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martedì 19 maggio 2026

Sardegna-Mont'e Prama e Mont'e Palla e l’asse di Monte d’Accoddi

 

di Stefano Sanna

 

Vedi anche Il Triangolo Sacro del Sinis. Mont’e Prama, Mont’e Palla e Mont’e Trigu : altari prima della pietra?  

Sardegna-Il Triangolo Sacro del Sinis e il richiamo del cielo (Parte 2)  

 


 

 

Ci sono luoghi che, una volta visitati, continuano a lavorarti dentro per anni.
Uno di questi, per me, è senza dubbio Monte d'Accoddi.

Quando visitai questo straordinario sito prenuragico della Sardegna settentrionale, ciò che mi colpì maggiormente non fu soltanto la sua forma monumentale — unica nel Mediterraneo occidentale — ma soprattutto il suo orientamento nel paesaggio.

 

Il monumento unico di Monte d’Accoddi, che si trova in una pianura , è un esempio di architettura prenuragica che ricorda le ziqqurat mesopotamiche

 

Un’impressione rimasta nella memoria.
Un dettaglio apparentemente marginale… fino a quando non ho deciso di verificare.


 

E il risultato è sorprendente.

Tracciando una linea perfettamente nord-sud dal centro dell’altare di Monte d’Accoddi, questa passa incredibilmente attraverso il centro  di due dei colli più enigmatici del Sinis:

  • Mont’e Palla
  • Mont’e Prama  

 








Tre luoghi distanti decine e decine di chilometri, ma apparentemente collegati da uno stesso asse geografico.
  • Monte d’Accoddi
  • Mont’e Palla
  • Mont’e Prama

condividono quasi lo stesso meridiano, cioè una longitudine estremamente simile:

  • Monte d’Accoddi → 8°26’55.08” E
  • Mont’e Palla → 8°26’55.74” E
  • Mont’e Prama → 8°26’55.41” E

La differenza è minima, parliamo di pochi decimi di secondo d’arco. Questo significa che i tre siti risultano praticamente allineati lungo un asse Nord-Sud.

La parte affascinante è che:

  • Monte d’Accoddi è uno dei più enigmatici complessi prenuragici del Mediterraneo;
  • Mont’e Prama è il più grande complesso scultoreo nuragico conosciuto;
  • Mont’e Palla,  potrebbe avere una funzione rituale o simbolica legata al paesaggio sacro del Sinis.

 

Forse si tratta soltanto di una coincidenza geografica.
Forse no.

Ma quando un’antica struttura come Monte d’Accoddi, uno dei luoghi più enigmatici del Mediterraneo prenuragico, sembra proiettare il proprio asse verso il cuore del Sinis, attraversando quasi perfettamente Mont’e Palla e Mont’e Prama, allora il dubbio diventa inevitabile.

Non stiamo parlando di fantasia, ma di osservazione del territorio.
Di linee reali.
E se davvero quei colli del Sinis fossero stati modellati, adattati o scelti in epoche remotissime per funzioni rituali e simboliche, allora questa straordinaria coerenza geografica potrebbe non essere casuale, ma parte di una visione molto più ampia del paesaggio sacro della Sardegna antica.

Aggiornamento  in data 02/06/2026 

 Diversi siti archeologici importanti della Sardegna occidentale si trovano molto vicini al meridiano di circa 8°26'55" E.

 

 

 Forse non sapremo mai con certezza se questi allineamenti siano il risultato di un progetto intenzionale o di una semplice coincidenza.

 Ma una cosa è certa: gli antichi osservavano il cielo con una attenzione che oggi abbiamo quasi dimenticato.




 



sabato 9 maggio 2026

SARDEGNA-SINIS , ALTOPIANO DI "SU PRANU ": IL LiDAR STA RIVELANDO IL PAESAGGIO NASCOSTO DEL SINIS?

 Di Stefano Sanna

 

 



Qualche tempo fa, in questo blog , scrivevo un articolo dal titolo provocatorio ma allo stesso tempo profondamente legato alle anomalie del territorio del Sinis:In Sardegna riaffiora " La città perduta". Nel Sinis un nuovo affascinante pezzo di archeologia: un insediamento senza precedenti a livello di dimensioni ".

Altopiano del Sinis :"Su Pranu"


numerosi Nuraghi presenti sull'altopiano

veduta aerea dell'altopiano

massi enormi allineati a formare cerchi perfetti a segnare capanne , quartieri


 Molti lessero quelle parole come una semplice suggestione.

Altri le considerarono un’esagerazione.
Eppure, col passare del tempo, nuove osservazioni sul paesaggio stanno riportando alla luce dettagli che meritano attenzione.

Oggi, grazie alla tecnologia LiDAR e al lavoro del giovane laureato in ingegneria ambientale Francesco Corda, emergono immagini straordinarie dell’altopiano di Su Pranu, nel Sinis di Cabras.

Immagini che sembrano mostrare qualcosa di più di semplici irregolarità naturali.

