulla pietra di Biddamajori del Sinis andrei molto cauto.

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  3. Sai che alla scrittura "metagrafica" ci pensavo qualche giorno fa? perchè mi sembra che "sitting" in semitico sia parola che inizia per jod e "crouching" (quella posizione che hanno lì i defunti) parola che inizia per Shin. Ovviamente avevo in mente il formalismo dei sepolti a monte prama; era così, un pensiero ozioso se vuoi

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  4. Ho riflettuto tanto anch'io, in chiave metagrafica, sulla posizione 'strana' dei defunti che sono in 'riposo', con quella postura (praticamente seduti sulle loro gambe come, lo è quella di alcuni animali inginocchiati della bronzettistica: Lilliu, Sculture della Sardegna, ecc.). Anche la posizione reclinata in avanti della testa mi suggerisce il 'riposo'. Dei defunti si dice spesso, ancora oggi, che 'dormono' o 'riposano'. Ancor più allora i 'tori riposano' perché sappiamo che i Giganti sono i 'tori immortali'. La morte è solo apparente. E' uno stato che non appartiene loro. Se ricorriamo all'acrofonia delle voci semitiche (riposare e sedersi sulle proprie gambe) avremo 'a + B e cioè 'aba. Ma 'ab andrebbe legato a 'oz (la forza che suggerisce in tutte le tombe la lastra quadrangolare). Quindi 'forza del padre'. I Giganti quindi riposano in attesa della forza del padre che li conduca nel regno della luce che non ha mai fine. Quindi preferirei questa soluzione acrofonica rispetto a YSh in quanto si lega al significato 'fonetico' della lastra. Inoltre bisogna tener presente l'aspetto 'serpentiforme' delle lastre che aggiunge alle singole lastre della 'forza' la voce 'immortale, eterna, continua'. Se questo ragionamento ha valore quelle tombe hanno un significato in più circa l'identità dei Giganti. Che essi sono gli 'immortali': i divini figli di Yh toro, dell'androgino soli -lunare. Mi viene da fare ora una considerazione per analogia. Se le statue dei Giganti sono 'taurine, bovine'. manifestamente aninmalesche' (negarlo è proprio da ciechi), non potrebbero i tori dormienti essere stati sepolti accovacciati come tutti i tori? Come gli animali e non gli uomini? I nuragici avevano una logica sempre stringente e forse devono averci pensato bene per come seppellire i tori figli del toro. Che non erano uomini comuni. Nella tomba ci sono i simboli e solo essi e non più realtà materiali. La consunzione potrà distruggere, annientare il corpo umano ma non il simbolo, realtà metafisica.

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  5. Sulle considerazioni di Sandro non posso che essere d'accordo. La scrittura nuragica rivela sempre di più la sua 'cananaicità'. E' rispettosa dei 'testi sacri', quelli originali, prima che Israele si impossessasse del Dio dei nemici. Sicuramente i nuragici (gli scribi e i sacerdoti) nello loro 'DIFTHERAI' (pelli per scrivere o pergamene) possedevano scritti i primi libri del V.T., quelli del Dio (Y) e della Dea(H), taurini entrambi.

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  6. A proposito di “Dio c’è”, “Questo è il messaggio principale della Bibbia” dice Don Michele Lamberti in http://www.ilcattolico.it/catechesi/studi/guardate-gli-uccelli-del-cielo.html.
    Messaggio consolidato dal teologo Wilfrid Stinissen, che in “Sulla via della parola - Ed. Città nuova" scrive: “Il messaggio della Bibbia è consolatorio perché, sostenendo l’intervento continuo del divino nella vita dell’uomo, ne invalida la solitudine: Dio c’è e si ricorda di ciascuno di noi. La frase che Gesù disse ai discepoli poco prima dell’ascensione e che la liturgia della Chiesa riecheggia continuamente con il Dominus vobiscum, riassume in un certo senso il messaggio biblico: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).”
    Ecco che si fa strada il pensiero che il messaggio arrivato fino a noi “Dio c’è”, fosse già ampiamente percepito e fatto proprio da quelle antiche genti, tanto da averne le prove anche in ambito scrittorio nuragico, se l’interpretazione del Prof. Sanna è giusta, come noi pensiamo sia.

