giovedì 25 aprile 2019

Il pozzo di Santa Cristina: 8° parte - Il recinto sacro: numeri sacri, geometria sacra


Fig. 1
di Sandro Angei

Vedi: Il pozzo di Santa Cristina: 7° parte - Ombre, geometria e divisioni

14. Costruzione del recinto sacro
   Nell'articolo “Le geometrie del pozzo di Santa Cristina”, parlammo del recinto sacro e lo definimmo di forma glandoide per via della correlazione con la figura del santuario di Gremanu di Fonni.

mercoledì 17 aprile 2019

Deh, vento maestro




Deh, vento maestro,
giunto a riva, frena appena,
indugia lieve sulle pendici del monte,
carezza la macchia odorosa

martedì 16 aprile 2019

Corso di epigrafia e archeoastronomia nuragica

La redazione di Maymoni blog
 e l'associazione 'aleph
 comunicano
a tutti gli interessati che l'ottavo Corso di Epigrafia e Archeoastronomia Nuragica è rimandato a questo autunno per sopraggiunte cause di forza maggiore.

I corsisti che già si sono iscritti e tutti coloro che intendono seguire le lezioni saranno puntualmente informati mediante questo blog o altri canali social.

***

Nell'augurare
Buona Pasqua a tutti voi

vi ricordo che proprio il giorno di Pasqua avverrà la ierofania luminosa nel pozzo sacro di Santa Cristina.



sabato 13 aprile 2019

Il pozzo di Santa Cristina: 7° parte - Ombre, geometria e divisioni


L'uomo, nella sua nudità esprime la condizione di essere umano;
così oggi come nel passato.

Libero da tutti gli orpelli etichettanti il suo modo esteriore d'essere, pensa;
e nel pensare può mentire a se stesso?

L'uomo che pensa deve essere nudo dentro.

Deve essere libero.


12. Divisione di un segmento in parti uguali

Nei precedenti capitoli abbiamo scritto che la stiba doveva essere divisa in tre parti uguali per poter operare la costruzione degli anelli secondo il procedimento descritto in Fig. 3 (parte 2°). In seguito, nel capitolo 8 abbiamo prospettato l'idea della divisione in 7 parti uguali di un dato segmento per ottenere la giusta dimensione dei gradini della scalinata; mentre nel capitolo 9 abbiamo asserito che il cateto verticale del mòdano doveva essere diviso secondo precisi rapporti numerici pari a 1/2, 1/4, 1/8 e 1/3 dell'intero; infine, nel capitolo 10 abbiamo operato una divisione del raggio di costruzione del cerchio in 9 parti uguali.

mercoledì 10 aprile 2019

Il pozzo di Santa Cristina: 6° parte - Orientamento al nord geografico

11. Orientamento della scalinata: bussola ante litteram? No, ombre, riga e compasso!
Arrivati a questa fase dello studio è necessario dar conto dell'orientamento della scalinata; una caratteristica, questa, che mi incuriosì sin dall'inizio dello studio e mi pose una domanda alla quale non riuscivo dare una risposta precisa e ben documentata. Quell'azimut di 153°08' parrebbe dettato da un orientamento ad una specifica stella (Fomlhaut), come ipotizzai di primo acchito; invece esso è frutto di un calcolo preordinato e straordinario.
La curiosità, come ben si sa', muove la ricerca; e spinto da questo sentimento ho indagato dal punto di vista geometrico e topografico questo dato.

lunedì 8 aprile 2019

Ha inizio l'ottavo corso di epigrafia nuragica e archeoastronomia nuragica


Programma del corso

Mercoledì 17 aprile
1 lezione. Inaugurazione del corso.
ore 18:00 Archeoastronomia - Vediamo quel che vedevano gli antichi; il percepito è sempre lo stesso. Differenze tra osservazione attiva e osservazione passiva.

ore 19:00 Definizione di scrittura nuragica. I documenti. Luoghi di rinvenimento

Giovedì 25 aprile
2. Lezione:
ore 18:00 Archeoastronomia - Il pozzo delle meraviglie - 1° lezione multidisciplianare sul pozzo sacro di Santa Cristina.

ore 19:00 L'alfabeto nuragico. Il 'protocananaico'  e la scrittura in mix.

Sabato 4 maggio
3. Lezione in gita a Santa Cristina
ore 18:00 Archeoastronomia - Il pozzo delle meraviglie - 2° lezione multidisciplianare sul pozzo sacro di Santa Cristina.

ore 19:00 La 'griglia di Sassari' . L'agglutinamento (legatura).