 

Le elaborazioni realizzate da Francesco Corda mostrano infatti numerose anomalie topografiche nell’area di Su Pranu:

  • linee rettilinee;
  • delimitazioni;
  • rilievi geometrici;
  • possibili piattaforme;
  • concentrazioni di strutture difficili da interpretare come semplici casualità naturali

Altopiano di "Su Pranu", visto con la tecnologia LiDAR

 

 

La tecnologia LiDAR (Light Detection And Ranging) consente di leggere le micro-variazioni del terreno attraverso impulsi laser, rivelando strutture invisibili a occhio nudo.

l'area contaseegnata dai trattini in rosso identifica una probabile struttura archeologica

 

linee rettilinee

 

Qualcuno probabilmente storcerà il naso davanti alla pubblicazione di queste immagini LiDAR, sostenendo che possano favorire scavi clandestini.È una preoccupazione comprensibile.
Ma bisogna chiarire un punto fondamentale:nelle immagini diffuse non vengono indicati punti GPS, coordinate precise o riferimenti dettagliati utili a individuare un sito specifico.La divulgazione culturale non deve essere confusa con l’incitamento al saccheggio.

Anzi.

Molto spesso è proprio il silenzio a favorire l’abbandono, il degrado e l’indifferenza verso il patrimonio storico.

Far conoscere il territorio significa:

  • aumentare la consapevolezza;
  • stimolare interesse scientifico;
  • creare attenzione pubblica;
  • proteggere il paesaggio attraverso la conoscenza.

Nel mondo questa tecnologia ha già rivoluzionato l’archeologia:

  • città Maya nascoste nella giungla;
  • antiche strade romane;
  • terrazzamenti;
  • piattaforme monumentali;
  • sistemi idraulici dimenticati.

E oggi anche il Sinis potrebbe custodire ancora molto sotto la superficie.



 

 Uno degli aspetti più interessanti riguarda proprio la natura dell’altopiano.

L’area è caratterizzata dalla presenza di grossi affioramenti basaltici che rendono estremamente difficile l’attività agricola moderna intensiva.


 

Questo significa che il paesaggio potrebbe aver conservato molto più a lungo tracce antiche del terreno originario.

In molte zone agricole della Sardegna, decenni di arature profonde hanno cancellato gran parte delle micro-morfologie del passato.
A Su Pranu, invece, il basalto sembra aver protetto il territorio.

Ed è proprio qui che il LiDAR diventa straordinario:
riesce a leggere ciò che il tempo ha nascosto ma non completamente distrutto.

 Chi conosce il Sinis sa bene che questo territorio non è un luogo qualunque.

Nuraghi, necropoli, tombe, approdi antichi, vie costiere: tutto il paesaggio sembra raccontare una storia molto più complessa di quanto spesso immaginiamo.

E allora viene spontanea una domanda:

possibile che alcune conformazioni del territorio conservino ancora tracce di antiche modificazioni antropiche?

Le immagini LiDAR di Su Pranu non danno risposte definitive.
Ma pongono domande enormi.

Perché certe linee sembrano seguire logiche precise?
Perché alcune anomalie appaiono concentrate in punti specifici dell’altopiano?
E soprattutto: cosa si nasconde realmente sotto quei rilievi?

 È importante chiarire un punto fondamentale.

Il LiDAR non sostituisce lo scavo archeologico.
Non certifica automaticamente la presenza di una città o di strutture artificiali.

Ma individua anomalie che meritano attenzione.

Ed è proprio questo il valore straordinario di queste immagini:
aprire nuove domande sul paesaggio del Sinis.

Per troppo tempo abbiamo osservato questi territori soltanto in superficie.
Oggi invece iniziamo a leggerli come una grande mappa stratificata nel tempo.

Forse alcune storie non sono scomparse. Sono soltanto rimaste sepolte sotto pietra, basalto e silenzio.

domenica 12 settembre 2021

Sardegna -Penisola del Sinis :Il colle misterioso di "Mont 'e Trigu" si trova poco distante da "Mont 'e Prama"

 di Stefano Sanna

report fotografico 


 

Il colle di "Mont'eTrigu" si trova poco distante da "Mont'e Prama" .  La cima della collina è ornata da un cerchio di pietre , e secondo la versione degli archeologi non si tratta di un nuraghe , ma bensì la base di una struttura indagata nel 1977. La domanda viene spontanea

sabato 3 giugno 2017

Dna srd 2

La risibile presunzione dei genetisti, circa il momento in cui la Sardegna iniziò ad essere realmente abitata
sa ‘e duos (namuli)
di Mikkelj Tzoroddu



