venerdì 22 dicembre 2017

Santa Anastasìa di Sardara. Scarabeo 'egittizzante' con toro di Hathor -Ysis, fiori di loto e barca? Con i Fenici ‘mediatori’? Pura fantasia. Nulla di tutto ciò. Solo luminosi tori nuragici ed egiziani con scrittura nuragica. Che più ‘nuragica’ non si può.

 Gigi Sanna

dedicato a Francesco Cesare Casula



1. Prefazione

    Lo scarabeo di Sardara insieme a quello di S’Arcu ‘e is Forros di Villagrande Strisaili (1) è stato oggetto di uno studio specifico da parte dell’archeologa Cinzia Olianas. In esso è presente inciso, anche se non ben marcato sempre nelle linee, un toro che occupa la parte mediana ed inferiore dell’oggetto. E’ stato interpretato come simbolo di Hathor Isis nelle paludi di Buto. Interpretazione rafforzata, secondo la studiosa, dal fatto che davanti alla testa del toro si trova un qualcosa di non chiaramente identificabile ma che potrebbe essere la prua di una barca e ancora dal fatto che dietro o sopra il toro sarebbero presenti  probabili fiori di loto.

Uno scarabeo ‘egittizzante’ dunque e giunto (l’ennesimo) in Sardegna attraverso la mediazione fenicio- punica. Uno dei tanti scarabei che sarebbero ascrivibili sempre alla categoria degli oggetti con tematiche egiziane ma non egiziani.   


A questa interpretazione si è opposta (2) con fermezza Aba Losi che ha fatto alcune obbiezioni assai pertinenti alle quali, da quanto so, non è stata mai data, chissà perché, una risposta. La professoressa di Parma esordisce esponendo alcuni sospetti già sull’iconografia del toro che mostra una curiosa e particolare coda ad S e ancora sul fatto che davanti al toro ci sia un segno che richiamerebbe la lettera ‘lamed’. Sospetta cioè la presenza di segni di scrittura che potrebbero estendersi anche ai segni di difficile interpretazione presenti sopra il toro (i presunti fiori di Loto della Olianas). Ma le obbiezioni maggiori vengono fatte sull’identità del toro che potrebbe essere piuttosto simbolo del Faraone Nebmaatre stante il fatto che è quello che si trova scritto nell’amuleto di Nurdole,  ‘espressione tangibile del sincretistico yhwistico – amunico’. Toro inoltre che potrebbe tranquillamente essere nuragico dal momento che nello stesso sito del pozzo sacro e del tempio di Santa Anastasìa il Taramelli rinvenne una protome taurina che faceva parte del tempio (3). Quindi oggetto nuragico di culto. Toro ancora, aggiunge la studiosa,  che risulta sempre presente nell’iconografia nuragica sino alla serie monetale del periodo di Amsicora dove esso è significativamente raffigurato come animale simbolico protettivo, rappresentativo della ‘religio’ dei Sardi nella guerra contro i Romani.   
    Insomma la studiosa parmense è di tutto altro parere rispetto alla Olianas e termina la sua disamina affermando: ‘La mia tesi è che quello sia uno scarabeo di produzione sarda, che esprime un forte legame con l' Egitto del Nuovo Regno, senza mediazione punica, e nello stesso tempo esprime il culto sardo, millenario, di una divinità taurina e androgina  che, alla moda egizia, ha dei figli in terra e che si continua fino all' epoca tarda (come si vede dalla serie monetale del toro del 216 a.C.)

    Ma aggiunge ancora qualcosa di molto interessante per tutto o quasi tutto quello che diremo, dal punto di vista epigrafico e interpretativo. Sarà utile riportare tutto il brano per intero: ‘ E qui arriviamo ad un'altra e bruciante questione: quel sigillo è scritto? E se sì cosa c'è scritto? E' forse il sigillo di un principe-faraone sardo? Una cosa è certa: il corpo del toro è appena graffiato sullo scarabeo, mentre saltano all' occhio, incisi molto più profondamente, dei "segni" che sono, quanto meno, sospetti. E non è certo condivisibile quello che scrive Cinzia Olianas sul "perchè": "I particolari anatomici del bovide sono resi in modo essenziale: il capo è di forma pressochè triangolare, al centro del quale compare un grande occhio[..] Questo genere di rappresentazione molto elementare è tipica degli scarabei in steatite sui quali spesso veniva praticata solo una semplice incisione, trattandosi di una pietra problematica da lavorare in modi più raffinati, anche in ragione della qualità del materiale non particolarmente resistente (la steatite veniva cotta proprio per accrescerne la durezza). Questo scarabeo infatti è in steatite, ovviamente, portata ad alta temperatura: così facendo la pietra diviene da tenerissima (valore 1 nella scala Mohs, da 1 a 10) a dura o durissima (valore 5 o 6 della scala Mohs, dipende dalla temperatura di cottura). Tant'è vero che è il tipico materiale dei raffinati scarabei egizi del nuovo regno, ed anche di molti sardi: tra cui quelli, non certo resi per tratti essenziali, di Monte Sirai (figura 5) (3b, 7). Non è quindi sostenibile che l'essenzialità dei tratti bovini sia ascrivibile al materiale. Quindi? E’ forse un modo per "far saltare agli occhi" di chi vuole e sa guardare, qualcos'altro, dei segni di scrittura che rendano un  nome o attributo divino e/o il nome di qualche importante personaggio sardo?
2. Interpretazione del manufatto. Le tre parti scritte.