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  7. Caro Sandro, sul 'messaggio' consolatorio proprio non so. Penso però al fine strumentale teologico circa i tori 'faraoni' in terra e alla casta dei sacerdoti sostenitori del culto del/dei figli del Dio. Se si 'crede' prosperano i templi (in tutto il mondo e non solo in Sardegna). La stessa scrittura ripetitiva, ossessivamente formulare, realizzata dappertutto e con tutti i supporti possibili,è organica al fine di 'credere' all'esistenza di un dio e di quell'unico dio. Il sincretismo tra egiziano e nuragico, nuragico ed etrusco e, più tardi, sardo -etrusco -romano mi sembra organico al culto di un dio androgino soli -lunare che non contraddice, pur nella diversità del nome la sua essenza. Ma sulla divinità sarda arcaica ne sapremo di più, io credo, con l'aumentare dei documenti e, indirettamente, con la soluzione dei rebus etruschi (spero di pubblicarne alcuni tra non molto). Ma quello che ora mi affascina è il lavoro intenso degli scribi, scrittori, costruttori, artigiani, astronomi egiziani,siriani, cretesi, greci, sardi, etruschi (e forse romani ed altri ancora) nel dare soluzioni coerenti ma sempre diverse (quasi nazionalistiche) alla teologia del 'padre e della madre celesti'. E mi interessa tanto il 'serpente' storico -geografico della civiltà religiosa mediterranea che parte dall'Egitto (la testa) e termina (la coda) in Etruria. Se prendi una matita ti renderai conto del percorso di detto 'serpente'. Naturalmente è solo una combinazione. Dietro il percorso del serpente c'è tutta o quasi tutta la storia della scrittura religiosa o templare che vogliamo chiamarla.
    Quanto ai 'tori' immortali accovacciati questa mi pare la sola spiegazione possibile circa la loro strana postura. Per questo gradirei da parte di Aba il massimo del contributo scientifico (in letteratura) dell'archeologia e dell'archeometria sulla postura dei 'Giganti'. La ormai famosa tomba n.° 25, 'parla' abbondantemente di immortalità, di regalità, di luminosità e di taurinicità (aspetti di cui il Minoja, disquisendo sui reperti, non si rende minimamente conto). Rende bene con gli oggetti dell'immortalità l'identità del defunto. Mi interesserebbe sapere l'esatta posizione (deposizione) di esso. Ho passato alcune ore in internet per vedere i tori accovacciati (e non solo i tori): 'riposano' sempre stando sopra le loro zampe. Anche l'iconografia antica li presenta così. Non mi sembra un'idea balzana la mia.

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    1. ah beh, faccio presto: per ora c'è ben poco di pubblicato sulla esatta posizione dei corpi, sono seduti, con le ginocchia contro il petto e la testa caduta in avanti; ma non si può capire se la testa era in origine così o se è caduta in avanti in seguito. alcuni ritengono di sì, ma non è chiaro. Non posso procurarti foto migliori di questa: http://maimoniblog.blogspot.it/2015/11/no-potho-reposare-devo-fare-la-guardia.html
      da cui ovviamente un profano non capisc enulla: occorre un'analisi tafonomica (credo si chiami così) .

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  8. Già, con... le ginocchia contro il petto.

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  9. Se può servire, rileggendo sulla posizione del deposto della tomba 25 di Monti Prama, mi è tornato il ricordo di quando ragazzo, finite le scuole, facevo su boinaxu a mio zio.
    Durante il periodo della mietitura, che all'epoca eseguivano solamente a mano di falce, dopo pranzo effettuato con pane e cipolla all'ombra di un albero (se c'era) o dello stesso carro a buoi, magari infilandosi sotto, i mietitori posavano la testa sulla bertula e riposavbano coricati su un fianco. Un mio cugino, un giovanotto alto e magro, preferiva sedersi poggiando la schiena al tronco dell'albero, stringendo le ginocchia e reclinando la testa sul mento. Non sulle ginocchia, altrimenti la piegatura del corpo gli avrebbe impedito - credo io - di respirare. Non so se riuscisse a dormire, ma lo vedevo a occhi chiusi. Non era seduto sui talloni, ciò che avrebbe comportato di tenere il busto eretto, ma le gambe con le cosce avevano un loro angolo di apertura. Ciò che gli permetteva di tenere il busto un po' piegato in avanti.
    Ne ho ben nitido il ricordo, anche perché durante quel tempo c'era un silenzio assoluto e io, che non sono mai riuscito a chiudere occhio se mi trovo all'aperto, non avevo altro da vedere che questi miei parenti che riposavano, ciascuno a modo suo.
    Ecco, mi sembra che la posizione del deposto della Tomba 25 somigli non poco a quella del mio più alto cugino.