2.1- disamina - sa ‘e duos

Nel suddetto paragrafo chiamato “Contesto archeologico” essi (i “genetisti”), di prim’acchito, emettono la seguente sentenza:
(1) «La lunga storia dell’insediamento umano in Sardegna è illustrata dai noti siti archeologici distribuiti fra il Mesolitico ed il tardo Neolitico (Figure S7)»1.
Ora, caro lettore, poiché i genetisti non sono né archeologi né storici, pare evidente come tale sentenza stia riportando i ricordi di un testo d’altra disciplina, ch’essi hanno ritenuto far proprio, allo scopo di dare maggior vigore a ciò che intendono raccontarci! Molto bene! Ma, se andiamo a vedere la figura S7 (la quale è costituita da quattro piantine della Sardegna2 ove son segnati dei puntini) proprio quella ove essi indicano i luoghi appartenenti al Mesolitico e chiamano S7a ebbene, essa rappresenta non “la copia presa da un testo d’altra disciplina” come ritenevamo auspicabile, ma una propria, loro stessa rielaborazione, di ciò che essi hanno creduto di ricavare da quella tal eventuale lettura! Ohibò!

lunedì 15 agosto 2016

Il nostro "modello standard" (e il rapporto tonni/sheqel)

di Francesco Masia

Pesi da rete durante lo scavo a Sa Osa - Immagine da questo link
Il 5 Agosto ho seguito almeno parte della conferenza su tonni e Fenici nel nuovo Museo della Tonnara a Stintino, relatori il Prof. Bartoloni e il dott. Guirguis (l'accento va sulla prima i). Mi sono perso l'inizio, credo il primo intervento del Prof. Bartoloni, ma la cosa per me ha avuto comunque, certamente, un senso. Ero particolarmente interessato perché l'associazione di tonni e Fenici mi riportava a uno dei pilastri (così io riassumerei) del primo libro del nostro Mikkelj (Kirkandesossardos, Sardegna, ricerca dell'origine, di Mikkelj Tzoroddu), che sostanzialmente appoggiava a un'industria del tonno sarda e (assai) pre-fenicia (pesca, macellazione, conservazione, commercio) le conseguenti deduzioni su attività cantieristica, produzione di sale, reti di traffici come già per l'ossidiana (e poi i metalli dalle miniere), a sorreggere un'economia capace di portare fasti tra l'altro architettonici e magari militari a una civiltà interrelata con i popoli sulle coste del Mediterraneo, nonché con l'interno e il nord dell'Europa (continentale e insulare). Avevo perciò ripreso il libro di Mikkely per appuntarmi le prove/indizi da lui addotti circa quanto sopra (volevo preparami a citare le sue fonti) e mi si è così chiarito, meglio di quanto fosse rimasto nel ricordo, che stando a quanto fissato sul libro del 2008 non si tratta di prove da potersi sventolare con la sicurezza che credevo. Questi indizi di una talassocrazia e, insieme, degli stretti legami con l'economia legata al tonno risalivano, per Mikkely, soprattutto a ragionamenti che per esclusione lascerebbero i Sardi principali indiziati di aver loro trasportato una certa ossidiana per 73 miglia di navigazione dalle sue cave di provenienza sull'isola greca di Melos all'insediamento presso la grotta Franchthi in Argolide (sulla terraferma Greca meridionale), circa nel 9.000 a.C.; insediamento dove è stata documentata (con prove archeo-zoologiche) l'attività di pesca di "tonnidi" (o di pesci di grossa taglia, meglio, senza certezze quanto a ulteriori specificazioni) e la loro lavorazione, risalenti più o meno al 7.500 a.C.. Da lì Mikkelj passa a considerare fonti classiche sull'apprezzatissimo e rinomato "pesce sardo" o "sardina" e allo studio di Alfredo Andrews (1949, The "Sardinian Fish" of the Greeks and Romans) per cui tale "pesce sardo" era riconducibile anzitutto al tonno (e solo successivamente, per soddisfare le esigenze di un target commerciale più basso e diffuso, appunto alla sardina): così Mikkelj attribuisce definitivamente ai Sardi il ruolo di principali attori nel Mediterraneo quanto alla pesca, alla lavorazione e al commercio di tonni e sardine; ma queste fonti classiche paiono tutte (ben) successive alla frequentazione fenicia perlomeno di Sulki, quindi (al di là di una ammissibile posizione di preminenza del prodotto effettivamente lavorato in Sardegna) nulla prova (ancora) che fossero stati i Nuragici ad aver impiantato questa attività ittica. E la documentazione di vertebre di "tonnidi" nella grotta Franchthi nel 7.500 a.C. fa casomai risaltare l'assenza (a oggi) in contesti nuragici di reperti archeo-zoologici aventi a che fare con i tonni (a precedere quelli emersi in contesti fenici tra i quali Sulki, documentati appunto nella conferenza di Stintino insieme ad immagini su un vaso, proprio da Sulki, che potrebbero essere il racconto della loro pesca).
È per questo che la mia domanda ai relatori si è dovuta limitare a chiedere se in contesti nuragici siano mai stati reperiti resti riconducibili alla macellazione dei tonni: la risposta è stata negativa; e questo, fin qui, direi sgonfi le ruote alla dottrina su un fiorente comparto ittico nuragico, primo volano di attività nell'indotto.
Anche ad attestarsi sulle posizioni ben argomentate da Mikkelj nel suo secondo libro (Kircandesossardos duos, i fenici non sono mai esistiti, Mikkelj Tzoroddu 2010), secondo cui Sulki (al pari di altri centri “pigramente” ritenuti di fondazione fenicia) è semplicemente un centro di fondazione nuragica dove circa dall'VIII secolo a.C. si sarebbero insediati, insieme ai già residenti, dei “Nuragici di ritorno” (magari provenienti, vorrà concederlo, proprio dalla cosiddetta area fenicia), resterebbe (al momento) che la pesca e la lavorazione del tonno in Sardegna risulta documentata in antico solo in questo centro “fenicizzato”, poiché evidentemente tali genti (se non Fenici, Nuragici fenicizzati) avevano appreso dai Fenici l'arte della pesca e della lavorazione del tonno come praticata in altri centri fenici (a Stintino direi si è parlato essenzialmente di Cadice, perlomeno dal momento in cui sono arrivato).