      Queste dunque le non poche osservazioni e le obbiezioni di Aba Losi sia sulla lettura data dalla Olianas e la tesi da lei avanzata sulla natura di quello scarabeo. Ma dal momento che sull’argomento scrittura ed epigrafia la studiosa  aveva… ‘lasciato la palla’ al sottoscritto vediamo ora se è possibile onorare quell’invito al ‘gioco’ e la fiducia che in qualche modo potessi riuscire ad avere il sopravvento sulla indubbie difficoltà interpretative sotto quel particolare aspetto. Non è stata una cosa facile, anche perché l’occhio e l’intuito della studiosa con quel suo riferirsi all’impianto grafico simile a quello dello scarabeo di Villagrande Strisaili, mi hanno indotto a riflettere a lungo e ad esaminare continuamente e simultaneamente gli oggetti  e dal punto di vista epigrafico e da quello paleografico. Ma, aggiungo,  anche dal punto di vista del senso. Però sullo scarabeo di S’Arcu e is Forros (un originalissimo capolavoro artistico quanto quello che qui si esamina), assai illuminante anche per potere sostenere con maggiore vigore quanto  con questo articolo cerchiamo di rendere obiettivo e scientifico con la forza dei dati empirici osservabili, diremo tra qualche giorno.
Ma è tempo di entrare in argomento:
Lo scarabeo si compone, in tutta evidenza,  di ben tre parti (o settori) scritte e non di una sola.
La prima è costituita dalla parte in bronzo che contorna in parte, sostiene e fissa lo scarabeo:   

    

La seconda è data dallo scarabeo, osservato verticale, dalla parte del dorso:

 

La terza parte è offerta dallo scarabeo visto nella parte inferiore, la più ricca di segni e, praticamente, quella sola  che è stata oggetto di attenzione ermeneutica da parte degli studiosi.


 

Chiameremo per comodità le tre parti A B C.
3. I tre tori.  

    Ora, più volte, già a partire dalla pubblicazione del nostro volume del 2004, abbiamo avvertito che il codice di scrittura nuragico è metagrafico (4) e che esso si serve anche  del supporto per dare il senso complessivo della scrittura. Bisogna quindi osservare attentamente ed essere in grado di  ‘leggerlo’, e leggere, in questo caso, sia la parte in bronzo deputata a sostenere lo scarabeo sia il dorso dello scarabeo medesimo che risulta essere, a sua volta, supporto per la scritta sottostante. Ciò è necessario anche perché bisogna sospettare e calcolare preventivamente che le letture potrebbero essere non una ma  più di una. Aspetto questo, della scrittura con più letture, assai frequente nel nuragico.  Si osservi  pertanto che non solo la parte da sempre ritenuta la sola importante per la lettura (quella esaminata dalla dott. Olianas e dalla prof. Aba Losi)  possiede  dei segni che bisogna interpretare. Anche le altre ne possiedono  e non pochi. Infatti, si nota innanzitutto che sia la parte A che la parte B dell’oggetto intendono riportare, in modi differenti, il segno fondamentale ovvero quello del toro; il macrosegno subito (o quasi subito) comprensibile  e visibile nella parte C  (v. tab. 1). Il solo e apparentemente assoluto che attira l’attenzione ermeneutica. Quindi abbiamo il dato, abbastanza sicuro, che nell’oggetto non c’è un solo segno taurino ma ve ne sono tre (5).

  

                                                                         tab.1  

     Queste immagini taurine, tutte e tre, ci sono  familiari e fanno, numerose volte, parte, del tutto identiche o simili,  dell’iconografia nuragica in documenti, ormai noti,  di scrittura. Si vedano ad esempio il cosiddetto doppiere di Tergu (6), il segno esterno  a ‘T’ (7) alla  sinistra della scritta della Sala da ballo di San Giovanni del Sinis, il bovide del cosiddetto ‘brassard’ di Is Locci Santus di San Giovanni Suergiu (8). 
   

                    fig. 3                                                                          fig. 4                                                                         fig. 5              
4. Il significato della presenza dei tre tori nel contesto segnico 

    Che significato però assumono questi tre segni taurini? Lo comprendiamo se ci rendiamo conto che essi non sono isolati quanto a segni ma si trovano in specifici contesti di altri segni ancora. Infatti, nella parte A il toro rende ideograficamente il concetto di sostegno e, ancora, mostra d’essere formato da delle corna con le punte ‘decorate’, alla moda di non pochi bronzetti nuragici (fig.6 e 7) (9).
                

                                              fig. 6                                                                                                     fig.7

     Sostegno a sua volta sormontato da un altro sostegno (taurino)  ancora, che è quello bronzeo che regge lo scarabeo. Quindi si ha, in lettura ideografica, acrofonica e numerologica,  il doppio sostegno del doppio  toro:

-  doppio  (numerologia)

-  il /lui (acrofonia di hdrh ornamento, sem. הדרה ).    

