mercoledì 13 gennaio 2016

L'opinione dello scultore Peter Rockwell: le raffinatissime (e levigate) statue di Monte Prama

Lo scultore ci racconta le tecniche utilizzate dagli artisti di Mont'e Prama. E svela come all'epoca, nel Mediterraneo, solo l'Egitto poteva rivaleggiare con le statue del Sinis: dagli abrasivi utilizzati per levigare le sculture alla gradina. E forse furono proprio gli scalpellini sardi ad inventare  strumenti ancora oggi utilizzati dagli scultori moderni: in particolare gradina e raschietto. 

Testo e immagini da: Peter Rockwell, «Le tecniche antiche» In: Le sculture di Mont’e Prama–Conservazione e restauro" 2014, Gangemi editore, pp. 353-360 (nostro il grassetto)




RIASSUNTO
Attraverso un attento studio dei segni lasciati dagli strumenti utilizzati per scolpire le sculture di Mont’e Prama è possibile ricostruire la tecnica di lavorazione. Ogni traccia, anche se esigua e di difficile lettura a causa dell’azione frammentaria e del degrado subito dai reperti, è stata analizzata in quanto segno di uno strumento. In questo modo è stato possibile individuare gli strumenti impiegati per scolpire le sculture di Mont’e Prama. Si è analizzata anche la durezza della pietra scelta, rispetto agli strumenti usati dallo scultore. Sono state individuate tracce di strumenti che corrispondono allo scalpello, usato in varie angolazioni, alla punta secca, alla gradina e al raschietto, forse al trapano o al ferro tondo. Attraverso la lettura dei segni sono state ipotizzate le dimensioni dei vari strumenti, le varie modalità di utilizzo e le caratteristiche tecniche della lavorazione. In base al riscontro di strumenti simili su sculture contemporanee si rileva l’eccezionalità dell’uso di alcuni strumenti, in particolare della gradina. La mancanza nelle sculture, sicuramente previste in posizione eretta, di un volume di supporto, ovvero di una porzione della scultura usata come appoggio, è un particolare che indica una notevole abilità nella tecnica scultorea, riscontrata anche nella precisione geometrica dei dettagli decorativi e nell’eseguire linee parallele ravvicinate a mano libera. Dal punto di vista tecnico, la singolarità delle sculture di Mont’e Prama è confermata.

Nell’analizzare la tecnica di lavorazione delle sculture di Mont’e Prama si è riscontrato che un esiguo numero di frammenti presenta i segni degli strumenti utilizzati e, in generale le tracce di lavorazione sono piuttosto rare. Le deduzioni possibili quindi avrebbero necessità di ulteriori riscontri in termini quantitativi. Data l’antichità dei reperti, aver potuto osservare e studiare le tracce degli strumenti di lavorazione risulta comunque eccezionale. Alcuni strumenti, quali la gradina e il raschietto, non sono mai stati riscontrati su sculture contemporanee, di conseguenza il dato è, a dir poco, stupefacente.
Si sono analizzate tutte le tipologie di sculture: statue e modelli di nuraghe. Le statue, alte circa due metri, sono state scolpite da un unico blocco di pietra; è implicita la capacità di cavare blocchi di pietra relativamente grandi. I modelli di nuraghe hanno utilizzato blocchi di dimensioni inferiori.


La pietra utilizzata è un biocalcare tenero, forse poco meno del più tenero calcare conosciuto in Italia, quello di Vicenza o di Trani, ma non molto più duro. Le linee incise sulla parte inferiore del busto del guerriero n. 3 indicano che la pietra era abbastanza soffice da essere incisa con una punta secca (Fig. 1). Anche dove è consentito osservare una lavorazione grezza con uno scalpello la profondità del taglio è tale da indicare una pietra tenera (Fig. 2). Non è possibile essere sicuri di quanto sia tenera la pietra, senza provare a scolpirla; l’osservazione suggerisce in questo caso un calcare simile per durezza a quello di Vicenza.