Ora mi chiedo quanto questo discorso sul commercio del tonno possa rappresentare, allo stato, un esempio delle puntuali ipotesi che costruiamo/sosteniamo sulla articolata grandezza della civiltà sarda genericamente pre-fenicia (anche molto pre-fenicia), una grandezza che in assoluto (finché si resta nel generico) pare più nessuno metta in dubbio. Direi che molti cercano apprezzabilmente di uscire dai limiti del generico (di una civiltà genericamente avanzata per il suo tempo, senza granché dettagli) e si impegnano a costruire ipotesi sugli elementi emergenti, sugli indizi, sui dati e sui reperti che altri si limitano ancora a considerare “isolati”, quindi non ancora affidabili a sovvertire teorie (apparentemente, fino a “ulteriori” prove contrarie) meglio consolidate (si rileggano le conclusioni di Minoja nel terzo volume della Gangemi su Monte Prama). Molti, quindi, si impegnano a costruire nuovi modelli esplicativi, in uno sforzo che mi chiedo quanto possa essere accostato, con tutte le differenze del caso (chiarito che siamo su tutt'altra scala nonché in diversissima disciplina), all'impresa che condusse tra gli anni '50 e '70 del secolo scorso alla messa a punto del modello standard delle particelle elementari; un modello che ha trovato solo in seguito, una a una, le conferme delle proprie previsioni (fino alla rivelazione del bosone di Higgs nel 2013 e fino al buco nell'acqua, giorni fa, della ricerca di una fantomatica particella 750 GeV che l'avrebbe invalidato, senza peraltro lo spettacolo di opposte schiere di sostenitori); e un modello che "nonostante la lunga serie di successi sperimentali" (prendo dalla quarta delle "Sette brevi lezioni di fisica" di Carlo Rovelli) "non è mai stato preso completamente sul serio dai fisici" ("fatto di vari pezzi di equazioni messi insieme senza un chiaro ordine", "lontano dall'aerea semplicità delle equazioni della relatività generale e della meccanica quantistica", un modello che abbisogna di una "rinormalizzazione" grazie alla quale "funziona nella pratica, ma lascia in bocca un sapore amaro per chi vorrebbe che la natura fosse semplice"; semplice, aggiungerei, quanto un flusso di civiltà "pettinato" nell'antico sempre da oriente a occidente).
Ecco, se posso stare su questo accostamento, vi chiedo quanto il percorso di raccolta di prove e conferme intorno al modello di una Sardegna protostorica con la sua grandezza definita (fatto di tanti possibili tasselli: dalla identificazione con gli Shardana; a scrittura e religione in rapporto con Egitto e Canaan da una parte e poi Etruschi dall'altra; alle posizioni di preminenza quanto ai comparti agricolo, estrattivo, di trasformazione, commerciale e militare; fino eventualmente ad antichi apporti di civiltà "controcorrente", verso oriente) possa dirsi oggi in un punto grossomodo analogo agli anni '60 del suddetto modello standard. Le prove e le conferme che ancora abbisognano, come abbiamo visto, sono anche difficili da imporre (si pensi alla datazione della navicella di Teti, o a quella degli inumati di Monte Prama e quindi delle statue dei “giganti”). Ogni tanto, insomma, avverto il bisogno che si faccia il punto per orientarci su dove stiamo, su quanti tasselli prendano consistenza e quanti stiano al palo o, peggio, scricchiolino.
Per cui sottolineo: resti di tonno in siti nuragici (non fenicizzati, aggiungiamo) non risulterebbero ancora mai dimostrati, mentre se ne trovano altrove in contesti più antichi (coi quali possiamo solo congetturare di avere avuto a che fare, senza prove concretamente spendibili) e se ne trovano in Sardegna solo in un contesto ormai fenicizzato.
Se vogliamo essere presi sul serio con il modello che alla luce di dati e indizi ci piace costruire, arricchire, correggere, perfezionare e continuare a proporre, dobbiamo essere i primi a vagliarlo severamente.
Infine mi sembrerebbe ingiusto non riportarvi quella che per me è stata una perla, nella sua semplicità, regalata dal Prof. Bartoloni (chi conosce già bene la materia compatisca questo slancio). A proposito della grandezza della Sardegna pre-fenicia (mi esprimo io così), assolutamente riconosciuta (“nessuno può credere davvero che i Sardi non avessero una marineria, perché escluderlo solo per non averne trovato ancora resti dovrebbe portare a dire che neanche gli Etruschi ne avevano una, cosa che nessuno si sogna di sostenere”), Bartoloni ha voluto significare che i Sardi non avevano bisogno del tonno perché avevano l'argento, argento che scambiavano senz'altro favorevolmente (anzitutto col rame che serviva loro: “399 miniere d'argento contro 8 miniere di rame”) soprattutto con i Fenici (che il rame lo portavano da Cipro). In tutto l'oriente la ricchezza si misurava in sheqel, pari a 7,2 g di argento; e i Sardi stavano seduti su un mare di argento (un mare di sheqel), che tra l'altro interessava loro solo quale favorevolissima merce di scambio (vedi “siclo”, nome della moneta israeliana ancora in corso: Wikipedia parla di un peso che poteva variare tra i 10 e i 13 g, per i pignoli, ma il Prof. Bartoloni ha quasi dettato, più volte, 7,2).