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  10. E non vi sembra poesia pura la spiegazione del signor Francu sulla posizione del deposto della Tomba 25? Con poche parole ha parlato di storia dei contadini sardi e,forse,di archelogia.

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  11. Temo mi ripeterò in qualcosa, ma almeno con l’intento di non ripetermi più su questo.
    Scrivo per spiegare perché, con ogni probabilità, non interverrò più nei commenti agli articoli sulle interpretazioni di scritture “metagrafiche” fondate sull’acrofonia.
    Potrei non intervenire e basta, senza tanti proclami, ma mi sembrano dovute parole chiare. Gigi aveva detto una volta che un articolo senza commenti, per quanto bello e valido e importante possa essere, è come un quadro senza cornice. E d’altronde a noi che un po’ ci teniamo insieme (a manu tenta, piacerebbe dire a Gigi) sembra giusto, quasi dovuto, intervenire a confermare la nostra considerazione e attenzione qui per il lavoro prodotto e per chi lo ha prodotto, quindi per l’autore che in questa considerazione e attenzione troverà un primo sostegno.
    Mi sottraggo però dai commenti a questi articoli perché, in poche parole, a mio modo di vedere queste interpretazioni, per quanto attente e scrupolose cerchino di essere, ci portano nel’iperuranio, in una dimensione dove davvero ci ritroveremmo in quattro gatti, ognuno pure con le proprie riserve, a suffragare l’impressione in tanti altri (impressione per qualcuno interessata, felicemente accolta e rimarcata) che allora anche tutto il discorso sulla scrittura nuragica sia iperuranico.
    Un iperuranio, questo della scrittura per acrofonia, in cui entrare e rilanciare potrebbe essere intellettualmente stimolante, per un certo verso: potrei chiedere, a chi proprio voglia spingersi oltre, quale particolare significato dovrebbe ascriversi alle lastre di copertura dei pozzetti funerari che reggevano d’altra parte le sculture, in una considerazione unitaria della rappresentazione funeraria sotto- e sopra-terra (da leggersi, sempre, dall’alto verso il basso?); ammesso che le sculture (modelli di guerrieri o modelli di nuraghi) stessero sopra le sepolture. Ma appunto sempre nell’iperuranio saremmo, come già mi sembra testimoniare qui la discussione sull’interpretazione avanzata da Atropa e confutata da Gigi, secondo cui piuttosto che Jod dalla parola semitica per “sitting” e Shin dalla parola semitica per “crouching” (quindi piuttosto che YSh) dovrebbe leggersi ‘a dal semitico “riposare” e B dal semitico “sedersi sulle proprie gambe” (=‘aba, padre), traendo ancora ‘oz (forza) dalla lastra quadrangolare (=forza del padre).
    Tutto questo potrà anche, un giorno, forse, rivelarsi sostanzialmente corretto, ma al momento mi sembra come seguire Colombo sulla sua idea di una terra sferica (per cui navigare a occidente porterà a incontrare, dall’altra parte, le Indie) e sentirlo però, magari, andare oltre e parlare di Big-Bang, di gluoni, di acceleratori nucleari. Esagero, ma voglio dire che per quanto un simile Colombo potesse essere geniale e andare correttamente tanto oltre le menti del suo tempo, allora quello che c’era di utile da fare era partire per le Indie e riportarne incontrovertibile testimonianza: quello che c’era di utile da fare e, aggiungerei, da commentare. Per cui, sia chiaro, non mi sto sognando di provare a inibire Gigi (figuriamoci, con quale autorità e quale poi possibilità di successo); semplicemente chiarisco la mia posizione, con la quale vorrei sottolineare nel blog come ci sia un piano su cui battere e su cui accettare e provocare critiche e un altro piano su cui tutto si può tentare speculativamente, ma sul quale non mi sembra ci sia altrettanto da battere e da provocare critiche (se non all’insegna del “molti nemici, molto onore”, ispirazione mai troppo intelligente da perseguire).

