mercoledì 13 maggio 2015

I pozzi di Mistras

Un altro  singolare pozzo (sacro?) del Sinis con vera ad incastro. E (guarda guarda)  con la (nota) scrittura in mix.

di Sandro Angei, Gigi Sanna e Stefano Sanna.
 
                                                      Fig.1                                         (foto di Stefano Sanna)


 1. Premessa.

anzi modernissima (dagli epigrafisti della domenica)? Ricordate le bugie e le amenità a getto continuo sulla inesistenza (addirittura!) di quella  scrittura ritenuta (sino a convenienza) un falso da parte della signora Anna Ardu (un falso, per giunta, fatto dagli 'amici' per Gigi Sanna)? Ricordate l'intervento e la dichiarazione 'coram populo',sempre della magnifica Ardu 'barcellonese', a proposito dell'archeologo esperto (rigorosamente anonimo) suo amico che considerava, dall'alto della sua segreta dottrina,  quel pozzo 'antico' ma non 'antichissimo'? E ricordate ancora i tentativi continui di vero e proprio sciacallaggio circa quella scritta, difesa solo da 'epigrafisti acrobati'? E ricordate infine i tentativi di supersciacallaggio messi in essere dal solito attempato giacobino diffamatore da dietro il muretto e ripresi, proprio in questi giorni, dall'ineffabile principe dell'epigrafia allo sbaraglio nonché ideologo dell' archeologia 'nobile', vera e santa, resistente in trincea e cioè quella di Rubens D'Oriano?[1]

   Ebbene oggi una serie di  pozzi[2] con vera ad incastro (dei quali si parlerà via via in questo blog), alcuni scritti e altri, stando all'apparenza[3], anepigrafici, ci consente di sapere molto di più di un prodotto davvero singolare dell'architettura tardo nuragica. Molto di più rispetto a quello che eravamo riusciti a dire[4] sulla base di un'unica documentazione sia per quanto riguarda la scrittura sia per quanto riguarda la tipologia  costruttiva.
     Ad alcuni chilometri dal suddetto 'pozzo della discordia', non molto tempo dopo dal giorno dell'escursione del 21 Giugno del 2013 che portò, tra l'altro, l'archeologa Caterina Bittichesu a sostenere (mai smentita -da quanto sappiamo - in seguito da nessuno) davanti agli studiosi e agli appassionati che quella costruzione ad incastro, proprio per le caratteristiche dello stesso, non poteva essere che ascrivibile all'architettura nuragica, abbiamo scoperto un altro interessantissimo pozzo con la vera in arenaria componibile. Non solo; questa  risultava ugualmente scritta sulla superficie superiore dei blocchi, nello stesso preciso modo con cui risultava scritta quella rinvenuta precedentemente. Solo con un particolare, o meglio, con una fortuna notevole  in più: stavolta i grafemi non erano di ardua e, perlopiù, di disperata lettura, perché consumati dal tempo, ma tutti o quasi tutti facilmente visibili ed interpretabili, come vedremo tra poco.

2. Descrizione del pozzo e della vera.

   Il pozzo si presenta come un piccolo ma leggiadro manufatto, come quello che è adornato da una vera ad incastro che al tempo della sua realizzazione si doveva presentare, naturalmente, perfetta; quasi splendente con i blocchi  in arenaria (v. fig. 4), materiale  che risulta  dello stesso tipo di quello adoperato e scolpito nel primo pozzo,  ovvero quello precedentemente scoperto. Le misure, come si può vedere dalla fig. 2 sono  nella parte più lunga (blocchi A e C), con perfetto orientamento 60° rispetto al nord,  di m. 1,54 e 1,56  e di circa m 1  nella parte più corta (blocchi B e D). La struttura dei blocchi e tutte le parti componenti l'incastro in origine dovevano essere precisi come misure e pertanto le leggere variazioni che oggi si registrano[5] sono dovute alla continua erosione prodotta da parte degli agenti atmosferici nell'arco di due millenni e non di secoli,  dato che il pozzo, come vedremo dai dati scientifici epigrafici, non può che risalire, a nostro parere, se non al periodo tardo repubblicano romano o ai primi anni del periodo imperiale. Per rendersi meglio conto della forma intera del pozzo e della tipologia identica a quella di Mistras 1 (d'ora in poi lo chiameremo così per motivi che si capiranno in successivi articoli) si vedano ancora le figg. 3 e 4. 
Fig. 2


fig. 3

fig. 4
 

 3.      La scritta


                                                                                fig. 5                                                             (foto di Stefano Sanna)

