martedì 8 settembre 2015

Tanat panê Ba‛al

di Sandro Angei




   Una figura sottile si staglia tra l’azzurro del cielo e quello del mare, la lunga veste ed i capelli indicano la direzione del vento maestro, che spumeggia la cresta delle onde in quella giornata di nuvole veloci.

“Maestro, perché siamo venuti in riva al mare, oggi non m’insegni scrittura?” Disse il ragazzo.
“No, oggi apprenderai le leggi divine, quelle che tutto regolano” Rispose l’anziana figura.
“Perché allora ho con me questi arnesi?” Chiese il giovane mostrando la zappa di bronzo immanicata d’olivastro e un piccolo bacile.
“Dovrai lavorare e sudare per imparare, ora va’ in riva al mare, lì troverai l’essenza plasmante della dea madre, riempi per bene il bacile e nel frattempo ammorbidiscila con l’essenza di Maymon.” Disse l’uomo.
   Il ragazzo corse giù dal pendio, riempì il bacile d’argilla, ammorbidendola con acqua di mare, tanto che divenne plastica ed appiccicaticcia, poi con fatica risalì il pendio. Nel frattempo il sacerdote delimitò uno spiazzo del banco roccioso abbastanza pianeggiante, con quattro pietre lì vicino raccolte, che posizionò grosso modo in direzione dei quattro punti cardinali; quando il ragazzo tornò disse “Fai un recinto alto tre dita unendo i quattro punti indicati dalle pietre, plasma bene l’essenza della dea madre, nulla deve entrare né uscire dal recinto”. Il ragazzo non capiva ma eseguì con cieca fiducia ed alacre velocità il compito affidatogli. “Fatto!” Disse con esuberanza ed un sorriso di soddisfazione.
“Bene ora riempi il bacile con l’essenza di Maymon e versala nel recinto, devi riempirlo per un’altezza di due dita”.
   Ancora una volta il ragazzo scese in riva al mare, riempì d’acqua il bacile e risalì trafelato, versò l’acqua all’interno del recinto, due, tre, quattro volte, infine esordì “Finalmente!” Il sacerdote accennò un sorriso, guardò la vasca piena d’acqua poi disse “Vedi Elon, in quei tre punti la roccia è fuori dall’acqua, prendi la zappa e fai in modo che rimanga sotto”, il ragazzo con sorpresa disse “Maestro, ma così ferirò l’essenza della dea madre!” Disse l’uomo “Non preoccuparti ragazzo ho già chiesto perdono per questo.”
   Il giovane, presa la piccola zappa, curvo iniziò a rosicchiare le asperità della roccia, ogni tanto si fermava per riprender fiato ed allora il maestro misurava la profondità col suo bastone nodoso. “Maestro perché intingi il tuo bastone nell’acqua del recinto?” Chiese il ragazzo. “Non intingo il bastone, ma controllo le ferite che tu arrechi all’essenza della dea madre”. Il ragazzo non capiva, al ché il maestro intuendo soggiunse “Non preoccuparti dopo capirai.”
   Elon continuò tutto il mattino a levigare le asperità di quel piano e ripulirlo dai pezzetti di roccia staccati a colpi di zappa; ogni tanto rabboccava il recinto con nuova acqua che nel frattempo saliva invisibile al cielo, finché il maestro esclamò “Basta così, non è necessario infliggere altro dolore all’essenza della dea madre.” Il ragazzo, sollevandosi indolenzito dal lungo star curvo, grondante di sudore e d’acqua di mare, chiese “Maestro spiegami per favole, quel che ho fatto.” L’uomo con calma guardò il ragazzo e disse “Elon, sei ancora giovane ed acerbo per capire tutto e subito, sappi però che con l’aiuto della dea madre e di Maymon, hai realizzato una tavola dove il toro luminoso potrà scrivere con precisione i suoi messaggi che noi, suoi figli, con occhi giusti possiamo leggere.” Ribatté il ragazzo sorpreso “Ho lavorato con la dea madre ed il divino Maymon?!” “Certo, la dea madre ti ha dato il supporto per scrivere e Maymon ha fatto sì che esso fosse liscio e ben spianato.” “Come fai a sapere che è ben spianato?” disse il ragazzo. “Il primo nodo del mio bastone ha detto questo, io ho solo guardato.” L’uomo guardò negli occhi il ragazzo poi con un sorriso disse “Per oggi abbiamo finito, se domani Maymon lo vorrà, potremmo continuare.”
   Il ragazzo raccolse gli strumenti di lavoro e tornarono al vicino villaggio.
   Il vento di maestrale lentamente affievoliva la sua forza.