Giovedì 9 maggio
4. Lezione
ore 18:00 Archeoastronomia - Il pozzo delle meraviglie - 3° lezione multidisciplinare sul pozzo sacro di Santa Cristina.

 ore 19:00 I numeri in nuragico. Numeri sacri e simbologia. L'iterazione del segno.

Giovedì 16 maggio
5. Lezione
ore 18:00 Archeoastronomia - Il pozzo delle meraviglie - 4° lezione multidisciplinare sul pozzo sacro di Santa Cristina.

ore 19:00 Il concetto di 'variatio'. La 'variatio' nelle tavolette sigillo di Tzricotu di Cabras.

Giovedì 23 maggio
6.  Lezione
ore 18:00 Archeoastronomia - Il pozzo delle meraviglie - 5° lezione multidisciplianare sul pozzo sacro di Santa Cristina.

ore 19:00 La scrittura 'metagrafica'. La cosiddetta Tanit. La scrittura della luce con la luce.

Giovedì 30 maggio
7 Lezione
ore 18:00 Archeoastronomia - Il pozzo delle meraviglie - 6° lezione multidisciplianare sul pozzo sacro di Santa Cristina. 

ore 19:00 La lingua e la scrittura nuragica organiche alla sacralità del Dio e ai suoi nobili figli tori celesti Giganti.


Dove ci incontriamo

Saremo ospiti nei locali della villa in campagna di don Efisio Carta vicino alla basilica di NS del Rimedio.




Tutti gli interessati potranno iscriversi al corso gratuito
inviando una @mail ai seguenti indirizzi:

domenica 7 aprile 2019

LE ANTICHE FONTI D'ACQUA DI MILIS (OR)

di Stefano Sanna 
report fotografico 



L’acqua fonte biologica della vita, ha a che fare con epifanie e cosmogonie, con religioni, riti e culti che attraversano e connotano le culture più lontane e diverse. La sacralità dell’acqua presso tutte le popolazioni della terra è legata alla sua potenza generatrice, alla sua funzione purificatrice, al suo valore primordiale quale principio di tutte le cose, materia senza materia. Il suo essere corpo sfuggente e in perenne movimento ne fa storicamente un veicolo attraverso il quale gli uomini si sono incontrati e combattuti, hanno costruito città e architetture, hanno fondato civiltà e imperi. La sua penuria o la sua abbondanza hanno determinato destini e poteri, complessi sistemi di miti e magie.

 
Milis è un paese situato nella provincia di Oristano in Sardegna , a ridosso della catena montuosa del Montiferru abitato sin dall' età nuragica. Disseminate nel bellissimo territorio, millenarie sorgenti regalano purissime acque agli abitanti di questa terra e a chi, negli anni, ne ha saputo apprezzare le caratteristiche uniche.

FUNTANA INTRU



UNA FONTE D' ACQUA  CHE RICORDA  LA PLANIMETRIA DEI POZZI SACRI NURAGICI
 

FUNTANA MANNA
POCO PIU A NORD DAL PARCO DELLE FONTI SI TROVA LA FONTE  DI "BARIGADU"

sempre nel territorio di Milis sono presenti altre tre fonti : muscas,paramini, e oleras.


lunedì 1 aprile 2019

Il pozzo di Santa Cristina: 5° parte - qualche errore di costruzione

Immagine gentilmente concessa da Stefano Sanna
di Sandro Angei

10. Gli errori di costruzione della scalinata

Nel precedente capitolo abbiamo descritto alcuni particolari della scalinata e avanzato la prudente ipotesi che i suoi gradini siano stati impostati secondo un preciso rapporto riferito alla stiba di 43 cm. Abbiamo anche usato il termine: “inclinazione originaria” avendo riscontrato un cambio di pendenza dal 7°- 8° gradino a salire. In questo capitolo ci soffermeremo sui motivi che indussero questo cambio di pendenza e sul presunto errore di partenza della scalinata.
Osservando la sezione della scala (Fig.11) ci rendiamo conto che essa fino al 8° gradino a salire ha una certa inclinazione (38°40'), dopodiché cambia pendenza (37°44'). Si può ipotizzare che fu eseguito un primo tracciamento della scala seguendo l’inclinazione del mòdano; tant'è che i gradini dal 2° al 8°, giacciono sulla stessa retta inclinata esattamente di 38°40'. Notiamo però quello che potrebbe essere un errore commesso in fase di tracciamento; infatti le pedate dal 2° al 6° gradino hanno tutte la misura media di circa 30 cm, così pure i gradini dal 9° al 24°; mentre il primo gradino ha una pedata di soli 26 cm1. E' possibile che questa fu realizzata di tale misura per compensare la pedata insufficiente tra il primo gradino e il bordo del bacile. Infatti se il 2° gradino avesse avuto una pedata di 30 cm, come gli altri, il primo gradino sarebbe stata di soli 17 cm contro i 20 cm reali. Un gradino di tal fatta (17 cm) se in fase di salita può anche essere di comodo utilizzo, perché si sale poggiando la parte di piede a partire dall’articolazione tra metatarso e falange prossimale; in discesa si correrebbe il rischio di cadere, perché l’articolazione tra metatarso e falange prossimale non avrebbero alcun appoggio, potendo poggiare solo tallone e arco plantare fino all’estremità del metatarso., il 7° una pedata di 27 cm, l'8° una pedata di 34 cm.