Prima di entrare nei dettagli delle tracce rilevate degli strumenti di lavorazione, devono essere fatte alcune osservazioni generali. In primo luogo l’aspetto più inconsueto riscontrato nelle sculture è l’assenza di qualsiasi forma di appoggio e di sostegno. È veramente insolito per sculture di tali dimensioni non avere alcun supporto per le gambe; in genere i supporti sono costituiti da panneggi cadenti o tronchi d’albero. Il problema è rappresentato dal peso della parte superiore della figura, tanto grande rispetto alla dimensione delle caviglie, da mettere in dubbio la possibilità dell’intera statua di autosostenersi. Le uniche altre figure scolpite senza supporto, sono le statue arcaiche greche dei Kouroi. Erano scolpite in posizione prona con una piccola base rotondeggiante; una volta messe in piedi, la base era inserita all’interno di una base quadrata più grande. Le Sculture di Mont’ e Prama non sembrano essere state scolpite in posizione distesa, vista la grandezza dei basamenti quadrati; simili basamenti avrebbero reso diffìcile girare le statue distese, in modo da lavorare e scolpire il retro. Fondando un’ipotesi sull’esperienza di scultore, si potrebbe proporre che le sculture, durante la lavorazione, avessero dei supporti rimossi alla fine del lavoro. In ogni caso è importante sottolineare che uno dei maggiori misteri di queste statue è proprio l’assenza di un supporto, visto il peso del corpo rapportato anche alla dimensione delle caviglie. Questo dato dimostra una sorprendente esperienza nell’applicazione delle tecniche scultoree.



Un ulteriore elemento, che dimostra una inattesa abilità tecnica, è la precisione geometrica dei dettagli. Gli occhi sono fatti da due cerchi concentrici perfetti; si potrebbe immaginare che siano stati fatti con un compasso, ma non è conservata traccia della punta del compasso al centro dell’occhio. È anche il caso delle decorazioni con linee parallele, tutte incise perfettamente e regolari. Soltanto una persona abituata a scolpire sa quanto è difficile realizzare due linee parallele. Si deve quindi dedurre che gli scultori avessero un sistema per marcare le linee con un regolo prima di scolpirle? Se questa ipotesi è verosimile, non c’è traccia che la confermi. Non c’è neppure traccia delle leggere esitazioni che normalmente si vedono nelle linee scolpite a mano. Un esempio di tale caratteristica è la fascia decorativa del braccio del pugilatore n. 16 (Fig. 3). Nella decorazione a zig-zag, tutte le linee, in ogni parte, sono perfettamente parallele e dritte. Nel lavoro eseguito a mano è usuale riscontrare qualche punto in cui la linea ondeggia. Il fatto che qui e in altri esempi non ci siano esitazioni mostra un’impressionante precisione della lavorazione. Inoltre, non disponendo di esempi di non finitodelle sculture, non si può avere controprova della tecnica esecutiva delle linee. Una volta ancora questi segni della lavorazione mostrano l’abilità degli scalpellini e pongono quesiti sulle modalità e tecniche di lavorazione.

In tale contesto è interessante notare un particolare delle linee di lavorazione, non esattamente regolari, negli scudi da pugilatore (Fig. 4). Le linee scolpite formano delle leggere onde, cosicché la cinghia non ha la stessa larghezza in tutto lo sviluppo. Si può supporre che il settore della scultura non sia stato possibile scolpirlo con linee regolari, in quanto difficile da raggiungere. Lo scalpellino ha lavorato in un’area concava, ostacolato dalla presenza della testa e delle braccia della scultura. In tutti i casi è interessante notare l’accuratezza con cui sono state scolpite minime decorazioni anche in un’area praticamente invisibile ad un normale osservatore.
Le sculture, sebbene possano sembrare in qualche modo primitive nel disegno, sono scolpite con un’abilità che è propria di periodi storici molto più avanzati. Le persone che hanno scolpito le statue erano chiaramente scalpellini esperti, ben istruiti nel loro lavoro. Il disegno potrebbe sembrare primitivo, ma la lavorazione mostra la varietà di strumenti utilizzati con impressionante precisione. Probabilmente tale precisione è servita a compensare la difficoltà tecnica incontrata nello scolpire figure simili, con le braccia alzate a sostenere lo scudo sopra la testa, senza la presenza di supporti alle caviglie. Appare difficile immaginare che non esistano sculture precedenti, dalle quali gli scultori abbiano potuto apprendere il mestiere.
L’attuale assenza di esempi simili realizzati con lo stesso materiale, antecedenti o successivi, è necessariamente collegabile alla storia dell’archeologia. In genere, in altre aree del mondo, è possibile tracciare un graduale sviluppo di una tecnica scultorea partendo da opere più antiche, di solito più piccole e più semplici, arrivando al pieno sviluppo con opere più grandi e complesse; le sculture di Mont’ e Prama, da quanto è emerso dalle scoperte archeologiche, non hanno precedenti in pietra di dimensioni minori o con una tecnica più incerta, e non si conoscono esempi più tardi. Al contrario, la storia dell’arte dell’Egitto e della Grecia fornisce esempi di progressione tecnica. Nel caso in esame, pur in assenza di esempi di epoca precedente e successiva, la tecnica scultorea affonda le radici in secoli di lavorazione della pietra per un’architettura monumentale e raffinata insieme. E evidente la differente difficoltà nello scolpire le statue ed i modelli di nuraghe, ma in entrambi risalta la speciale abilità tecnica.