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  12. Non che non riconosca in certi bronzetti per esempio con evidenti sproporzioni un intento comunicativo, così come sono propenso a riconoscere, per esempio nell'amuleto bronzeo del santuario nuragico del Monte Sant'Antonio di Siligo (di cui all’articolo del 26 GENNAIO 2015 di Gigi su Monte Prama Blog “M.A. Fadda: una mano con un piatto e due crostini? No, la Yad di YHWH che regge la doppia forza del mondo.”), intenti comunicativi legati a rappresentazioni di segni simbolici; ma dinanzi al tentativo di una lettura di tutti i manufatti nuragici mi asterrò semplicemente dal commentare.
    Se i rebus non dichiarassero di quante parole e lunghe quanto è la loro soluzione, questa sarebbe indefinitamente arbitraria. Forse i Nuragici scrivevano anche così, per non essere capiti: ecco quindi che interpretarli correttamente a 3.000 anni di distanza potrebbe considerarsi un passo eventualmente successivo a quelli che ancora vanno maturati. Gigi metta pure altra legna in cascina e io lì la terrò, rispettosamente.

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  13. Francesco, capisco quello che hai scritto, ma non comprendo le tue paure.
    Prima di leggere i tuoi commenti, avevo scritto un post che ho pubblicato. E allora ti dico: che ti frega di ciò che possano pensare gli altri delle tue idee e convinzioni, fossero pure in maggioranza?
    Hai paura di non prendere il vento dei kamikaze, di alzare la mano a inneggiare il dio di turno?
    Io avrei rispetto delle opinioni di tutti, ma soprattutto della mia testa. Di questi tempi.

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  14. Il mio rispetto per gli altri, Francu, l'ho dichiarato ed è reale; quello per le mie idee lo stimo altrettanto. Solo chi mi fraintenda potrà credere che ce l'abbia con Gigi (spero non fraintenda lui, che d'altronde può sentirsi direttamente toccato e giungere più facilmente di altri a equivocare). Lui è stato esplicito diverse volte, è stanco di aggiungere alla lista già accumulata nuove interpretazioni di scrittura alfabetica, peggio per chi ancora non se ne sia convinto, le sue spiegazioni sono lì alla portata di tutti, lui dalle Indie le prove le ha portate e riportate, ma non è più tanto giovane e più dei riconoscimenti in vita per quello che ha già fatto gli interessa proseguire libero sulla strada che gli dettano studi e istinto, verso la scrittura metagrafica e la chiave dell'Etrusco (il Big-Bang e i gluoni, dicevo in senso buono): chi non gli dà credito oggi glielo darà, forse, se appena lui (Gigi) farà in tempo ad accumulare indizi fino a renderli prove coerenti.
    Io rispetto questa scelta, figuriamoci, ma se da una parte so bene di non poter aiutare nessuno nel campo dell'acrofonia semitica (bisognerebbe almeno sapere di Semitico) e già ho avvertito Gigi del pericolo di trasformare inavvertitamente l'impegno interpretativo nella ricerca delle iniziali che si vogliano trovare (quando si abbia in mente che sempre quelli sono i formulari che quelle genti volevano rappresentare), sento che intanto sarebbe quel lavoro mollato da Gigi per stanchezza, quello sulla scrittura alfabetica, che andrebbe raccolto, sostenuto, ancor più divulgato e per quanto possibile ampliato. Se qualcuno, prima o poi, non si concentra meglio anzitutto su quello, ecco che seguire Gigi nella sua perlustrazione del nuovo continente (quando in Europa lo danno semplicemente per disperso nell'Oceano) non gioverà granché alla causa di nessuno.

