mercoledì 26 agosto 2020

Il pozzo di Santa Cristina - il tassello mancante.

La cooperazione arricchisce sempre la ricerca. Il singolo arriva dove può, dove la sua mente gli permette di arrivare; ma lo scibile non può esser contenuto in un'unica mente.

di Sandro Angei

vedi: Il pozzo di Santa Cristina: 10° parte - Si dia inizio ai lavori!

 

Avvertimento

   Questo articolo fa largo uso di riferimenti a link esterni (link comunque relativi esclusivamente al saggio cui si riferisce). Questo per esigenze espositive e per non appesantire quanto qui trattato con numerose note che alcuni mal volentieri leggono. Nei riferimenti ai link ho apposto una nota in apice di colore rosso che indirizza verso il particolare che si vuol mettere in evidenza.

Introduzione

   La frase introduttiva pur rimarcando la necessità di cooperare tra studiosi in funzione del raggiungimento ottimale del fine perseguito, denuncia la mancanza di collaborazione, con la prospettiva consapevole, ahimè, che in molti casi non si potrà avere cooperazione volenterosa e sincera da parte di alcuno. In questo caso prevale l'intelligenza e l'intuito veicolato dall'esperienza, che sopperisce a questo stato di cose cercando, come un raccoglitore di asparagi che busca germogli verdi in un intricato verdeggiare della macchia, ciò che emerge dalla massa banale e scontata di dati inutili allo scopo.

   Il traffico di notizie e idee che trattano quei siti web di mio interesse mi appare caotico quanto veloce. Ma tra le tante idee, a volte anche bizzarre, ve ne sono alcune che catturano la mia attenzione. E' il caso, a parer mio naturalmente, di un articolo comparso il 18 agosto 2020 nel blog Quotidiano Honebu di Storia e Archeologia di Pierluigi Montalbano a firma di Marcello Onnis. 

  L'articolo tratta di una peculiarità da lui intravvista nel pozzo di Santa Cristina.

  In sostanza si vuol riconoscere l'uso del triangolo aureo nella costruzione della scalinata di quel pozzo. L'ipotesi, benché suggestiva, è piuttosto fallace perché, ahimè, manca di quei requisiti di carattere probatorio che la renderebbero di eccezionale valenza scientifica. In sostanza si individua il triangolo aureo nella cornice che delimita il vano scala, misurando in modo approssimato un angolo di 72°, lì dove gli spigoli in sommità delle due pareti aggettanti incontrando lo spigolo del primo gradino a scendere, formano in realtà due angoli ADC di 71°22' e BCD di 71°03' (Fig.1).


Fig.1

 In seconda battuta viene individuato il medesimo triangolo nella sezione verticale che passa per l'asse della scalinata; ma qui rileviamo una forzatura nell'ipotesi, nel momento in cui si fa coincidere il triangolo suddetto con dei punti specifici ma arbitrari presi nella scala e nella copertura di essa. Arbitrari per me, naturalmente, che ho a disposizione le misure precise di quella sezione, non per l'estensore dell'articolo che ritiene che lo spigolo del primo gradino a scendere della scala giaccia alla stessa quota altimetrica dello spigolo del secondo architrave a scendere della copertura a zig zag della scala stessa (Fig.2).