Le tracce degli strumenti vari, utilizzati dagli scultori e scalpellini di Mont’ e Prama, non trovano confronti con culture coeve, mentre hanno riscontri con quelli di un moderno scultore.

L’analisi delle tracce rileva la presenza di alcuni strumenti inusuali per quel periodo. Gli strumenti usati per scolpire le sculture di Mont’ e Prama erano in metallo; in diversi casi sono indubbi i segni lasciati dalla subbia e dello scalpello. I segni della subbia sono anche all’interno della coscia del pugilatore n. 13. Le linee incise dalla subbia sono nette e non ci sono segni dovuti all’arrotondamento, per consumo, dello strumento. Soltanto uno strumento metallico può aver lasciato quelle linee. L’esempio più evidente della lavorazione a scalpello si trova in un insieme di frammenti, i reperti n. 714, 842, 609, 615, 641 e 1760 (Fig. 2). La relativa profondità delle incisioni fatte dallo scalpello attesta l’uso di uno strumento largo cm 4, in grado di incidere profondamente la pietra; ancora una volta si afferma l’uso di uno strumento metallico.

Per la precisione e regolarità delle linee circolari degli occhi e delle incisioni decorative, l’uso dello strumento metallico è confermato. La differenza fra le tracce lasciate da uno strumento di pietra e da uno di metallo è molto chiara. L’assoluta certezza sul metallo utilizzato pretende numerosi esempi, ma molto probabilmente si può affermare che sia stato utilizzato il bronzo. Gli Egiziani hanno lavorato pietre molto più dure del calcare con strumenti di bronzo e di rame, realizzando anche decorazioni minute; di conseguenza non si hanno elementi per dubitare dell’uso di strumenti simili per il calcare di Mont’ e Prama. Non è da escludere che siano stati realizzati appositi e speciali strumenti.

Dalle tracce rilevate si sono identificati tre strumenti a percussione, che presuppongono lo scultore impegnato a tenere con una mano l’utensile per scolpire e con l’altra a colpirlo con qualche tipo di martello. L’esecuzione accurata escluderebbe che il martello sia stato un semplice pezzo di pietra; mentre ammetterebbe un oggetto appositamente costruito. L'ipotesi più logica è che sia stata una qualche forma di mazzuolo di legno, oppure un martello con una testa di pietra dura immanicato nel legno. E da escludere una lavorazione con 1'ascia, poiché lascerebbe inconfondibili segni brevi e netti. Uno strumento tipo l’ascia non si muove lungo la pietra, come invece opera quello colpito da un martello.

Per quanto riguarda la tecnica di rifinitura delle superfici, il generale stato di conservazione, cancellando molti dati, condiziona il rilevamento delle informazioni. Si può affermare comunque che le superfici siano state levigate, sebbene non in forma sistematica. L’abrasivo utilizzato si può identificare in pomice o sabbia molto fine.

Le testimonianze note degli Egiziani e dei Romani attestano gli strumenti utilizzati per le sculture, che sono sostanzialmente simili a quelli usati oggi, come si rileva anche dalle tracce lasciate sulla pietra. Le eventuali differenze si concentrerebbero sulla parte da impugnare poiché la parte tagliente non ha mutato nel corso dei secoli. Per esemplificare si rende la descrizione con disegni di strumenti moderni (Fig. 5).