    Come si può vedere la scritta insiste solo su due dei blocchi della vera: su di uno dei due blocchi più lunghi (blocco A di fig. 2 e fig.3) e su di uno dei blocchi più corti (blocco B di fig.2 e fig.3). Si tratta di 14 lettere alfabetiche in tutto, disposte ad intervalli abbastanza regolari di 3 cm circa l'una dall'altra, profondamente incise tutte e tutte individuabili perfettamente tranne la seconda e la sesta del blocco A. Di queste la prima mantiene ancora visibile buona parte della traccia, la seconda non mostra alcun appiglio grafico per una sua certa identificazione.
     La tipologia delle lettere sarebbe da ascriversi ad una sorta di scrittura lapidaria romana se non fosse che  alcuni segni, con ogni probabilità, romani non sono. Infatti la scritta del blocco A reca incisa come seconda lettera una 'V' che risulta del tutto differente dalla 'V' (terza lettera a partire dalla sinistra) del blocco B e, soprattutto, reca, riportata in modo inequivocabile, la lettera 'resh' dell'alfabeto semitico di tipologia “fenicia[6]”. Quest'ultimo dato risulterebbe davvero sconcertante se noi non avessimo la testimonianza di altri documenti tardo - nuragici che riportano il caratteristico mix di segni, ora antichi ora più recenti, ora di un alfabeto ora di un altro, come si può vedere chiaramente dalla scritte di B.M (Sinis), di Aidomaggiore e soprattutto della cosiddetta 'Sala da ballo' di San Giovanni del Sinis (v. figg. 6 -7 -8) dove a lettere di tipologia pittografica nuragica (di ispirazione addirittura anche protosinaitica) si alternano lettere manifestamente latine[7].


                                                                                    Fig.6                                       (Foto di Stefano Sanna)

                                                                                            fig.7                                                              (foto di Mario Atzori)



                                                                      Fig. 8                                                (foto di Stefano Sanna)
                                                                     
      Come possiamo vedere dalle figg. 2 e 5, i segni riportati sulla superficie piana della vera, una volta traslitterati (fig. 9), sono i seguenti: C  CUSOR P / DVRIC(?)S. Calcolando quindi le (note) abbreviazioni del romano, il testo va sicuramente completato e letto così: C(uravit) CUSOR P(osuit) DV/ORICOS. C'è scritto cioè che [Il pozzo] lo curò e lo realizzò materialmente il 'cusor' (il coniatore) e lo fece collocare in quel luogo la persona di Du/orico[8]. 




Fig. 9


4. Il 'cusor'.     


    Se dunque il senso sembra essere, in linea generale, del tutto pacifico (con la menzione dell' esecutore materiale dell'opera architettonica e del proprietario del fondo di sistemazione di essa) e non offrire  difficoltà di sorta, invece nel particolare l'iscrizione sembra creare qualche difficoltà a motivo dell'uso del lessico in quanto la voce 'cusor', attestata insieme alla concorrente  'excusor' (Tertulliano), significa propriamente  'coniatore di monete'  e proviene, così come il sostantivo CUSIO/NIS, dal verbo ' CUDERE' o EX-CUDERE (il battere i metalli, i cereali). Infatti, ci saremmo aspettati per un semplice pozzo una voce come 'lapicida' , 'lapidarius' e simili e non quella di un artigiano di profilo ben diverso, con compiti sicuramente più specialistici e tecnicamente più raffinati di quelli di uno scalpellino.
   Perché dunque questo termine e non quello più modesto di intagliatore e adattatore di pietre? Forse la spiegazione potrebbe stare nel fatto che il pozzo (tutti i pozzi ad incastro, quindi) non siano pozzi, per così dire, 'comuni', cioè fruibili come normale fonte di approvvigionamento dell'acqua per gli uomini e per gli animali o per l' irrigazione, ma pozzi di valenza superiore e cioè 'sacra'; composti in modo del tutto particolare, con simbologie nascoste ma molto mirate in quanto riferentesi alla natura e alle qualità dell'acqua e all'orientamento astronomico del manufatto. Sulle simbologie criptate abbiamo già cercato di dire9, compresa quella dell'orientamento. Ma ora, per fortuna, si ha quella molto più sicura offerta dalla presenza della scritta che, in tutta evidenza (ma questo lo si vedrà meglio con un terzo pozzo a vera ad incastro ) tende a rendere 'scritto' il pozzo e non solo per ipotetici simboli. Solo così, con una lettura non parziale ma completa dei significanti del pozzo (simbologie architettoniche e quelle più propriamente grafiche), può comprendersi una voce come quella di 'cusor'  che ha ragion d'essere, a nostro giudizio, proprio nella professionalità  dell'esecutore che abbina l'arte del battere, dell' incidere e del 'comporre' a quella dello scrivere con efficacia e giustezza (ad es. con il ricorso alle abbreviazioni, quelle e non altre, tipiche dell' arte della concisione e della 'brevitas'  del coniatore di monete).

5. Un quindicesimo segno?  Una scrittura 'tripartita'?


                                                                            Fig.10                                             (foto di Stefano Sanna)