-  sostegno (ideografia).

-  toro (ideografia).
      Il motivo per cui c’è questo  doppio sostegno taurino (10) lo vedremo più avanti. L’interessante è, per ora,  l’aver capito e ottenuto una prima sequenza di senso (il senso del supporto) nella parte iniziale del manufatto riguardante, quindi, non solo  lo scarabeo.
     Nella seconda parte il segno taurino a T si trova al di sotto di un altro inequivocabile strano disegno (ottenuto per incisione) che sostituisce la testa dello scarabeo: un particolare apparentemente  decorativo composto da una forma lenticolare, con ogni probabilità un occhio, con tre puntini sotto. Detto segno resterebbe del tutto enigmatico e impossibile da decifrare se noi non possedessimo una ricca documentazione sia nuragica che etrusca (11) sul valore del tre (o del sei)  in iconografia.  Il numero è segno metonimico del sole e della luna assieme, degli astri che con il loro ritmo ternario ciclico danno vita al creato. Se così è, abbiamo, insieme al segno a T, partendo con lettura dall’alto: occhio (luce) tre  toro e cioè ‘toro della luce del tre  (sole e luna)’ . A questa sequenza però dobbiamo aggiungere ancora ( come nel caso di A per il toro), la voce RA (12) data dal valore ideografico logografico dello scarabeo letto come supporto.
- Ra:  (ideografia dello scarabeo)
-  il/lui: (ideografia di decorato, decorazione: l’occhio e i tre puntini)
-  occhio/luce (ideografia)
-  tre /sole - luna  (numerologia).
-  toro (ideografia).
   Quindi in questa seconda parte abbiamo la seguente sequenza di senso: L’occhio di Ra toro del tre (sole e  luna) . Stiamo dunque cominciando a comprendere che le due parti A e B suggeriscono:

  1. la presenza di  un doppio ‘sostegno taurino’
  2. la presenza di una divinità  RA/HORUS ugualmente taurina datrice di esistenza e potenza alla lampada solare e lunare (l’occhio diurno e notturno di RA, le due luci assieme).

5. La scrittura della parte inferiore dello scarabeo. Segni ideografici, pittografici e acrofonici. L’agglutinamento (legatura).  

     Vediamo ora cosa ci dice la parte C dell’oggetto ovvero una ulteriore scritta a rebus,  assai difficile pertanto da vedere e da intendere, enigmatica come e forse più delle altre due.  Infatti essa si mostra, tra le tre,  come la più articolata e la più ricca di simboli e quindi ritenuta in tutta evidenza la più importante nella composizione generale dell’oggetto.

   Un esame accurato epigrafico mostra che essa è organizzata ancora, come le precedenti, secondo  gli espedienti dell’acrofonia, della ideografia e della numerologia. Innanzitutto, osserviamo la coda dell’animale che risulta molto appariscente e indicativa, come quella che fa subito sospettare la prof. Aba Losi (così come ancora un presunto segno finale inteso a lamed) della presenza della scrittura. Infatti quella coda è manifestamente enfatizzata come ‘segno’ in quanto in forma di S. La forma è proprio quella, ma non si tratta di una S (esse) bensì di una nun in quanto quello specifico segno  in nuragico (v. ad esempio le  figg. 8 - 9 -10), spesso completamente travisato (13),  allude alla ‘enne’ acrofonica di serpente (nchs נחש in semitico).  

       
fig.8. S della pietra scritta di Aidomaggiore               fig.9. S della fiasca scritta del pellegrino                   fig. 10. S della barchetta dell’Antiq.arborense


    Forma di coda a serpente e ‘atteggiata ad ira’ che si trova ad abundantiam nella ricca serie (14)  dei bronzetti nuragici raffiguranti tori e torelli ( v. ancora figg. 6 e 7). Serpente, si badi, che per convenzione significa immortale/immortalità עולם; aspetto ideografico da ‘leggere’ sempre, soprattutto quando si è in presenza delle voci semitiche nuragiche NR נר e ‘AYN עין (occhio) che significano sempre luce (luce immortale, occhio immortale).
   Resa dunque chiara la natura del segno,  dobbiamo ora vedere se l’ipotesi della presenza di una nun ideografica e quindi di una partenza di lettura da sinistra verso destra (15), possa avere fondamento. Essa lo ha se si hanno occhi buoni (e intuito) nell’analizzare la sequenza dei segni che si trovano al di sopra del toro e che seguono alla detta consonante nasale. Lo scarabeo presenta la difficoltà di avere incisioni ora ben marcate ora appena avvertibili (16) ma si può comunque notare che lo scriba ha reso la già ardua lettura ricorrendo ad un espediente assai comune, molto sfruttato nella scrittura nuragica ovvero quello della legatura (17). Infatti, dopo la nun  si trovano agglutinati i segni fonetici protocananaici  lamed + yod e lamed + ’aleph seguiti da una gimel e da un’altra ’aleph, ma stavolta pittografica (la testa del toro) e non schematica come la prima. Infine precede la ’aleph il segno, ugualmente pittografico, dato dall’anello ornamentale (a collare) e segue la medesima consonante l’ultimo segno (apparente), costituito da una beth. Per comodità si veda la nostra trascrizione dei segni alla figura  seguente.  