La subbia è lo strumento di base per la prima sgrossatura. usato nella maggior parte delle sculture. Sulla pietra scolpita di Mont’e Prama ci sono due esempi di tracce di subbia. Il primo si trova nella parte interna della coscia del pugilatore n.13 (Fig. 6).Queste tracce sono abbastanza vicine a ciò che dovrebbe essere la superficie finale, ma dato che il resto della superficie è molto danneggiato, non è possibile esserne sicuri. Le tracce sono linee approssimativamente parallele, come quelle ottenute da una subbia su una pietra relativamente tenera.
L’altro esempio di lavorazione con una subbia è sul fondo del modello di nuraghe n. 11 (Fig. 7). Nella base è stata scolpita una serie di canali, che formano una specie di griglia. Le linee della subbia sono visibili in alcuni di questi canali, sono linee rette e parallele proprie di questo strumento. Dal momento che si tratta di un’area non visibile, non è stata ravvisata la necessità di lisciarla con un attrezzo più fine.



Per le statue si potrebbe presumere che gli scultori abbiano proceduto ad una prima sbozzatura con una subbia e poi abbiano definito le superfici utilizzando strumenti diversi. Lo stesso strumento è stato usato per rimuovere la pietra che doveva essere asportata per far emergere la scultura. Se si osserva la statua di un pugilatore si può notare, già dalla larghezza dello scudo e della base, e dell’estensione del gomito, che una considerevole quantità di pietra sia stata rimossa, in sequenza. dal blocco iniziale, per mettere in luce la statua. Tale procedimento è un segno inconfondibile dell’altissima capacità tecnica e versatilità degli scultori, che si sono caricati di tutti i rischi per non limitare le loro statue a semplici figure erette. E' immediato ed interessante il confronto con i Kouroi greci per le differenze strutturali; queste statue hanno le braccia sui fianchi e le mani sulle gambe e non presentano parti aggettanti. La comparazione con gli arcieri ed pugilatori è a vantaggio di questi ultimi poiché la lavorazione ha compreso l’asportazione di una maggiore quantità di pietra ed elevati rischi di rottura delle parti sporgenti. Questo confronto induce ad ulteriori approfondimenti, che confermano sempre di più le abilità tecniche degli scultori di Mont’e Prama.



La gradina è uno scalpello con denti che incidono la pietra, lasciando linee parallele. Sul lato interno
del braccio sinistro dell’arciere n.5 (Fig. 8), sono presenti dei segni tipici della lavorazione con tale strumento; sono visibili nella parte inferiore della corda e nel punto in cui il braccio tocca la corda dell’arco. Tracce dello stesso strumento sono anche visibili sui braccio sinistro del pugilatore n.16 (Fig. 9). Per entrambi i casi i denti della gradina non presentavano punte affilate, ma regolare distanza tra loro. Questo dato dimostra quanto doveva essere semplice per gli scultori creare una gradina, perché era sufficiente ricavare sottili scanalature in uno scalpello. Le tracce riscontrano una gradina di sei denti, molto ravvicinati, che ha consentito di portare il lavoro quasi al livello finale, prima della rifinitura con l’abrasivo, anziché con scalpello prima e abrasivo dopo.



La gradina è normalmente usata dopo la subbia per definire la forma della statua. Dopo aver definito la statua con la gradina, la superficie veniva ritoccata con lo scalpello, che le dava la forma finale. Per questo motivo è raro trovare tracce della gradina su una scultura finita, infatti nelle sculture di Mont’ e Prama si hanno soltanto su due frammenti.
La scoperta delle linee lasciate da una gradina comporta ulteriori considerazioni. Alcuni studiosi sostengono che lo strumento sia stato inventato dai Greci nel tardo VI sec. a.C., anche se alcune evidenze ne attribuiscono l’uso agli Egiziani già nel VIII sec. a.C.
E' dunque sorprendente trovarne i segni sulle sculture di Mont’ e Prama, collocabili in epoca antecedente. In Sardegna la presenza di scultori che padroneggiavano una simile abilità tecnica è un fatto eccezionale e notevole per tutte le conseguenze deducibili. Si supererebbero così anche alcuni pregiudizi sulle logiche e sulle reti di scambio culturale tra i popoli del mediterraneo.

Ci sono più segni dell’uso dello scalpello rispetto ad ogni altro strumento di lavorazione. E' stato usato per scolpire le linee parallele della decorazione dell’armatura dell’arciere e del pugilatore, le dita della mano sinistra dell’arciere n. 5 (Fig. 8), le linee della parte interna dello scudo di pugilatore e, in modo più grossolano, nella lastra con cavità centrale (Fig. 2). E' stato anche usato  per realizzare l’orecchio della scultura del pugilatore n. 16 (Fig. 10), per la decorazione a V sulla torricella di un modello di nuraghe, n. 1256 (Fig. 11). Quanto rilevato dimostra chiaramente l’uso dello scalpello per scolpire forme differenti, per sbozzare o per rifinire le superfici. Dalla decorazione a tagli a V riscontrate in alcune delle decorazioni dei modelli di nuraghe, si può desumere che lo scalpello avesse angoli vivi. Per incidere la pietra lo scultore ha usato l’angolo più di quanto avrebbe potuto fare un incisore di iscrizioni. Dai segni dello scalpello osservati è inoltre chiaro che lo strumento sia stato affilato fino ad ottenere un lato molto fine. I segni nitidi e le precise geometrie delle incisioni indicano chiaramente il rapporto la pietra tenera e lo strumento utilizzato.