    Per esaustività descrittiva resta da dire che sul dentello esterno del blocco C, quello che serve per l'incastro del primo blocco scritto, si trova un segno profondamente inciso nella parte superiore, formante un arco che, nella parte sinistra di chi guarda, sembra prolungarsi in una linea o asta verticale. Nello stesso modo sembra proseguire anche nella parte destra  ma con minor certezza di linea dal momento che la pietra risulta notevolmente deteriorata e corrosa  in quel punto. Sembra però intravvedersi, a metà del segno, anche una piccola incisione curva che potrebbe suggerire la chiusura di un semicerchio. Se così fosse andrebbe a formare la consonante romana ' P'; consonante del tutto simile (anche per grandezza) a quelle che si trovano nella prima parte della scritta.
   Pronunciarsi con certezza pertanto non è possibile ma se il segno nascondesse davvero la consonante 'P' essa potrebbe spiegare il complemento diretto ovvero 'puteum'  sia del verbo 'curavit' sia del verbo 'posuit'.  Il dettaglio, naturalmente,  non cambierebbe nulla circa il significato e la forma (il complemento sottinteso non sarebbe certo difficile da capire) dell'intera espressione della vera. Ciò che muterebbe invece è la forma e l'andamento della scrittura che diventerebbe 'tripartita' e, si direbbe, 'serpentiforme', ingenerando un certo sospetto circa la sussistenza di ulteriori segni simbolici[9]  di un pozzo sacro nascostamente aggiunti dal 'cusor'. Certo è che risulta abbastanza facile rilevare che, se quest'ultimo solo avesse voluto,  c'era nella lastra superiore tutto lo spazio scrittorio sufficiente per far precedere il primo segno ovvero la 'C' di 'C(uravit)' dalla 'P' iniziale del complemento diretto. Tanto più che, se si osserva, la 'P' di ' 'P(osuit) risulta molto vicina e quasi attaccata alla 'R' di CUSOR.
    In ogni caso, rimandiamo alle considerazioni che faremo su di un terzo pozzo scritto (con caratteri romani dello stesso periodo) che 'stranamente' si trova non in un campo qualsiasi ma vicinissimo ad un sito archeologico che mostra una chiara frequentazione cultuale.

6.      Considerazioni finali.

   Se si va per analogia il secondo pozzo ci dice, dunque, che Mistras 1, scritto in tutta la vera (compresi i dentelli finali per l'incastro), riportava, con buona probabilità, anch'esso delle lettere di tipologia o interamente romana o semitica oppure  romana-semitica in mix. E c'è da ritenere che in essa ci dovesse essere  il nome del ricco proprietario del fondo agricolo che lo fece edificare, così come nel nostro secondo pozzo c'è il proprietario Do/uricos, nome questo che, tra l'altro, risulta interamente scritto e non riportato per sigla. 
   Niente quindi osta, sulla base di questi dati sicuri, a che si dica che ci fosse il nome YBLYN'A e che il pozzo fosse chiamato con quel nome. Non ci sono evidentemente scritte né una data (1942) né una sigla (SV) che in un pozzo di tale antichità risulterebbero evidentemente solo un assurdo.
   Certo, si può anche sostenere, elucubrando e procedendo con ostinazione, che in una parte della vera scritta, rimasta magari anepigrafica, possa essere stato aggiunto molto, ma molto più tardi, un qualcosa di differente rispetto al resto del messaggio scritto. Ma è facile replicare a questo punto, anche per i motivi di natura strettamente epigrafica che sono stati esposti da coloro che con i loro occhi hanno osservato e visto e con le loro mani toccato i segni della scritta (Bittichesu, Losi, Masia ed altri ancora), che la seconda lettera non può essere assolutamente un 4 e, soprattutto, l'ultima non può risultare un 2, simbolo numerico mai trovato scritto in quel particolar modo. Ammettiamo pure, data la difficoltà di lettura del terzo segno a partire dalla sinistra e l'ambiguità di alcuni segni,  che possa esserci scritto anche dell'altro (ma ci chiediamo cosa) nella sequenza grafica (per altro in 'lectio continua'), ma una data no. Essa è da escludere completamente. Per le suddette ragioni dunque, per delle prove che adduciamo e che crediamo non possano essere messe in discussione da nessuno (data la chiarezza epigrafica del pozzo con la voce 'cusor'  e l'antroponimo 'Do/uricos'), riteniamo che possano restare ancora validamente in piedi sia l'interpretazione simbolica della, non certo comune, vera ad incastro del pozzo (sacro?) con i conci a 'T' o 'taurini',  sia l'ipotesi che essa possa riportare 'in quel punto' (il resto risulta purtroppo del tutto illeggibile) un nome di persona.
    Vedremo, tra non molto, di parlare delle altre  numerose vere ad incastro del Sinis, una delle quali, come si è già detto, scritta con lettere di tipologia ancora romana; la stessa precisa tipologia del pozzo or ora mostrato e preso qui in esame. Anticipiamo con il dire che nessuna delle vere, quelle che si sono potute studiare perché non nascoste, con il cemento o con altro,  dagli interventi successivi, mostra date né sigle recenti né recentissime.
    Riteniamo dunque che, se un insegnamento si può trarre da tutto ciò, esso sta nel fatto che prima di trinciare giudizi definitivi circa la proposta ermeneutica, da parte di altri, di questo o quel documento scritto, contando solo sulle apparenze (apparenze che si giudicano addirittura  'verità' a scommessa), e soprattutto prima di tentare scioccamente di cogliere in fallo e mettere alla berlina qualcuno, bisognerebbe avere la cautela, quanto meno, di rimandare o sospendere il giudizio. In attesa, ovviamente, di ulteriore probante documentazione. Altrimenti sulla base della scientificità assoluta ad 'occhiometro' di un presunto 1942 si possono fare delle meschine figure: ultime quelle dello squallido personaggio conferenziere del deserto sahariano di Orroli o arringatore delle 'aule minime' (o scantinati che dir si voglia) per imitatori  di Zelig in quel di Olbia. Come si suol dire, è davvero sempre l'ultimo che ride con maggior gusto.