   “Sveglia ragazzo, è il momento” sussurrò l’anziano maestro al giovane discepolo “E’ quasi l’alba dobbiamo prepararci”. Il ragazzo si destò scosso dalla mano energica del sacerdote, si alzò di scatto, girò su se stesso quasi a cercare qualcosa, guardò il suo maestro e disse senza saper bene cosa “Si andiamo è il momento…”.
   Di buon mattino il sacerdote si diresse col giovane allievo al sacro luogo. Il sole albeggiava in un cielo terso e sgombro di nuvole, l’aria calma dava una strana sensazione di benessere e tranquillità. L’uomo sorrise e sollecito, allungò il passo, dietro il ragazzo quasi correva, scomposto e avviluppato com’era nell’armamentario che si portava dietro. Il sacerdote poggiava le sue membra sul fido pastorale d’olivastro nodoso, con la mano libera teneva un bastone di foggia stranissima, più corto del suo pastorale, diritto come i raggi del sole e con in cima due serpenti di lucido bronzo avvinghiati nei loro corpi sinuosi e le teste affrontate.
   Arrivarono al piccolo terrazzamento roccioso perfettamente spianato il giorno prima; l’uomo disse al giovane “Fai un piccolo foro qui, nella roccia, profondo quattro dita, che ci stia dentro l’araldo.” Quello svelto obbedì e in poco tempo fece una fossetta. Il sacerdote v’infilò il bastone coi serpenti, dalla borsa tirò fuori quattro sottili corregge di pelle, fece un cappio all’estremo di tutte, tre di quelle le strozzò attorno ad un nodo del bastone, poco sotto le code dei due serpenti, le altre estremità penzolavano affianco al bastone che, poggiate per gran lunghezza a terra, la brezza ogni tanto cercava di portare con se. Disse al ragazzo “Cerca tre pietre pesanti, quelle che riesci con sforzo a trasportare e mettine due vicino a due angoli della vasca, quelli di uno dei lati diretti al sole nascente, la terza a metà del lato opposto.” Il ragazzo fiducioso obbedì e con gran sforzo issò i tre massi. L’uomo prese le estremità libere delle corregge legate al bastone e fece un nodo che strozzò attorno alle tre pesanti pietre e disse al ragazzo “Prendi ogni pietra e tendi i lacci.” Il ragazzo con forza e sudore ancora obbedì.
 Il sacerdote prese la quarta correggia, era più corta delle altre e serrò il cappio attorno ad un piccolo sasso; in faccia al mare col braccio teso fece penzolare lo strumento appena formato davanti al bastone conficcato e inzeppato nel foro, traguardò la correggia e il bastone: “Allontana dall’araldo la pietra che sta dalla parte del sole nascente” Disse. Il ragazzo spostò la pesante pietra che tese ancor più il laccio che inclinò il bastone. Traguardò nuovamente: “Ancora un po’…!” Comandò. Il laccio ancor più teso vibrò leggermente, inclinando il bastone quanto bastava per renderlo un tutt’uno con la correggia di pelle.
   L’uomo spostò la sua posizione e si mise spalle al sole, tese il braccio da cui pendeva la correggia e il sasso, ancora traguardò il bastone “Allontana il masso dalla parte del mare dove il divino Maymon scruta e protegge” Disse al ragazzo, quello obbedì. Un sorriso di compiacimento si dipinse nel viso del sacerdote. Il bastone e la correggia di pelle erano un tutt’uno.
   Il sole saliva alto nel cielo, l’ombra del bastone man mano ruotava verso l’alba e accorciava la sua lunghezza; i due serpenti avvinghiati in guisa d’anello, in principio formavano delle strette lame di luce. Il ragazzo guardava con attenzione l’ombra del bastone che lentamente si spostava, ad un tratto si mise in piedi e fece per portarsi alla parte opposta del bastone, subito il maestro lo redarguì “Non lì Elon, impedisci al divino di scrivere!” quello di scatto fece un passo in dietro e con imbarazzo e incredulità disse “Scrivere?” “Certo!” Disse il sacerdote “Lui scriverà col bastone sul corpo della dea madre. Vieni qui dove sono io, in faccia a Nul.” Il ragazzo ancora chiese “Maestro perché il tuo bastone ha quei due serpenti?” L’uomo rispose “Quelli sono gli occhi di Nul:” Il ragazzo replicò “Nul scrive con gli occhi? E gli occhi di Nul sono serpenti?” “Si!” Rispose il sacerdote sorridendo quasi divertito, i suoi occhi erano due fessure.