domenica 7 agosto 2016

sabato 30 luglio 2016

Il cimitero delle idee e l'altra faccia del Paradiso

di Atropa Belladonna

In questa estate 2016, un pò calda e un pò no, Monte Prama (Sinis di Cabras) mostra il suo lato più triste. I turisti non si fermano neppure più, se non in minima parte: non c'è molto da vedere, non ci sono scavi in corso-rimandati (forse) a settembre. Il vento soffia implacabile e quel cartello storto dà la misura della desolazione che avvolge ciò che sarebbe potuto diventare un punto formidabile di attrazione. Per il momento e nell'urgenza estiva, sarebbe bastato mettere qualche poster, con la spiegazione di ciò che si vede. Invece nessuno ha pensato neppure a raddrizzare quel cartello, il sito è abbandonato,  spettrale, cimiteriale; del resto è quello che è: una necropoli. Per me è anche, come è sempre stato, un cimitero delle idee

Fig. 1: Monte Prama, 19 luglio 2016
Musealizzare il sito, modello Armata di terracotta cinese, non era una opzione: era l'unica scelta ragionevole e vincente. Tutto il resto che è venuto -con l'assurda divisione delle sculture- è solo una pallida eco dell'importanza di Monte Prama. Un sito che è stato semplicemente "diluito": tra saccheggi, colpevolissimi ritardi nella diffusione e nella valorizzazione e assoluta irrazionalità- quasi sadismo compiaciuto e pervicace-nel volere dividere le sculture, quel sito non raggiungerà mai il traguardo di divenire quello che a tutti gli effetti è: la scoperta più importante fatta nel Mediterraneo Occidentale nel XX secolo.


martedì 26 luglio 2016

10 - GENTI E COSTUMI ROSSO PORPORA

SEMIOTICA NELL’ABBIGLIAMENTO  

L’ASTRAZIONE DEL SEGNO
Giancarlo Casula

ovrettos, orrosolos e tesones
manefide, dominariu e  matripellas

cancios, buttones de prata e de oro……

La mancanza del segnale è uno degli elementi forse più importanti e più complessi del codice. Senza la presenza del segno emerge la sua assenza. Le considerazioni che si fanno circa l’elemento assente valgono simmetricamente per l’elemento presente. L’astrazione del segno è per certi versi, il segnale più elaborato, più meditato e più sofferto. 

venerdì 15 luglio 2016

9 - GENTI E COSTUMI ROSSO PORPORA

SEMIOTICA NELL’ABBIGLIAMENTO  
DIFESA APOTROPAICA

di Giancarlo Casula
8 - GENTI E COSTUMI ROSSO PORPORA


Nel costume la donna trovava lo straordinario sistema di difesa dall’ignoto e dal sovrannaturale. Le forze del male venivano contrastate, esorcizzate e bloccate proprio attraverso l’abito. Come una corazza, esso possedeva la forza, il vigore e quegli elementi in grado di allontanare la negatività e gli spiriti malvagi. Questo avveniva attraverso il sistema composto dal binomio colore-ricamo. 

venerdì 8 luglio 2016

"Trovo comunque strano che la notizia se fondata non abbia avuto ampio risalto!"

O anche: come ci guadagnammo un altro lettore. Che ha ragione da vendere.

di Atropa Belladonna

Sulla pagina facebook di Monte Prama Novas é successo di recente un episodio simpatico. Belle come il sole abbiamo riproposto una scultura rinvenuta nel 2001 a San Sperate, località Paulilongu (1) (fig. 1), scoperta pubblicata da Vincenzo Santoni nel 2008 (2). Si tratta di un cosiddetto modello di nuraghe in arenaria quarzosa, la cui altezza residua è di 94 cm e che presenta una figura umana scolpita-purtroppo frammentaria ed erosa. Ebbene io e Romina ormai a questa figura ci eravamo abituate, avendola ormai vista su ben tre pubblicazioni (1-3) ed avendola già proposta 3 anni fa sul blog Monte Prama (4).