Note ed indicazioni bibliografiche

[1] Di questo prestigioso quanto affidabile predicatore per nobili crociate della scienza contro la 'fantarcheologia'  si veda, nel volume Phoinikes B SHRDN (1997, p. 233), la seguente perla di scienza epigrafica: 'Sembra trattarsi di un prodotto nuragico ad imitazione di quelli orientali. Ed, infatti, i segni grafici paiono lettere  alfabetiche fraintese. Non è facile dire se l'oggetto avesse un uso pratico per marcare prodotti, cosa che avrebbe notevoli ripercussioni sulle innovazioni dell'organizzazione economica del villaggio'. Tre righe e quattro autentiche castronerie! Si veda la risposta di G. Sanna (1994),  Sardōa Grammata. 'ag 'ab sa'an yhwh il dio unico del popolo nuragico, S'Alvure ed. Oristano, pp. 290 - 292).
[2] Il numero dei pozzi con tipologia di vera ad incastro, scavati nella roccia o con tamburo in fila di pietre, ad ogiva o non, non è ad oggi quantificabile. Quello che si comincia a comprendere è che detta tipologia sembrerebbe una vera e propria caratteristica architettonica del Sinis, del tutto sconosciuta nel resto dell'isola.
[3] Alcuni dei pozzi non sono chiaramente 'leggibili' a causa di successivi interventi (in genere recenti o molto recenti)  che hanno nascosto, spesso quasi completamente, la vera ad incastro originaria. Si dà anche il caso di qualche pozzo la cui bella vera è stata di non poco elevata rispetto al piano precedente e quasi sostituita da una anonima e brutta vera quadrata realizzata con materiale vario e cemento.
[4] G. Sanna (2014),  Mistras di Cabras. Il magnifico pozzo (באר) sacro scritto di Yabal Yan'a Torodella Luce; in Monte Prama blog spot.com (4 giugno 2014) .
[5] Dopo duemila e, forse, più anni i perfetti lastroni in arenaria hanno ceduto, dove più e dove meno, lasciando talvolta il varco all'acqua e al vento che hanno così mutato di non poco le loro fattezze originarie. L'umidità e i licheni hanno contribuito a deteriorare ancor più il manufatto sia nelle spallette in superficie sia nei conci a 'T' interni.
[6] Il segno è inconfondibile. E' il 'resh'  che si impone, con quella tipologia, forse a partire dal IX secolo a.C., ha una vita lunghissima e termina nel I, II secolo d.C. (v. per un certo repertorio, anche se invecchiato, G. Garbini, 1988, La questione dell'alfabeto; in I Fenici (a cura di S. Moscarti), pp. 93 -97). La quantità dei segni per formare il mix sembrerebbe essere irrilevante. Potrebbe bastarne anche solo uno o due. Ognuno può notare che nella lastra di B.M. del Sinis sulla prima linea di scrittura insiste un solo segno (ancora una volta di tipologia semitica: il pittogramma arcaico  'aleph') discordante rispetto agli altri che sembrano essere tutti romani. Nella seconda linea i segni 'anomali' , cioè non strettamente romani, sono il 'theta quadrato'  e la 'shin' finale ('esse' di Tharrus).
[7] G. Sanna, 2014, Il nome di Tharros (THARRUSH) in un' iscrizione nuragica, etrusca e latina del III - II secolo a.C. Un Lars di nobile origine etrusca 'curulis' di Roma in Sardegna; in Monte Prama blog spot.com (27 aprile).
[8]Durikos o Doricos è nome (antroponimo) greco. Potrebbe essere quello di un liberto, forse di un commerciante di Tharros, proprietario del fondo agricolo. 
[9] V. nota 4.

24 commenti:

  1. Il Sinis...un pozzo senza fondo ...di meraviglie !

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  2. La rivincita di Maym Amon ;)

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  3. Siete stati bravissimi e il post è davvero arricchito dalle foto di Stefano e dalla grafica in 3D di Sandro (ci scommetto!).
    Posso chiedere se quella U della prima riga di fig. 9 ha davvero quei due "pallini" così marcati anche dal vivo?

    Stupenda la resh fenicia intrusa e apparentemente malcapitata. Messa lì come una spia luminosa

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  4. Sì li ha, così come li ha un documento in caratteri ugualmente romani, in pittografia nuragica e in lingua greca rinvenuto nel Sulcis. Ma anche il prossimo documento con la vera ad incastro, che pubblicheremo più in là, mostra la terminazione delle lettere 'apicata'. Ma in forma diversa.

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  5. Ma da quando la "U" esiste in epigrafia romana? è un segno alfabetico tardo medievale, sconosciuto in antichità......

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  6. Francesco, spero che tu non metta in dubbio l'autenticità della scritta. Se non è una U mi vuoi leggere quella sequenza? Sai, noi siamo aperti a tutti e a tutto. Se la scritta fosse tardo medioevale mi devi leggere anche quel 'resh' semitico e riportarlo per coerenza al medioevo.

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  7. Non metto in dubbio il graffito, che dubito sia stato fatto con photoshop o graffito qualche giorno fa, dubito che sia antica proprio perché ha elementi comunque recenti. Lettere tracciate in maniera imprecisa possono essere mal interpretate: per esempio esistono molti casi di "delta" graffiti come la "A"......