   Aspettarono che il sole fosse abbastanza alto nel cielo, i due serpenti avvinghiati disegnavano sulla roccia con le loro sagome sinuose, come dei grossi occhi che pian piano si aprivano nel procedere del sole nel suo cammino verso la vetta del cielo. Il sacerdote veloce, prese alla cieca lo stilo che aveva nella piccola borsa, lo puntò a terra nel punto esatto dove l’angolo acuto rivolto al sorgere del sole dell’occhio inferiore, si stagliava e lì tracciò un solco diritto e profondo sulla roccia viva dicendo “Questo è il primo braccio di tanat e custu esti s’ossu arrabiosu.” Disse indicando l’estremo più vicino al bastone.
   Prese ancora la correggia di pelle che aveva riposto nella sacca, fece nuovamente un cappio a guisa d’anello attorno al bastone, giù alla base, poco sopra le zeppe, in una piccola scanalatura che correva attorno all’araldo. Tese con forza il filo di pelle, vi fece scorrere lo stilo di bronzo con movimenti sicuri fino ad arrivare al più vicino estremo del solco appena tracciato, con precisione disegnò sulla roccia un intero cerchio, passando sotto le corregge di controvento.
   L’uomo ed il ragazzo attesero con pazienza che l’astro avesse scalato la montagna del cielo e iniziasse lentamente a scendere verso il mare, l’ombra del bastone sempre di più si allungava finché l’occhio arrivò e il suo primo angolo acuto ghermì il cerchio e lo superò, piano piano la coda dell’occhio arrivò pure lei al cerchio e quando arrivò il momento di superarlo e staccarsi da esso, pronto il sacerdote con lo sguardo teso, tracciò con lo stilo un tratto simile al primo, proprio in quel punto dell’occhio rivolto al tramonto. Prontamente il ragazzo chiese “Maestro perché il primo braccio di Tanat l’hai tracciato con la parte dell’occhio rivolta al sole nascente, mentre l’altro con la parte rivolta al sole che muore?” L’uomo si aspettava quella domanda da quel ragazzo dall’indole acuta, era orgoglioso di lui, aveva scelto bene tra i tanti che aspiravano a diventare suoi allievi e con calma rispose “Perché la verità sta nel mezzo ragazzo mio! Vieni qui.” Il ragazzo si avvicinò al suo maestro, quello prese lo stilo che aveva in mano e lo posò a terra poco distante, poi prese il pastorale e lo mise in verticale davanti al ragazzo dicendo “Chiudi un occhio e cerca di guardare lo stilo dietro al bastone, poi stai fermo in quella posizione.”Il ragazzo spostò leggermente la testa, lo stilo si stagliava sul profilo destro del bastone. “Ora apri l’occhio e chiudi l’altro” disse il maestro; il ragazzo obbedì e con gran meraviglia esclamò “Maestro che magia è mai questa? Lo stilo si è spostato da una parte all’altra del bastone!” L’uomo scoppiò in una sonora risata poi disse sorridendo “No Elon, non è magia, questi sono i misteri della natura. Quello che hai ora sperimentato dimostra quello che ti ho detto, lo stilo non è a destra né a sinistra del bastone ma dietro, sei tu che ti sei spostato da un occhio all’altro e se io avessi tracciato il solco usando lo stesso occhio non avrei capito il messaggio divino, perché la natura divina è una ma bisogna interpretarla, a volte si rivela doppia come le nostre mani o i nostri occhi oppure si rivela come la tua immagine nell’acqua calma dello stagno o capovolta come i monti che in essa sembra si gettino. La potenza che il divino emana con la sua luce è una, l’araldo rivela la sua natura doppia, noi suoi figli prediletti abbiamo la facoltà di vedere la sua natura trina.” Il ragazzo non capì il significato di quell’ultima affermazione ma abbassò lo sguardo e non osò chiedere altro.
    In silenzio il sacerdote, prese ancora la correggia dalla borsa e annodò un capo all’alluce del piede destro, pose il dito sul primo segno e vi schiacciò con precisione la correggia sopra, il laccio sotto il dito corrispondeva con “s’ossu arrabiosu”; al che il ragazzo esclamò “Maestro ti aiuto!”