Fig. 11

Perché dal 8° gradino fino al 24° la pendenza si riduce a 37°44'? E' questa una modifica eseguita in corso d'opera da quelle maestranze, oppure è il risultato del restauro operato dal Dr. Enrico Atzeni?
   Alla domanda possiamo rispondere solo per via indiziaria, perché non conosciamo esattamente lo stato in cui si trovava la scalinata nel momento in cui E. Atzeni intervenne e la reintegrò (lamenta il Moravetti nella citata guida: "Per quanto riguarda, poi, le indagini stratigrafiche che hanno interessato il santuario, va detto che purtroppo non si dispone ancora dei dati di scavo, così come non si conoscono i materali rinvenuti, fatta eccezione per quattro statuine di bronzo fenicie, recuperate sui gradini del tempio, una fibula ad arco semplice ed una a sanguisuga, alcune figure fittili antropomorfe". Evidentemente si riferiva al lavoro di E. Atzeni.
   Per tanto non conoscendo l'operato dell'archeologo e sperando nel prossimo futuro in una sua pubblicazione (!), non possiamo far altro che ipotizzare per via indiziaria sulla base di alcuni dati rilasciati nelle varie pubblicazioni, valutando i quali siamo indotti a pensare che fu eseguita una modifica in corso d'opera da parte dei costruttori.
Nella guida del Moravetti leggiamo al capitolo: "Il tempio a pozzo" pag.21: "Il pozzo sacro – reintegrato nella parte medio-superiore della scala – ripete lo schema planimetrico comune a questi edifici templari di età nuragica: atrio o vestibolo, scala discendente nella camera, sotterranea, che custodisce la vena sorgiva" (mio il grassetto).
   Cosa possiamo dedurre da questa affermazione, se non il fatto che la scala fu ricostruita a partire all'incirca dal 12° gradino a salire. Essa fu ricostruita, evidentemente, sulla base della parte di essa ancora in situ e secondo i parametri lì rilevati, di alzata e pedata dei gradini esistenti e secondo l'inclinazione dettata a partire dal 7°-8° gradino al 12°. In ragione di ciò, essendo il piano di campagna dettato dalla quota di calpestio in prossimità del sedile del recinto interno (vedi parte 2°, 4° capitolo), e sulla base della media delle alzate dei gradini esistenti, questi dovevano necessariamente essere in numero di 24.
    Sulla base di questo indizio (non sentiamo di definirlo "prova"), pensiamo che il Dr. Atzeni, rispettò l'impostazione della scala; per tanto è verosimile che l'aggiustamento di pendenza fu eseguito in antico in fase di costruzione. Al riguardo abbiamo elaborato un embrione di ipotesi sui motivi di questa correzione, ma non riteniamo solidi gli argomenti di base; per tanto, almeno per il momento, pensiamo basti dire che quel cambio di pendenza potrebbe avere attinenza con l'illuminazione della "scala rovescia". In sostanza pensiamo, ma solo in ambito antropologico e simbolico, che la correzione fu eseguita per rispettare la "scenografia luminosa", in quanto possiamo presume che durante il solstizio d'inverno il sole non dovesse illuminare (se non in modo limitatissimo), l'interno della tholos, né il bacile contenente l'acqua, né la scalinata, ma solo la scala rovescia.
Ma è solo una congettura.

   L'auspicio è quello di trovare in futuro giuste e convincenti motivazioni anche, si spera, sulla base di altri studi e altri monumenti. Per tanto l'evento luminoso che possiamo osservare al solstizio d'inverno, non trascurando quello agli equinozi, se pur suggestivi quanto a spettacolarità, e rapportabili strumentalmente al mòdano,  rimarranno per ora nell'ambito di labili ipotesi.