Fig.2

 Di fatto i due particolari architettonici non giacciono alla stessa quota altimetrica, ma lo spigolo dell'architrave di copertura è più basso di 7 cm rispetto al gradino (inclinazione di 1°02'); ma non è questo il punto, che può rientrare nei limiti di tolleranza, dato che la parte superiore della scalinata è opera di ricostruzione dell'archeologo E. Atzeni che ne curò lo scavo ed il restauro. Il punto è che non vedo quale possa essere il motivo che abbia indotto quegli antichi architetti a scegliere il 2° architrave a scendere rispetto agli altri. Una caratteristica come questa, se fosse fondata, sarebbe stata messa in pratica con una qualche anomalia architettonica (vedi il 12° anello della camera ogivale più alto degli altri del 50%, oppure quel sottile concio beta posto sotto il concio alfa di detto anello) seguendo appunto una linea orizzontale che di fatto, essendo dato primario di carattere naturale come lo è la direzione del filo a piombo, avrebbe di certo reso più probante l'ipotesi suggerita, e magari poteva anche competere con la mia... perché no! Ma non possiamo avere la certezza di questo dato, perché la parte superiore della scalinata e relativa copertura fu ricostruita, come appena detto. Per tanto legittimare l'uso di un particolare triangolo che è legato ad una concezione filosofico matematica frutto di ragionamento e studio interdisciplinare relativamente recente, come può essere quello del numero 1,6180339887 della sezione aurea "su cui si regge il mondo", descritta da Fibonacci (1170-1242) nella successione matematica che prese il suo nome, comporta l'assunzione di prove tangibili e ripetute. Certo è che se in effetti quegli architetti avessero davvero fatto uso del triangolo aureo, e in ragione di ciò, avessero realizzato delle anomalie architettoniche a questo finalizzate, questa ipotesi andrebbe in conflitto con la mia tesi ricostruttiva; e questo per vari motivi, uno dei quali lo intravvediamo nella scala rovescia dove individuiamo 3 vincoli costruttivivedi in particolare la Fig.3; ragion per cui un quarto vincolo probabilmente sarebbe di troppo per una sequenza ragionata di fasi costruttive. Per tanto a quel punto si sarebbe resa necessaria una scelta: la mia tesi basata su una serie inanellata di dati ben circostanziati oppure una ipotesi basata solo su una misura angolare, che però, si badi bene, si confonde con altra misura angolare che le si avvicina in modo incredibile (la vedremo tra poco) basata, quest'ultima, su un sistema ben diverso e circostanziato; un angolo registrato in uno strumento (da me definito mòdano rapportato) sul quale verosimilmente vi erano registrati tutti gli angoli di costruzione del monumento. Mòdano, utilizzato in nuce e all'interno di un metodo costruttivo ben più articolato, già nel pozzo sacro di Funtana coberta di Ballao secoli prima del pozzo di Santa Cristina; almeno così si evince dalle datazioni archeologiche dei due pozzi.

    Non me ne voglia il Signor Onnis, ma ritengo che le conclusioni a cui egli è pervenuto siano solo casualmente assimilabili al triangolo aureo, nulla di più; e questo per un semplice motivo, gli angoli che lui calcola si avvicinano a quelli usati dagli architetti nuragici per la costruzione del pozzo sacro; ma gli angoli che questi usarono hanno origine, come già detto, in ben altro sistema che non quello ipotizzato in quell'articolo.

   Questa introduzione è necessariamente grave di obiezioni nei confronti dell'articolo citato, ma non vuole essere dettata da acredine (me ne guardo bene) ma è dettata, da un lato dalla richiesta di valutazione ed elaborazione attenta e prudente dei dati acquisiti da parte dello studioso; d'altro canto una ipotesi deve essere studiata nei minimi particolari per giustificarne la confutazione o, eventualmente, l'approvazione.


Individuazione e utilizzo dell'indizio

   Questo è quanto. Ma il caso ha voluto che l'articolo suddetto mi abbia suggerito la soluzione di un problema che mi assillava riguardo proprio la costruzione di quella scalinata di forma pseudo trapezoidale; forma per la quale ero alla ricerca dell'ultima tessera di un puzzle articolato e difficile da completare. Mi domandavo: è mai possibile che quella forma sia stata dettata da motivi solo estetici o al massimo legati ad una simbologia frutto di astrazione? Non poteva essere così, visti tutti gli altri particolari  del pozzo riconducibili a misure materialmente quantificabili e numerabili.