Figura 1: la scultura di San Sperate rinvenuta nel 2001, località Paulilongu (da 2)

mercoledì 6 luglio 2016

La popolazione della Sardegna secondo il Lilliu, 1200-900 a.C.: oltre 7 milioni di Sardi!

di Mikkelj Tzoroddu
- premessa

Ci siamo decisi a scrivere la presente nota perché ci serva quale viatico per un contributo più consistente che andremo a proporre di poi.

mercoledì 29 giugno 2016

8 - GENTI E COSTUMI ROSSO PORPORA

SEMIOTICA NELL’ABBIGLIAMENTO  
VEDOVA CHE SI RISPOSA


di Giancarlo Casula

pè de pudda, pubusas e piccios de arranna,
mannuncheddas, carronadeddas e trincigeddas
traigeddos, ischinette lisu e ischinette prenu……..

Quando una donna si risposava non indossava più l’abito nero da vedova, ma neppure quello sgargiante del primo matrimonio. Aveva i colori che la contraddistinguevano per i segni di gioia e di luto, caratteristico del costume delle vedove che decidevano di risposarsi. Il suo vestito seguiva, infatti, il codice che definiva questa nuova condizione

giovedì 16 giugno 2016

7 - GENTI E COSTUMI ROSSO PORPORA

SEMIOTICA NELL’ABBIGLIAMENTO  
SA ESTE

Di Giancarlo Casula

6 - GENTI E COSTUMI ROSSO PORPORA 

 
rollas, rollinas e murrales,
peales e cannittas po mantennede sa ruge
………punt’e ruge, punt’e filau, puntu ‘e trese

 

venerdì 10 giugno 2016

6 - GENTI E COSTUMI ROSSO PORPORA

SEMIOTICA NELL’ABBIGLIAMENTO  
IL CODICE



 

tidiles, pannittos e lomoros
fogiudu, frassada e tesones

Impidou po is canneddas,


La donna di Desulo nel corso dei secoli ha mantenuto un rapporto sacrale con il proprio costume. Segna e comunica con il suo vestito gli avvenimenti che caratterizzano la propria vita e quella del clan di appartenenza: l’abito rappresenta il libro o il dipinto della propria esistenza.

lunedì 6 giugno 2016

domenica 5 giugno 2016

Dal Mar Rosso alla Sardegna nel XIII sec. a.C.

di Atropa Belladonna

Può la tanto attesa caratterizzazione dei giacimenti di rame del Sinai meridionale (1) risolvere alcuni dei punti ancora oscuri sulla provenienza del rame nei ripostigli nuragici? Sì, se i dati sugli isotopi del piombo vengono pubblicati e vanno ad arricchire dei database fino a pochi anni fa ancora lacunosi. E ancora sì se certe correlazioni tra i famosi lingotti oxhide o frammenti di essi e le miniere di Cipro appaiono convincenti in alcuni casi, ma molto forzate in altre. Al punto da persuadere diversi archeologi  che le analisi andassero ampliate verso altri orizzonti, perchè finora "solo due possibili fonti erano state prese in considerazione per il rame degli oggetti in metallo della Sardegna nuragica: la Sardegna stessa e Cipro" (2). 


Fig. 1: localizzazione stratigrafica del rispostiglio di oggetti in rame di Funtana Coberta, fine XIII-inizi XII sec. a.C. (da (2))