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    1. Francesco tu ovviamente fai quello che credi per quanto riguarda i commenti, non ci sarebbe neppure bisogno di dichiararlo: tu hai seri dubbi sui documenti epigrafici nuragici, immagino quanto ti lascino allibito e incredulo quelli "metagrafici". Non serve neppure ricordare che ormai nella tomba di Tutankhamon c'è più scrittura di quel tipo e crittografica che "normale" -lo chiamano emblematic usage of hieroglyphs e ci sono voluti 150 per riconoscerlo appeino questo uso. Certo lì il background è differente, ci sono migliaia di documenti "normali" e quegli altri uno potrebbe considerarli "curiosità", anche se per capire la cultura egizia che è essenzialmente scrittura a tutto campo e per tutti i livelli di popolazione (oltre che per Dio), quella "emblematica" è altrettanto o più importante che l'altra.
      Ma questo è irrilevante.
      Ciò che rilevo è che tu consideri in modo negativo, quasi con costernazione, il fatto (tanto per fare un esempio che hai fatto tu) che io abbia buttato lì un'idea sui defunti seduti di Monte Prama e Gigi ne abbia buttato un'altra. E io invece lo trovo un bel momento dinamico e ti dico che è impossibile sapere oggi chi ha ragione in parte o in tutto o per nulla, perchè non abbiamo mai visto, nessuno dei due, una grafica delle sepolture di Monte Prama. Tu vorresti sicurezze o un minimo cenno positivo da parte di chi di dovere che dia un minimo di ragione alla scrittura nuragica, per lo meno quella "normale". Ma che illusioni ti fai? hai visto qualcuno leggere la barchetta di Teti, anche se autenticata? E quindi di fronte a nessuna volontà di farlo, questo cenno, la ricerca-anche se non autorevole, anche se fatta da appassionati, chiamala come ti pare-va avanti. Che ci sia un codice alfabetico è ormai indubbio e riconosciuto: lo hanno pubblicato su Tharros felix V, nel 2015; diverso da quello che ha decodificato Gigi, ma un codice alfabetico è riconosciuto; con, scrive Ugas, "alcune lettere solo nel nuragico". Però da lì non si schiodano e di recente-come penso sappiano tutti-la Amadasi-Guzzo ha messo una bella pietra tombale sullo spillone di Antas, per lei sono grafemi senza significato. Non considera neppure per un attimo l'assurdità di tracciare segni senza significato su una micro superficie di quel tipo.

      Se anche Gigi avesse ragione solo in parte o in piccolissima parte che cosa cambierebbe scusa? Guarda ti butto lì un esempio che conosco: diversi anni fa la medicina buttò alla scienza di base un problema, le fibrille amiloidi. Credo ci siano 1000 o più laboratori che le studiano; forse di questi studi riescono a dire qualcosa di rilevante il 10-20% e qualcosa di davvero utile alla medicina il 5-10% (e forse esagero). Ma la ricerca funziona così, in sovrabbondanza: è come il tuo DNA che ne è attivo meno del 10%, ma serve o almeno c'è anche il resto.