   Per tanto, alla luce di quanto da me scoperto e dimostrato in quel meraviglioso pozzo, e dietro l'impulso indotto dall'articolo citato, ne concludo che vi sia stata sicura intenzionalità progettuale anche nella costruzione di quel trapezio pseudo isoscele che racchiude la scalinata, per via che quell'angolo di circa 72° sia stato impostato usando il mòdano rapportato ipotizzato nello studio relativo alla costruzione del pozzo sacro. Quel mòdano che di fatto è un triangolo rettangolo coi cateti costruiti secondo la proporzione di 16/16 uno e 5/16 l'altro; triangolo che contiene l'angolo adiacente al cateto minore pari a 72°39' (vedi Fig. 4), che si avvicina notevolmente all'angolo di 72° del triangolo aureo. E tenuto conto che l'angolo di 72°39' corrisponde approssimativamente a quello dell'inclinazione dei raggi solari al 21 giugno (mediamente 72°11'), quando il sole è in asse alla scalinata ad un azimut di 153°08', ci si rende conto che è molto probabile che quegli architetti abbiano utilizzato proprio questo strumento per la realizzazione del vano scala; senza dover ipotizzare la conoscenza da parte loro del triangolo aureo.

   Di certo si può obiettare che il trapezio isoscele che delimita la scalinata a livello del piano di campagna, è, come già detto, opera moderna dovuta alla ricostruzione operata dall'archeologo Enrico Atzeni; e di ciò vi è certezza; e benché nel mio studio relativo alla costruzione del pozzo abbia supportato la bontà della ricostruzione dichiarandola (per quanto possa valere la mia dichiarazione), fedele all'originale per quanto riguarda la scala rovesciavedi capitolo 7, qui non è possibile supportare a cuor leggero la bontà ricostruttiva della cornice del vano scala, dato che esso si presta più facilmente ad errori.

   In sostanza, se per la ricostruzione della parte di scala rovescia mancante si dovevano impostare dei conci uguali a quelli esistenti e allinearli lungo una linea retta facilmente definibile con una lenza; ben diverso è ripristinare la cornice a livello del suolo del vano scala (Fig.1); vuoi perché E. Atzeni con conosceva né l'esistenza della stiba, né la sua misura (43 cm); tanto meno poteva prefigurare l'adozione da parte di quelle antiche maestranze di uno strumento quale era il mòdano rapportato; vuoi perché non aveva altri parametri se non quelli della lunghezza dell'architrave di copertura e le direttrici della scalinata residua, lì dove i gradini si innestano nella parete aggettante, mancandogli del tutto un riferimento con la superficie di detta parete aggettante che, come sappiano, non è piana.

    In ragione di ciò, sono arrivato alla conclusione che, avendo appurato nello studio dedicato alla costruzione, che l'intero pozzo sacro segue rigidamente dei precisi parametri: la stiba, il mòdano e la numerologia0, possiamo correggere (almeno virtualmente) la cornice del vano scala secondo i 3 parametri appena elencati, perché nessun pregiudizio vi può essere in questa operazione, altrimenti dovremmo supporre tout court che l'archeologo E. Atzeni abbia ricostruito senza alcun dubbio in modo fedele tale particolare architettonico.


Una possibile ricostruzione

   Partiamo dal dato di fatto che l'architrave A-B (Fig.3) non possa essere modificato nelle sua dimensione di lunghezza perché risponde a criteri geometrici e costruttivi certi1 (come abbiamo già avuto modo di dire); come a criteri geometrici e costruttivi certi risponde anche la posizione spaziale del primo gradino a scendere. La lunghezza di questo particolare architettonico (lato CD di Fig.3) però è modificabile per il fatto che, lo abbiamo già detto, per esso manca del tutto un riferimento con la superficie della parete aggettante che, come sappiano, non è piana2.

Notiamo infatti che se delimitiamo sullo spigolo del primo  gradino3 a scendere una misura pari a 7 4 stibe (tratto E-F di 3.01 m) il cui punto medio (posto a 1.505 m) coincida col punto medio del gradino reale ricostruito C-D (lungo 3.23 m), la congiungente i vertici A-F e B-E formano con la base E-F due angoli:  AFE di 72°54' e BEF di 72°34' che si avvicinano in modo sorprendente a quello del mòdano (Fig.4) che è pari a 72°39', +0°14' nel primo angolo, -0°05' nel secondo. La differenza lineare C-E e F-D nella lunghezza del gradino si traduce in 11 centimetri per parte.