lunedì 30 maggio 2016

4 - GENTI E COSTUMI ROSSO PORPORA

KIRGISI

Giancarlo Casula

GENTI E COSTUMI ROSSO PORPORA
2 - GENTI E COSTUMI ROSSO PORPORA
3 - GENTI E COSTUMI ROSSO PORPORA



liògnos, bàttiles  e manigottos
tela, colore e seda
fetta lisa e fetta ligiada

Tra i tantissimi studiosi che nel corso dei novecento si sono interessati all’origine e provenienza, oltreché’ alla ricerca di lontane parentele culturali del costume di Desulo, e’ stato Antonio Gramsci. Egli, nel novembre del 1924, spedì una cuffietta alla moglie, Giulia Schuct, che viveva con i suoi due figli a Mosca e nella lettera che anticipava il regalo diceva: “ti porterà anche una cuffietta sarda, del villaggio di Desulo, la quale prova, mi pare, strane parentele tra i Khirghisi ed i montanari della Barbagia”. La cuffietta, chiamata cuguddu e’, solitamente, in panno rosso modellato e rivestito a volte in velluto damascato con nastro in raso rosso o nastro blu, annodato con fiocco e interamente ricamato con i colori resi più accesi dalle due tonalità di giallo, in mezzo, ricami in seta verde, rossa, azzurra.
La cuffietta rappresenta uno degli aspetti più caratterizzanti dell’abbigliamento femminile di Desulo. Il grande intellettuale conosceva i chirghisi quale popolazione di origini e lingua turche con tradizioni di pastoralismo transumante nell’ambito delle steppe dell’Asia centrale.
Trovava similitudini con il costume di questo paese sardo posto fra i monti del Gennargentu su un territorio di circa 8.000 ettari di cui circa 3.000 ettari ad uso pubblico. Questi due popoli hanno vissuto difendendo la loro libertà dall’assalto di chi cercava di invadere i loro territori. I primi abitanti del Kirghizistan furono gli Sciti, che vi si stabilirono dal VI al V secolo a. C. Chissà se le radici storiche possono collegarsi agli Imperi Iranici nell’Asia Centrale: i Nomadi e i Sedentari tra il Kazakhistan e il Kirghistan nell’età dei Grandi Imperi( VI a.C.- VI sec. d.C.); o ancora la cultura dei Saka nel Kazakhistan e nel Kirghisistan. Successivamente la zona sudorientale fu parte dell'Impero persiano achemenide, più precisamente della Satrapia della Sogdiana, che aveva come fulcro e capoluogo la città uzbeka di Samarcanda. Ma successivamente la regione dell'odierno Kirghizistan cadde in gran parte sotto l'influenza del Regno di Macedonia dell'Imperatore Alessandro Magno. Dunque passò al dominio della dinastia seleucide sino a che l'avvento dei Parti non pose fine completa all'età ellenica in queste zone. I Sogdiani, indigeni sciti della zona, noti per la loro tolleranza verso le religioni altrui. Il Buddismo, il Manicheismo, i Nestorianesimo e i seguaci di Zoroastro avevano significative quantità di adepti e rimasero fra i principali attori del commercio sulla Via della Seta fino alle invasioni dei musulmani nell'VIII secolo. Un passo importante nella storia kirghiza fu l'avvento dei Turchi, nel IV secolo, che diedero loro il nome di Kirghizi (da "kyrgyz", "rosso"). Interessante anche questo fatto in cui l’identificazione della popolazione riguarda la colorazione rosso purpurea dei loro costumi. Ho verificato, attraverso la storia, l’archeologia del territorio e le attribuzioni etniche, l’origine e i primi sviluppi culturali delle comunità iraniche dall’età del ferro fino all’arrivo delle popolazioni turche nell’alto medioevo. Questi Nomadi di montagna nell’area del Kirghisistan sono anch’essi pastori, come i barbaricini, in lotta millenaria di resistenza contro i popoli di invasori, attaccati ai loro usi e costumi e orgogliosi della loro libertà.  E gli invasori furono tanti dagli Arabi agli Uiguri, dai mongoli di Gengis Khan alle invasioni di Calmucchi, Manciù e Uzbeki. Anche i Kirghisi come i sardi reagirono alle invasioni ed allo sfruttamento delle loro risorse con un sistema sociale ed economico basato su un pastoralismo seminomade. Tale forma di difesa venne utilizzato, più di recente, contro l’invasione dell'Impero Russo. I Kirghisi fecero parecchie insurrezioni durate molto tempo. Molti emigrarono, perché insofferenti al potere russo, a volte con le loro greggi, in Afganistan, in Kazikstan ed in Cina. La più forte ribellione avvenuta nel 1916, fu repressa nel sangue. L'oppressione russa dunque continuò anche quando, nel 1918, iniziò l'era dei Soviet. Questa situazione perdurò per tutto il Novecento, con la forte repressione di movimenti contrari al regime fino  a quando non si arrivò all’indipendenza che avvenne nel 1990. Queste genti hanno vissuto di un pastoralismo nomade dove il confine del loro territorio e’ il limite con le steppe siccitose e dove gli spostamenti verso nuovi pascoli avveniva lungo la via della seta che già dal 100 a.C. legava le valli della Cina ai mercati dell’Occidente. Il tessuto usato da questo popolo nomade e’, come per tutte le comunità dell’Asia Centrale, il feltro di lana che ogni nucleo familiare produce, come si usava in Sardegna, nel periodo autunnale ed invernale. L’operazione avveniva stendendo tre strati di lana impregnata d’acqua su uno o due vecchi strati di feltro. Il tutto veniva ricoperto con erba ed arrotolato in una pelle bovina sempre bagnata, legata con lacci di cuoio ed infine il rotolo veniva trascinato da un cavallo o da un bue fino al completo impasto del tessuto. Così veniva prodotto un materiale che oltre agli indumenti serviva per tende, tappeti ecc.  La leggendaria via della seta, con il suo transito di merci pregiate, diventò il proliferare di guerre e soprafazioni ma anche viatico di cultura ed incontri fra i popoli. Presenze di sepolture di genti indoeuropee, risalenti al 1200 a.C. nelle aree dell’Asia centrale, attestano l’arrivo di una popolazione con caratteristiche che portano lontano. Uomini alti e biondi che indossavano mantelli di tipo celtico. 