   Per quanto riguarda il primo errore - quello sicuramente imputabile ai costruttori - è possibile che la pedata del primo gradino fu realizzata della misura minima di 26 cm per compensare la pedata insufficiente tra il bordo del bacile e l'alzata del primo gradino. Infatti se il 1° gradino avesse avuto una pedata di 30 cm, come gli  altri, la pedata di partenza (bordo del bacile) sarebbe stata di soli 17 cm (Fig.12) contro i 19.6 cm reali (Fig.11). Una pedata di tal fatta (17 cm) se in fase di salita può anche essere di comodo utilizzo, perché si sale poggiando la parte di piede a partire dall'articolazione tra metatarso e falange prossimale; in discesa si correrebbe il rischio di cadere, perché l’articolazione tra metatarso e falange prossimale non avrebbero alcun appoggio, potendo poggiare solo tallone e arco plantare fino all’estremità del metatarso.

Fig. 12

   Comunque, a prescindere dalla causa che modificò l'inclinazione, sta il fatto che la prima parte della scala rispetta in modo preciso l’angolo di inclinazione del mòdano; se poi la parte finale della scalinata fu restaurata da E. Atzeni , oppure fu così costruita in età nuragica, nulla cambia per quanto riguarda l'ipotesi del mòdano.

segue

Note e riferimenti bibliografici

1 Secondo la prassi costruttiva da me ipotizzata, che vedremo nell'ultima parte dello studio, l'errore probabilmente ebbe origine dalla posizione del mòdano, che nel rispetto di una geometria del tutto teorica, originava la base della scala sul punto di riflessione teorico dei raggi solari al 20 di aprile. Secondo questa costruzione la pedata alla base del 1° gradino (bordo del bacile), avrebbe avuto una pedata di soli 11 cm.

venerdì 22 marzo 2019

Il pozzo di Santa Cristina: 4° parte - Il mòdano: numeri e solo numeri

di Sandro Angei

8. Il mòdano: una prova tangibile
La funzione del mòdano, come abbiamo visto soddisfa i requisiti di carattere astronomico e ciò potrebbe bastare per definire eccezionale quanto scoperto; però non dimostra fino in fondo che quelle genti conoscessero effettivamente questi rapporti intercorrenti tra misure lineari e inclinazione dei raggi solari descritti nel 7° capitolo; ma ancora una volta e in modo sorprendente, quegli architetti, a testimonianza del loro operato, hanno lasciato una prova inconfutabile, indipendente dalla meccanica celeste, perché quel mòdano individuava ad 1/4 della sua altezza l’inclinazione della scalinata così come doveva essere impostata originariamente; ossia con una inclinazione di 38°40’. Proprio questo dato dimostra la conoscenza da parte di quelle genti di quei rapporti numerici tra geometria e astronomia. Il dato inoltre è rafforzato dal suo preciso inserimento nella suddivisione in 24 parti del cateto AB (Fig. 8).


Fig. 8

   Quelle genti avrebbero potuto scegliere una inclinazione della scala più agevole, ma  in in un progetto nel quale la stiba è utilizzata quale unità di misura di riferimento, anche il gradino doveva rispettare dei rapporti ben precisi; rapporti che abbiamo scoperto essere 4/7 e 5/7 di stiba.
   A questo punto l'ipotesi potrebbe apparire ardua se entrassimo in un ambito piuttosto aleatorio di rapporti numerici che potrebbero esser solo ed esclusivamente frutto del caso, o nella peggiore delle ipotesi, frutto di una insana ricerca (la mia) di un qualche valore che possa verosimilmente coincidere col dato rilevato. Ma sapendo di dover dar conto di un manufatto costruito secondo un ragionamento dettato in gran parte da un modo di pensare pratico, è necessario trovare il sistema che condusse alla scelta di quei rapporti numerici.  