E' molto probabile che gli scalpellini abbiano avuto a disposizione una varietà di scalpelli di diverse larghezze. Nel caso del frammento sbozzato (Fig. 2) si può risalire alla larghezza dello strumento, di circa 4 cm; su altri frammenti, ad esempio l’orecchio del pugilatore n. 16 (Fig. 11) è stato usato uno scalpello più stretto. Sulla base delle evidenze riconosciute lo scalpello doveva essere uno strumento adattato ad un ampio uso, dallo spianare una superficie allo scolpire una ampia varietà di forme.


Il frammento di un braccio, n.1809 (Fig. 12), ha dei fori che possono essere stati creati sia con un trapano, che con uno strumento denominato oggi ferro tondo, fatto girare dallo scultore tra le mani; il secondo metodo è una forma semplificata di trapanazione. Il frammento presenta un degrado superficiale, che non permette di individuarne la tecnica di realizzazione, sebbene la morfologia e l’ortogonalità dei fori indicano una forma di trapanazione. In epoca greca arcaica non è noto l’uso del trapano, mentre è noto per gli Egiziani, che utilizzavano una forma di perforazione per scavare l’interno dei vasi in alabastro. Perciò non è escluso che gli scultori di Mont’ e Prama abbiano avuto il trapano, ma va inteso che i fori del frammento indicato, potrebbero essere stati realizzati anche con un ferro tondo.

Alcuni frammenti di colonne dei modelli di nuraghe presentano fori più profondi rispetto al frammento del braccio, n. 1250, 880, 607, 1809, sono fori rotondi dritti, profondi alcuni centimetri. E' difficile capire come potrebbero essere stati realizzati senza un trapano, nel diametro della sezione, probabilmente per accogliere dei perni ed ancorare parti di colonnine e torricelle. In ogni caso questi fori suggeriscono un utilizzo di qualche forma di trapano; se così fosse, la forma di trapano più probabile, utilizzato dagli scultori di Mont'e Prama sarebbe il trapano ad archetto o violino in quanto si tratta della forma più antica conosciuta. La corda di un archetto compie un giro intorno all’asta, in cui è inserita la punta; spingendo l’asta con la punta e contemporaneamente muovendo avanti e indietro l’archetto, lo scultore crea il foro.



Su entrambi i lati della mano di un arciere, n. 1678 (Fig. 13), si osservano una serie di linee parallele leggermente incise sulla superficie. A differenza dei segni lasciati dalla gradina questi solchi sono prodotti con uno strumento dai denti affilati, probabilmente una sorta di raschietto, usato nel suo lato tagliente, come una gradina.

Non si tratta di uno strumento a percussione, in quanto lo si utilizza piuttosto spingendolo sulla superficie della pietra. avanti e indietro, in modo da creare una superficie più o meno liscia; per questo motivo le linee parallele sono poco profonde, superficiali. La lunghezza delle linee incise e la mancanza di qualsiasi segno di percussione indicano che non sono segni prodotti da una gradina.


Occorre però essere cauti nell’attribuire l’uso del raschietto agli scultori di Monte Prama, poiché l’uso di questo strumento in altre aree non è conosciuto prima del II sec. a.C. Resta comunque difficile da capire in quale altro modo possano essere stati fatti i segni descritti. L’utilizzo di un abrasivo non lascia questo genere di linee parallele così nitide e non avrebbe nemmeno potuto infilarsi nei solchi a V tra le dita. A questo punto, per quanti dubbi si possano avere sull’esistenza di un raschietto nel periodo di appartenenza, viste le testimonianze in altre culture, non è possibile immaginare un’altra tecnica che abbia prodotto segni simili.