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  15. Come si scrive in nuragico 'Dio c'è'? In tanti modi, caro Francesco, e quello che ti sembra il più sicuro perché a noi vicino è solo uno di questi. Il rebus non è solo nella scrittura lineare (ad es. il mix da conprendere)ma soprattutto della scrittura metagrafica. Non vuoi percorrere questo sentiero così pieno di fascino che già hanno aperto gli egittologi con lo studio di una scrittura ben più criptica di quella nuragica? Pazienza! Se gli altri non mi seguono (e tu sei preoccupato per questo, da amico sincero) e che? Devo interrompere la ricerca per proporre quello che ormai mi sono stancato di proporre data la sua ovvietà? Proporlo ad una batteria di struzzi? Devo ancora insistere sul 'lineare'? Questo ormai fallo tu e gli altri che avete seguito un corso o più corsi con il sottoscritto archimandrita. Devo forse parlare di protocananaico, di ugaritico, di fenicio arcaico, ecc. ecc. No, mi pare che basti (questo non vuol dire che intervenga su questo tipo di documenti quando lo riterrò opportuno). Voglio vincere e non perdere, mio caro. Voglio vincere la scommessa su questo incredibile dato: che in nuragico tutto quello che è religioso è 'scritto', è foneticamente e quindi linguisticamente rilevante. Se non è scritto non esiste. E voglio vincerla (senza celare ipocritamente la 'presunzione') consapevole ormai che anche la scrittura religiosa etrusca è a rebus così come quella del santuario di Pito. Ma stai attento, come sai per professione vado pazzo per la filologia e quindi niente in me di arbitrario e con sentore di anarchia. Quindi tutto deve rientrare nella logica di ben precise convenzioni scribali. Acrofonia, ideografia e numerologia (e non solo) devono essere rispettate. Ho scartato l'ipotesi di Aba (ti prego di rileggere il post a commento) perché, secondo me, il significato della lastra ha il proseguo nei 'segni' della tomba. Così come le singole lastre hanno il proseguo nell'andamento a serpente. Una evidente lettura che non mette neanche conto soffermarxcisi più di tanto. Infatti, solo una lettura esterna? O anche 'necessariamente' (anche perché precedente') una lettura interna? Vedi caro Francesco, tu ti poni un problema di esattezza di lettura (altrimenti criticabile e sospetta)ma il punto non sta tanto nella lettura che fa Aba dei 'segni del defunto o la mia. Il punto sta nel fatto che avvertiamo per tanti indizi che lì c'è scrittura e che quella scrittura deve essere in sintonia con quanto già (e direi non poco) sappiamo sui 'giganti tori'. Prima per intuizione e oggi per dati inequivocabili della scienza archeomtrica. Quindi il dato interessante è che, anche per riscontri egiziani,pitici ed etruschi, la scrittura nuragica non sembra solo 'lineare' e anzi, tra tutte, sembra essere la più banale e la meno apprezzata dagli scribi. Tornando alla scommessa: si vince se si è convincenti anche su dati che certamente appaiono ostici perché difficili da capire. Aspetta il mio post sul famosissimo 'Sarcofago degli sposi'. Vedrai, quanto tutto sommato è puerile e incocepibilmente timido, puntare, anche in etrusco, sulla sola scrittura lineare. Comincia a riflettere sui 'segni' delle mani degli sposi. Perché quella è scrittura che, se proprio non ha pregiudizi, vede anche un cieco. E soprattutto uno sordo.

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    1. Ops, stavamo scrivendo in contemporanea, flic o floc e esprimi un desiderio :)

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  16. Bello! Il mio desiderio è che Francesco si legga la storia delle scoperte dell'epigrafia a rebus. E che non le legga solo lui!

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    1. Vedi, Gigi, quando mi rimandi alle storie delle scoperte epigrafiche dei codici linguistici so bene, ormai, che vi troverò non pochi casi strettamente calzanti con la tua parabola fin qui; ma resterà altrettanto vero che se vi fosse una raccolta di storie sulle strade sbagliate, sui vicoli ciechi imboccati dagli studiosi su epigrafia e codici linguistici, vi troveremmo ugualmente casi calzanti con la tua parabola fin qui. Perché banalmente la differenza sta nel riconoscimento o nella sconferma finale che tutte queste teorie hanno trovato: riconoscimento sempre esplicito, alla fine; sconferma esplicita o sostanziale, ossia in forma di oblio (e i tribunali della storia non chiudono mai, perciò le sconferme potranno sempre sospettarsi relative, così come la non considerazione nell'oblio potrà sospettarsi sbagliata).
      Quindi che la tua parabola, fin qui, sia sostanzialmente indistinguibile da quelle di chi è giunto (almeno con la sua opera) al riconoscimento finale rileva poco, nel momento in cui potrà dirsi altrettanto simile a quella di quanti hanno prodotto un'opera sconfermata o mai confermata. Il punto, perciò, non sta tanto nel pur interessante confronto con la storia (così come l'innocenza di un condannato non può sostenersi solo in forza degli errori giudiziari già riconosciuti sui manuali e da tenere comunque in mente).
      Chi si inoltra su una nuova strada si spinge più avanti di tutti gli altri, trovando in qualche modo appoggi che lui per primo sta usando in quella direzione. Viene così a trovarsi più avanti degli altri e però dovrà ancora essere avvalorato da chi è più indietro di lui (da chi dovrà ammettere di essere rimasto più indietro di lui, se non anche di avergli fatto dei torti), da chi su quegli appoggi dovrà provare a procedere per sperimentare quanto reggono e dove in effetti portano.
      Chi ha l'autorevolezza per sperimentare questi appoggi? Possiamo giudicare il risultato dalla soddisfazione, dal senso di felicità e realizzazione che ne prova lo studioso?
      Quando i suoi argomenti ci sembreranno convincenti noi, semplici interessati alla materia, potremo certo gioirne con lui, ma sapremo sempre che la nostra considerazione non serve a legittimare la sua teoria, mentre può al massimo (se opportunamente veicolata) aumentare la spinta verso una ulteriore attenzione accreditata per essa, rivolta anzitutto ai suoi fondamenti più piani.