Intenzionalità, caso o ricercatore alla ricerca del rapporto numerico?
   La pendenza originaria della scalinata era, come detto, di 38°40', per tanto le misure di alzata e pedata del gradino sono legate da questa inclinazione. Osserviamo che i 24 gradini hanno un'alzata media di 24,2 cm, però i primi 7, che possiamo presumere siano quelli della originale impostazione (vedremo in seguito il perché), hanno un'alzata media di 24,57 cm. (1,72 m/7 gradini), che impone una pedata di 30,71 cm. Si noti che la misura di 24,57 cm è in perfetto rapporto frazionario con la stiba di 43 cm: 4/7 di stiba, mentre la pedata è nel rapporto di 5/7 di stiba.
Certamente possiamo trovare numerose frazioni che possano soddisfare, entro certi limiti, le nostre misure sulla base della stiba; ma la più vicina coppia di frazioni con medesimo denominatore è 14/25 e 18/25.1
   Risulta evidente che in un range di frazioni compreso tra 1/1 e 20/100 (vedi nota 1), che conta 2000 diverse combinazioni, non si sta cercando un qualche rapporto numerico ad hoc, ma semplicemente si sta constatando la rarità di questi. In ragione di ciò è verosimile che i due rapporti 4/7 e 5/7 siano intenzionali. Meno verosimile è la coppia 15/25 e 18/25 per via di un denominatore eccessivamente elevato.
   L'intenzionalità comunque non stà nella individuazione su base teorica dei rapporti di 4/7 e 5/7, piuttosto nella scelta del rapporto ottimale secondo un procedimento di valutazione del tutto empirico. Procedimento che vede quei due rapporti numerici banale conseguenza e non un dato imposto a priori.
   Quale pensiero possa aver indotto all'assunzione di questi rapporti numerici ben precisi parrebbe difficile scoprirlo, ma possiamo pensare che volendo rispettare i rapporti dimensionali con la stiba, quelle genti si siano affidate a questa per impostare la pendenza della scala.
   Come possiamo vedere nell'immagine di Fig. 9, la pendenza è imposta dalla misura in orizzontale di 5 stibe (lato AB) e quella verticale di 4 stibe (lato BC).
 La dimensione dei gradini fu impostata scegliendo in modo appropriato il giusto rapporto tra alzata e pedata dividendo in un numero preciso di segmenti l'ipotenusa del triangolo rettangolo ABC individuato nel mòdano (vedi ancora Fig. 9). 
Fig. 9

   Quei costruttori avrebbero potuto dividere l'ipotenusa AC in qualsivoglia numero di parti uguali: 5, 6...24. Evidentemente dividendola in 6 parti avrebbero ottenuto frazioni pari rispettivamente a 5/6 e 4/6, se divisa in 12 parti, frazioni di 5/12 e 4/12, e così via.  La scelta ricadde sul numero 7; numero che soddisfa le esigenze “fisiche” del dislivello da superare.
   Infatti la divisione in 8 parti avrebbe comportato un'alzata di 21,5 cm e una pedata di 30,7 cm (misure che rientrano in quelle antropometriche ancora oggi usate in alcuni casi); però un'alzata di 21,5 cm x 24 gradini avrebbe superato un dislivello di soli 5,16 m, contro i 5,81 reali.2 Una divisione in 6 parti avrebbe comportato un'alzata di 28,7 cm e una pedata di 45,9 cm. Un'alzata di 28,7 cm x 24 gradini avrebbe superato un dislivello di 6,89 m. Questa suddivisione fu scartata evidentemente, non per l'eccessivo dislivello superabile, piuttosto per le dimensioni non proprio antropometriche dei gradini.3
Il giusto rapporto tra dimensione dei gradini e dislivello superabile con un numero fisso e, oserei dire imprescindibile, di gradini: 24, fu ottenuto dividendo l'ipotenusa in 7 parti uguali.
***

   A prescindere da questi rapporti stringenti tra misure del gradino e la stiba, possiamo dire con tutta sicurezza che nel mòdano sono registrati 6 dati fondamentali che vennero riportati con i seguenti rapporti numerici: 1, 1/2, 1/3, 1/4, 1/8.
24/24 = 1 21 giugno
12/24 = 1/2 20 aprile - individuazione della base del 12° anello
8/24 = 1/3 20 marzo e 23 settembre
6/24 = 1/4 inclinazione della scalinata
3/24 = 1/8 21 dicembre


9. Numeri e solo numeri
   Il mòdano, così come abbiamo ipotizzato fosse concepito, è di per sé uno strumento dalle proprietà eccellenti, ma forse nasconde ancora un particolare non di poco conto.
  Naturalmente nessuna prova reale può essere addotta a supporto, per tanto ci accontentiamo delle ipotesi, basate comunque sulla possibile esperienza pratica che quelle genti sicuramente avevano.
   In questo capitolo prenderemo in considerazione l'ipotesi costruttiva del mòdano secondo rapporti numerici ben precisi che potenzialmente quelle genti avrebbero potuto individuare nelle inclinazioni dei raggi solari rapportati all'unità di misura scelta.
La curiosità e l'intraprendenza mi ha portato a valutare quale rapporto numerico in termini di stibe possa avvicinarsi ai rapporti numerici riscontrati nel mòdano appena descritto.
Mi sono imbattuto in un numero frazionario in base 16 (stibe) rapportabile anche in base 48 (base sulla quale nel 3° capitolo abbiamo definito la “unità” di 14,33 cm), seconda la quale in un triangolo rettangolo avente il cateto verticale pari a 16 stibe o 48 unità, l'inclinazione dei raggi solari al solstizio d'estate è data da una base pari a 5 stibe o 15 unità, ossia: 5/16 o 15/48 (Fig. 10).