In Asia così come in Sardegna la storia dice che il rosso identifica sempre il potere religioso e spirituale.  Si ricordi gli abiti di corte della dinastia Ming dove il rosso era il colore ufficiale e lo sciamanismo, con i suoi riti ancestrali e le sue pratiche religiose, diffuse dalla Lapponia fino al Sudamerica, ha pratiche differenti, ma con caratteristiche comuni. Capita, tuttavia, spesso che gli sciamani, uomini o donne, indossino abiti di colore rosso. Famosi sono gli antichi paramenti della tribù Buryat, nel nord della Mongolia, dove lo sciamano indossa una tunica tutta rossa, in cotone, interamente adornata da simboli e monili di forme geometriche e da ricami su maniche, sul collo in particolare su tutte le aperture e sui punti vitali del corpo. A tutte le latitudini ed in ogni civiltà tra le caratteristiche comuni degli sciamani c’e’ sempre la presenza di un certo numero di "spiriti aiutanti" (che per le donne di Desulo erano “Duennas”) oltreché la pratica della medicina e l'interpretazione dei fenomeni naturali. Sono il canale di comunicazione sia con le anime dei morti sia nell’interpretazione di fenomeni atmosferici ed eventi imprevisti. Ma lo sciamano, così come le donne di Barbagia, spetta anche il compito di preservare la memoria dei loro popoli e di tramandarli. Ma il potere assoluto dello sciamano e’ tuttavia, in Asia come dappertutto, il giuramento. L’arma in grado di dominare da un punto di vista sociale, politico e religioso. Così come in Barbagia si usa un gioiello col rosso come arma di difesa della persona dagli influssi negativi anche in tutta l’Asia centrale si usa il gioiello per scongiurare, allontanare o annullare influssi maligni: e’ in corallo rosso (ricordiamo la famosa via del corallo che attraversava per millenni l’Asia fino al mediterraneo). Un monile di questo materiale era in grado di esorcizzare ed allontanare il male e la negatività. Si riteneva che il rosso del corallo sul collo potesse essere uno scudo per la difesa e la sicurezza per i nomadi delle tribù pastorali così come per i cavalieri delle steppe e delle loro donne. Nessun cavaliere va in guerra senza un gioiello di corallo così come nessuna tribù di pastori parte senza la protezione del gioiello rosso sangue che era il simbolo di energia vitale. Anche nelle danze sacre Tsan, le maschere che raffigurano divinità e che distruggono le forze demoniache sono ricoperte da piccole perle di corallo rosso.
La cuffietta di Desulo sarà per Antonio Gramsci l’ultimo regalo che ricevette dalla madre nella sua visita in Sardegna.  Era il 6 novembre del 1924 i due non si videro mai più perché di lì a poco nel 1927 il grande statista sardo venne arrestato e tenuto in prigione fino alla morte.
Il fascismo con le sue ambizioni militariste e sportive oltre alle camicie nere per gli uomini chiedeva alle donne di liberarsi degli abbigliamenti antiquati. Tutto ciò ebbe inizio in occasione delle Olimpiadi del 1928 che per la prima volta avvenivano con la partecipazione femminile.  Ma nello stesso anno il costume di Desulo sovverte le scelte fasciste entrando nei vestiti degli italiani. Così scrive Umeroni nel 1928: “Il costume desulese e’ sceso dal nido alpestre e si e’ modernizzato fino a costituire un elegante e festoso modello cittadino di giacca o golf in panno, lana, seta, costume completo per bimbi al mare, si diffonde come gli sportivi golfs di ispirazione magiara a geometriche e vivaci policromie, conferendo grazia e originalità alle figure che lo sanno portare …”. La cuffietta desulese e’ scesa dalla testa alle mani, dando luogo ad un’originale trasformazione da copricapo in borse grandi o piccole, portafogli, portabiglietti, borsellini, in panno scarlatto ricamato in seta, altrettanto pratici e decorativi. E così, negli anni trenta, in Italia si diffonde l’uso del cappottino e della cuffietta di Desulo come eleganza infantile e, contemporaneamente, spopola, nelle grandi città la vendita di una bambola in costume commercializzata dalla Lenci (marchio prestigioso che punterà in quegli anni sullo stile del paese barbaricino per la vendita di ceramiche).

venerdì 27 maggio 2016

martedì 24 maggio 2016

2 - GENTI E COSTUMI ROSSO PORPORA

SHARDANA, FENICI E ETRUSCHI

 di Giancarlo Casula
 

pubias, nesigas mannas e pitticas
pianellas pintuladas e isteddas
pioleddas, tirineddas e naìddas


   Il color porpora rievoca le vesti dei popoli che abitarono per primi la Sardegna lasciandone i maggiori segni di civiltà come gli shardana ed i fenici che erano riconosciuti nel mondo antico proprio per questo colore. Il rosso porpora che caratterizza il costume di Desulo era anche il colore caratteristico delle genti