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  8. Può essere. Ma, non è come tu dici. Guardati la U/V della lastra di B.M. con il V/U con il valore vocalico di U (THARRUSH). Al massimo lo potremmo leggere THARROSH. Quella lastra è del periodo tardo repubblicano romano mica tardo medioevale. Quelle lettere della vera poi sono tracciate tutte in modo molto preciso. E una A in quella sequenza (DURICOS) mi sembra improponibile. C'è da aggiungere ancora che per testimoniare l'esistenza del segno si può addurre il documento del Sulcis che ho citato . Comunque, ti ringraziamo perché sulle scritte delle vere dei pozzi di Mistras sembra proprio che non ci si metta d'accordo. Ma forse ora ne sappiamo di più.

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  9. Premesso che è doveroso sollevare un ciglio e magari commentare quando si pubblicano reperti inediti e contenuti sostanziosi (che si impongono, almeno a chi voglia vederli), il momento richiede senz’altro di mettere da parte lecite ubbie rispetto alla gestione di aspetti più quotidiani e certamente relativi affrontati (o non affrontati), qui, in queste ultime ore.
    Ancora in premessa potrei dire che ben altri sarebbero i commenti che questo articolo merita e, spero, meriterà; intanto sarebbe il minimo tornassero a confrontarsi sull’argomento i fieri scettici già scesi in campo, intendo Mauro P. Zedda e Franco Laner.
    Con la mia “sostanziale inconsistenza specifica” sottolineerei l’impressione che si stia parlando di qualcosa come l’Australia: ho sentito di censimenti di pozzi nell’area che hanno impegnato archeologi da ben prima della “scoperta” del Mistras 1; quindi, in seguito a questa scoperta (onore a Stefano), la campagna esplorativa di Sandro guidato dal Dio dei Pozzi e i suoi post ad arricchire il quadro (da immaginarsi Sandro e Stefano che si incontrano in mezzo al Sinis: “Mr. Sanna, I suppose”); in ultimo (l’unione fa la forza?) l’ulteriore scoperta dei pozzi che oggi si iniziano a rendere pubblici, a cominciare da un gemello architettonico (che non sarebbe l’unico) di Mistras 1 (Mistras 1 che faceva parlare di unicum). Voglio dire: stiamo esplorando l’Australia? Quanto è grande e ignoto questo Sinis?
    Siamo dunque chiamati ad attendere le prossime rivelazioni, ma già possiamo considerare che l’insieme compone una bella rivincita quanto alla serietà delle ipotesi e degli studi e dell’impegno, presenti da una parte, verso lo sbraco dall’altra (mi limito a un sintetico “sbraco”, nella speranza, chissà, di un più sereno futuro).
    Oltre queste non piccole soddisfazioni, non smetterà certo di interessarci un nocciolo (se non il nocciolo) delle nostre questioni: posto che questi pozzi non sono moderni, ci testimoniano davvero (come certo ci piacerebbe fosse e, in quel caso, ci piacerebbe provare) una cultura sarda-sarda prima che “fenicia” o punica o romana o vandala o bizantina, architettonica e magari, facendoci fare tombola, scrittoria?
    Quanto a questo nuovo pozzo scritto pare vi sarebbe da aggrapparsi a quella possibile “resh fenicia intrusa”, ma dire (come fate nel testo) che è “una resh inequivocabile” lascia dei dubbi quando, correttamente, la stessa ricostruzione grafica, in rosso per i tratti marcati e in blu per quelli sfumati (e/o ipotizzabili?), dà conto della possibilità che proprio in quel punto la prosecuzione del tratto inferiore sinistro di una A sia stata cancellata dal tempo. Che poi intendere una A complicherebbe l’interpretazione della scritta, io, non saprei granché obiettarlo (serve dire che solo a digitare DVAICOS su Google qualcosa, che non so capire, salta fuori?), ma non mi sembra una prova così forte finché almeno non si escluda che qualcun altro può interpretarla proprio con quella A.
    Resta però, e non mi sembra affatto poco (nell’attesa degli altri pozzi), che i pozzi non sono moderni e che quindi quelle scritte su Mistras 1 non saranno moderne; e se non sono moderne (e tantomeno false) è proprio su Mistras 1 (a oggi) che grafemi arcaici (pre-fenici?) e in mix paiono sempre più convincenti. A questo proposito, non sarebbe l’ora di intervenire a correggere l’interpretazione grafica data del famigerato 4 (nel famigerato 1942) come lamed sull’articolo originale (cui anche questo articolo, inevitabilmente, rimanda), per assimilarlo più correttamente a quel grafema a sgabello “non ugaritico (sardo?)” del sigillo/nuraghetto di Uras (come in diversi, avete ricordato, l’abbiamo poi visto)? E già che lo si stesse riprendendo, si potrebbe anche accostare il famigerato 2 al grafema rappresentato (2 volte) sulla tavoletta PH-1 in lineare A trovata accanto al disco di Festo (osservazione di Ergian45, mi consta).