Fig. 10
Secondo questo rapporto numerico otteniamo un mòdano con inclinazione dei raggi solari al solstizio d'estate pari a 72°39' che è in ottimo accordo con l'angolo individuato con altro criterio geometrico per l'azimut di 154°: angolo di 72°27' e con l'altezza astronomica di 72°17' (vedi tab. di Fig. 4 del 3° capitolo). In ragione di ciò abbiamo ricostruito il mòdano, che chiameremo “mòdano rapportato”, secondo i numeri frazionati su esposti: 5/16, 1/2, 1/3, 1/4 1/8; ottenendo il seguente risultato:
Solstizio d'estate modano rapportato 72°39'4 astronomico 72°17' geometrico 72°27'
20 aprile              modano rapportato 58°00'  astronomico 58°49' geometrico 57°41'
20 marzo             modano rapportato 46°51'  astronomico 46°30' geometrico 46°30'
21 dicembre        modano rapportato 21°48'  astronomico 22°34' geometrico 21°34'
scalinata              modano rapportato 38°40'                                  geometrico 38°44'5

   Con tutta evidenza i valori rientrano in tolleranza, tanto da poter auspicare che la nostra ipotesi possa risultare vera.
Per tanto il rapporto numerico da memorizzare per la realizzazione dello "strumento" era 5/16, ossia 5 stibe di base e 16 stibe d'altezza, per la costruzione della squadra.
Fatto ciò, per ottenere le inclinazioni dei raggi solari cercate sarebbe stato necessario dividere il cateto maggiore in 24 parti, per individuare i noti rapporti intermedi di 3/24 (semplificato in 1/8), 6/24 (1/4), 8/24 (1/3) e 12/24 (1/2). A ben vedere però non era necessario neanche questa suddivisione visto che 1/4 è la metà di 1/2 e 1/8 è la metà di 1/4. Per cui la divisione del cateto maggiore si risolverebbe memorizzando i seguenti dati:
Il cateto maggiore lo divido a metà, il tratto inferiore lo divido ancora a metà, il tratto inferiore lo divido ancora a metà. Segue la divisione per 1/3 dell'intero (Fig. 11).
Fig.11

Se ciò fosse vero, come pensiamo sia, il sistema di costruzione del pozzo di Santa Cristina in particolare, e forse di qualsiasi altro monumento in generale, sarebbe svincolato completamente da ogni successiva verifica dell'inclinazione dei raggi solari e si baserebbe solo sul modulo della stiba e dei suoi sottomultipli.

Una considerazione
Le elaborazioni da me eseguite sono basate su strumenti di alta precisione, capaci di scandire i secondi d'arco e i millimetri. Col programma di grafica si possono impostare approssimazioni estremamente elevate, che comunque sarebbero ridicole in questo contesto (lo è già l'approssimazione ai secondi d'arco ed il millimetro); tenuto anche conto che le approssimazioni da me operate sono estremamente elevate rispetto a quelle che potevano operare 3000 anni fa con strumenti primitivi; tanto che gli scarti riscontrati tra mòdano rapportato e dato astronomico non sarebbe percepibile. In sostanza se eseguissi materialmente le costruzioni geometriche descritte, con mezzi che potremmo definire “di fortuna”; per quanta perizia vi possa profondere, di certo le differenze tra dato teorico e dato empirico non sarebbero rilevabili.
In ragione di ciò nel prosieguo dello studio possiamo adottare quale strumento di misura il mòdano rapportato.

Seconda considerazione
   Da quanto fin qui esposto traspare quello che per quelle genti appariva quale "miracoloso messaggio divino". Un messaggio composto di luce, geometrie e numeri. Luce, geometrie e numeri, che prendevano forma attraverso uno strumento materiale: sa stiba, di qualsivoglia misura scelta e che appunto, essendo slegata da qualsiasi unità campione, era unità di misura assoluta che materializzava numeri assoluti. Numeri assoluti che in qualunque luogo e chiunque, benché di diversa estrazione culturale, che fosse Sardo, Egiziano, Babilonese, Indiano, Cinese se non di qualche antica civiltà precolombiana, avrebbe potuto utilizzare. I rapporti numerici di 1/2, 1/3, 1/4, 1/8 sono assoluti, trascendono da qualsiasi unità di misura e per tanto possono essere usati in tutte le unità di misura. Questa fu la geniale intuizione di quelle genti. E se ciò che andiamo asserendo è vero, nei monumenti di età nuragica non dobbiamo cercare unità di misura particolari, ma numeri e solo numeri.

segue

Note e riferimenti bibliografici

1 In un range di 0.5 cm in più o in meno rispetto alle nostre misure i valori sono soddisfati solo dalle frazioni 15/25 e 18/25 in un gruppo di frazioni da 1 a 20 al numeratore e 1 a 100 al denominatore. In questo range di frazioni, che conta 2000 diverse combinazioni, 15/25 e 18/25 sono le uniche frazioni ,dopo 4/7 e 5/7, che soddisfano l'univocità del denominatore e per approssimazione, il dato metrico.