 

fig. 11

6. La beth con i tre occhielli. Come interpretarla? 
 Abbiamo visto come lo scriba, con il suo deliberato proposito di rendere il tutto oscuro, difficilmente leggibile (se non del tutto illeggibile), ricorre a diversi stratagemmi. Se si esamina attentamente quella beth finale (segno certamente  assai difficile da interpretare e inteso dalla Olianas, addirittura, per la prua di una barca egiziana!) si noterà che la consonante labiale sonora  è resa non attraverso un occhiello solo ma da tre occhielli, il più stretto dei quali, come si sa, appartiene all’alfabeto tardo del cosiddetto fenicio (18). Una scritta, sicuramente nuragica, incisa profondamente (19) in un masso basaltico del Nuraghe  Cannevadosu di Cabras, a un centinaio di metri da Monte ‘e Prama, fa vedere l’uso della  beth ad occhiello stretto e a tratto assai allungato (fig.12)


 


   Fig. 12.  La scritta del Nuraghe Cannevadosu con i caratteristici resh e beth tardi e la scritta  ŠRBLR (signore di Balar?).                 

     Lo scopo, con ogni probabilità, è quello di ottenere criptato il numero tre, numero fondamentale in nuragico perché, così come il tre (che si è visto prima con i tre puntini) in B, sottintende la ciclicità astrale sia del sole che della luna assieme. Pertanto alle sequenza dei segni lineari e pittografici dobbiamo aggiungere quello ottenuto per numerologia ovvero il tre celeste.
7. I segni fonetici arcaici (e non) presenti nella faccia inferiore dello scarabeo. Esame particolareggiato. Ipotesi di datazione.  


    I segni alfabetici fonetici sono in tutto nove.  Della nun iniziale  si è detto, anche per quanto riguarda i riscontri formali documentari. Degli  altri otto segni, quattro  sono di tipologia lineare arcaica o molto arcaica: la lamed orientata a sinistra (retrograda), la yod a forcella (20), la lamed ancora retrograda, la gimel orientata a destra (progressiva), la ’aleph testa del toro. Una (il collare ornamentale), ossia la  è ottenuta per acrofonia ovvero הדרה. Due invece sono di tipologia abbastanza recente: la aleph assai schematica e la beth, come si è detto, ad occhiello tondeggiante e a tratto verticale allungato. E’ lampante  che questo codice si rifà, in particolare, al noto modo di scrivere in ‘protocananaico’, cioè a quello del mix che si realizza attraverso segni di tipologia recente misti ad altri antichi e talora molto più antichi (21). Si osservino ad esempio le due aleph, una assai schematica e l’altra assai pittografica, dove il toro, se abbiamo individuato bene la traccia dei segni, risulta addirittura muggente (22).    Offriamo due riscontri delle due tipologie di lettere nella documentazione nuragica. Uno dato dal  succitato brassard di Is Locci Santus (fig. 5) che ci fa vedere la aleph pittografica arcaica  e l’altro dato dalla  pietra scritta del Nuraghe Pitzinnu di Abbasanta dove compare invece, per due volte, quella schematica (23) di Santa Anastasìa  (fig.13).
               
                  fig. 13. Pietra Nuraghe Pitzinnu di Abbasanta                               Trascrizione 


     Naturalmente nessuna sorpresa in ciò. Il nuragico ci ha abituato a questa tipologia  ‘protocananaica’ di scrittura, di durata  così lunga che, nel periodo più tardo dell’uso del caratteristico codice nuragico, lettere protosinaitiche convivono, addirittura, con quelle etrusche e romane! Datare quindi un documento nuragico è sempre molto difficile (24) a meno che non intervengano dei segni alfabetici di cui si è sicuri o abbastanza sicuri circa la loro periodizzazione. Certe lettere romane ad esempio o etrusche o greche portano a datare, ovviamente, alcuni documenti nuragici dal V - IV secolo a.C. in giù. Ad esempio nella scritta parietale della Sala da ballo di San Giovanni (fig. 14),  una ‘erre’ romana del IV - III secolo a.C. si trova  a convivere con lettere (una rarissima e di controversa fonetizzazione) che sono della prima metà e forse della seconda metà del secondo Millennio a.C.




 Fig. 14


    Pertanto, secondo noi, con l’ausilio della paleografia  si può datare lo scarabeo del pozzo sacro di Santa Anastasìa ma con molta approssimazione. Con una forbice  che riteniamo di un paio di secoli (VI - V secolo a.C.)  