Per entrambi gli strumenti, gradina e raschietto, persistono dubbi su una loro eventuale esistenza per gli scultori di questo periodo, ma, data l’indiscussa evidenza nei frammenti, è molto difficile attribuire i segni di lavorazione della pietra ad altri strumenti.

Questi segni corrispondono a lavorazioni più tarde, quando l’uso della gradina e del raschietto è abbastanza riconosciuto da non poter attribuire segni simili ad altri strumenti. Partendo da questo dato di fatto si può prendere in considerazione la possibilità che gli strumenti dentati, quali il raschietto e la gradina, furono di fatto inventati dagli scultori di Mont’e Prama. Per quanto sia dato sapere non esistono elementi per sostenere che le conoscenze, raggiunte in questo periodo nella lavorazione del metallo, non abbiano permesso di forgiare strumenti specifici per gli scultori. Malgrado la storia della lavorazione della pietra abbia ancora molte lacune, sembrerebbe che si debba accettare l’ipotesi che gli scultori di Mont’ e Prama siano stati i primi ad usare strumenti dentati. Se si aggiunge che la precisione riscontrata è anche indice di una grande competenza e creatività, diventa verosimile che abbiano saputo anche concepire simili nuovi strumenti.

Su due frammenti si può osservare il probabile uso di abrasivo: sono la testa del pugilatore n. 15 e una parte del braccio dell’arciere n. 5 (Fig. 8). L’abrasivo, utilizzato per realizzare la levigatura finale, potrebbe essere la pomice, o sabbia e pietra finemente macinati, con soluzioni molteplici. Le superfici accuratamente levigate sono compatibili con l’uso della pomice, presente in Sardegna, e quindi disponibile per gli scultori. Nonostante la certezza dell’uso degli abrasivi sia riscontrata in due frammenti, è ipotizzabile un uso più esteso: le gambe e le armature dei busti, hanno avuto le superfici levigate, prima di subire il degrado nel corso dei secoli.
E' noto che gli abrasivi siano stati usati già nel III millennio prima di Cristo dagli scultori egiziani, e dunque non sarebbe anomalo riscontrarne l’uso nelle sculture di Mont’e Prama.

Sul torace del guerriero n.3 si osserva un gruppo di linee parallele leggermente incise, alternate con una decorazione a zig-zag (Fig. 1). Queste sembrano rappresentare la parte finale di un tessuto, che il guerriero indossava sopra o sotto l’armatura. Questi segni sono troppo poco profondi per essere stati scolpiti con martello e scalpello, sembrano esser stati incisi sulla pietra con una punta secca. Questi segni potrebbero essere stati creati da una subbia, ma è più probabile da uno strumento simile, più sottile e più affilato. Una delle cose più considerevoli di queste linee è che sono tra loro uniformemente distanti e perfettamente parallele; non è concepibile un’esecuzione priva di strumento-guida. Forse tenevano un bordo dritto sulla pietra e incidevano la linea, seguendo con lo strumento il bordo guida. in tutti i casi la geometria realizzata è impressionante per la perfezione tecnica e decorativa.
Occorre sottolineare che le superfici delle sculture hanno subito effetti notevoli di degrado e quindi non restituiscono numerose testimonianze dei segni di lavorazione. Ciononostante le tracce descritte sono molto evidenti. Sia la subbia che lo scalpello hanno lasciato segni piuttosto chiari, visibili su più di un frammento. Sono anche gli strumenti che ci si aspettava di trovare. Anche il segno del trapano compare in forme tali da poter ragionevolmente essere inteso come uno degli strumenti utilizzati.

L’abrasivo era così comunemente usato da tempi anche più antichi, che il suo utilizzo non sorprende affatto. La punta secca è una logica estensione della subbia, mentre la gradina e il raschietto dentato sorprendono molto dal momento che l’evidenza dell’uso è chiara. Nella storia della tecnica scultorea l’utilizzo della gradina, ancorché evidente su due frammenti, è assolutamente notevole.
In assenza di opere non finite e quindi di esempi di lavorazione interrotta, le considerazioni sulle sculture esaminate sono fondate sulle ricomposizionì offerte dal restauro.
Le sculture di Mont’e Prama sono, dal punto di vista tecnico, veramente singolari ed uniche nel complesso restituito. I confronti con la produzione scultorea arcaica del Mediterraneo ne confermano l’eccezionalità. Sulla base dei dati tecnici rilevati sono auspicabili studi mirati per approfondire il ruolo della Sardegna nella storia della scultura della pietra.

A cura di Atropa

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