2 5,81 m è il dislivello che misuriamo attualmente nella scalinata, che però, a quanto pare, fu oggetto di ricostruzione da parte dell'archeologo E. Atzeni. Sembra verosimile, secondo le misure ipotetiche da me individuate, che il dislivello originario fosse di 28,57 cm x 24 gradini = 589,68 cm (colgo l'occasione per dire che la seconda cifra decimale è puramente estetica, essendo dell'ordine del decimo di millimetro; tant'è che se avessi espresso le misure in metri avrei scritto 5.90 m e non 5.8968).

3 Si noti che nella progettazione di una scala si tende a dimensionare i gradini nella proporzione ottimale di 17 cm di alzata x 30 cm di pedata. In alcuni casi, come nelle scale a chiocciola, si tende ad elevare l'alzata fino a 21 cm e anche più.

4  Si noti che il valore di 72°39' è in ottimo accordo con l'inclinazione della linea che congiunge il bordo dell'oculo con la base del 12° anello: 72°48'.

5 L'inclinazione è stata misurata dal bordo del 2° gradino al bordo del 7° gradino.

martedì 19 marzo 2019

Il pozzo di Santa Cristina: 3° parte - Il sole detta le regole

Ipotetica ricostruzione di un mòdano
7. Il sole detta le regole

Abbiamo individuato l'unità di misura "sa stiba", non ultima delle ennesime peculiarità di questo formidabile pozzo1. Ne abbiamo scoperta un’altra, dettata sicuramente dal “caso astronomico”2 che, con ogni probabilità, fu utilizzata per realizzare un “mòdano"3 da costruzione.

domenica 17 marzo 2019

Il pozzo di Santa Cristina: 2° parte - l'unità di misura



di Sandro Angei
3. L’unità di misura
Il pozzo fu realizzato senza alcun dubbio sulla base di un ben preciso progetto, come abbiamo già detto in premessa. Un progetto che non può esulare dall’utilizzo di una specifica unità di misura.
E’ compito arduo trovare questa unità di misura, ma è quello che cercheremo di fare.
Partiamo dai dati in nostro possesso per dire che quelli eclatanti sono legati al numero 24 e al numero 12. Notiamo che l’altezza totale di 688 cm del pozzo divisa in 24 parti uguali restituisce una unità di misura pari a 28.66 cm, che grossomodo corrisponde alla misura di un piede1. Comunque sia questa è una misura che non ha riscontro preciso con altre di

giovedì 14 marzo 2019

Il pozzo di Santa Cristina, un pozzo di scienza: 1° parte



di Sandro Angei

vedi: 21 aprile al pozzo di Santa Cristina

Riassunto

Lo studio si ricollega ad un mio precedente lavoro sul pozzo di Santa Cristina; lì proposi il carattere solare del monumento, portando quali argomenti del mio assunto una serie di prove che coniugavano un evento astronomico, palesato da due ierofanie luminose, con l'aspetto sacro e calendariale che quelle manifestazioni esprimevano.
In questo studio mi prefiggo di dimostrare la concreta fattibilità del monumento. Per arrivare a questo obiettivo ho dovuto indagare affondo l'edificio, sin nelle sue minime caratteristiche, alla ricerca di dati eclatanti che potessero reggere la fatidica "prova del nove". Ho dovuto riscoprire accorgimenti di pratica manualità, lì dove oggi risolviamo i problemi con l'ausilio della teoria che interpreta i fatti sperimentali; nonché dare risposte a quesiti che man mano si presentavano; ad esempio:
- unità di misura
- proprietà astronomica del sole e utilizzo di un mòdano
- divisione di una lunghezza in un qualsivoglia numero di parti uguali
- orientamento geografico della scalinata senza bussola e senza strumenti topografici di 
  precisione.
- individuazione esatta dell'ombra

giovedì 7 marzo 2019

Santadi. Pirosu su Benatzu. Il pugnaletto nuragico con ‘decorazione’ a puntinato. Cioè con ulteriore ‘scrittura’. L’iconografia di esso? La stessa, sembra, delle cosiddette ‘Statue stele’ del Sarcidano.