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  10. Sperando, poi, di stimolare (ce ne fosse bisogno) l’interesse dei nostri esperti in costruzioni, mette curiosità nella bella ricostruzione in 3D (se sbaglio a chiamarla così, sbaglio con Atropa) l’altezza di 110 cm relativa, si direbbe, al corpo della vera e … di un monoblocco cilindrico in calcare? A prestar fede al disegno, infine, appare chiaro che qui, a differenza che in Mistras 1, la vera ha una superficie interna (qualcosa mi dice che sbaglierei a parlare di calibro) maggiore della luce (del calibro?) del pozzo. Vedremo gli altri.
    E siccome mi accorgo di non averlo ancora detto chiaro: complimenti!

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  11. Io ora so che stiamo ottenendo, in virtù della problematica scrittoria dei pozzi di Mistras (già, Mistras 1 non più un unicum!), un effetto del tutto insperato sino a qualche mese fa: che si guarda da parte di molti (sarà anche l'effetto dei corsi di epigrafia nuragica?) con maggiore attenzione all'epigrafia, si riconosce di essa il grande valore per lo studio della civiltà antica della Sardegna e quindi ogni documento che si scopre va studiato e valutato per benino, antico o antichissimo che possa essere. La storia della Sardegna di due millenni (e forse di tre) può essere fatta anche e soprattutto con la scienza epigrafica e non solo con la disciplina archeologica. Vedo che oggi ( succede anche nella mia pagina di 'facebook) si osservano ad una a una le lettere, di esse si studia bene la tipologia, si compulsano ad ampio raggio repertori specialistici, persino con proposte di grafemi di alfabeti che conducono non al nuragico tardo ma (eventualmente) ad un nuragico di mille e più anni prima. Ma attenzione! E' vero che la scritta della 'Sala da ballo' riporta dei segni addirittura protosinaitici accanto a quelli inequivocabilmente romani. Aspetto incredibile, anzi incredibilissimo. E' vero che la 'shin' a 'betilino cornuto' e il 'serpentello pittografico (lettera 'nun') invitano a studiare per benino il mix di scrittura tipico dei nuragici, ma bisogna stare attenti che quella della Sala da ballo è una scritta di altissimo significato astronomico -religioso, con una miscela grafica e con un disegno di contenuto ugualmente altissimo, quella dei pozzi con vere ad incastro appare cosa ben diversa. Se un dato ci sembra incontestabile della scrittura nuragica è che essa è tutta legata alla 'religio'. Un 'cusor' e un antroponimo comune non rientrano di certo in un lessico religioso. Il pozzo potrebbe avere una qualche attinenza con la 'religio', la scritta no.
    Personalmente mi auguro che qualche epigrafista romanista, dietro nostra segnalazione (in effetti questo è e deve essere il nostro ruolo, ché epigrafisti di romanità non siamo!) vada a vedersi quei pozzi per inserirli nel C.I.L anche se forse latine del tutto quelle scritte non sono. Me lo auguro, soprattutto, per una definitiva datazione epigrafica, datazione che inevitabilmente ci direbbe anche a che periodo della storia architettonica sarda risalgono quei pozzi che, stando alle risultanze, per ora si trovano solo nel territorio del Sinis. Certo è che, in ogni caso, nessuno potrà affermare che sono recenti, costruite o fatte costruire nel secolo scorso da un 'tziu Antoniccu' proprietario di tutto il Sinis.

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  12. Il primo dato che trovo interessante è che il pozzo di Mistras 1 non è un “unicum” né per la sua tipologia costruttiva né per il suo essere scritto, ma nemmeno per le sue dimensioni quasi identiche con il Mistras 2.
    Solo il lato lungo del Mistras 1 pari a 145 cm differisce di una decina di centimetri dai 154 cm del Mistras 2, mentre i lati corti pari a 102-105 cm e l'altezza degli elementi lapidei intorno ai 40-45 cm. sono sostanzialmente di dimensione uguale in entrambi.
    La differenza che invece sembra sostanziale è nell'orientamento.

    Sarebbe utile sapere a questo punto come è fatto il “pozzo” (il camino del pozzo) del Mistras 2, cioè se presenta analogie formali, costruttive e dimensionali con il Mistras 1.
    Questo perchè nel caso del Mistras 1 la mia impressione era che il pozzo vero e proprio (il camino) e la vera non fossero tra loro contemporanei, non costruiti nel medesimo tempo (poco o tanto tempo dopo è altro discorso), cioè che la vera fosse stata inserita successivamente, oppure - cosa che non può essere nemmeno esclusa vista la tipologia costruttiva più propria del legno - che questa sia stata sostituita in seguito e “pietrificata”.
    Un indizio stava nel fatto che in Mistras 1 la vera quadrata inscriveva il "cerchio" del pozzo NON perfettamente (e credo volesse dire questo Francesco Masia), come se i due elementi non si parlassero del tutto.
    Ma ora viene da chiedersi - anche in relazione ai pozzi che si preannunciano - che succede dal momento che le due “vere” presentano dimensioni tutto sommato uguali? Sono i pozzi a cambiare, come se ci fosse un adattamento di volta in volta? Si può parlare di una tipologia “codificata” (sia per tecnologia che per dimensioni) oppure è un semplice caso?
    D'altronde le scritte non sembrerebbero parlarci di un medesimo esecutore, se non erro.