8. Ulteriore lettura della scritta della terza parte dello scarabeo con presenza di senso. La potenza עז luminosa del dio.
       A questo punto si direbbe che la lettura della terza parte scritta dell’oggetto sia conclusa. Il senso è chiaro perché risulta scritto  NL YL ’AG H ’B TRE: immortale luce di IL toro lui padre del tre. Ma è un senso che ancora non è completo in quanto, se continuiamo a procedere interpretando bene, completamente, tutti i segni presenti e ricorrendo ancora all’ideografia ma anche all’acrofonia, otteniamo dell’altro e non di poco momento. Infatti la lettera di partenza, ovvero la ‘nun’ non è solo a ‘serpente’ e non offre solo il senso dell’immortalità: è manifestamente, come si è detto sopra,  ‘atteggiata ad ira’. Se, in base a questa osservazione, noi mettiamo in atto l’espediente scrittorio acrofonico abbiamo ZNB (coda) זנב + ‘BD  עבד (irritato, irritarsi) che ci fa  ottenere una delle voci più comuni (25) del nuragico semitico  e cioè  ‘Z עז (potenza, forza), avremo infine:

    Potenza della luce immortale di IL toro padre del tre (sole e luna). Quella luce è dotata di potenza in quanto è anche essa a garantire il risultato del sostegno taurino.
    Lo scarabeo si configura quindi, anche in questa parte,  come un oggetto, commissionato da un anonimo, per ottenere la protezione continua celeste di una divinità, quella nuragica YL , fonte (padre) di luce solare e lunare (26).
9.  Il  dio IL (YHWH) nella documentazione nuragica. I documenti scritti di Pozzomaggiore e di Aidomaggiore.

      La divinità solare e lunare, paterna e materna e androgina (27) dei nuragici  è indicata in due modi: ora con Y (la cosiddetta lettera a forcella), YH, YHH, YHW, YHWH ora con IL o ILI. Non è il caso di parlarne ancora qui dal momento che abbiamo scritto e detto tanto su di essa. Basterà solo ricordare e citare  due  documenti molto chiari, da noi da tempo commentati (28), attestanti la voce del dio scritta. Il primo è quello della scritta della pietra  di Aidomaggiore di fig. 8 con la dicitura NR YHWH (YHWH in crittogramma). Il secondo è quello della scritta del coccio del Nuraghe Alvu di Pozzomaggiore che riportiamo qui sotto (fig. 15)  che reca nell’incipit (prime due righe) la dicitura iniziale ŠRDN ’K ILI  IIII (forza di Ili toro signore giudice).  

                                                                                        


                                                 fig. 15. Coccio del Nuraghe Alvu di Pozzomaggiore (con particolare)


    A nessuno, credo, potrà sfuggire, nella  lettura della scritta del coccio del Nuraghe Alvu, la sequenza ‘forza di ILI toro’ come quella che richiama perfettamente quella dello scarabeo del pozzo sacro di Sardara. ILI/IL, dio nuragico, è il dio taurino della luce, sia nell’uno che nell’altro documento.
10. L’impianto scrittorio e la strategia compositiva dello scarabeo. Il raddoppio della potenza protettiva divina.

       L’impianto scrittorio dello scarabeo è finalizzato a ciò  che lo scriba si prefigge:  realizzare un amuleto magico di garanzia e di protezione. Ma è fatto per realizzare un amuleto - come dire - ancora più magico di quello che è di norma uno scarabeo di cultura egiziana di per sé. Il possessore di quell’oggetto deve godere, attraverso tutta la sofisticata simbologia e la ‘molta’ scrittura assai nascosta, di una protezione e di un sostegno ancora maggiore. Ciò si ottiene in maniera molto semplice anche se non subito visibile: sommando sincretisticamente la potenza di due divinità diverse ma di analoga qualità luminosa, come sono lo Ra egiziano e lo IL nuragico. Questo espediente di raddoppio della potenza protettiva divina non è affatto nuovo. Lo si è visto chiaramente in altri scarabei e amuleti sardi (29) scritti, in egiziano e in sardo semitico, come quelli di Monte Sirai di Carbonia e di Nurdole e di Orani (fig.16 e 17) 
  


                            fig. 16                                                       fig. 17
       
La scrittura criptata e a rebus naturalmente provvede a far sì che le due divinità taurine celesti non siano individuate (se lo fossero cadrebbe o verrebbe in crisi il 'magico' dell’oggetto) da chi non conosce certe convenzioni del codice comunicativo espressivo. Da chi non sa ad esempio che scrittura si può ottenere dallo stesso supporto, oppure non sa che i numeri possono stare per convenzione al posto di certe voci  e tanto meno sa che il lessico di una lingua si può ottenere per via acrofonica. Ma lo scriba non procede a caso nel comporre, va con ordine. C’è una rigida logica ternaria di lettura che governa il tutto e che  parte dalla scrittura del supporto dove si dice velatamente di un doppio sostegno taurino. Ad esso segue l’esplicitazione di quel doppio sostegno che è resa attraverso le due parti scritte (facce) dello scarabeo, quella superiore con lettura ideografica per il dio RA egiziano e quella inferiore, ugualmente ideografica, ma anche numerologica e acrofonica, per il dio IL sardo.  Si veda la tab. n. 2 che mostra in sintesi tutto l’impianto scrittorio e la strategia per realizzare il fine della presenza di due divinità assicuranti sostegno e protezione con la loro straordinaria potenza taurina celeste.   

 tab.2



Poniamo ora (v. tabella seguente) tutti i segni in ordine delle tre parti e avremo il risultato ermeneutico definitivo:



cioè: Doppio sostegno taurino/ dell’occhio di Ra toro del tre/ della forza della luce immortale di IL toro padre del tre.
11. Conclusioni.