Fig.3


Fig. 4 - il modano rapportato

   Vi è però una difficoltà non di poco conto che si opporrebbe a questa costruzione. Lo spigolo del primo architrave a scendere (punto G di Fig.5) è vincolato in modo stringente alla posizione del primo gradino a scendere (punto L) della scalinata, e questo per via del punto d'origine "comune"5 (H) delle semirette orientate HG e HL tramite il mòdano. Per tanto ci troviamo in una situazione rigida che, se ammette il suddetto vincolo potrebbe non ammetterne un'altro che lega la mutua distanza GL tra i due particolari architettonici tramite, questa volta, l'apertura angolare del mòdano in funzione della larghezza pari a 7 stibe del primo gradino.

 Di fatto il trapezio isoscele ABEF di Fig. 3 è composto da elementi in funzione uno dell'altro. Conosciamo la misura della base maggiore e degli angoli ad essa adiacenti; conosciamo l'altezza del trapezio (distanza GL di Fig. 5) e pure la lunghezza della base minore (AB). In un siffatto trapezio isoscele è evidente la rigidità della figura che non consente alcun margine di errore se deve rispettare tutte queste misure. Per tanto almeno una delle misure deve essere conseguenza finale delle altre. Non potendo escluderne alcuna a priori, possiamo solo ragionare seguendo un filo logico e sequenziale che possa in qualche modo dar ragione di questo stato di cose. Quale può essere il criterio concepito da quelle maestranze che possa risolvere quello che sembra un meccanismo impossibile? Proviamo a descrivere le fasi costruttive a partire dalla fase iniziale di impostazione della scalinata.

Fig.5

 Una volta stabilita la posizione altimetrica del primo gradino della scalinata (vertice L di Fig. 5) e del primo architrave (vertice G), fu costruita l'intera scalinata seguendo il progetto che voleva il primo gradino, posto alla quota del piano di campagna, della lunghezza di 7 stibe, 3.01 m . In seguito fu tracciato il perimetro del vano scala a forma di trapezio isoscele (ABEF di Fig. 3), con gli angoli adiacenti alla base maggiore pari a 72°39'. I lati obliqui del trapezio AF e BE così costruito  incontravano la posizione del testimone T6-T6vedi Fig.12  nei punti A e B di Fig. 3, che di fatto stabilivano la misura dell'architrave di copertura. In ragione di ciò, la dimensione degli architravi della "scala rovescia" sono il risultato di questa costruzione. D'altro canto benché la scala sia rigidamente vincolata a vertici che sono il risultato di precedenti fasi costruttive, i vincoli sono distribuiti su due piani ortogonali, ed è questo il motivo per cui essi possono coesistere.

 Per tanto seguendo questa sequenza costruttiva quegli architetti arrivarono a definire l'intero edificio templare secondo la misura di multipli di stiba e angoli di modano rapportato.


Nella  5° parte dedicata alla costruzione del pozzo misi in luce che la scala  fino al 8° gradino a salire ha una certa inclinazione (38°40'), dopodiché cambia pendenza (37°44'). Allora non riuscii a dare una spiegazione valida a questo errore; lo imputai, ma con riserva, alla volontà di illuminare in un determinato modo il pozzo al solstizio d'inverno, ma come scrissi allora nella 10° parte dello studio: "benché ci siano i presupposti per ritenere vera la registrazione in questo monumento del solstizio d'inverno, non abbiamo sufficienti elementi per dimostrarlo perché; se per le due date del 20 aprile e 21 di giugno abbiamo affinità di manifestazione ierofanica (ierofanie nel medesimo anello, il 12°), col solstizio d'inverno questa affinità viene a mancare." Non intravvedevo, insomma, alcuna prova concreta di questa manifestazione ierofanica.

   Rivalutando il problema sull'errore della scalinata (vedi l'articolo che con ogni probabilità sarà da rivedere), penso che questo sia stato causato dall'utilizzo di un vertice sbagliato in fase di tracciamento della scala. La rilettura dei dati mi suggerisce che quel cambio di pendenza sia stato funzionale alla correzione di quel primo errore; tant'è che se mandiamo una linea retta dal bordo del bacile allo spigolo del primo gradino (L), otteniamo ancora una linea inclinata di 38°40'. Ma non è questa la sede per fare questa valutazione, che sarà affrontata in un prossimo articolo.