“No Elon, così non t’insegno nulla, tu devi guardare quel che io faccio.”
Il ragazzo ribatté “Come puoi tendere la correggia da solo, ho capito che devi pure usare lo stilo.” Che gli porse dopo averlo raccolto da terra.
   Il sacerdote rispose “Se hai un compagno vicino puoi scegliere di farti aiutare, se sei solo puoi chiedere aiuto solo a te stesso” e senza dire altro tese con forza la correggia, che vibrò; con calma prese lo stilo e lentamente ma con sicurezza tracciò un solco che unì i due segni; infine disse “Ecco queste sono le braccia di Tanat.”
   Con gesto veloce liberò il bastone dalle corregge e dalla sede di roccia, lo posò a terra, il suo compito era terminato.
   Con la correggia di pelle ancora annodata all’alluce del piede destro, pose il dito ancora sul primo segno e vi schiacciò con precisione la correggia sopra, con la mano sinistra tese il filo e vi fece scorrere lo stilo, diede un’occhiata alla sede del caduceo, sulla destra, poi voltò lo sguardo a sinistra fuori dal cerchio, stimò la posizione e con sicurezza tracciò due archi, uno fuori e l’altro dentro al cerchio. Cambiò posizione e con lo stilo ben fermo su quel punto della correggia, fissò il capo della correggia legata al dito sull’altro gomito di Tanat, tracciò altri due archi di cerchio come prima: uno a sinistra, l’altro a destra. Due croci curve comparvero sulla roccia. Spostò il piede con la correggia fissata all’alluce sulla croce all’interno del cerchio, schiacciò per quanto gli era possibile il piede a terra, tese ancora la correggia, che vibrò sotto tensione, puntando sulla seconda croce, attese che l’oscillazione terminasse e con mano sicura tracciò una linea.
   Gocce di sudore imperlavano la sua fronte, si alzò liberando l’alluce dal cappio, guardò l’allievo e disse “Ecco questo è il segno che indica il punto in cui Nul è nella vetta del cielo, è il mezzogiorno di ogni giorno, ricordalo!”
   L’allievo chiese: “Maestro perché tutto questo?” Quello rispose: “Questo è lo strumento che il divino ci ha fornito per indicarci i momenti della sua e della nostra vita.” Ancora chiese “Chi ti ha insegnato?” Lui rispose “Il divino mi ha insegnato; suoi messaggeri lungo la mia strada ho incontrato, loro mi ha insegnato le sue leggi e gli strumenti per renderle vere. ” Il discepolo soggiunse “La correggia di pelle, il sasso, il… bastone coi serpenti, te li ha dati lui?” L’uomo sorrise “No Elon, ma mi ha dato il bue che fornisce la pelle per fare corregge, mi ha dato il sasso da appendere alla correggia, mi ha dato la capacità di capire come usare una correggia con un sasso legato ad essa.” Il giovane ancora esordì “Mio padre usa la pelle tagliata a quel modo per costruire frombole per lanciarle, le pietre.” Il sacerdote rispose “Gli strumenti che il divino ci fornisce sono tutti buoni, spetta a noi decidere se usarli per dare la morte o comprendere la natura divina. Io ho scelto di usarli per capire i messaggi di Nul e rendergli omaggio.”
   Chiese ancora il discepolo: “Maestro quali sono i momenti della vita del divino?”
   Quello rispose: “Sono gli eventi della luce che si ripetono in eterno sempre uguali, quelli che segnano i momenti che noi uomini dobbiamo seguire ed onorare per avere buoni raccolti e bestiame forte e vitale, quelli che dobbiamo conoscere per cavalcare con le nostre navi le onde del mare, spinte dal soffio divino. Guarda le linee che ho tracciato sulla roccia, altre ne tracceremo ancora e con quelle potremmo prevedere il futuro, capire quando inizia il risveglio della natura, quando arriverà il soffio divino che porta le acque del cielo, quando potremmo cogliere il frumento e l’orzo maturi.”    Con l’aiuto del ragazzo, l’uomo prolungò le estremità della linea che individua il mezzogiorno fino a lambire il cerchio nei punti diametrali, puntò un estremo della correggia nel primo punto individuato nella circonferenza e facendo scorrere lo stilo di bronzo su quella, tesa, arrivò al centro della fossetta, tracciò a destra e sinistra di essa un arco, fino ad incontrare ancora il cerchio in due punti; ancora aiutato, tese la correggia tra i due punti appena tracciati, poi tra ognuno di essi ed il secondo diametrale già individuato, quello più lontano. Comparve un perfetto triangolo equilatero, il ragazzo ammutolì e in lui tornarono alla mente le parole del maestro «Noi suoi figli prediletti abbiamo la facoltà di vedere la sua natura trina».