   Lo scarabeo del pozzo sacro di Santa Anastasìa di Sardara è molto complesso e molto carico di senso, tanto che sospettiamo che forse ci sia sfuggita ancora qualcosa, soprattutto in fatto di simbologie che vanno considerate anche se, forse, non lette. Alludo ad esempio allo stesso uso del materiale, il bronzo e la steatite, che ci inducono a pensare che non siano stati abbinati a caso. Infatti, sia il bronzo che la steatite, cotta questa ad alte temperature (invetriata), sono estremamente durevoli nel tempo e quindi immortali. Cosa questa che ci rimanda al poco pregevole (ma assai significativo perché solo simbolico) corredo con senso di eternità/immortalità degli oggetti (scarabeo, collana di bronzo, cristallo  e altri oggettini ugualmente in bronzo) rinvenuti nella famosa tomba n. 25 dei re giudici sardi (ŠRDN) sepolti in Monte ‘e Prama.
   In ogni caso, il significato particolare e generale dell’oggetto apotropaico mi sembra un dato abbastanza sicuro e acquisito. Non c’entra per nulla dunque l’egiziano con Hathor Isis, i fiori di loto, la palude di Buto, la barca e quant’altro. E tanto meno  c’entrano i fenici ‘mediatori’ dato che lo scarabeo mostra e dimostra d’essere un oggetto pensato e realizzato in Sardegna. Un oggetto, come si è visto, in perfetta sintonia con altri scarabei ancora della Sardegna, realizzati da scribi sardi a fini apotropaici con la iterazione del sostegno e della protezione di due divinità luminose (o dai figli di questa: si pensi alla ipotesi della  possibile presenza criptata nell'oggetto di un faraone 'santo') luminose. C’entra invece (e tanto) la particolare scrittura, la fantasiosa scrittura, la grandiosa scrittura degli scribi nuragici; quella sospettata subito dalla studiosa parmense la quale e dall’analisi e dalla sua conclusione finale, azzecca moltissimo circa la natura ed il senso dello scarabeo, nonostante il fatto che tentativamente ne abbia interpretato all'incirca un terzo solo. Però anche in questo terzo il suo fiuto è risultato eccezionale, tanto che la tesi sua conclusiva  può essere, come tutti possono vedere e giudicare,  tranquillamente la mia.

    Tra qualche giorno spero di poter pubblicare la mia lettura dello scarabeo di S’Arcu ‘e is forros di Villagrande Strisaili che, sotto molti aspetti, fa il paio (si stenterà a crederlo)  con quello di Sardara. L’uno sembra commentare e spiegare l’altro, la forte  nuragicità  simbolico - scrittoria dell’uno è anche quella dell’altro. 