    Sul Mistras 2 mi pare di capire che non sembrano intravedersi equivoci sul fatto che la scrittura possa essere non recente - seppure l'antichità della stessa sembra debba risultare dall'analisi più specifica di due lettere: la U (pomellata?) che parrebbe essere sconosciuta nell'alfabeto romano come scrive Francesco Carrera (tanto che è differente dalla V che segue) e il daleth fenicio (che si è obiettato possa essere anche una A).
    Il lavoro per gli epigrafisti che volessero contestare o proporre tesi alternative c'è e forse, ci si augura, con maggiore tranquillità. Resta da sottolineare che la lettura di Gigi Sanna presenta un senso compiuto e logico nel contesto.

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  13. Rispondo a Francesco e Angelo.
    La ricostruzione in 3D restituisce una situazione che di fatto non esiste, nel senso che l’involucro esterno del cilindro è virtuale, quella che si vede come faccia esterna del pozzo, è la delimitazione del cavo, per tanto nessun “monoblocco”. Per quanto riguarda la profondità del pozzo, nulla si può dire se non che al momento attuale i sedimenti limitano la profondità a 1.00 m dal bordo superiore della vera; è una incognita anche il suo diametro, in quanto il livello dell’acqua è al momento a 45 cm dalla parte superiore della vera stessa, per tanto soli pochi centimetri di spazio libero tra quest’ultima e la parete circolare e trattandosi di acque ferme, contaminate da chissà quale carica batterica, di certo non vien voglia di bagnarsi le mani, tanto meno immergerle per misurare il diametro del pozzo; questo sembra scavato interamente nella roccia, ma date le condizioni di non perfetta visibilità, il condizionale è d’obbligo. Naturalmente ci saranno altre occasioni per visitarlo nuovamente e si cercherà allora di effettuare tali misurazioni.
    D’altronde mi impegnai con Franco Laner ad integrare le schede dei pozzi da me pubblicate con precise misurazioni e disegni, che verranno esposti in un lavoro unitario.

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  14. "... pozzi che, stando alle risultanze, per ora si trovano solo nel territorio del Sinis" (dall'odierno commento delle 9,42 di Gigi) è già più adatto del testo nella nota 2: "Quello che si comincia a comprendere è che detta tipologia (di pozzi) sembrerebbe una vera e propria caratteristica architettonica del Sinis, del tutto sconosciuta nel resto dell'isola."
    Perché quello che si può cominciare a comprendere, una volta di più, è che soprattutto si trova (quando c'è) quello che si cerca; il che implica che ci sia qualcuno che lo cerca e che questo (il cercatore) sia in grado di riconoscere ciò che cerca. Questo tipo di pozzi ci insegna che siamo passati dalla loro non esistenza (al punto che un autorevole esperto di costruzioni in pietra tendeva a liquidarne il primo riscontro come probabile bislaccata di un campagnolo del '900) all'eventuale unicum alla "categoria" nel giro di neanche un anno in cui, appunto, qualcuno ha preso a cercarli: erano stati cercati nei secoli precedenti? E sono stati cercati, anche solo con la metà dell'impegno speso nel Sinis (ancora onori a chi ce lo ha regalato), nelle altre zone della Sardegna?
    Quindi, chissà, magari tra qualche anno diremo più pacificamente che la nota 2 ci aveva preso, ma per ora restiamo, direi, sulla maggiore cautela espressa nel commento.
    Nel frattempo si potrebbe lanciare una semiseria campagna intitolabile "adotta uno Stefano": Stefano Sanna (l'originale, per cominciare) ospitato con vitto e alloggio per ogni dove in Sardegna in cambio del suo sguinzagliarsi per le campagne.
    Inizio a parlarne in famiglia

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  15. Ti ringrazio Francesco , sempre gentilissimo, prossimamente in questo blog , come già preannunciato dal Prof . Gigi Sanna, saranno pubblicati gli altri numerosi pozzi ,presenti nel territorio del Sinis, dalle stesse caratteristiche , ci tengo a precisare, che ogni pozzo è stato puntualmente segnalato alle autorità competenti

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  16. Mi riallaccio al commento di Prof. Sanna.
    Scrive Prof. Sanna: “Il pozzo potrebbe avere una qualche attinenza con la 'religio', la scritta no“ e scrive bene usando il condizionale relativamente alla sacralità del pozzo, perché sarebbe stato facile gridare a gran voce che il pozzo è orientato astronomicamente all’alba del solstizio d’estate, supportando così la valenza sacrale, avendo io appurato che i blocchi A e C sono orientati con un angolo di 60° rispetto al Nord; non ci siamo minimamente azzardati a farlo e i motivi sono due: manca innanzitutto il contesto epigrafico religioso, che potrebbe supportare il dato empirico e al momento nessun altro pozzo con la vera simile è orientato astronomicamente in modo preciso come questo, per tanto se valenza sacrale può avere il manufatto, non la ha certamente per il solo orientamento astronomico. Ben diverso è il caso della “Sala da ballo” e del volto di Maimoni, dove il contesto suggerisce sacralità e l’orientamento astronomico lo ribadisce.