   In ragione di questo assunto possiamo dire di buon grado che la forma a ventaglio della scalinata non è dettata da un vezzo architettonico di carattere puramente stilistico o da una simbologia strettamente teologica, ma dal rispetto di quelle proporzioni che vedono nella inclinazione dei raggi solari in un particolare momento  del giorno (posizione del sole in asse alla scalinata)  di un particolarissimo giorno (solstizio d'estate), la celebrazione della magnificenza della divinità solare rappresentata nella misura angolare del mòdano; vedono altresì nella stiba l'unità di misura lineare e ancora, vedono nel numero di stibe quel numero 7 che di fatto rappresenta un numero di ascendenza logografica,6 e ciò non stupisca perché non si può di certo negare che i numeri in molte religioni abbiano tale valenza.

    Per tanto quel numero 7 è da mettere in fila dietro a tutti gli altri individuati nel pozzo sacro: 3, 6, 12, 24. E, se non pensassi di strafare, potrei aggiungere che l'intenzionalità di quel numero 7 sia ribadita da quei due rapporti numerici 4/7 e 5/7 di stiba che ritroviamo proprio nelle misure dei gradini della scala. Può esser vera intenzionalità oppure e frutto di mero caso? Difficile a dirsi.

Conclusioni

   Alla luce di quanto esposto nel saggio dedicato alla costruzione del pozzo sacro ritengo di poter affermare che il pozzo di Santa Cristina è frutto di un progetto ben congegnato e sequenziale: nulla fu lasciato al caso; e se alcuni errori e aggiustamenti vi furono, è molto probabile fossero dovuti a distrazione (quanti errori di distrazione commettiamo ancor oggi) perché dai dati in nostro possesso emerge un metodo unitario e preciso capace di prevedere nei minimi particolari l'attuarsi di quel progetto. In sostanza si può notare a posteriori che lì, dove alle misure lineari in termini di stiba debbano corrispondere determinati particolari architettonici da queste individuate, la precisione è pressoché assoluta (vedi la misura dei singoli anelli della cupola ogivale, dei gradini e degli architravi; oppure l'altezza della camera voltata ad ogiva e il diametro del bacile, o ancora, le misure del recinto sacro). Invece lì dove prevale la misura angolare, la misura lineare viene necessariamente a mancare, per tanto la distanza tra lo spigolo del primo gradino della scalinata (L) e il primo architrave (G) non può essere determinato in un numero esatto di stibe, come non può esserlo la lunghezza AB dell'architrave di copertura.

   Il connubio tra le due classi di misure lo abbiamo solo nel modano rapportato nel momento in cui ad una determinata misura lineare corrisponde un determinato angolo "astronomico" o geometrico (Fig.6). Tant'è che con ogni probabilità questa caratteristica fece assurgere il mòdano rapportato a strumento divino.

Fig.6

   Arrivati a questo punto dobbiamo fare delle riflessioni circa la tesi di Marcello Onnis alla luce di alcuni dati:

1. - Come già detto precedentemente l'angolo di 72° del triangolo aureo si confonde con quello di 72°39' del mòdano da me ipotizzato. In ragione di ciò non si possono addurre prove di carattere filologico basate su questo solo dato, adducendo che l'angolo di 72° o quello di 36° del triangolo aureo può trovar riscontro in altri monumenti perché, chiaramente, si può dire la stessa cosa per l'angolo di 72°39' del mòdano.

2. - L'angolo di 72°39' è il risultato di osservazioni di carattere astronomico che trovano riscontro in campo geometrico e matematico, avvalorato dall'inserimento nel mòdano rapportato di un dato architettonico (angolo di inclinazione della scalinata). Per contro l'assunzione da parte di quegli architetti del triangolo aureo da quale motivo pratico poteva essere originato? Non mi si risponda: "non lo so" ma si cerchi di formulare una ipotesi di studio, come io ho fatto per la mia.