Note ed indicazioni bibliografiche

  1. Olianas Cinzia, 2013, Uno scarabeo inedito dall’area del pozzo sacro di Sant’Anastasia di Sardara, presentazione a Sulcis 2013, VIII Congresso Internazionale di Studi Fenici e Punici, Carbonia - Sant'Antioco 21-26 ottobre.
  2. Atropa Belladonna, 2013, I Tori di Santa Anastasìa, in Monte ‘e Prama Blog (9 Novembre).
  3. Taramelli A., 1984, "Il tempio nuragico di S. Anastasia", in Scavi e scoperte: 1918-1921, Collana  Sardegna archeologica. Reprints, a cura di A. Moravetti, Carlo Delfino Ed.
  4. Sanna G., 2016, I geroglifici dei Giganti. Introduzione allo studio della scrittura nuragica, PTM ed, Mogoro; in part. 7, pp. 147 - 167.
  5. Il  ‘tre’, numero sacro e magico, è un vero e proprio faro della scrittura nuragica in tutta la sua storia e la sua evoluzione. Lo testimoniano decine e decine di documenti. Primi tra tutti i sigilli bronzei di Tzricotu di Cabras, i minuscoli manufatti nei quali lo scriba produce delle autentiche opere d’arte con una segnica che talvolta risulta inferiore al millimetro. Una microscrittura con la quale, nello spazio di qualche centimetro quadrato, si compiono operazioni funambolesche al fine di mantenere sempre coerente il sistema basato sul tre, il mai trascurabile numero  divino (v. Sanna G., Sardōa Grammata. ‘ag ‘ab sa’an yhwh. Il Dio unico del popolo nuragico, S’Alvure ed. 2004; idem, 2009,  La stele di Nora. Il dio, il dono, il santo. The God, the Gift, the Saint (trad. di Aba Losi), PTM ed. Mogoro). Il ‘system’, in un periodo non precisabile (forse tra l’VIII e il VII secolo a.C.) passò agli Etruschi che se ne servirono praticamente sino al loro tramonto, cioè  al II - I secolo a.C.  Non c’è oggetto e aspetto funerario (piattelli, sarcofaghi, urne, pittura, elementi architettonici, ecc.) che prescinda dalla composizione, in un modo o nell’altro, del tre. Il motivo della sacralità del numero l’abbiamo spiegato numerose volte . E’ dovuto alla magia di quel tre degli astri che si verifica ciclicamente, giorno dopo giorno, ad opera dell’incessante loro sorgere, distendersi in cielo e tramontare. Il tre immortale finisce così per essere il numero perfetto e santo, la stessa divinità. I tre tori allora sono il simbolo della triplice forza luminosa che rende immortale la vita. Sono simbolo della rinascita continua.
  6. Lilliu G., 2008, Sculture della Sardegna nuragica (riedizione del testo del 1966 con saggio  intr. di A. Moravetti): Doppiere liturgico con testine umane e segni simbolici (museo Nazionale di Cagliari), n. 261, pp. 460 -462).  Per una nostra interpretazione di tutto il manufatto si veda Sanna G., 2016, Scrittura nuragica: il doppiere di Tergu e il rebus delle due fonti di luce del Vecchio Testamento (Gen 1,14). Scrittura ‘metagrafica’ e scrittura ‘lineare’; in Maymoni blog (30 settembre).
  7. Monte Prama Blog, 2014, Le iscrizioni della sala da ballo di San Giovanni del Sinis in TV ( 22 giugno).  
  8. Sanna G, 2004, Sardōa grammata. ‘ag ‘ab sa’an yhwh, ecc. cit., 6.4, pp. 256 - 261.
  9. Lilliu G., 2008,  Sculture della Sardegna nuragica, ecc. cit. n. 194, p.398 e n. 204, pp. 406 - 407.
  10.  Si tenga presente però che il ‘tema’ del doppio sostegno da parte di due divinità (Tin/Uni) fu ripreso, con variazioni, dalla scrittura metagrafica etrusca. Nei sarcofaghi ad esempio il ‘doppio’ sostegno è reso attraverso il ricorso al ‘doppio’ cuscino sul quale nella κλίνη si appoggiano, idealmente, i nobili defunti (v. Sanna G., 2017,  Scrittura  metagrafica  dei sarcofaghi etruschi. Le varianti ideogrammatiche. Fantasia e organicità; in Mayimoni blog , 8 febbraio).
  11. Sanna G., 2016,  Tarquinia. L’ancora della salvezza e il sostegno della luce di Tin/Sole e di Uni/Luna. Il greco - cipriota? Non c’entra nulla. Semmai il semitico nuragico di Barisardo; in Maymoni Blog (15 Dicembre).
  12. Lo scarabeo, accompagnato spesso all’occhio di Horus, era universalmente inteso, tra i popoli che lo adottarono (Sirii, Sardi, Fenici, Cartaginesi e gli stessi Greci), come simbolo del sole (in egiziano RA). Si chiamava Kheper, nome  che in egiziano ha valore di ‘nascere, rinascere, divenire’. Era spesso posto sul petto del defunto (v. più avanti)  come amuleto protettivo per il viaggio nell’aldilà e come augurio di novella vita nella luce del Dio. 
  13. E’ noto che Raimondo Zucca (prendendo, sulla scorta dell'interpretazione sbagliata del Lilliu,  letteralmente fischi per fiaschi),  intese la S puntinata come sigla del nomen romano (Sextus). Essa ed il resto  della sequenza (il semitico NR!) sarebbe stata fatta fare dal proprietario romano a cui, a dire dello studioso, apparteneva la barchetta (V. Zucca R., 1996, Inscriptiones latinae liberae rei publicae Africae, Sardiniae e Corsicae. In l’Africa romana, atti dell’ 11 Convegno di Studio, 15 -18 dicembre 1994, ed. Il Torchietto, V, 3, pp. 1425 -1489 ;  Sanna G., 2010, Serpentelli di tutti i nuraghi unitevi!; in Gianfrancopintore blog (16 gennaio); Stella del Mattino e della Sera, 2013, SEE …SEE …SExtus! Salute professore; in Monte Prama blog, 11 marzo).
  14. Lilliu G., 2008, Sculture della Sardegna nuragica, cit., pp.  398 - 400 - 402 - 403 - 404 - 405 - 406 -407 - 408 -– 409 - 414 .