   Il sacerdote si sollevò “Ecco questo è il segno del divino, il segno della perfezione”.
   Ancora si accosciò e aiutato tracciò ancora una nuova linea che dal vertice d’aurora passa per la fossetta, dicendo “questa che ho tracciato indica l’alba del giorno più lungo ed il tramonto del giorno più corto.
   Si accosciò nuovamente e ancora aiutato tracciò una nuova linea che dal vertice dell’imbrunire passa ancora per la fossetta, e disse “questa che ora ho tracciato indica l’alba del giorno più corto ed il tramonto del giorno più lungo. Questi sono i segni di morte e rinascita del toro celeste, sono i segni della sua immortalità.” Il ragazzo lo ascoltava con attenzione; il maestro continuò “Dimmi Elon, come scriveresti «segni immortali»?” Il ragazzo riflettè un momento poi prese il suo stilo, quello che custodiva gelosamente nella sua piccola borsa “Maestro posso scrivere sulla sostanza della dea madre?” “Certo!” rispose l’uomo. Il ragazzo iniziò a tracciare dei segni sulla roccia: una croce, una seconda croce, un serpente: TTN. Il maestro gli domandò “Perché il serpente lo metti fuori dai segni? Quei due segni sono le braccia che accolgono Nul” Quello lo guardò e subito capì e riscrisse: TNT. Con soddisfazione malcelata da un sorriso l’uomo disse “Bravo Elon.” Il ragazzo sorrise di gioia e stupore “Ma ho scritto Tanat!” “Certo, Tanat, che è volto di Ba‛al, perché questa è la sola possibile raffigurazione del supremo: l’occhio divino sulle braccia rivolte al cielo sopra il segno trino: il segno sacro, quello che ti ho insegnato a scrivere con molta attenzione, riverenza e timore”. Il viso del ragazzo si illuminò di un candido quanto esplosivo stupore “Maestro, ora ho capito quanto importante sia questo segno, ho capito il suo significato profondo!” Il maestro lo guardo e con mezzo sorriso sulle labbra chiese “Dimmi, qual’è?!” il ragazzo con un pizzico d’orgoglio e il cuore che batteva forte disse “Segni immortali in faccia a Ba‛al!” L’uomo soggiunse “E’ vero mio buon Elon, il significato è proprio questo – Tanat panê Ba‛al –.   Il ragazzo ancora chiese “Maestro ho capito che il bastone con i serpenti è il messaggero divino, ma dimmi, ogni volta che ci porta i messaggi dobbiamo disegnare Tanat?”. L’uomo con evidente entusiasmo per quella domanda, rispose al giovane allievo “Non Elon, non è necessario se i segni sono tracciati profondamente nella essenza della madre terra. Come ti ho detto questi segni servono a prevedere il futuro ma anche a conoscere il presente.”
“Cosa significa: conoscere il presente.” Chiese il ragazzo.
L’uomo rispose “Significa chiedere al nostro dio, tramite il bastone messaggero, da quanto tempo la lanterna divina è comparsa all’orizzonte e quanto tempo ci vuole ancora perché arrivi nel punto più alto della montagna celeste.”
“A che serve maestro tutto ciò?” Insistette il ragazzo.
“Serve per scandire i momenti del giorno, perché ci sono momenti da dedicare al nostro dio, momenti da dedicare al lavoro nei campi, momenti da dedicare agli animali, momenti da dedicare al nostro sostentamento e momenti da dedicare al riposo. Ci vorrà tempo e fatica perché tu apprenda queste ed altre cose, ti basti ora capire che se domani torneremo qui per chiedere un responso al nostro dio, sarà sufficiente infilare il messaggero divino nella piccola fossa che oggi hai scavato e tenerlo in piedi come noi stiamo in piedi.”
   Il ragazzo con entusiasmo chiese “Allora domani torniamo qui e chiederemo un nuovo responso?!”
“Certo!” Rispose il maestro.