di Gigi Sanna

     Sul pugnaletto nuragico, detto ad elsa gammata, variamente interpretato dagli archeologi (1), ci siamo espressi già dal 2004. Lo abbiamo inteso come oggetto di ‘distinzione’, di ‘prestigio’, appartenente cioè a persone di alto rango e soprattutto, aspetto che ha colpito particolarmente gli ermeneuti, scritto (2).  Il dato epigrafico intendiamo oggi rafforzarlo attraverso l’analisi puntuale del pugnaletto rinvenuto nella grotta di Pirosu su Benatzu di Santadi. E più precisamente con la lettura della particolare ‘decorazione’ a puntinato che interessa la parte alta e quella mediana di esso.

domenica 17 febbraio 2019

Grizzana, Monte Acuto Ragazza (Bologna). L’atleta offerente. Un gioiello dell’arte della scrittura metagrafica etrusca. Una formidabile μηχανή apotropaica per la continuità della luce. Non un ex voto ma una ‘petitio’, un ‘omen secundum’. Bronzetti sardi e bronzetti etruschi.

di Gigi Sanna

dedicato a Sergio Frau (*)



 
Premessa

Più volte (1) ormai abbiamo sottolineato, con riscontri oggettivi che abbiamo ritenuto pertinenti e  inconfutabili, il prestito della crittografia agli etruschi da parte dei nuragici. Lo stilismo e la magnificenza dell’arte scultorea greca delle opere etrusche mascherano notevolmente l’ideologia comune della luce terrena e ultraterrena  e solo una puntuale osservazione dei manufatti permette di capire che dietro l’opulenza greco - etrusca c’è il system, diverso ma ugualmente assai pregnante, che dà luogo alla realizzazione e alla rappresentazione della religiosità degli ideatori e costruttori dei nuraghi. Chi ritiene che le opere dell’arte etrusca siano semplice espressione di simbolismo e di decorativismo non continui questa lettura: il pregiudizio di anni e anni (secoli ormai) di interpretazione è una ganga difficilmente rimovibile da ciò che sottostà, ovvero dalla ‘cosa’ più nascosta e per questo assai più preziosa. 

Neanche il riferimento all’arte egiziana che nella scrittura - com’è noto -  contemplava decus, symbolum e sonus, cioè tutti e tre gli aspetti (2) e non solo due lo indurrà a pensare che il sonus, soprattutto questo, sia presente negli oggetti, nelle tombe, nelle pitture della vastissima arte funeraria etrusca. Il ‘codice’ funerario posto in essere dagli Etruschi, quello di cui tanto si parla da parte degli studiosi perché si insista e si moltiplichino le forze per una sua ‘decifrazione’, resterà un codice per sempre inafferrabile perché né il decus né la simbologia (con l’eterna domanda senza risposta scientifica: ‘di che cosa’ o ‘di chi’ una ‘cosa’ è simbolo?) permetteranno di capire nel profondo il messaggio insito in tanta varietà di componimenti. Una‘unda currens’ sarà così sempre decorazione, così come lo saranno un motivo floreale ripetuto, dei dentelli ripetuti, delle pieghe ripetute di un chitone, dei punti reiterati, un serpente o una fontana da cui sgorga l’acqua continua. Mai ci si chiederà cosa accomuna quelle ripetizioni, quei dati topici. Una patera (patna) sarà sempre decorazione e simbolo di libagione, un anello sigillo sempre decorazione e simbolo di prestigio sociale, uno o due cuscini segno di altezza sociale e di funzionalità per i nobili gomiti di chi sta sdraiato sul triclinio. E così via. Mai ci si chiederà se quegli oggetti possano costituire dell’altro ovvero degli ideogrammi da abbinare ad altri ideogrammi ancora, in una organica catena sintattica di voci che possano dare senso. E così, procedendo nell’analisi di superficie,  depistante e ingannatrice, tutto resterà muto o al più opinabile (io penso, tu pensi, egli pensa) con i famosi fiumi d’inchiostro, che si aggiungeranno ad altri fiumi nel tempo, per i vani tentativi di risoluzione del rebus. Sembra proprio essersi dimenticata del tutto l’esperienza ottocentesca per la scrittura egiziana o quella novecentesca della scrittura maya dove tutti si puntava sulla mera decifrazione della simbologia e non della fonetica ritenuta, tra ironia e sarcasmo, tra ilarità e supponenza, del tutto inesistente.