  15. I nuragici, come sappiamo, scrivevano indifferentemente da destra verso sinistra e da sinistra verso destra. V. Sanna G.,2004,  Sardōa grammata. 'ag 'ab sa 'an , ecc. cit. passim.
  16. Atropa Belladona, 2013, I tori di Santa Anastasìa, cit.
  17. Sanna G., 2016, I geroglifici dei Giganti, ecc. cit. 4, pp. 91 -109.
  18. V. Garbini, 1988, La questione dell’alfabeto, in I Fenici (a cura di S. Moscati), Bompiani, Milano, p. 94 (iscrizione di Abu - Simbel del 590 a.C.).
  19. E’ stata una fortuna che la scritta fosse graffita sul masso in modo molto profondo perché altrimenti l’acqua (che ristagna appena al di sopra delle lettere  quando piove) avrebbe cancellato il tutto.
  20. Il segno, identico, si trova nell’anello di Pallosu di San Vero Milis. V. Sanna G., 2004,  Sardōa grammata. ‘ag ‘ab sa’an, ecc. cit., 6. figg. 31 e 32, nonché tab. 3.
  21. Amadasi M.G., 1998, Sulla formazione e diffusione dell’alfabeto; in Scritture Mediterranee tra il IX ed il VII secolo a.C. Atti del seminario (a cura di G. Bagnasco Gianni e F. Cordano). Università degli studi di Milano. Istituto di Storia Antica (23 -24 febbraio); Attardo E. , 2007, Utilità della paleografia per lo studio, la classificazione e la datazione di iscrizioni semitiche in scrittura lineare; in Litterae Caelestes, Center for Medieval and Renaissance Studies, 2 (1) pp. 149 -202.
  22. Il toro muggente fa parte dell' iconografia nuragica sia dei bronzetti (Lilliu G., 2008, Sculture della Sardegna nuragica ecc., cit. pp. 397- 417) sia di quella delle scritte di Maymoni di Cabras (Angei S., 2015, Il volto di Maymoni; in Monte Prama blog, 2 marzo) e di Murru Mannu  (Tharros) di San Giovanni (Sanna G., Scrittura nuragica. Tharros (Murru Mannu): a tanta architettura sacra tanta scrittura sacra. La Porta Santa (sha‘ar sa‘an) e i segni del sublime nascosto).
  23. La ’aleph del nostro documento è orientata a destra rispetto a quella della scritta del Nuraghe Pitzinnu di Abbasanta  ma la tipologia è la medesima. Sappiamo bene, anche per la scrittura protocananaica  siro - palestinese, quanto la consonante aspirata subisse variazioni d’orientamento. La protome schematica taurina è forse quella che, più di tutte le altre, mostra d’essere soggetta alla variazione di direzione (anche in uno stesso documento),  o per capriccio dello scriba o per motivi che ancora non si riesce a capire. 
  24. V. Sanna G., 2016, I geroglifici dei Giganti. Introduzione, ecc. cit., E’ possibile datare la scrittura nuragica? 8, pp. 169 -181.
  25.  Sanna G., 2015, Complesso nuragico di 'Sedda 'e sos carros' di Oliena: scudo bronzeo nuragico in miniatura (Lo Schiavo, Fadda). Sì, ma la scrittura? E il significato? in Maymoni blog (22 giugno).
  26. ‘IL’, naturalmente,  è il più comune YH (Y YH YHH YHW YHWH) cananaico. Può essere scritto ILI come ad esempio nella scritta dell’architrave del Nuraghe Aidu Entos di Bortigali: ILI NUR IN NURAC SESSAR (cioè la luce di ILI nel Nuraghe SESSAR). Nome della divinità confuso a lungo dagli epigrafisti, dagli archeologi, dagli storici  e dai linguisti  (Zucca, Mastino, Blasco Ferrer, ecc.) come abbreviazione di ILI(ENSIUM). Il nome YLI è presente, tra l’altro, nella scritta dell’anfora di S’Arcu ‘e is forros di Villagrande Strisaili. V. Sanna G.,2012, Anfora con scritta di S’Arcu ‘e is Forros. Garbini: in filisteo - fenicio. No, in puro nuragico; in gianfrancopintoreblog spot .com. (10 settembre).
  27. Abbiamo parlato più volte in diversi articoli dell'androginia della divinità nuragica. Anche in riferimento ad altre divinità androgine (greche pitiche  ed etrusche). Si veda, tra gli altri, Sanna G., 2013, Tresnuraghes (Sardegna) e Pito (Grecia). Uno stesso dio androgino con uno stesso simbolo: la rete da caccia (II); in Momte Prama Blog (7 novembre).
  28.  Sanna G., 2013, Aidomaggiore. Il tetragramma/crittogramma di yhwh per la prima volta nella storia della scrittura; in Monte Prama Blog (27 maggio); idem, 2010,  Il documento in ceramica di Pozzomaggiore; in Melis L., Shardana. Jenesi degli Urim, pp. 153 -168. 
  29. Atropa Belladonna, 2013, Gli scarabei sigillo della Sardegna e la scrittura segreta del dio nascosto; in Monte Prama Blog (26 ottobre).        






     



1 commento:

  1. Eh, caro Gigi, tu sai come mettermi in crisi!
    Hai detto, anche in fb, che questo è il tuo regalo di Natale per tutti noi.
    E noi, anzi e io con che cosa contraccambio?
    Ho pensato a una mantide religiosa da sistemare nel presepe insieme agli altri animali, visto che prega ed è pure devota. Ho pensato a un grillotalpa, che è più brutto dello scarabeo e sa come si vive sotto terra. Poi m'è venuta in mente una coccinella septempuntata che almeno ha qualche riferimento nuragico numerico (santo) e poi porta bene.
    Qualcuno penserà: ma perché Gigi perde tre mesi su una barca e non pensa a usare quei lunghi giorni a studiare sassi scritti, vecchi scarabei e graffiti su avanzi di terracotta?
    So che risponderai che non di solo profitto vive l'uomo, ma di quanto serve a liberare un amico dall'ipocondria e dall'ossessione da mitopoiesi cronica.
    Grazie dunque del regalo, importante e ben impacchettato.
    A te (anzi a voi, perché non sei solo) i miei migliori auguri; auguri anche a tutti gli altri, per la parte che avanza.

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