   L’indomani il ragazzo di buon’ora si alzò e si diresse verso la capanna del suo maestro; lo trovò che scriveva una invocazione a yhw su una brocchetta appena formata d’argilla ancora umida. “Maestro, ti chiedo perdono se ti distraggo dalla tua scrittura, ma ti ricordo che dobbiamo chiedere il responso divino.” Il sacerdote  sollevò il viso e con calma, per niente turbato rispose “Non c’è fretta, la lanterna divina è ancora bassa, andremo quando si accingerà a salire nel punto più alto.” Il ragazzo, con una smorfia di delusione, diede un calcio ad un ciottolo, poi sorrise e sedette di fronte all’uomo; parlarono a lungo e confidò al sacerdote “Maestro questa notte ho pensato a quello che ieri abbiamo fatto ed ho capito che il nostro dio e molto buono con noi.”
L’uomo guardò il ragazzo negli occhi e severo disse “Il nostro dio non è buono né cattivo, siamo noi che usiamo i suoi insegnamenti per azioni buone o cattive.”
Il sacerdote ripose la brocca, guardò in direzione del sole e disse “E’ ora, prendi il messaggero divino.” Il ragazzo lo guardò stupito e disse “Io?!” “Si, prendilo” Soggiunse l’uomo con un sorriso benevolo.
   Il ragazzo prese il bastone e con orgoglio affiancò il suo maestro, s’incamminarono.
   Il sole splendeva alto nel cielo, arrivarono al sacro sacello ed il sacerdote disse “Infila il bastone nella buca”, poi prese un sasso lo infilò in un cappio della correggia di pelle che da esso pendeva, che nottetempo aveva lì fissato, traguardò il filo teso dal peso e la linea del bastone che dietro di essa si stagliava, erano un tutt’uno.
   Il Ragazzo guardò e prontamente chiese “Maestro, questo gesto che ora stai facendo con la correggia attaccata al bastone ieri l’hai fatta in maniera diversa.”
   L’uomo non distogliendo lo sguardo disse “Hai messo molta attenzione ieri… e oggi pure, sei arguto ed hai capito che sto eseguendo lo stesso rito di ieri in maniera diversa.”
   Il ragazzo con una punta di fierezza disse “Si certo, ma… perché ieri hai usato quel metodo più difficile?”
   L’uomo rispose “Perché quello è il metodo primordiale, quello che userai quando non avrai altri mezzi a disposizione.” Al ragazzo bastò la risposta.
   “Inzeppa il bastone nel foro” Ordinò il maestro e quello a colpi di maglio conficcò due piccoli legni tra bastone e lo spazio rimasto della fossetta. Il bastone era abbastanza stabile tenendolo con la mano: quasi si reggeva da solo. Con calma il sacerdote aspettò il momento, sul piano di roccia si stagliavano i due serpenti affrontati, la testa di uno guardava l’altro in direzione del levar del sole, l’altro al tramonto, la traccia incisa il giorno prima era lì immota e immutevole, i due serpenti lentamente parevano muoversi all’unisono uno in avanti l’altro a ritroso, fin quando giunse il momento fatidico “Ecco questo è il momento!” disse enfatico il sacerdote e rivolto al suo allievo continuò “I due serpenti sono divisi dal segno divino, questo è il momento in cui la divina lanterna è sulla cima del pilastro celeste che da la vita e con amore ci offre salute e fortuna! Come ieri era per i nostri avi, come domani sarà per i figli dei figli da te generati; per sempre!”
   Il sacerdote prese la mano destra del ragazzo vi pose nel palmo un piccolo oggetto, vi richiuse le dita sopra, dal pugno pendeva una corta correggia di pelle. Guardò negli occhi quel ragazzo dallo sguardo intelligente e disse “Portalo sempre con te, custodiscilo e quando celebrerai il rito, così reciterai «Oh Nul, pilastro della vita offri a noi con amore, salute e fortuna!»
   Il ragazzo aprì la mano, guardò gli strani segni incisi sull’amuleto, lo pose al collo, chiuse gli occhi e recitò.