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  17. Guardando le scritte della fig.5 come le può guardare un profano e con la doppia cautela imposta dall’osservarle solo in fotografia e non dal vero, colpiscono due apparenti anomalie:
    1- la differenza di altezza delle lettere graffite sulla traversa chiamata nell’articolo B (esempio la S molto slanciata e lunga quasi il doppio delle lettere contigue) e, forse ancor di più, sulle ultime lettere a destra dell’elemento A in fig.2
    2- Nella prima lastra le ultime due lettere ( da voi identificate come R, ultima lettera di cusor e P ) appaiono entrambe traslate verso l’alto, non giacendo sulla stessa linea delle precedenti, quasi volessero fare corpo a sé. La R si potrebbe scambiare per la lettera greca beta, avendone la forma. Nella seconda lastra avviene una traslazione inversa, questa volta verso il basso, di nuovo delle ultime due lettere (e davvero sembra difficile poterci leggere os). Mi domando se non sia stato un gesto intenzionale dell’autore scrivere a blocchi, prima di spingermi a dire che scriveva male.

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  18. E bravi, bravi davvero tutti!
    Ora, se una rondine non fa primavera, un pozzo non faceva storia. Ma se i pozzi poi sono due, tre, e altri a seguire, fanno davvero una nuova storia.
    E questa nuova storia, quella che da sempre cerchiamo perché siamo stufi e nauseati dalle storie slealmente raccontateci sino a qui, passa anche per i pozzi del Sinis i quali esistono alla luce del sole e sotto gli occhi di tutti non solamente "a insaputa" di chi avrebbe dovuto conoscerne l'esistenza, ma "a dispetto" di essi.
    Questi pozzi, queste bellissime vere in arenaria, costituiscono ulteriori manrovesci sugli attoniti musi dell'archeologia mitomane che procede, continua a procedere non ostante i Giganti, col paraocchi orientali per sentieri inventati, che sarebbero stati battuti da chi non è mai esistito, come direbbe Mikkelj.
    Si pesat unu bentu tebidu dal Sinis, che sa di Sarditudine, gonfia le vele delle navi nuragiche, e i cuori di chi ci crede, verso traguardi di amicizia e di pace.
    E per favore, non lasciamo prendere dalla "Sindrome isilese" per dare una patente astronomica a ogni pietra lavorata.
    Tutt'al più, lasciamo una porta socchiusa.

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    1. Francu, il mio ultimo commento voleva rimarcare proprio questo, tant’è che nell’articolo è stato dato solo l’angolo di orientamento nudo e crudo, non c’erano i presupposti per collegare il dato all’evento astronomico. Stai tranquillo, certamente misuriamo gli angoli di orientamento dei manufatti, ma non vediamo solstizi ed equinozi ad ogni piè sospinto!

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  19. C' è un macroindizio, nel pozzo di Mistras 1, che secondo me è stato un pò trascurato e che sicuramente indizia anch'esso l'antichità dei conci utilizzati nella vera: le due bellissime coppelle. Non credo proprio che Zio Anotniccu ne sia l'esecutore, tanto più che sono nella faccia interna. Sono come quelle di "Monte Sirai. Stele nuragica con coppelle dalle strutture del Mastio. Da: P. Bartoloni, Monte Sirai, C. Delfino ed. 2004".

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  20. La datazione di una coppella, non conoscendone la funzione, sembra essere, tuttavia, un terreno molto scivoloso. Interessante sarebbe confrontare la presenza di coppelle in contesti simili e in altre regioni per trovare eventuali aggregazioni ( esempio presenza di coppelle in territori etruschi o in ambiti liguri piemontesi o altri che certamente si potranno trovare). Queste due del pozzo di Mistras 1, trovandosi su un paramento verticale, complicano ulteriormente il quadro. Solo pensare che la traversa sia stata estratta da un blocco in cui le coppelle esistevano già, potrebbe rassicurare.

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  21. E' vero bisognerebbe fare così, però non mi sembra davvero un'attività degli anni '40 il coppellismo (magari mi sbaglio).
    Quanto al verticale, le coppelle sono così anche nella "stele" di Sirai, pubblicata da Bartoloni. Non spiega perchè la consideri nuragica, semplicemente la mostra e scrive quella didascalia: di più non so dirti.
    Non sto usando le coppelle per datare il pozzo, sto solo dicendo che mi pare improbabile la loro fattura da parte di Zio Antoniccu, e che ne conosco almeno un esempio di epoca o cultura nuragica, citato in letteratura. Tutto qui.

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  22. Ma che la vera del pozzo non sia recente, lo penso da appena l'avete pubblicata. Ha la patina del tempo. E spesso ho sorriso sulla lettura della data 1942. Da poco inoltre, mi sembra di aver anche rintracciato ben due volte quel segno, certo antico, che un 2 non è.

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  23. Sulle rocce dell’acropoli di Susa, la città della valle omonima, prima celtica o gallica e poi romana, in provincia di Torino, si trovano molte coppelle unite da canaletti. Qualcuno sostiene possa trattarsi di un altare sacrificale: i sacerdoti druidici, a seconda del percorso seguito dal sangue delle vittime, traevano gli auspici. Pare non vi siano pareri concordi che le vittime fossero solo animali o anche…
    Ma, nelle immediate vicinanze, si trova un pozzo.

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