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  17. Della reazione di Gigi sono lieto, così come del punto che ad ogni modo è stato fatto, direi utile per chi ci segue: ora è probabilmente più chiaro di prima a che punto siamo e dove andiamo, come lo facciamo e perché (e se non suona bene questo plurale, si legga "a che punto sta il blog," eccetera).
    Sono un po' meno contento, per dirla tutta, quanto a quello che la reazione di Atropa, nel contesto, sembra incorporare: una difesa (da dinamiche di stato nascente?) di ciò che si avverta attaccato, con venature un filo aggressive all'insegna di quarti di purezza misurati sulla fede piuttosto c,he sui dubbi circa i documenti epigrafici nuragici; dubbi che in me sarebbero anche seri (aggettivo in fondo adatto a significare: "allora cosa stai a scrivere qua?"). Dovrei quindi impegnarmi ad allontanare questa specie di accusa, o dovrei apprezzare che questi miei dubbi (da Atropa probabilmente meglio classificati che da me stesso) vengano considerati seri e non sciocchi?
    Concludo che il momento ha giustificato questo riflesso, e pazienza se davvero si fosse avvertito di dover serrare i ranghi al punto da non ricomprendermi: io resto quello, non tanto incline a soffrire queste geometrie variabili.
    Se poi Atropa proprio non sentisse suo questo che ho chiamato un riflesso, allora sarei io ad aver equivocato su una sfumatura, e tanto meglio.

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    1. Confesso di non aver capito niente

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    2. Però posso fare qualche osservazione: non so che significhi "dinamica di stato nascente" e "quarti di purezza", mi sa tanto di appartenenza politica, cosa che non mi interessa; soprattutto quando studio. Neppure mi piace l'espressione "causa": la usò Stefan Jacob Wimmer con me e io gli risposi che non avevo nessuna causa, studiavo cose che mi interessavano e basta. Tanto meno mi piace l'espressione serrare i ranghi: io non serro proprio niente, studio, faccio ricerca (anche se solo per hobby), non sento di appartenere a nessuna squadra o schieramento: se non sento di essere libera NON POSSO farlo. Ti sono parsa aggressiva? amen, non ho il dono di scrivere lenzuolate diplomatiche, non ho l'ambizione di cercare di triturare il cervello del mio interlocutore: mi piace che mi si capisca alla prima lettura, e non che mi si debba leggere 2 o 3 volte per capire cosa intendo; forse sono sbrigativa. Ti assicuro che se avessi voluto essere aggressiva avrei detto ben altro, tipo "non vuoi commentare? e chi se ne frega!". Questo tanto per chiarire; e per essere ancora più chiara io ho sempre la stessa impressione, quando esprimi certe opinioni, di quella che all'epoca di Monte Prama blog chiamavi "redazione" o strategia comune o altro, che desse l'impressione di una squadra. Personalmente non voglio e non posso appartenere a nessuno squadra, non esiste un "noi", esiste uno studiare e discutere sugli studi. Esiste un divertimento stupito e fanciullesco se vuoi nello studio e nella ricerca, nel vedere un piatto di 5000 anni fa composto da due lettere che formano un nome-così come nello stare davanti alla topologia di Monte Prama e dirsi "Cavolo, non ci capisco ancora nulla!". Rifiuto, quando studio, qualsiasi strategia di convenienza o scopo politico o altro; a volte hai provato a parlarmi delle doti dell'uno o dell'altro uomo politico -e non sei stato il solo, credimi- e sai bene come ho reagito. Se altri utenti del blog hanno una qualche strategia politica sono fatti loro, non miei. Io studio e basta.