   Ho scelto di iniziare questo studio con un racconto scaturito dalla mia fantasia. Racconto che ha preso le mosse nel momento in cui stavo studiando e scrivendo l’articolo sul volto di Maimoni. Allora non pensavo di arrivare fin qui, ma allora mi incuriosì l’attinenza che poteva avere il triangolo equilatero posto sul capo di Maymon, con equinozi e solstizi. Poi un filo invisibile ha collegato sole, triangoli, cerchi e caducei in mano a Tanit o Tanat come la chiama Elon; collegamento che continua e lega il caduceo alle piramidi.
   Vi chiedo di armarvi di una buona dose di pazienza, perché il viaggio sarà lungo e la strada tutta curve, per la presenza di molte note che sono però necessarie per capire fino in fondo il mio assunto.

Continua

6 commenti:

  1. Aspettando Nul, non ci hai dormito per tante notti sul colle sacro, nevvero?

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    1. Notti insonni e cervello a mille per dipanare la matassa, c’erano tanti di quei nodi, che era difficile solo pensare di iniziare a scioglierli, però essendo un po’ testardo e visionario, ho ripercorso i loro gesti, quelli antichi antichi, o per lo meno ci ho provato!
      Naturalmente questo è solo un racconto e rimarrebbe tale se finisse tutto qui, ma penso che una volta arrivati all’ultimo capitolo di questo studio, qualcuno potrebbe avere la tentazione di rileggerlo.

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  2. "La tradizione racconta che Platone fece scrivere sul frontespizio dell'accademia da lui fondata: 'Non si entra qui se non si è geometri'. Su questa base, e non senza questa base, potranno svilupparsi quelle vie che si vogliono percorrere seguendo le inclinazioni della propria intelligenza."
    Mi sarebbe piaciuto dedicarti queste parole in modo più originale, pescandole cioè direttamente da ricordi del liceo o da più vaste e approfondite letture successive, invece le ho ancora in testa solo perché lette nella rubrica di Umberto Galimberti sul magazine di Repubblica dell'ultimo sabato (indirizzate a motivare allo studio anche delle materie di base che pure non si amino). Ringraziato Galimberti, il pensiero mi sembra qui molto pertinente.

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    1. Appenderò al collo un’immagine di Platone!

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  3. La notte insonne con il silenzio assoluto è il momento migliore per leggere e lasciarsi trasportare da questa storia piena di insegnamenti saggi e semplici.

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