3. - La peculiarità del triangolo aureo sta nel fatto che i due lati che delimitano l'angolo opposto alla base rispettano il rapporto di 1.61803 con la lunghezza della base; ma in questo contesto è un rapporto fine a stesso, nel senso che non ha alcuna valenza pratica nel concreto delle attività umane nella Sardegna di quel periodo. La sezione aurea possiamo definirla come il mezzo per raggiungere la bellezza e l’armonia estetica, e fu utilizzata in architettura già nella Grecia classica (Partenone), e nell'arte rinascimentale tramite il rettangolo aureo (La Gioconda) e il triangolo aureo (L'annunciazione ancora di Leonardo o la Crocifissione Gavari di Raffaello); oppure, secondo una recente scoperta dello storico dell'arte Roberto Concas, attraverso la spirale logaritmica utilizzata per disegnare l'Uomo Vitruviano, sempre da Leonardo.

 Visto sotto questo aspetto si capisce perché il pozzo di Santa Cristina manifesti armonia di forme. Quell'armonia di forme però non è dettata dall'uso della sezione aurea ma, per così dire, da un suo surrogato, il mòdano, che con la sua inclinazione vicinissima a quella del triangolo aureo di fatto può con questo competere e rendere le forme armoniose.

   La difficoltà di attribuire alla civiltà Sarda di quel periodo l'uso del triangolo aureo, non è quella di costruzione del triangolo con angoli alla base di 72° e al vertice di 36° (metà di 72°), perché la costruzione di questo triangolo non è difficilissima, esso si ottiene con riga e compasso, strumenti sicuramente conosciuti dai Sardi nuragici. La difficoltà sta nel fatto di poter accettare che essi conoscessero la proprietà di questo triangolo; e anche ammesso (ma non concesso) che la conoscessero dovremmo dare per scontato che, alla stregua della Grecia classica, ricercassero "l'armonia e la bellezza"; la qual cosa è in netto contrasto con quanto si percepisce e si conosce di questa civiltà. Una civiltà austera e pragmatica. Una civiltà, ad esempio e lo abbiamo detto in altre occasioni, che non ha mai fatto uso dell'oro, perché questo metallo a nulla serviva in termini pratici. Ma tornando alla sezione aurea, avremmo dovuto incontrarla anche nelle statue di Monte 'e Prama, e invece queste con tutta evidenza non rientrano nel canone del triangolo aureo, né in quello del rettangolo aureo.

   Per quanto mi riguarda, non penso di avere la verità in tasca in senso assoluto, ma di certo ho proposto nel mio saggio sulla costruzione del pozzo sacro, una possibile chiave di lettura alla luce di dati e motivazioni concrete che verosimilmente mossero quelle genti alla edificazione del pozzo sacro.

 Per contro l'individuazione del triangolo aureo soddisfa solo la nostra curiosità di "uomini tecnologicamente avanzati" nella convinzione di aver trovato qualcosa di inusuale in una società che si pensa fosse primitiva. I miei studi ritengo dimostrino il grandissimo livello di sviluppo tecnico e intellettuale di quelle genti, ma lo dimostrano usando i mezzi a loro disponibili e in funzione di un qualche beneficio tutto materiale, come può essere la previsione sulla produzione del grano legata alla data del 21 di aprile. Data, quella del 21 di aprile, registrata nei tre monumenti da me indagati e nel pozzo sacro di Sant'Anastasia di Sardara indagato dall'arch. Borut Juvanec; a dimostrazione della intenzionalità di quei calcoli e di quelle proporzioni.

 Non si dimentichi la natura assolutamente pragmatica e austera del popolo Sardo di quel periodo; benché la previsione, ottenuta di fatto erigendo un edificio con strumenti e costruzioni geometriche dettate dall'osservazione astronomica, fosse paludata da manifestazione divina. Ma questo rientrava sicuramente nel sentimento che albergava nell'animo di quelle genti, perché di fatto la spinta che muoveva l'edificazione di monumenti tanto complessi quanto magnifici era la religiosità di quel popolo. Religiosità rimarcata e sostenuta con prove lampanti dall'archeologo Augusto Mulas, che nel suo libro "L'isola sacra - ipotesi sull'utilizzo culturale dei nuraghe" 2012 Ed. Condaghes, dimostra in modo filologico la natura templare dei nuraghe indagati scientificamente.