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    3. È difficile polemizzare, sul piano personale, con una persona i cui difetti stimiamo non certo superiori ai nostri e i cui meriti riconosciamo invece certamente maggiori dei nostri. Avevo scritto che mi eri sembrata un filo aggressiva, hai detto "amen" e, in sovrappiù, hai mostrato che puoi essere anche più aggressiva. Ovviamente non ne dubitavo. E amen.
      Quanto alle opinioni che è capitato ti abbia chiesto su qualche politico (mi trattengo ora da inutili lenzuolate) dico solo che puoi dare di me l'idea (che sembri avere) di uno che abbia agganci e interessi. Non è così (anche se non sarebbe altrimenti per forza un male), ma non fa niente.

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  18. 'Stato nascente'? C'era ai tempi di Gianfranco Pintore. Pochi lo capirono che era nato un gruppo di studio con i membri in 'innamoramento'. Credo d'essere stato il primo ad usare questa parola. Ognuno portava il proprio contributo contro la 'reazione', il 'superato', il 'dogmatico aristotelico'. Bisognava andare avanti con la ricerca e non farsi intimidire dalle difficoltà. Per questo sorse un altro 'stato nascente' per contrastare il primo. Ma il secondo venne inquinato da un farabutto sul quale si attende di sapere in che misura lo sia stato. La dinamica tra 'stati nascenti' (per restare nella terminologia di Alberoni) fu salutare. Oggi guardo con più serenità l'asprezza (direi quasi necessaria) di quel dibattito, soprattutto sulla scienza epigrafica. Aba è stata la punta di diamante di quel 'volersi bene' disinteressato e ha dato tutto quello che poteva dare sul piano del rispetto delle regole e del rigore scientifico. Ognuno ha fatto la sua parte. Ma come dice (diceva) Alberoni l'innamoramento finisce e subentra l'amore. Forse qualcuno vorrebbe un nuovo 'stato nascente' anche nel Blog di Sandro. Per ora non c'è perchè esso non è a comando. Forse ce ne sarà un altro, ma non sappiamo quando. Per ora accontentiamoci della fase dello 'amore' (Francesco è quello che più di tutti fa risaltare l'inevitabile secnda fase). Quanto alla 'politica', sebbene al mondo tutto sia 'politica', è certamente un bene separare la politica dalla scienza il più possibile. La scienza non gradisce il tifo e quando un cretino (come è accaduto) scrive su di un libro per la scienza e solo per essa in termini di 'parte' circa l'epigrafia e l'archeologia fa vedere quanto lo è cretino. Perché ha l'applauso solo degli amici interessati e compiacenti. E forse avrete capito a chi mi riferisco. Il giacobinismo non ha fatto danni solo con il coltello di ma anche e soprattutto con la politica manichea che 'resisteva' sparando da dietro il muretto contro la presunta mitopoiesi con tinte sardiste. Si voleva la guerra ideologica, la battaglia di 'parte' ma noi non l'abbiamo accettata perchè un documento epigrafico di ispirazione cananaica o egizia non ha colore. Vale solo come documento da interpretare oggettivamente. E se mi dice che i capi nuragici erano 'giganti' e 'signori giudici' questo devo (ripeto, devo) scrivere e se il loro padre era yh questo devo scrivere. Lascio alle farneticazioni della Bietti Sestrieri dire a Frau che i 'sardi sono autonomisti' e che l'archeologia va trattata di conseguenza con prudenza per pericoli di razzismo'. No, va trattata senza pensare ad altro se non al dato oggettivo che viene riportato. E se mi dovesse dire che i Giganti erano gli sfruttatori e i massacratori dei sardi antichi, questo va detto. Che c'entra la caratura dell'etica del passato? Quindi sono d'accordo: nessuna 'squadra', nessun 'gruppo' organizzato, ma solo 'stato nascente'. Che pur continua con il 'terzo tempo' ma in modo diverso, quasi 'istituzionale' che è tipico della reazione e del vecchio per la caduta del quale si è nati con gioia ed entusiasmo.

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