 Per contro, tornando alla funzione del triangolo aureo, non vedo quale beneficio potessero auspicare dall'utilizzo di quella figura geometrica.

***

   Con questo articolo abbiamo forse completato la costruzione del pozzo sacro di Santa Cristina. Dico "forse" perché le sorprese potrebbero essere lì, dietro l'angolo, e il tempo non può darmi ragione d'aver completato.

   Ciò non di meno questa aggiunta più che una tessera appena incastrata nel puzzle, assomiglia ad una ruota dentata di un meccanismo perfetto.

16 novembre 2022

Dopo due anni, due mesi e ventuno giorni, eccomi qui a tener fede a quel "forse" che prudentemente ho usato alla fine di questo articolo. Una nuova considerazione (scoperta?) ho fatto su un particolare architettonico che, benché non fosse sfuggito alla mia attenzione, non fu tenuto nella debita considerazione. Un particolare architettonico che mette in luce, non solo una grande dimestichezza con i raggi luminosi da parte dei costruttori del pozzo sacro, ma anche la precisa intenzione rimarcare con la luce un luogo architettonico ben preciso. Per tanto vi invito a leggere il nuovo articolo 👉 SEGUE

Note e riferimenti bibliografici

0 La numerologia è associabile alla natura della divinità, e in quanto tale ha valore sostanziale nella lettura del monumento. Si vedano i tantissimi riferimenti numerici che in tutte le religioni riportano alla natura della divinità venerata.

1 La lunghezza dell'architrave non può essere variata se non per pochi millimetri  in più o in meno. La qual cosa potrebbe pure essere utile, ma più che altro a soddisfare la mia sette di precisione.

2 Proprio la particolare conformazione della superficie delle pareti aggettanti svincola la relazione del trapezio isoscele, che incornicia il vano scala a livello di campagna, dalla forma del corpo della scalinata  che nella parte  inferiore ha una larghezza completamente slegata da quella della copertura. 

3 Di fatto è proprio questo il particolare architettonico da prendere in considerazione nella ricostruzione della cornice; in quanto il bordo interno del medesimo gradino in linea di principio è un confine tra materiali di diversa natura al livello del piano di campagna naturale ossia tra basalto e terra battuta. Il superamento del dislivello avviene proprio nel momento in cui si sale al livello del piano di campagna, per tanto quella che di fatto è, alla quota di questo, la pedata del primo gradino a scendere può essere intesa, almeno in linea teorica, di grandezza infinita verso l'uscita dai recinti sacri. Ecco perché, benché il primo gradino sia fisicamente materializzato da un concio di basalto che ha le dimensioni degli altri gradini, di fatto non è un gradino ma è da considerare piano di campagna.

4 Benché si potesse optare per un numero di 7 o di 8 stibe , in ragione del fatto che 7 stibe comportano una riduzione della lunghezza del gradino di 22 cm, mentre 8 stibe incrementano la lunghezza di 21 cm.; il numero di 7 stibe è quello che determina l'angolo che più si avvicina a quello di 72°39' del mòdano; con 8 stibe avremmo angoli inferiori a 70°. Questa considerazione ci mette al sicuro da eventuali obiezioni sulla volontà di quelle genti di voler enfatizzare il numero 7. Numero 7 che trova risconto dal punto di vista numerologico nella epigrafia nuragica. Quella "epigrafia nuragica" tanto contestata dall'accademia, ma che di fatto è una realtà da sottoporre ad attento studio da parte degli specialisti.

5 In seguito vedremo che le due semirette in realtà non coincidono nel vertice (H), ma la semiretta che definisce la scalinata ha origine nello spigolo del bacile. Questa particolarità comunque non inficia l'imposizione del vincolo in quanto la semiretta appena descritta è solo traslata ma parallela alla semiretta originabile in (H).

6 Gigi Sanna 2009 "I geroglifici dei giganti", PTM Editrice, capitolo 5.2. Significato del numero sette adottato dalla comunità ebraica veterotestamentaria che lo prese probabilmente da quel yhw cananaico arrivato "incolume" in Sardegna. Un numero il 7 che ha la straordinaria valenza simbolica legata alla perfezione e completezza divina.

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